Un leone a colazione 8 – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Le puntate precedenti se volete le trovate tutte qui.

I sette giorni e sette notti che il Re e la Regina impiegarono per giungere al Gran Consiglio dei Custodi dei Bambini ed essere ammessi al loro cospetto non fu facile. Capirono che aspettare era una delle prove che avrebbero dovuto affrontare perché dopo, se il Consiglio avesse accettato la loro richiesta di dar loro il permesso di diventare Genitori Adottivi, avrebbero dovuto aspettare chissà quanto, prima di poter abbracciare finalmente il loro bambino o i loro bambini. Anche se la Vecchia Signora del Bosco aveva detto loro di stare tranquilli, il Re e la Regina si facevano molte domande. Quali altre difficoltà avrebbero dovuto superare? Cosa avrebbero chiesto loro di fare? Quali domande avrebbero loro rivolto? E se avessero deciso che non erano pronti? 

Non sapevano che quella era la parte facile, tutto sommato. Il Gran Consiglio, come la Strega/Fata del Bosco, con cui del resto si era consultato, come faceva sempre, aveva visto migliaia di coppie come loro, sapeva bene quali fossero le loro paure. Spiegò loro che forse sarebbe stato necessario partire per un Paese lontano, perché lì, nel Regno, c’erano dei bambini soli ma c’erano anche tante persone disposte a prenderli con sé. Parlarono di età, perché forse il bambino o i bambini che sarebbero arrivati non sarebbero stati proprio neonati o piccoli piccoli, parlarono di quanti loro sarebbero stati disposti ad accoglierne, altre cose a cui il Re e la Regina in realtà avevano pensato molto e non fu tanto difficile per loro rispondere.

Certo, poi il Gran Consiglio si prese ancora del tempo per decidere sulla loro richiesta, ma passò veloce, e finalmente il Re e la Regina ebbero in mano la pergamena che li dichiarava adatti a prendere con sé dei bambini. E così iniziò un altro viaggio, perché per trovare il Paese Lontano dove poi avrebbero incontrato i bambini, bisognava parlare con il Mago dei Paesi Lontani. Era infatti un viaggio per cui bisognava essere ben preparati, e solo il Mago poteva riuscire in questo compito…

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione 7

pc5rrebni

Oggi riprende la storia del re e della regina da dove l’avevo lasciata qui un paio di puntate fa.

La saggia signora del bosco vide che il re e la regina avevano raggiunto la loro decisione, lesse nel loro cuore la determinazione e ne fu contenta.

– Adesso siete pronti ad andare a parlare con il GCCB. – disse. Il re e la regina impallidirono leggermente, che cosa strana era mai quella? La vecchia signora sorrise appena.

– Non vi spaventate, è una cosa importante ma voi siete determinati e non avete niente da temere, si tratta del Gran Consiglio dei Custodi del Bambini*. Devono accertarsi che davvero siete pronti. E’ una grande responsabilità che vi prendete. I bambini hanno diritto di non crescere da soli, hanno diritto a trovare qualcuno che tolga dalle loro spalle un po’ del peso che devono portare, che sappia ascoltarli quando vogliono parlare e tacere quando non hanno voglia di farlo, che sappia condividere le loro gioie, essere orgoglioso dei loro successi e confortarli quando qualcosa non va come vorrebbero.

– Non è questo il compito di ogni genitore? – Obiettò il re.

– Certo – disse la Signora dei Boschi – ma quando il peso di cui farsi carico è grande, a volte ci si può sentire sconfortati. E’ la vostra responsabilità far sentire ai vostri bambini che non saranno più soli, ma voi ricordatevi sempre che neanche voi sarete soli. Potrete tornare nel bosco, potrete andare dalla Strega delle Pianure o dalla Fata dei Laghi o dal Mago delle Montagne, e potrete naturalmente parlare con altri genitori, altre famiglie che nel tempo sono nate così e che hanno già vissuto quello che voi state per affrontare.

Tutto questo era abbastanza sconcertante, pensarono il re e la regina, che cosa mai poteva esserci di così difficile nell’allevare un bimbo o anche due, o tre, quando questo era quello che tutti i papà e le mamme del mondo hanno sempre fatto? Perché tutti quegli avvertimenti, quelle ammonizioni quasi allarmanti? La vecchia strega stava forse cercando di scoraggiarli? 

Quasi avesse letto loro nel pensiero, la donna sorrise di nuovo e disse: – Sono certa che ce la farete, avete tutte le capacità, oltre che il desiderio, ma il mio dovere è fare tutto il possibile perché quando la vostra famiglia crescerà, cresca nel modo migliore possibile. Tenete sempre presente che un bambino solo è solo perché ha vissuto uno strappo. Uno strappo lacerante. E io cerco di fare tutto quello che posso perché non ci siano altri strappi così dolorosi. Sapete, molti re e molte regine sono passati di qui prima di voi. Molti sono poi tornati con i loro bambini. Alcuni, quando hanno sentito dei pericoli e delle difficoltà, hanno avuto timore e sono tornati indietro. E’ necessario leggere molto bene dentro voi stessi, perché se non siete pronti, i pericoli del bosco, delle pianure, dei laghi e delle montagne potrebbero essere più forti di voi.

