La ragazza delle montagne – Capitolo 15

VI

La mattina dopo Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia, e chiese agli Indiani di restare al campo, e più in silenzio possibile, temendo che il rumore e il numero di tanti cavalieri spaventasse la selvaggina. Non gli era venuto in mente che questa potesse essere interpretata come una richiesta sospetta, risvegliando i dubbi così faticosamente acquietati. Subito, alcuni giovani si allontanarono, galoppando fino a raggiungere i due uomini, seguendoli poi costantemente come ombre.
Nel frattempo, Lewis, Cameahwait e gli altri proseguivano il cammino sulla pianura. Avevano appena oltrepassato una strettoia tra le valli – luogo ideale per un’imboscata, in effetti – quando uno dei giovani che avevano seguito i cacciatori tornò indietro al galoppo di gran carriera, spronando il cavallo con dei gran colpi di frusta. Il Capo si arrestò, con aria preoccupata. Lewis, a sua volta, fu assalito dall’ansia. Se per disgrazia qualcuno dei nemici degli Scioscioni si fosse trovato lì proprio in quel momento, la circostanza di certo non sarebbe stata interpretata come una semplice coincidenza.
Fortunatamente, si trattava di tutt’altro: il giovane riferì che i due cacciatori avevano ucciso un cervo, e che c’era di che banchettare per tutti.
In un attimo, la marcia relativamente ordinata si trasformò in una corsa sfrenata e selvaggia, polvere e scalpitare di zoccoli e grida di esultanza.
Come i suoi compagni, l’uomo che era a cavallo con Lewis si diede a frustare l’animale con tale veemenza che il povero Lewis, che montava senza sella, sobbalzava e rimbalzava di continuo. Gli chiese di rallentare un po’ i colpi, almeno, ma l’uomo era così impaziente che preferì scendere da cavallo e correre a piedi, benché fossero ancora distanti almeno due chilometri.
Quando arrivarono dove si trovava il cervo, i Nativi si avventarono sulla carne, strappando con le mani pezzi di carne e divorandoli crudi. Diversi di loro erano riusciti ad accaparrarsi bocconi di fegato, trippe, reni e intestini, e rivoli di sangue scendevano dagli angoli delle loro bocche. Se l’appetito di Lewis non fosse stato più forte di certe sottigliezze, per un bel pezzo sicuramente non sarebbe più stato in grado di mangiare.
Lui e i suoi uomini avevano provato sulla loro pelle cosa significava la fame, ma solo per un breve periodo della loro vita; per quei poveri diavoli, pensò, la fame era normale, li accompagnava per tutta la vita. La scena si ripeté praticamente identica con un secondo cervo che Drouillard aveva ucciso e lasciato lì per loro; e quando all’ora di pranzo Drouillard li raggiunse con un terzo cervo, ancora una volta, tolta la porzione che Lewis tenne per il suo gruppo, Cameahwait e i suoi mangiarono tutto, compresa la parte morbida presente all’interno degli zoccoli.

Nel pomeriggio, durante un’altra sosta, Lewis rispiegò a Cameahwait in dettaglio il luogo preciso dove avrebbero incontrato Clark e il tragitto per arrivarci. Il Capo, con fare solenne, coprì il collo e le spalle di Lewis e dei suoi con gli splendidi scialli che egli già aveva avuto modo di notare con ammirazione. Capì subito che lo scopo era quello di mimetizzarli, e la ragione era sempre la stessa, ossia il timore dei loro nemici. Con la sua camicia di pelle di daino, scarmigliato, la pelle dorata dal sole, non era necessario nient’altro per dare a Lewis in tutto e per tutto l’aspetto di un Indiano. Gli altri uomini seguirono il suo esempio e presto la trasformazione fu completa.
Quando non erano ormai a più di tre, quattro chilometri dal bivio di Beaverhead, dove Clark avrebbe dovuto attenderli, divenne chiaro che il Capitano non c’era.
Gli uomini di Cameahwait rallentarono, perplessi e di nuovo diffidenti. Sui volti di qualcuno, il dubbio e l’incertezza andavano lasciando il posto a un’espressione vagamente minacciosa. Lewis pensò che una volta che si fossero fermati del tutto, lui e i suoi uomini sarebbero stati in serio pericolo.
Senza avere la minima idea di cosa fare, ma determinato a recuperare la loro fiducia a qualunque costo, Lewis agì col coraggio della disperazione: diede a Cameahwait la sua pistola e gli disse che se i loro nemici fossero usciti dai cespugli, avrebbe potuto usarla per difendersi. «Io non ho paura di morire», aggiunse. «Se vi convincerete che vi abbiamo ingannato, potrete fare di quella pistola l’uso che volete».
Gli altri seguirono quella mossa audace, consegnando a loro volta le pistole ai Nativi. Avendo sopito i loro timori, almeno per il momento, Lewis cercò di pensare rapidamente a un modo per tranquillizzarli un po’ più a lungo.
Gli venne in mente un foglio con certi appunti che aveva lasciato lì vicino per Clark, e mandò Drouillard con uno degli Indiani a prenderlo. Disse poi a Cameahwait che il biglietto proveniva da Clark, il quale lo avvertiva che erano stati rallentati dalla difficoltà di navigare il fiume Jefferson, e si trovavano al momento appena oltre le montagne. Propose che uno dei loro guerrieri andasse in esplorazione, con uno dei suoi uomini, mentre egli sarebbe rimasto, insieme agli altri due membri della spedizione che erano con lui. Compresero subito, senza bisogno che lo specificasse, che in questo modo, egli si stava offrendo come ostaggio. Detestava mentire, e anche questo piccolo stratagemma, giustificato dalle circostanze, lo metteva a disagio; esporre sé stesso significava tra l’altro una promessa, un impegno personale a garantire gli scopi pacifici della spedizione, su cui così spesso aveva insistito.
Il piano fu accettato, tuttavia, benché la maggior parte dei Nativi sembrasse soddisfatta, alcuni sottolineavano che “gli Americani” continuavano a raccontare storie diverse, e accusavano il Capo Cameahwait di esporli a gravi pericoli senza ragione.
Lewis sapeva che se i Nativi fossero andati via, si sarebbero immediatamente dispersi e nascosti tra le montagne, dove sarebbe stato impossibile trovarli. La sua speranza di ottenere dei cavalli e proseguire la spedizione avrebbe rischiato, ancora una volta, di andare in fumo.
In preda a sua volta a mille pensieri e mille domande sul destino di Clark e del resto del gruppo, Lewis usò tutte le sue risorse per mostrarsi perfettamente tranquillo. Intorno al fuoco acceso con rami di salice, Cameahwait e altri cinque o sei uomini sedettero ad ascoltare, mentre egli raccontava di Sacagawea, la ragazza della loro Nazione che avrebbe fatto da interprete, e del suo coraggio; e di York dalla pelle scura come il noce degli Stati del nordest; e di tutto il cibo e gli oggetti che al loro ritorno la spedizione avrebbe loro portato come compenso per i cavalli.
Nessuno di loro dormì molto, quella notte. Non i Nativi, molti dei quali si erano rifiutati di avvicinarsi all’improvvisato accampamento e al fuoco di Lewis, nascondendosi tra i salici, evidentemente ancora timorosi di un attacco notturno. Non Lewis, i cui pensieri erano interamente occupati dal destino della spedizione, che per lui aveva sempre avuto almeno tanta importanza quanto la sua stessa vita.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – 14a puntata

Da un po’ di tempo avevo lasciato i miei avventurosi esploratori alle prese con un gruppo di Nativi Scioscioni molto cordiali ma non del tutto tranquilli sulle intenzioni degli “Americani”. Se vi siete persi le puntate precedenti e volete recuperarle, o eventualmente ripassarle, le trovate qui

