-1 La meraviglia

Imparerò a osservare il quotidiano per scovare la meraviglia che c’è nascosta dentro. Ogni più piccolo dettaglio di ciò che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno cela una scusa per poter continuare a stupirci. Ed è la stessa scusa che abbiamo a disposizione per inseguire i sogni. A San Francisco cerco l’inaspettato, il sogno, ma forse più di tutto cerco la meraviglia nella realtà.

Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta.
(Oscar Wilde)

Il paradiso può attendere… e anch’io

Ieri verso ora di pranzo avevo un piccolo esame medico da fare. Sulla strada, tra l’altro, mi sono imbattuta in questa meraviglia. La luce non è forse delle migliori per una buona visuale dell’edicola,  la cosa buffa è che da dove mi trovavo io non si vedeva affatto così, sembrava tutta in ombra… ma le foto coi telefonini sono quelle che sono, del resto.

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Arrivata al centro medico, dovevo prima pagare il ticket, di solito c’è una marea di gente, ieri non c’era quasi nessuno. A un certo punto ero rimasta l’unica fuori, arriva una signora e mi fa:

‘scusi, c’è qualcuno dentro?’

E l’istinto ovviamente è stato di risponderle “no, signora, sono qui a guardarmi avidamente queste bellissime piastrelle grigie e marroni (vuoi mettere?), la finestrella con vista muri e la porta chiusa davanti ad una stanza vuota. Veramente mi hanno già chiamato quattro volte, ma ho preferito declinare graziosamente l’invito a entrare perché qui ci sto troppo bene”.

In realtà ho detto solo ‘sì’, con un sorriso, e non so se tutto il resto sia comparso nella mia espressione.

Subito dopo però ho pensato sì, però in realtà è vero che a me piace aspettare. No, non agli appuntamenti. Ma sapete, in quelle code alla posta e dal dottore, quando sei lì seduto e tutti imprecano contro il mondo e sbuffano e si agitano e battono i piedi, quasi che l’attesa si abbreviasse in questo modo. Io mi piazzo lì seduta, con o senza un libro, comoda comoda e bella tranquilla.

Mi è rimasta impressa una cosa che l’antropologo Marco Aime raccontava un giorno ad uno dei suoi incontri, ossia che nel corso delle sue lunghe permanenze in Africa (e nel Mali in particolare), aveva imparato che i mezzi di trasporto passavano quando passavano e impiegavano il tempo che impiegavano, a volte giornate intere per fare tratti che normalmente aavrebbero richiesto sì e no un’ora. E che era stato difficile, per lui occidentale, abituarsi al fatto di non avere alcun controllo su questa cosa e che quindi tanto valeva evitare di scalmanarsi. Siccome non si poteva intervenire, la gente faceva tesoro dell’attesa in vari modi, e presto anche lui aveva imparato a farlo.

Ecco, pensavo che in questi che chiamiamo ‘tempi morti’, io lascio andare la mente a briglia sciolta come a volte è difficile fare in altri momenti, quando tra lavoro e famiglia e impegni e corse a destra e a sinistra, raramente il pensiero e l’immaginazione hanno campo libero.

E quindi sì, signora, la prossima volta chissà, forse mi troverà davanti alla porta chiusa di un ufficio senza nessun ‘utente’ dentro, e le dirò, senza nessun intento ironico, “no, signora, non c’è nessuno, prego, entri pure, io resto ancora qui un po’, a godermi l’attesa”.