V

Il giorno dopo, anche per dar modo a Clark di raggiungerlo, Lewis decise di trascorrere quanto più tempo possibile all’accampamento e ricavare tutte le informazioni che poteva sul territorio.
Non avendo da mangiare altro che un poco di farina e mais riarso e le bacche degli Indiani, Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia; gli Scioscioni prestarono loro dei cavalli, e diversi giovani si unirono ai due uomini.
Per lo più, come Lewis aveva avuto modo di apprendere, essi cacciavano antilopi, inseguendole a cavallo e uccidendole con le frecce. Erano cavalieri abilissimi, benché per briglie non avessero che corde di peli di bufalo intrecciate, e per sella una tavola di legno coperta di pelle non conciata.
Le antilopi, animali assai agili e resistenti, non avrebbero potuto essere raggiunte da un solo cavallo, per cui, quando i cacciatori avvistavano un branco, si separavano e si lanciavano in varie direzioni tutt’intorno, generalmente appostandosi poi su qualche altura dominante, mentre solo uno o due di loro rincorrevano il branco a tutta velocità attraverso colline, valli e burroni.
Dopo un inseguimento di una decina di chilometri, intervenivano i cavalli freschi: in tal modo, ovunque i poveri animali si voltassero per fuggire, si trovavano di fronte gruppi di cacciatori al galoppo, e così essi, terrorizzati e confusi, potevano essere facilmente colpiti dalle frecce. Tutto questo impegnava fino a quaranta o cinquanta cacciatori, per catturare non più di due o tre antilopi. Non c’erano alci nella zona, e contro i cervi, abili a nascondersi tra i cespugli, archi e frecce erano armi poco efficaci.
Lewis ebbe anche modo di osservare alcuni uomini fabbricare delle trappole per i lupi e le volpi e affilare delle selci, ammirando la velocità di movimento delle loro dita, e la precisione del risultato.
Archi e frecce e selci erano praticamente gli unici strumenti di cui disponevano; in guerra, usavano l’arco e uno scudo in pelle di bisonte, del tutto a prova di freccia, decorato e preparato con un rito complesso e solenne, grazie al quale avrebbe protetto il suo proprietario da qualunque arma, pallottole comprese.
La caccia durò un paio d’ore e Lewis riuscì a godersi, dalla sua tenda, gran parte di quello spettacolo emozionante, anche se purtroppo, tutti i cacciatori tornarono a mani vuote. Egli fece preparare un impasto di farina e bacche, che assicurò al gruppo un pasto gradevole, ma alquanto modesto.
Quel pomeriggio, Lewis chiese al Capo Cameahwait di descrivergli meglio la geografia del territorio. Drouillard faceva loro da interprete. Come Lewis aveva avuto modo di imparare, la lingua dei segni, oltre ad avere il vantaggio di essere molto simile, per tutte le Nazioni indiane che avevano incontrato sul loro cammino, era sorprendentemente precisa. Certamente, qualche dettaglio poteva andare perduto, qualche malinteso capitava, ma molto meno di quanto egli sarebbe stato portato a pensare.
Dove i gesti non arrivavano, Cameahwait si aiutava disegnando con un legnetto, sul terreno, i contorni dei fiumi, delle montagne e dei passaggi.
Le notizie erano però ben lontane da quelle che Lewis sperava.
«Il fiume», spiegò Cameahwait, «si unisce a un altro corso d’acqua, più a valle. Occorrono almeno tre giorni di marcia, per arrivare là dove essi si incontrano». In quel punto, mentre continuava a parlare e fare ampi segni con le mani, aiutandosi con tutto il corpo e con le espressioni del volto, l’uomo collocò alcuni mucchi di sabbia. Lewis comprese che si trattava di alte montagne, coperte di neve, e che il fiume Salmon proseguiva il suo corso attraverso quella vasta catena di cime rocciose e ripidissime.
«Il Fiume dei Salmoni», continuò Cameahwait. «dalla mia gente viene anche chiamato il Fiume del Non Ritorno. Le montagne racchiudono le due rive così strettamente, che ogni passaggio è impossibile. Il letto è ostruito da rocce appuntite e taglienti come coltelli; i cavalli degli spiriti delle acque sono sempre al galoppo, schiumano sotto lo sforzo, e le alte onde create dalla loro corsa sbattono continuamente le une contro le altre. In questo modo, gli Spiriti tengono lontani gli intrusi».
Lewis cercò una possibile via d’uscita.
«Che mi dite delle montagne? Non potremmo passare di là?».
Cameahwait scosse la testa.
«Sono inaccessibili anch’esse, agli uomini e ai cavalli. Né io, né altri uomini della mia Nazione ci siamo mai spinti lungo il fiume oltre quelle montagne. Tuttavia», proseguì, riaccendendo un minuscolo lumino di speranza nel cuore di Lewis, «verso sudovest, a quanto ho saputo da coloro che abitano al di là del Fiume dei Salmoni, esso prosegue per un lunghissimo percorso verso il luogo dove il sole tramonta, disperdendosi infine in un immenso lago d’acqua dal sapore amaro, dove abitano degli uomini bianchi».
«Ma dunque avete avuto contatti con quelle Nazioni. Siete proprio certo che non ci sia modo di attraversare quelle terre?». Aveva ancora il dubbio che il Capo volesse fargli credere l’impresa più ardua di quello che in realtà era.
«C’è un anziano, nel villaggio», rispose Cameahwait, «che forse vi potrà aiutare. La sua famiglia appartiene a una tribù che vive a circa venti giorni di marcia da qui, non lontano dai bianchi , dai quali acquistano cavalli e muli. Potete parlare con lui, se volete. Lui qualche volta va a trovare la sua famiglia».
Le informazioni dell’anziano, un uomo dalla pelle di cartapecora e dai capelli candidi, non rassicurarono molto Lewis. «Per sette giorni dovrete arrampicarvi su montagne aspre e ripide», spiegò, aiutandosi a sua volta con qualche semplice schizzo sul terreno. «Non troverete nessun animale da cacciare, niente selvaggina lì, solo radici. Lì abita la Nazione dei Mocassini Rotti, loro sono sempre sul piede di guerra. Vivono tra le rocce, come gli orsi, e mangiano radici e la carne dei cavalli che rubano a chi passa dal loro territorio. Infine, vi sono sul terreno pietre appuntite, che feriranno gli zoccoli dei vostri cavalli, e dopo non potranno più camminare.
Se poi riuscirete a superare quella parte del percorso», continuò il vecchio, «dovrete ancora camminare per almeno dieci giorni, in un deserto di sabbia. Lì non troverete proprio niente, non c’è cibo, nemmeno radici, nulla per gli uomini né per i cavalli, e non c’è una sola goccia d’acqua. In questa stagione, il sole ha del tutto seccato l’erba, e prosciugato anche quelle minuscole pozze che avreste potuto trovare in primavera».
Pressappoco al centro di questa pianura desertica, secondo il racconto dell’anziano, avrebbero trovato un ampio fiume, che essi chiamavano il Fiume del Serpente . Le sue acque erano navigabili, ma non vi si trovavano salmoni, né alberi di alcuna specie. I suoi parenti vivevano al di là di questa pianura, in un luogo abbastanza fertile e coperto in parte da foreste, ma ancora assai distante dal Grande Lago Maleodorante, come i Nativi chiamavano l’Oceano.
Uomini meno risoluti avrebbero di certo esitato, di fronte a quella prospettiva assai poco allettante. Ma avevano superato altre difficili prove, e d’altra parte, Lewis sentiva di non avere altra scelta. Se i Nativi, sia pure solo pochi tra essi, erano in grado di attraversare quel lato del fiume e quelle montagne con donne e bambini, avrebbero potuto ben farlo anche loro; e le nazioni che abitavano sul Fiume del Serpente dovevano pur avere qualche mezzo di sussistenza. Avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Chiese poi a Cameahwait di accompagnarlo il giorno seguente con un gruppo dei suoi e una trentina di cavalli fino al fiume Jefferson, dove il Capo bianco che era con lui – il Capitano Clark – era presumibilmente arrivato con gli altri uomini e i bagagli.

La mattina seguente, Lewis si svegliò prestissimo, affamato come un lupo. Non aveva mangiato niente la sera prima, se non una scarsissima porzione di quel tortino di farina e bacche che non sembrava purtroppo in grado di saziare il suo appetito come riusciva a fare con i suoi amici Indiani.
Lewis aveva molta fretta di partire insieme agli Indiani, tuttavia, il Capo dovette nuovamente parlare loro diverse volte, prima che si decidessero a muoversi, sembravano assai riluttanti. Come Lewis aveva temuto, alcuni di loro, spiegò Cameahwait, avevano suggerito che “i pallidi stranieri” potessero essere in combutta con i Pahkees, loro nemici, e intendessero attirarli in un’imboscata. Questo aveva trasmesso una notevole inquietudine anche a tutti gli altri.
Dopo le cerimonie, i balli e le risate condivise, così, come il cibo e la caccia, Lewis aveva sperato di aver superato l’iniziale diffidenza, ma evidentemente non era così. Fin da bambini, gli Snake del gruppo di Cameahwait erano abituati a vedere chiunque come un potenziale nemico, erano pochi e male armati, e gli attacchi erano frequentissimi. Inoltre, nessuno di loro aveva mai visto un bianco in vita sua. Poteva comprendere le loro ragioni, ma era deluso e frustrato.
«Ingannare un nemico è un’azione ignobile», disse a Cameahwait, «ma tradire chi ci ha trattati con amicizia è una condotta talmente vile e vergognosa, che chi lo fa non ha più diritto di chiamarsi uomo. Davvero mi credete capace di questo»?
«Non io», rispose il Capo, «ma alcuni miei uomini».
«Ebbene, se avete così poca fiducia in noi e non ci aiutate, non potremo raggiungere il luogo dove siamo diretti, né tornare indietro qui e portarvi gli utensili e le armi che chiedete». Vedendo Cameahwait quasi convinto, decise di far leva sul suo orgoglio e tirò la stoccata finale.
«Non riesco a credere che nessuno tra voi sia disposto a superare la paura e a venire con me, per sincerarsi coi suoi occhi della verità di quanto dico».
Aveva toccato le corde giuste: vedendo messo in dubbio il coraggio della sua gente, Cameahwait risalì a cavallo per un nuovo discorso, non il primo, né l’ultimo di quei giorni, ma sufficientemente persuasivo perché alcuni dei suoi accettassero di partire.
Molte delle donne più anziane piangevano e imploravano il grande spirito di proteggere i loro cari, quasi si stessero avviando verso una inevitabile rovina. Tuttavia, non avevamo fatto molta strada quando furono raggiunti da un’altra dozzina di uomini. Ben presto, si unirono a loro tutti gli uomini del villaggio, e anche diverse donne. Parevano, insomma, propensi ad agire in base all’impulso del momento, e si mostravano adesso assai allegri e spensierati, tanto quanto due ore prima apparivano scorbutici come diavoli dell’inferno.
Ma cosa ne sarebbe stato di lui, e della spedizione soprattutto, si chiese Lewis con apprensione, se non avessero trovato Clark e il suo gruppo il giorno dopo nel luogo convenuto?

LA RAGAZZA DELLA MONTAGNE – Tredicesima puntata

È passato un po’ di tempo, ma ecco di ritorno Sacagawea, Meriwether Lewis, William Clark e le meravigliose terre esplorate dalla Spedizione dopo l’acquisto della Louisiana. Proprio perché è passato un po’ di tempo, questa puntata è più lunga del solito, ma spero comunque leggibile. Come sempre, trovate le puntate precedenti cliccando sul tag corrispondente qui.

III

Piccoli sbuffi di fumo si alzavano dal gruppetto seduto in un cerchio più o meno regolare intorno al fuoco. Insolitamente, era presente anche Lewis: da qualche tempo, le serate nuvolose gli impedivano ogni osservazione della luna, con suo grande dispiacere, e così si era unito agli altri. C’erano anche Charbonneau e Sacagawea, con il piccolo Pomp che gattonava un po’ qui e un po’ là, senza allontanarsi troppo.
A un tratto, la ragazza si alzò e fece segno di seguirla. Non era sembrata rivolgersi a nessuno in particolare, ma solo Lewis e Clark si alzarono a loro volta. Quando le furono accanto, lei indicò un punto dell’altopiano alla loro destra.
«Quelle colline», disse, «noi le chiamiamo “La testa del castoro”. La vedete»?
I due uomini osservarono per qualche secondo la curiosa forma dei rilievi. «Non ci avrei mai pensato», ammise Lewis, «ma è vero, da questa angolazione, sembrano proprio una testa di castoro».
«Non è lontano dall’accampamento estivo della mia nazione», riprese Sacagawea. «C’è un fiume, oltre le montagne, che scorre verso la direzione in cui il sole tramonta. Lì troveremo la mia gente».
Queste parole furono un balsamo per Lewis. Trovare dei cavalli e ottenere informazioni sul territorio era sempre più indispensabile, e Lewis era determinato a farcela, gli fosse pure costato un mese di viaggio. Se non fosse riuscito nell’intento, avrebbero dovuto abbandonare gran parte delle scorte, che già bastavano a malapena. Proseguire l’esplorazione sarebbe diventato estremamente difficile, se non impossibile.
Oltre che un fallimento, il mancato completamento della missione avrebbe rappresentato, per Lewis, un vero e proprio dolore. Tra fiumi in piena e placidi cieli stellati, deserti di pietra e colline rigogliose di piante sconosciute; e tra bolle e tumefazioni su ogni parte del corpo, dissenteria e zanzare, gelo e caldo rovente, si era definitivamente innamorato di quella terra vasta e selvaggia, a tratti accogliente, a tratti scostante, dura e irta di pericoli. Nel tentare di descriverne la straordinaria geografia, e tutte le innumerevoli specie animali, le formazioni minerali, le specie botaniche, aveva finito per convincersi che il suo mistero sarebbe sempre rimasto in qualche misura impenetrabile; ma aveva deciso che conoscerla sempre più a fondo sarebbe stato, da quel momento, l’obiettivo di tutta la sua vita.

La prima cosa che Lewis vide fu il cavallo.
Aveva deciso di lasciare a Clark la responsabilità del gruppo, e di proseguire con due uomini, Drouillard e Shields, fin oltre le montagne verso il Columbia – il fiume di cui aveva parlato Sacagawea – in cerca dell’accampamento indiano.
Quando Lewis fu in grado di veder meglio l’Indiano a cavallo, si rese subito conto, dai suoi abiti, e dalla foggia dell’arco e delle frecce, che apparteneva a una nazione diversa da quelle finora viste. Il cuore gli si riempì di gioia. Di certo era uno Snake, appartenente alla Nazione di Sacagawea. Montava con eleganza, senza sella, e una cordicella attaccata alla parte inferiore del muso gli faceva da briglia.
Temendo che interpretasse la presenza di tre uomini come una minaccia, Lewis fece segno a Drouillard e Shields di fermarsi, ma loro parvero non accorgersene e continuarono ad avanzare.
Quando furono a circa quattrocento metri da lui, l’Indiano si fermò, e così fece Lewis: tirò fuori la coperta dallo zaino e la prese tra le mani ai due angoli. Per tre volte, la lanciò in aria sopra la testa, facendola poi ricadere come per distenderla. Era il segno dell’amicizia usato dagli Indiani delle Montagne Rocciose e a quelli del Missouri. L’origine di quel gesto, come Lewis aveva appreso nei suoi viaggi, veniva dalla loro abitudine di stendere un mantello o una pelle d’animale affinché gli ospiti che li visitavano potessero sedervisi sopra.
Tuttavia, l’uomo a cavallo mantenne la propria posizione, e parve guardare con sospetto Drouillard e Shields. Lewis avrebbe voluto ordinare loro di fermarsi, ma erano troppo distanti per udire la sua voce, mentre se avesse inviato loro dei segnali, probabilmente non avrebbe fatto altro che accrescere il sospetto dell’Indiano che avessero cattive intenzioni nei suoi confronti. Tirò allora fuori dallo zaino alcune perline, una lente d’ingrandimento e altra chincaglieria, e avanzò verso di lui disarmato.
L’uomo rimase immobile nella stessa posizione fino a quando Lewis fu a circa duecento passi da lui, allorché girò il cavallo e iniziò ad allontanarsi lentamente; Lewis lo chiamò a gran voce, ripetendo la parola tab-ba-bone, che a quanto ne sapeva, in molti dei dialetti nativi significava uomo bianco[i]. L’uomo si fermò, pare quasi voler aspettare Lewis, ma di tanto in tanto lanciava uno sguardo dietro le sue spalle, verso Drouillard e Shields, che continuavano ad avanzare. Possibile che non avessero abbastanza cervello da rendersi conto che stavano intralciando i suoi tentativi di avvicinare l’Indiano? A quel punto, non potendo fare altro, cercò di attirare la loro attenzione con i gesti, perché non si avvicinassero oltre. Drouillard obbedì subito, ma Shields non si accorse di nulla.
Lewis ripeté le parole tab-ba-bone e mostrò gli oggetti che aveva con sé, mentre si dirigeva verso l’uomo lentamente, con passo tranquillo. Tuttavia, quando fu a pochi passi da lui, questi voltò nuovamente il cavallo, con un colpo di frusta gli fece saltare il torrente e scomparve in un istante tra i salici, forse per colpa di Shields.
Lewis e i due uomini provarono a mettersi sulle tracce del cavallo, sperando di essere condotti all’accampamento. Tuttavia, in breve giunsero a un terreno aperto, e Lewis si rese conto che la traccia proseguiva verso le alte colline verso nord, e che dalle cime li avrebbero facilmente avvistati. Il rischio era di allarmare tutti gli abitanti del villaggio e farli fuggire ancora più lontano, dove non sarebbero più riusciti a trovarli.
Si fermarono dunque a far colazione e preparare un assortimento di oggetti, che Lewis attaccò all’estremità di un palo piantato vicino al fuoco: se gli Indiani fossero tornati in esplorazione, avrebbero compreso che non avevano intenzioni ostili. Poco dopo, iniziò a piovere e grandinare, e per quel giorno, ogni speranza di poter seguire ancora le tracce del cavallo dovette essere definitivamente abbandonata.

IV

Proseguendo lungo il sentiero indiano verso ovest, Lewis e gli altri due oltrepassarono una profonda valle solcata da un ampio fiume, ai piedi di una catena di monti con le pendici ricoperte di pini e le cime parzialmente innevate[1].
Le valli della zona, benché assai belle, erano piuttosto poco fertili, come Lewis ebbe modo di osservare: il suolo era argilloso e non produceva quasi nient’altro che fichi d’India. Ve n’erano infatti ben tre specie diverse, due comuni anche alle zone del Missouri; la terza caratteristica di quel territorio, con piccole foglie spesse e rotonde, irta di spine acuminate e taglienti, e per giunta ricoperte di una specie di barba che sembrava saldare insieme foglie e spine in maniera indissolubile: se solo una spina toccava un mocassino, infatti, vi aderiva immediatamente e si portava dietro la sua foglia, ricoperta in ogni direzione da un’infinità di altre spine. Delle tre specie, quella era di gran lunga la più fastidiosa.
D’un tratto, uno degli uomini fece segno a Lewis, indicando in silenzio un punto poco lontano. Lewis guardò, e solo allora si rese conto di essere a pochissima distanza da tre donne indiane, che al vederli apparvero terrorizzate: essendo troppo tardi per fuggire, sedettero sul pavimento, reggendosi il capo, quasi si aspettassero la morte certa.
Subito, Lewis posò la pistola e si diresse verso di loro. Due erano molto giovani, la terza più anziana. Prese quest’ultima per mano e la fece alzare, ripetendo più volte la parola tab-ba-bone e tirando su la manica della camicia perché vedesse la sua pelle. Voleva che capisse che erano bianchi, e non membri di una tribù nemica, visto che il loro viso e le mani erano stati esposti così a lungo al sole che erano ormai scuri quanto quelli di un Nativo.
Lewis diede loro alcune perline, dei punteruoli usati per fabbricare i mocassini e altri piccoli oggetti. Questo rassicurò molto le tre donne, che apparivano ora molto più calme e felici dei doni.
Pitturò quindi le loro guance con del colore vermiglio, che sapeva essere simbolo di pace presso la loro nazione, poi spiegò loro, a gesti, con l’aiuto di Drouillard, che essi desideravano moltissimo visitare il loro campo, per conoscere i capi e i guerrieri della Nazione.
Le donne non si fecero pregare, e subito partirono tutti insieme.
Dopo tre o quattro chilometri, si imbatterono in un gruppo di una sessantina di guerrieri, in groppa a splendidi cavalli, che si avvicinavano a grande velocità. Quando arrivarono presso di loro, Lewis avanzò verso di loro con la bandiera aperta.
Il Capo e altri due uomini, che erano un po’ più avanti rispetto agli altri, parlarono con le due donne, le quali mostrarono i piccoli regali ricevuti con grande contentezza. A questo, i tre uomini abbracciarono Lewis con molto calore; anche troppo, per quanto lo riguardava. Ciascuno di loro, poi, abbracciò a turno Drouillard e Shields, nello stesso modo, che era evidentemente quello per loro usuale: ognuno poneva il braccio sinistro sulla spalla destra dell’altro, cingendogli la schiena e appoggiando la guancia sinistra alla sua. Poiché i guerrieri si dipingevano il viso e tutto il corpo con una pittura oleosa e attaccaticcia, il fervido abbraccio nazionale li lasciò in breve tutti completamente impiastricciati.
Finalmente, esaurita quella parte dei convenevoli, Lewis fece accendere le pipe e diede loro da fumare: essi sedettero in circolo e si levarono i mocassini prima di accettare. Spiegarono poi che questo indicava un sacro obbligo di sincerità.
«Togliere le scarpe significa: “Fumando la pipa abbiamo preso un impegno di amicizia con te. Che Manitù ci faccia andare scalzi per sempre, se dovessimo comportarci in modo sleale”.
Non la si poteva certo definire una punizione da nulla, pensò Lewis, se hai da marciare su quell’accidentato territorio a piedi nudi.
Li accompagnarono al loro accampamento, e qui entrarono in una tenda di cuoio e sedettero su rami e pelli di antilope.
Uno dei guerrieri alzò l’erba al centro della tenda, formando un piccolo cerchio; il Capo tirò fuori una pipa di pietra serpentina verde e del tabacco, e una lunga cerimonia ebbe inizio.
Tutti tolsero i mocassini, quindi il Capo, di fronte al cerchio magico con la pipa accesa, pronunciò un discorso di diversi minuti, a conclusione del quale puntò il cannello della pipa verso i quattro punti cardinali, partendo da est e terminando a nord. Porse poi la pipa a Lewis come per offrirgliela, ma quando egli allungò la mano per prenderla, la trasse indietro.
Il Capo ripeté lo stesso rito tre volte, dopodiché puntò il cannello prima al cielo e poi verso il centro del cerchio magico, aspirò dalla pipa e ne trasse tre sbuffi di fumo, poi la tenne per Lewis fino a quando questi ebbe aspirato tante boccate quanto gli parve appropriato, passandola poi a ciascuna delle persone bianche presenti, e infine la diede ai suoi guerrieri.
Dopo la cerimonia, Lewis spiegò al Capo Cameahwait le ragioni del loro viaggio. Un nugolo di giovani donne, bambini e ragazzini si era radunato intorno alla tenda e li osservava con grande curiosità, essendo i primi bianchi che avessero visto nella loro vita. Dopo aver parlato con il Capo, Lewis distribuì a tutti altri piccoli oggetti.
A quel punto era ormai sera inoltrata, e Lewis e i suoi non toccavano cibo dalla sera prima.  Gli stessi Nativi, del resto, non avevano granché da mangiare. Il capo diede loro alcuni tortini di amelanchier e delle bacche di sambuco nero seccate al sole.
Lewis s’incamminò poi verso il fiume che scorreva accanto all’accampamento, le cui acque assai rapide e trasparenti scorrono tra rive basse e scoscese.
Il Capo gli aveva detto che quel corso d’acqua sfociava in un altro fiume più ampio, a circa una mezza giornata di cammino[2]. Questo secondo fiume, assai rapido e roccioso, era stretto tra montagne inaccessibili: secondo Cameahwait, era impossibile attraversare quella zona, sia per via di terra che d’acqua. Non era certo una buona notizia: Lewis poteva solo sperare che avesse esagerato apposta, per indurli a desistere o a trattenersi più a lungo presso l’accampamento.
Più tardi, uno dei guerrieri invitò Lewis presso la sua tenda, e condivise con lui della carne di antilope bollita e del salmone fresco arrostito; era il primo salmone che vedeva, e oltre a essere grato del gesto generoso, tantopiù che aveva ancora una gran fame, questo lo convinse definitivamente di trovarsi già sulle acque del Pacifico.
Il Columbia era stato scoperto da Robert Gray appena una dozzina di anni prima. Nel preparare la Spedizione, Lewis e Jefferson avevano sottostimato le distanze tra le sorgenti del Missouri verso il Mississippi ad est, e quelle del Columbia che andava a gettarsi a ovest nel Pacifico. Avevano immaginato un percorso relativamente breve, facile da percorrere con le carovane, che nell’idea di Jefferson, avrebbero trasportato le merci da un fiume all’altro per il commercio. In realtà, come gli uomini della Spedizione avevano capito ben presto, il percorso non era né breve, né facile. Ma ancora non si erano resi del tutto conto di quanto lungo e difficoltoso fosse.
L’interno di tutte le tende del campo era confortevole, spazioso e fresco, e sempre pervaso dall’odore, per lui assai gradevole, del fumo delle pipe e del cuoio con cui fabbricavano gran parte dei loro strumenti e dei loro abiti. La luce proveniente dall’unica apertura dell’abitazione, sul tetto, creava talvolta l’effetto suggestivo di una colonna dorata posta al centro di un salone.
Dopo la frugale cena, i Nativi si intrattennero con danze quasi tutta la notte. Lewis si ritirò verso la mezzanotte, ma i suoi uomini restarono a lungo a divertirsi con loro. Diverse volte egli fu svegliato da grida e risate, ma era troppo esausto per lasciarsi distogliere da una notte di riposo quanto meno decente.

[1] Lewis stava in effetti guardando i Monti Lemhi, e la valle del fiume omonimo (oggi Lewis River) nell’odierna Lemhi County, nell’Idaho.

[2] Il fiume Salmon.

[i] Le fonti non sono concordi su questo termine, che alcuni ritengono significasse “straniero”, altre che non avesse alcun significato nella lingua Scioscione. Si ritiene che Lewis intendesse in realtà Ti-yo bo-nin, che vuol dire “Sono un uomo bianco, vedi!”, da Ti-you, che indica pressappoco “chi viene dalle terre del sole nascente”. È comunque più che possibile che a quel tempo gli Scioscione non avessero alcuna espressione specifica per riferirsi agli “uomini bianchi”, non avendo avuto precedenti incontri con essi.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Capitolo undici

CAPITOLO CINQUE – L’INCONTRO

I

«Guardate laggiù, si vede salire del fumo», osservò Lewis. «Pensate sia un incendio»?
«Non credo», rispose Clark. «Immagino piuttosto che qualche gruppo di Nativi ci abbia avvistati e voglia segnalare la nostra presenza ad altre Nazioni, nel modo che abitualmente usano. Come potete vedere, qui c’è stato un accampamento indiano qualche tempo fa, probabilmente la primavera scorsa».
Clark indicò alcuni rami di salice intrecciati, probabilmente resti di capanne. La corteccia dei pini era staccata in più punti.
«Il mio popolo usa la linfa come cibo. Mangiamo anche una parte della corteccia. Dove è più tenera», spiegò Sacagawea.
La valle era attraversata da un torrente piuttosto grande, chiuso da una catena di monti non eccessivamente elevata, oltre la quale la campagna si faceva più aperta. Si accamparono su una riva alta, vicino a una sorgente, anche se il luogo era così fitto di fichi d’india, che trovare un posto per sdraiarsi era un’impresa più difficile che cercare il Santo Graal.
Grandi e piccole isole dividevano il fiume in un gran numero di canali. Una di queste, forse la più bella e di certo la più fertile, era ricoperta di una gran quantità una specie di piccoli bulbi somiglianti a cipolle, bianchi, croccanti e di ottimo sapore. Lewis la chiamò Onion Island. L’Isola delle Cipolle, appunto.
Lewis e gli uomini raccolsero una gran quantità di quei bulbi, fonte preziosa di cibo per i giorni a venire. Lewis prese anche dei semi da riportare a casa al ritorno, per farla conoscere: la pianta era tra l’altro assai produttiva e sopportava senza problemi la rigidità del clima.
Vi erano poi delle specie locali di uva spina bianca e rossa, amelanchier, prugnoli e ribes di tutti i colori: gialli, rossi, viola, e soprattutto quelli neri, che Lewis trovò ottimi, migliori di tutti quelli che avesse mai assaggiato.  Persino gli orsi, osservò, ne sembravano ghiotti.
L’acqua doveva forse avere un ruolo essenziale nel rendere particolarmente rigogliose quelle zone. Lewis annotò numerosissime varietà di alberi e piante, commestibili o meno: salici, rose selvatiche, caprifogli, abrotano, artemisia, ontani, pioppi neri, sequoie, sommacco, spesso in parte differenti, rispetto alle piante già note della stessa famiglia.
Numerose oche e diversi fagiani avrebbero fornito una buona provvista di carne. Ancora, infatti, il gruppo ne divorava una quantità spaventosa: occorrevano almeno quattro cervi, o un alce e un cervo, oppure un bisonte, per saziare a dovere tutti gli uomini per un solo giorno. Naturalmente, era necessario tenere la farina di grano arso e il mais per le Montagne Rocciose, che avrebbero raggiunto a breve e dove la selvaggina scarseggiava, ma nondimeno, Lewis era preoccupato. Era difficile indurre gli uomini a un minimo di moderazione, l’idea che fosse opportuno conservare almeno una parte della carne come scorta per i giorni a venire non li sfiorava. Presto o tardi, pensò, quell’arte sarebbe stata insegnata loro dalla necessità.
D’altra parte, le gru che si bagnavano le zampe nelle zone dove l’acqua era più ferma non potevano considerarsi selvaggina; ma rallegravano la vista con la loro grazia. Man mano che si avvicinava, Lewis si accorse anche di alcuni piccoli chiurli bruni, o forse pivieri, che cercavano a loro volta di godersi l’acqua. Uno di essi quasi si scontrò con Sacagawea: arretrò di colpo e fece una serie rapidissima di movimenti con la testolina, guardando la ragazza da ogni angolazione, incerto forse tra la curiosità e il timore, prima di decidere prudentemente di volar via, con gran divertimento del piccolo gruppo che aveva potuto godere della piccola esibizione gratuita.
Ancora, molti castori e diverse lontre affollavano il corso d’acqua; i primi, in particolare, erano continuamente indaffarati a costruire dighe lungo i canaletti tra le isole, forzando così il fiume a formare nuovi canali; questi, però, presto si prosciugavano e si riempivano di fango, sassolini e ramoscelli, sicché i castori erano costretti a cercare un altro luogo e costruire altre dighe e così di seguito, all’infinito.  In molti punti, il fiume mutava continuamente, per via di quei canali artificiali continuamente bloccati e ricreati: così alcune delle isolette che lo popolavano venivano sommerse, sparendo alla vista, ma altre ne emergevano al loro posto.  Erano quasi commoventi, intenti com’erano in quell’attività frenetica, come piccoli operai a cottimo, o piuttosto come buffe riedizioni di Sisifo, che portavano a termine con gran fatica un compito apparentemente inutile, senza mai vederne i frutti e dovendo ogni volta ricominciare tutto daccapo.
Infine, la zona umida nei pressi del fiume ospitava un gran numero di serpenti dei colori più vari, nessuno dei quali, fortunatamente, velenoso, come Lewis si premurò di accertare: se si sentivano minacciati, si limitavano a rifugiarsi rapidamente in acqua.
«Questo è il fiume Lemhi», disse Sacagawea. «Io vivevo qui. Voi cercate il punto dove si divide in tre rami? Non è lontano. Il percorso è più facile da qui».
«Ne sei assolutamente certa?», chiese Lewis. Aveva imparato a fidarsi del suo giudizio, tuttavia, non poteva fare a meno di aspettarsi continuamente qualche vertiginosa cascata o qualche altro ostacolo insormontabile, in quel territorio così aspro e montuoso.
«Vedrete voi stesso», rispose lei brevemente.
«Benissimo», disse Clark in tono allegro. «Questo significa che siamo vicini alle sorgenti del Missouri, un luogo che nessun bianco ha mai visto prima. È un’ottima notizia, di cui sono arcicontento!». Clark aveva un suo modo caratteristico di esprimersi, ma non appena l’informazione si diffuse tra gli altri, un brivido di eccitazione percorse tutto il gruppo, contagiato dallo stesso entusiasmo. Persino il piccolo Pomp, che aveva adesso quasi sei mesi, parve condividere l’allegria generale, lanciandosi in una serie di buffi trilli gioiosi e agitando manine e piedini come se danzasse: non per niente, Clark aveva escogitato per lui il soprannome di “piccolo salterino” o “bimbo-che-balla”, subito adottato con la massima naturalezza sia da Sacagawea che dall’intero Corpo di Spedizione.
Lewis vide la ragazza sorridere, e anche questo gli fece un gran piacere: erano diversi giorni che la vedeva sempre seria, quasi malinconica, senza sapersene spiegare il motivo. Di certo, la sua vita era assai dura, ed egli aveva il fondato sospetto che Charbonneau la picchiasse, benché non ne avesse le prove. Del resto, il piccolo Pomp era una delizia per gli occhi e per il cuore e portava il buonumore ovunque andasse. Speriamo che crescendo somigli sempre di meno al padre e sempre di più alla madre, si sorprese a pensare.
Charbonneau apostrofò la ragazza in tono così secco, che Lewis sobbalzò.
«Vai a cercar legna e cibo, invece di star qui a perdere tempo!».
«Vengo con te», le disse Lewis, e vide Charbonneau rabbuiarsi, benché non osasse dir nulla.
«Perché non è Toussaint, a prendere la legna?», le chiese, quando si furono un po’ allontanati dal gruppo. La ragazza pensò a Toussaint che raccoglieva legna e le venne da ridere. Lewis però era serio. Lei scosse la testa.
«Non è un lavoro da uomo», disse.
Lewis si mise a giocare con il piccolo Pomp, parlandogli in inglese, ben consapevole che lei ascoltava e assorbiva tutto. Sacagawea pensò che dare un nome diverso alle cose significava, dopotutto, ricrearle. Era questo che avevano fatto gli Antenati: dare un nome alle cose per dare forma al mondo; e adesso lei e Meriwether, insieme, stavano modellando un minuscolo pezzettino di mondo, che non durava più dello spazio di un istante, solo il tempo di pronunciare una parola; ma lasciava dentro di loro e sul terreno, ogni volta, un minuscolo segno, invisibile a tutti tranne che a loro.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – DECIMA PUNTATA

V

Finalmente, anche l’ultimo bagaglio era stato portato via. In quel mattino di metà luglio, sotto un cielo limpido e di fronte al fiume che scorreva tranquillo, Lewis salutò l’accampamento dell’ultimo mese e mezzo con uno strano miscuglio di emozioni. Sollievo, certamente. Quella sfiancante parentesi di semi-immobilità si era protratta fin troppo a lungo. Ma dopotutto, l’accampamento era stato la casa di tutto il gruppo per quasi cinquanta giorni, e all’eccitazione per il capitolo del viaggio che stava per iniziare si accompagnava un curioso senso di malinconia per quello che era appena finito.
Uno degli uomini che avrebbe dovuto essere assegnato alle canoe stava male, per cui Lewis mandò Charbonneau al suo posto e si avviò via terra e con l’infermo, sdraiato su una rudimentale portantina, e con Sacagawea, che lo avrebbe aiutato a prendersene cura.
Camminarono in silenzio per un tratto. Di tanto in tanto, la ragazza si fermava a raccogliere certe piante che crescevano in abbondanza nella zona: grindelia, violaciocca, lattuga azzurra, liquerizia selvatica. Forse, quello era un argomento di cui potevano parlare anche senza l’intermediazione di Drouillard.
«Cosa farai con quelle»? Chiese Lewis, cercando di aiutarsi con qualche gesto. «cibo?».
«Medicina», rispose la ragazza, continuando a separare un tipo di pianta dall’altra. «Faranno bene al vostro uomo che è malato. Curano i crampi allo stomaco».
«Chi ti ha insegnato queste cose?», domandò ancora Lewis.
«Mia madre», disse lei, senza alzare gli occhi.
«Anche mia madre sa molte cose delle piante. Le ha imparate dai Nativi che vivevano vicino a noi, e le ha insegnate a me».
Una nitidissima immagine gli si presentò alla mente. Un inverno in Georgia, doveva avere non più di otto o nove anni. Neve e nebbia, l’uggiolare impaziente dei cani, la notte che svaniva in una luce diafana che si faceva alba, e poi giorno, ma senza che uscisse fuori il sole. Il pretesto della caccia, per poi più che altro raccogliere erbe da portare a sua madre, e intanto osservare ogni pietra, ogni impronta, ogni foglia. Era sempre stata la passione della sua vita, conoscere luoghi, fauna, flora, persone, lingue.
Con stupore, si rese conto tuttavia che l’interesse che provava per Sacagawea aveva una natura assai più personale. Voleva conoscere la sua storia perché la sentiva, in qualche modo, curiosamente vicina.
Gran parte delle donne che aveva conosciuto erano vanesie, superficiali, intente solo a conquistare un buon partito per sé o per le figlie. Era, dopotutto, ciò che la società si aspettava da loro. Ma quello che lui desiderava era una donna dotata di dolcezza e capacità di comprensione, ma anche forza d’animo, determinazione, coraggio: gli aspetti che più aveva amato in sua madre, e che rivedeva in Sacagawea. Scacciò quel pensiero.
«Questo è il momento di raccontarmi la tua storia», disse alla ragazza. «Da quando sei nata a quando ci siamo incontrati».
«È una storia come tante altre», disse lei. «Non è interessante. So di avere vissuto finora diciassette inverni, più o meno, ma non so che luna era quando sono nata».
«Tutte le storie sono interessanti», rispose Lewis. «Se non sai in che luna sei nata, scegli tu quella che preferisci». Lei lo fissò intensamente per qualche momento, prima di riprendere a parlare.
«Il periodo dell’anno che mi è sempre piaciuto di più è quello in cui si scioglie la neve, quando fiorisce la sagittaria, o testa-di-freccia, e poi la fritillaria, e il lupino argenteo, il giglio delle valli, il fior-di-luna e l’euforbia, o neve-sulle-montagne. Vorrei essere nata in quel tempo, nella luna delle oche che depositano le uova o nella luna dei nidi, quelli che voi chiamate mesi di aprile e maggio. E voi, quando siete nato?».
«In agosto, la luna del raccolto».
«È una buona luna anche quella», disse la ragazza.
«So che stiamo passando vicino al posto in cui vivevi da bambina, immagino l’emozione che provi, spero che non ti rattristi troppo».
Sacagawea fece un piccolo movimento con le spalle e abbassò gli occhi.
«Ci spostavamo continuamente. Sono nata qui, ma avrebbe potuto essere anche molto lontano. Le persone con cui sono cresciuta non sono più qui da tanto tempo».
«Com’era la tua vita, nel villaggio?»
«Più o meno come dagli Hidatsa. Era una vita pericolosa. Nella stagione fredda, qui sulle montagne non si trova più niente, né animali da cacciare, né radici o bacche, e avevamo sempre fame. Così ci spostavano verso le pianure, dove avevamo tanti nemici. Ma appena le nevi si scioglievano, preparavamo tutto e ce ne tornavamo tra le montagne. Pensavamo di essere al sicuro».
«E poi cosa è successo?», chiese Lewis. La ragazza rimase in silenzio per un po’, poi riprese: «Gli Hidatsa ci hanno trovati. I nostri cacciatori li avevano visti, e siamo scappati tutti nei boschi, oltre il fiume, ma loro ci hanno trovati. Avevano i fucili. Noi non abbiamo fucili. Così gli Hidatsa venivano, rubavano i nostri cavalli, portavano via le ragazze.
Mi ero nascosta dietro una roccia, poi sentii mia madre gridare. “Prendi il tuo fratellino”, mi disse, e io lo cercai, lo presi in braccio, ma continuavo a sentire gli spari. C’era un odore… un odore di sangue. Ho cercato di dimenticare quell’odore e non ci sono mai riuscita. Qualcuno mi urlò di scappare, e io corsi, ma non sapevo proprio dove andare. Due uomini mi afferrarono e io cercai di lottare, ma non servì a niente. Mi strapparono mio fratello dalle braccia, e io mi coprii il viso con le mani, per non vederlo morire».
Lewis era visibilmente scosso. Non solo per la drammaticità degli eventi, ma per come lei li raccontava, con voce quasi piatta… no, piatta non era la parola giusta. Piuttosto, con la rassegnazione di chi sa che quelle cose sono sempre accadute, sono semplicemente fatti ordinari della vita. Eppure a lui il suo dolore arrivava come una punta di freccia nel petto.
«Mi dispiace tanto», disse. Parole inadeguate, ma le uniche che riuscisse a dire. «Se preferisci non parlarne, lo capisco».
«No, va bene. Volevo dimenticare, ma adesso, raccontarlo a voi, va bene. Ero molto triste, allora, avevo chiesto al Grande Spirito di farmi morire. Ma adesso sono qui, e vuol dire che le cose dovevano andare in questo modo».
Lewis annuì e Sacagawea continuò il suo racconto.
«Vidi una donna che conoscevo, un’amica di mia madre. La vidi cadere, aveva un buco rosso nel petto grande come un salmone e da quel buco continuava a uscire sangue, e allora capii che era morta e che non avrei mai più visto né mia madre, né i miei fratelli e le mie sorelle. Mi portarono via, con le mie amiche Kimama, Cha’risa e Haiwee e altre ragazze. Camminammo per tanti, tanti giorni, e io ricordo ogni montagna e ogni fiume, ogni foresta e ogni pianura, ogni curva e ogni pietra. Avrei potuto tornare a casa, se volevo, ma non era per questo. Guardavo e basta.
Gli Hidatsa parlavano una lingua diversa dalla nostra, e non li capivo. Non riuscivano a pronunciare certi suoni, e così mi cambiarono il nome, per questo sono diventata Sacagawea, la Donna Uccello. Ma io non sono un uccello, non so volare. Pensavo che non avrei mai lasciato il loro villaggio, e invece…» fece un piccolo sorriso e aprì le braccia. «Invece», concluse, «adesso viaggio insieme a voi, e mi sembra di volare».
Lo guardò con un leggero sorriso, poi guardò l’acqua del fiume, e Lewis trasalì. Gli occhi della ragazza avevano un’espressione del tutto diversa dal solito, persino un diverso colore, o così gli parve. Per i canoni di bellezza classici, Sacagawea era troppo robusta, aveva la pelle troppo scura, capelli troppo neri e le mani ruvide di chi ha passato tutta la sua vita a fare lavori pesanti. Eppure, proprio per quelle stesse ragioni, si sorprese a pensare, cominciava a trovarla più attraente di qualunque ragazza avesse mai conosciuto.
Quando i suoi occhi si illuminavano di interesse per qualcosa, il suo sguardo intenso sembrava contenere la curiosità ingenua dei bambini che guardano il mondo con lo stupore della prima volta e insieme una saggezza antica, legata alla natura e alla terra, ma anche a storie millenarie che appartenevano all’umanità intera.
«Parlami dei nomi che date alle piante nella lingua snake», disse, per tornare su un terreno meno pericoloso. «Testa-di-freccia, dicevi, e neve-sulle-montagne, e fior-di-luna. Sono nomi molto belli».
Così per il resto del tempo parlarono dei nomi indiani delle piante, e poi degli animali: bia’isa, il lupo, biagwi’yaa’, l’aquila, e tutti gli altri uccelli, e le volpi, gli orsi, e poi le stelle, e il tuono, la voce del Grande Spirito che parla dalle nuvole. Lewis cercava di pronunciare le parole nella lingua snake, e spesso, quando sbagliava, sorridevano entrambi.
Nessuno prima di allora aveva mai pensato che Sacagawea sapesse qualcosa che valesse la pena di imparare.
Lewis aveva con sé il suo quaderno, e mentre lei parlava, annotava tutto. Ogni tanto la fermava: «Aspetta, vai più piano, non riesco a scrivere così in fretta».
«Perché scrivete tutto?», gli chiese.
«Per ricordare», rispose lui.
«E perché volete ricordare?», domandò ancora lei.
«Più cose imparo di questa terra, più mi sento a casa».
Lei pensò che era un uomo molto strano, diverso da chiunque avesse mai conosciuto. E subito dopo pensò che le piaceva, e sentiva persino di somigliargli, in qualche modo.
C’erano molte cose che le piacevano, del signor Lewis. Spesso aiutava i suoi uomini, lavorava con loro o remava nelle canoe. Amava guardare le sue mani sulla pagaia, le nocche strette intorno al manico, la goccia di sudore che scendeva sulle sue sopracciglia, aggrottate per la concentrazione; quel segno che gli arrivava fino al naso e creava una specie di ombra, facendolo sembrare ancora più lungo di quel che era; tra lui e gli altri uomini non c’era solo rispetto. Si volevano bene. Lui era il capo, e anche se non era un guerriero, era il più coraggioso di tutti: non aveva paura di quella terra per lui sconosciuta, non aveva paura dell’ira del cielo e del fiume, né degli animali feroci. Aveva gli occhi di un uomo a cui il posto dov’è non basta mai, e cerca sempre qualcosa che si trova da un’altra parte; ma era anche saggio, e quando curava i malati, sembrava proprio un uomo di medicina. Meriwether Lewis, l’uomo dal nome che sembrava indiano, l’uomo che portava il tempo buono, che rasserenava il cielo.
Guardò il fiume per ritrovare un equilibrio, un contatto con gli Antenati e con le storie che erano scritte nella tela del Grande Spirito da sempre. La sua strada era tracciata dalla nascita, c’erano già le sue orme, prima ancora che vi camminasse sopra; e sebbene avesse già visto che quella strada poteva prendere direzioni impreviste, di certo le sue orme e quelle di Lewis non erano destinate a unirsi in nessun modo. Eppure…
Aveva fiducia in lui, come non ne aveva mai avuta in nessuno, a parte forse sua madre. Strano. Perché si fidava di lui? Non avrebbe saputo dirlo, ma era così.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – ottava puntata

III

La pioggia battente aveva picchiato con particolare tenacia nelle prime ore del mattino. Quando il tempo si schiarì, Lewis decise di andare a dare un’occhiata a un’altra delle cascate che Clark aveva visto nel corso delle ultime ricognizioni.
Raggiunta la gola tra le colline in cui passava il fiume, fu sorpreso da violente raffiche di vento e da un impetuoso acquazzone. La luce livida dei lampi si diffondeva nella vallata come un presagio, seguita dal fragore dei tuoni, che diffondevano tutt’intorno un’eco plumbea e sinistra. Come se non bastasse, iniziò a grandinare, a chicchi grossi come noci.
Lewis si rifugiò in uno stretto canale, riparato da grosse pietre, e si accinse ad aspettare che la furia degli elementi si quietasse.
Dopo mezzora, la calma era tornata, ma lui era inzuppato fino al midollo. D’altra parte, non era tipo da scoraggiarsi per così poco: ci sarebbe voluto ben altro a farlo desistere dal suo proposito di vedere la cascata.
La natura sembrava aver disteso su quella zona una mano particolarmente generosa, tanto nei suoi aspetti più incantevoli e riposanti per lo sguardo, quanto per quelli più selvaggi e spietati. Non c’era stato un solo giorno in cui egli non avesse posato lo sguardo su scenari magnifici, o assistito ad avvenimenti fuori dal comune.
La cascata rientrava a buon diritto tra quei prodigi: il fiume precipitava da rocce perpendicolari di tale altezza da far venire le vertigini. L’acqua, gelida e profondissima, e di una trasparenza cristallina, ribolliva con forza immensa al di sopra di un’ampia distesa di erba verdissima, fertile e ricca delle più varie specie di arbusti, alberi, fiori e uccelli.
Lewis rimase a contemplare quella visione per diverso tempo, prima di rendersi conto di essere ancora completamente fradicio e semicongelato e decidere di tornare infine all’accampamento.
Clark era ancora fuori, con il suo piccolo gruppetto di esplorazione, e gli uomini erano un po’ inquieti. Lewis cercò di rassicurarli, benché neppure lui fosse del tutto tranquillo. Quasi sicuramente era stato rallentato dal terreno fradicio e fangoso, che si attaccava alle ruote come colla, rendendo impossibile proseguire senza fermarsi ogni pochi minuti a ripulirle.

«Mi piace camminare», disse Sacagawea.
Clark sorrise.
«Anche a me», disse.
«Non lo sapevo, prima», proseguì la ragazza. «Quando ero al villaggio, sia quello dove sono nata, sia quello di Toussaint, camminavamo sempre tanto, per giorni e giorni, ma era per cercare cibo o per scappare… non era una bella cosa. Ma adesso mi piace. Molto più che stare ferma».
Era una strana sensazione, guardava i suoi piedi, le impronte, che lasciavano, e pensava agli antenati che forse avevano lasciato le loro impronte in tempi antichi. Ma lei era lì ora, percorreva quelle strade in quel preciso momento. Ciascun fiume, ciascun sentiero aveva i suoi odori, la sua musica, e lei sapeva riconoscerli, distinguerli dagli odori e dai suoni di ogni altro fiume e ogni altro sentiero. Era quella la felicità? Quando era bambina, capitava in certi momenti del giorno che lo scintillio d’argento del sole sul fiume Lemhi si fermasse sulle sue mani: l’acqua diventava luce, e la luce acqua. Durava solo un istante e non si poteva trattenere, ma era bellissimo, se lo ricordava ancora.
Da diversi giorni erano in viaggio, Clark e il suo servo nero York, oltre a Toussaint e a lei, per trasportare il carico della Spedizione attraverso le cascate: un passaggio strettissimo, scosceso e accidentato che i bianchi chiamavano portage e che, più che seguire, stavano costruendo centimetro per centimetro.
Quella mattina, rendendosi conto che le condizioni del terreno rendevano impossibile continuare il trasporto, Clark aveva deciso di tornare al campo per completare certi appunti presi diversi giorni prima.
Man mano che si avvicinavano alle cascate, però, il cielo si era sempre più scurito e gonfiato di pioggia. Verso mezzogiorno, era così nero che sembrava notte.
Presto cominciò a scendere una debole acquerugiola, subito seguita da un vero e proprio torrente d’acqua e grandine, un muro anzi, che precipitando sul fiume formava onde gigantesche. I flutti trascinavano via con sé tutto quello che trovavano sul loro passaggio, alberi e rocce come fossero ramoscelli e sassolini. Per quanto si guardassero intorno, quel muro liquido li inseguiva, li minacciava ovunque, dal cielo, dal fiume e da ogni lato, incalzato dal vento che soffiava con forza crescente di minuto in minuto; era come se avesse un’anima, e quell’anima fosse loro nemica.
«Arrampichiamoci su per la collina», disse Clark. Aveva nella mano sinistra la pistola e il sacchetto delle munizioni, mentre con la destra cercava di aiutarsi a salire su per la collina e di tanto in tanto spingeva Sacagawea, che aveva il bambino in braccio.
A un tratto, la ragazza sentì Toussaint afferrarle la mano. Tremava, e non si capiva bene se cercava di proteggerla o di farsi trascinare; forse tutte e due le cose. Sacagawea pensò che sarebbero morti. Toussaint non sapeva neanche nuotare.
Per un attimo, ebbe la tentazione di lasciarsi andare. Non avrebbe sentito più niente. Non più botte, ricordi che non voleva, malattie, paura. Si sarebbe riunita agli Antenati, parte di tutto. Ma loro l’avrebbero voluta con sé? Sentì la presa di Toussaint scivolare via, lui si sforzava di continuare a tenerla, ma non ce la faceva più. L’acqua arrivava loro ai fianchi, rendendo difficilissimo procedere. Saliva e saliva, una parete liquida di quattro metri che li attraeva a sé con violenza formidabile, verso l’immensa cascata, dove cadere avrebbe significato morte certa.
«Sacagawea!», gridò Clark. «Tieniti forte alle mie braccia. Vi tiro su io, te e il piccolo». Era preoccupato, per lei e per il bambino. Devo farmi forza, pensò. Per Pomp, e forse non solo per lui.
Toussaint perse la pistola e il sacchetto delle munizioni, il suo corno e il tomahawk, Clark l’ombrello e la bussola, ma in qualche modo, un po’ per fortuna, un po’ grazie alla tenacia di Clark e Sacagawea, riuscirono ad arrivare tutti sani e salvi sulla cima dell’altopiano. Gli occhi di Clark si illuminarono di gioia, vedendoli tutti al sicuro.
Buona parte dei loro vestiti, però, oltre all’imbracatura che legava Pomp, erano stati trascinati via dalla corrente. Sacagawea e Pomp tremavano di freddo.
«Dobbiamo tornare subito al campo», disse Clark alla ragazza. «Sei ancora debole e non voglio che ti ammali di nuovo».
Quando finalmente arrivarono, Clark diede a tutti del whisky.
«Servirà a scaldarci, e anche un po’ a riprenderci dallo spavento», disse. «Abbiamo corso un bel rischio».
«Mia moglie non beve», disse Toussaint.
«Oh, sì che beve», rispose Clark. «Oggi beve. Se la fa stare meglio, state certo che svuoterò tutte le nostre scorte di whisky».
Sacagawea nascose una risatina coprendosi la bocca con la mano. Forse non era solo il whisky, ma si sentiva davvero molto, molto meglio.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Prima puntata

Volevo farvi un piccolo regalo di Pasqua. Qualche giorno fa, dopo una crisi di pianto, come spesso mi succede, ho recuperato un po’ di equilibrio e senso delle cose. Ho capito che tra tutte le cose che amo fare, scrivere è di gran lunga la più importante. Vorrei anche essere pubblicata, sì, ma solo per poter arrivare a più persone. Nel frattempo, ogni lettore è un dono prezioso, un pezzo del sentiero. Se davvero qualcuno non ha di che riempire queste lunghe giornate di clausura (io ho sempre millemila cose da fare, ma questo probabilmente è dovuto al fatto che comunque ho sempre lavorato da casa, sono abituata, e per giunta solitaria di carattere), potrebbe aver voglia di leggere questo romanzo. E se avete tante cose da fare, potreste decidere di leggerlo lo stesso, per il puro piacere di farlo. E io ve lo regalerò, a puntate. La prima, come piccolo pensiero pasquale, sperando che sia comunque una Pasqua serena, nonostante tutto.

PROLOGO

Questa notte, forse per l’ultima volta, guardo il cielo. Lo sento tutto intorno a me, dentro di me. I miei piedi toccano ancora la terra, ma il mio cuore è nell’acqua e la mia testa viaggia già verso il cielo. Ho il cielo sulla lingua, nelle orecchie e negli occhi.
Il cielo esiste dall’inizio dei tempi, non è stato disegnato dalle orme degli Antenati. Non sempre gli uomini trovano subito la strada giusta, i loro passi, diceva mio padre, sono incerti e pieni di errori, quasi come quelli di un bambino che stia appena iniziando a tenersi in piedi. Il cielo non sbaglia. Non ci sono odori, suoni, o tracce che svelino ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, come il cacciatore capisce dal terreno quanti bisonti sono passati, e se potranno essere raggiunti, e se basteranno a sfamare tutte le famiglie. Non c’è interprete che possa imparare la lingua delle stelle, esse ci mandano messaggi che non capiamo, e non comprendono i nostri.
Mi chiamavano Donna-Uccello, tuttavia, che il Grande Spirito mi perdoni, io al cielo ho sempre preferito la terra. Ho sempre amato quello che potevo toccare e odorare. Mi piaceva camminare, leggere i segni sulle cortecce degli alberi, sulle pietre, o nello scorrere dell’acqua; dicono che ogni persona che percorre la terra contribuisce coi suoi passi a costruirla e darle forma; ma non si può percorrere il cielo, non si può costruirlo o dargli forma. Il cielo non ci appartiene, e noi non gli apparteniamo. Una tela sacra, dicevano gli Anziani, unisce tutto ciò che vive sulla terra, gli uomini e i bisonti, gli uccelli, i pesci, gli insetti, i sentieri, le montagne, le acque e le rocce.
Eppure oggi credo che quel tessuto unisca anche le cose della terra a quelle del cielo. Forse gli Anziani hanno ragione anche su questo, un giorno torneremo a quelle stelle dalle quali tutto è cominciato.

CAPITOLO I – 1803

Jefferson alzò gli occhi dalle carte che stava leggendo e guardò il giovane segretario.
«Dunque, siete pronto a partire».
«Sì, Presidente. Non appena darete l’annuncio, lascerò Washington. Vi sono ancora diversi preparativi da ultimare, ma conto di essere a Saint Louis con Clark entro la fine dell’anno».
Benché la candela illuminasse a malapena la scrivania, lasciando il resto della stanza in penombra, Lewis poté vedere chiaramente lo scintillio negli occhi di Jefferson. Magro e assai alto, quasi dinoccolato, Jefferson aveva l’abitudine di sedere in modo estremamente rilassato, quasi scomposto. Molti notavano gli abiti di foggia antiquata, talvolta addirittura di taglia troppo piccola per lui, specie se rapportati alla straordinaria misura delle sue mani e dei suoi piedi. Quando si alzò, tuttavia, assunse subito quella posa perfettamente eretta che colpiva immediatamente chiunque lo vedesse per la prima volta. E benché i capelli, un tempo rossi, fossero ormai quasi del tutto grigi, non aveva perso nulla del suo vigore, né fisico, né intellettuale.
Jefferson si avvicinò a Lewis e gli strinse entrambe le mani con caldo affetto.
«Il nostro sogno infine si realizza… credetemi, Meriwether, ben poche cose al mondo potrebbero rendermi più felice».
Lewis gli credeva, eccome. Sapeva meglio di chiunque altro che quelle carte rappresentavano il trionfo del Presidente, il risultato di anni di negoziazioni, missioni diplomatiche, mosse strategiche e battaglie con nemici tanto esterni quanto interni al Paese. Questi ultimi, a dire il vero, ancor più ostili e temibili dei primi.
Un’amicizia profonda aveva unito un tempo Jefferson, il suo predecessore John Adams e lo stesso George Washington: un legame cementato negli anni difficili e gloriosi della guerra d’indipendenza. La successiva fase di costruzione dello Stato aveva messo in luce le prime divergenze, ma erano state le Leggi sulla Sedizione del 1798 a creare una frattura insanabile. A tal punto insanabile, in effetti, che Jefferson aveva preferito non partecipare ai funerali di Washington tre anni prima, ritenendolo inopportuno, benché avesse più volte, in privato, espresso una profonda ammirazione per la sua persona e un sincero cordoglio per la sua morte.
Quelle leggi avevano reso illegale qualunque manifestazione, riunione politica e pubblicazione critica verso leggi, azioni o provvedimenti dell’Esecutivo. Jefferson, uomo di salda fede liberale, le aveva vissute come un vero e proprio affronto, un dichiarato attacco alla libertà di pensiero e alla democrazia.
Era questa la ragione principale per cui aveva deciso di fondare con Madison il Partito Repubblicano-Democratico, contrapposto al Partito Federalista di Adams, e di candidarsi alle elezioni del 1800. Elezioni vinte a seguito di una campagna di inaudita ferocia, con insulti, da entrambe le parti, talmente sanguinosi da rendere del tutto impossibile ogni ipotesi di ricucitura dello strappo.
Lewis era al suo servizio da un paio d’anni, parte dei quali trascorsi a esaminare liste di ufficiali e funzionari e individuare tra loro quelli che potevano considerarsi degni di fiducia. Del resto, non c’erano solo i Federalisti da tenere d’occhio. Come si era conto ben presto, intrighi, macchinazioni, cambi di alleanze e slealtà erano all’ordine del giorno. Avidità e sete di potere erano spesso molle assai più forti degli ideali.
Per molti, ma non per Jefferson.
Quando il neo-presidente gli aveva scritto chiedendogli di lavorare per lui, Meriwether Lewis era ancora nell’esercito. Jefferson gli aveva detto soltanto che l’incarico sarebbe stato “meno duro della vita militare”, e che comunque avrebbe potuto mantenere i suoi gradi. Lewis non aveva esitato. La fiducia incondizionata di cui il Presidente lo onorava era ampiamente ricambiata.
Jefferson non amava trovarsi al centro dell’attenzione e parlare in pubblico; ma pochi sapevano esprimere con tanta eloquenza l’amore per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini, poiché quegli ideali egli li portava impressi a fondo nel cuore; e Lewis li condivideva in tutto e per tutto.
Al momento, i suoi nemici erano troppo divisi per rappresentare una minaccia, ma Jefferson era certo che non si sarebbero arresi facilmente, e Lewis temeva che avesse ragione.
Tuttavia, il Presidente aveva messo a segno un punto formidabile: da tempo aveva intuito che i territori francesi della Louisiana potevano costituire una inestimabile porta di apertura verso l’Ovest, strategicamente importante soprattutto per i commerci. Quando Napoleone aveva preso il potere, Jefferson aveva scommesso tutto sul fatto che il neo-Imperatore avrebbe avuto bisogno di denaro per le sue campagne, e sarebbe stato più facile convincerlo a cedere quelle zone inesplorate e potenzialmente ostili. Cosa che era puntualmente avvenuta; e con una serie di abili mosse, Jefferson aveva più che raddoppiato il territorio del Paese. Quando la vendita era stata conclusa, aveva già in tasca il sì del Congresso al finanziamento di una spedizione esplorativa a cui lavorava da molto prima di sapere che avrebbe mai potuto compiersi. Nel tempo, quel progetto era diventato una delle sue ragioni di vita, e il giovane segretario era stato al suo fianco fin dall’inizio.
Jefferson gli aveva dato accesso alla sua vastissima biblioteca, lo aveva introdotto ai personaggi più influenti e ai maggiori scienziati ed esperti del Paese, lo aveva perfino istruito personalmente, e l’ammirazione che Lewis nutriva nei suoi confronti era cresciuta a dismisura.
«Spero solo di essere all’altezza», disse. Questo era un aspetto che lo preoccupava non poco. Le aspettative del Presidente erano notoriamente alte, nei confronti dei suoi collaboratori quanto di sé stesso.
«Non potrei pensare a nessun altro. Forse è impossibile trovare qualcuno che riunisca in sé tutte le nozioni di botanica, scienze naturali, astronomia e capacità di osservazione, e al tempo stesso le doti di fermezza di carattere, capacità di adattamento, prudenza e autorevolezza necessarie a questa missione. Ma non conosco nessuno che si avvicini a questa descrizione più di voi. In più, da ragazzo avete avuto contatti con gli Indiani, ne conoscete usi e costumi, li rispettate ed essi rispettano voi. Ho avuto modo di conoscervi ancora meglio in questi due anni in cui abbiamo lavorato fianco a fianco, e la mia stima nei vostri confronti non ha fatto che crescere.
Piuttosto, siete sempre certo della scelta di Clark come vostro secondo in comando?». La voce del Presidente tradiva un certo scetticismo.
«Assolutamente – rispose Lewis. – Lo conosco da quando eravamo nell’esercito insieme. È coraggioso, leale, e uno degli uomini più onesti che abbia incontrato in vita mia. Una qualità non da poco, di questi tempi».
«Non ne dubito, Meriwether, tuttavia, per quanto riguarda la sua cultura, le conoscenze scientifiche…».
«Voi lo sottovalutate, Jefferson – ribatté Lewis, passando bruscamente a un tono più informale con quello che era, dopotutto, un amico di famiglia di lunga data, – ma per quanto a Clark possa difettare una certa finezza nei modi, o la dote della buona conversazione, nondimeno non vorrei nessun altro al mio fianco in una missione che richieda intuito, prontezza di riflessi e una buona dose di simpatia e curiosità nei confronti degli altri esseri umani. In questo, sapete, egli mi è di molto superiore. A proposito, Presidente, intendo chiedere che a Clark venga assegnato il mio stesso grado di Capitano. Nell’esercito, del resto, è stato mio superiore, e desidero che egli abbia, agli occhi degli uomini, un’autorità in nulla inferiore alla mia. Posso contare sul vostro appoggio a questa richiesta?».
Jefferson sorrise.
«Ora siete voi a sottovalutarvi, Meriwether. Credo che questo viaggio vi rivelerà aspetti di voi stesso che neppure immaginate. Comunque, lascio queste scelte al vostro giudizio. Se voi lo ritenete all’altezza, fate come vi sembra opportuno. Ma ricordate che vostro è il comando della spedizione, e vostra la responsabilità della sua riuscita. O del suo fallimento».