Il re e la regina si guardarono. Avevano le ginocchia che tramavano un poco e non avrebbero voluto dirselo, e tanto meno farlo capire alla Signora che li guardava e credevano volesse vederli impavidi, risoluti, senza tentennamenti, ma ancora una volta la saggia signora sorrise e disse: -Se siete un po’ preoccupati, questo va benissimo. Non essere troppo sicuri  di sé spinge a fare domande, a porsi dubbi, e quindi ad acquisire consapevolezza. Adesso potete riprendere la strada, è ancora lunga, il GCCB è sulle Colline del Tempo di Attesa, dovrete camminare per sette giorni e sette notti per raggiungerlo…  Andate, e quando vi sentite troppo spaventati, fate affidamento uno sull’altro e su tutti i maghi, le fate e le streghe che sono qui per aiutarvi e vedrete che tutto andrà bene.

Un po’ racconsolati, il re e la regina si avviarono allora lungo la strada che portava alle Colline… 

[segue]

* credo sia abbastanza chiaro che la saggia signora dei boschi rappresenta la psicologa/assistente sociale e il GCCB, sigla alquanto minacciosa, me ne rendo conto, raffigura il timore che accompagna l’ingresso al Tribunale per i Minorenni, perché prima di entrarci si è quasi sempre un po’ preoccupati 🙂

Lettera a mio figlio

Hai spalle forti, piccolo mio, più forti di quanto tu possa pensare in questo momento. E piedi grandi, che puoi scegliere se farne radici per ancorarti alla terra e a un luogo in particolare o mezzi per esplorare il mondo, o più probabilmente entrambe le cose, perché è vero che le scelte sono inevitabili nella vita, ma è importante anche sapere che possiamo scegliere più cose, avere più passioni, coltivare più talenti. L’importante è accogliere e nutrire la nostra curiosità, sempre.

Hai occhi grandi e scuri, con cui fai domande e troppe volte ti dai anche le risposte, del resto quando si è piccoli le risposte sono più importanti delle domande. Quanto siano preziose le domande, tanto più, a volte, nel loro essere insolubili, lo si impara col tempo, quando si scopre che è quello che ti spinge a cercare che importa, per dare senso alla vita,molto più che trovare quello che cerchi.

Hai braccia che stringono con quel bisogno immenso che hai di affetto, tenerezza, sostegno, perché sono tutte cose che per quasi sette anni hai dovuto trovare in te stesso, ma un bambino non può trovare queste cose in sé stesso senza aprire delle voragini di bisogni e desideri insoddisfatti. resta una paura che se dovesse capitarti di cadere, non ci sia nessuno sotto a tenerti, e allora poi diventa difficile lasciarsi andare. Ma tu ricorda che anche se è stato così difficile e ti ha fatto così male, quella capacità che hai avuto di abbracciarti da te, di darti appoggio e conforto anche da solo, nessuno potrà mai togliertela, e sarà quella che ti permetterà anche di cercare e trovare l’amore e il sostegno degli altri.

Hai una testolina (neanche più tanto “ina” in effetti) piena di pensieri, idee, ricordi, paure, emozioni di cui racconti solo dei frammenti, quando e nel modo in cui sei tu a volerlo, come è giusto, ma forse più di quanto spesso le persone siano abituate a fare, specialmente poi persone ancora così “piccole”, e questa è una cosa importante che penso ti potrà essere di grande aiuto. Lasciala sfogare quella testolina. Fidati di lei, ci sono tante cose dentro e so che adesso sicuramente sembreranno anche un po’ caotiche, ma se glielo lasci fare, si districheranno, poco a poco. Datti il tempo, ché senza il tempo non maturano neanche le nespole.

E fidati del tuo cuore, che hai un cuore grande, ma proprio grande grande, tanto che sembra troppo, quasi da far male, sproporzionato persino per quel tuo fisico da cestista che ti sei trovato tra capo e collo senza averlo chiesto, e di cui devi imparare a essere un po’ orgoglioso o anche soltanto a sentirlo tuo e sentirtici dentro. Quel tuo cuore che forse sembra voler scoppiare da un momento all’altro, in certi momenti, e a volte sembra fermo, ma è lì che batte, tu magari non ci pensi, non ci fai caso, ma lui batte al ritmo giusto per te. Anche i tuoi polmoni, dopotutto, se ci pensi, respirano al ritmo giusto per te, senza bisogno che tu faccia nulla. Ci sono molte cose che funzionano e sono buone per noi, anche se non le controlliamo, forse questo potrebbe essere un sollievo, che ne dici?

Fidati della tua voglia di libertà, non lasciarti ingabbiare né dalle persone, né dalle paure. Anche quella va accudita, innaffiata, concimata e fatta crescere. Non è facile, alla tua età, capire la differenza tra fare tutto quello che si vuole ed essere pienamente sé stessi. Accetta le regole che ti permettono di vivere con gli altri e stare bene dentro, quelle che vengono dal rispetto. Mettile pure tutte in discussione, anche qui bisogna darsi tempo, poi s’impara quali sono le leggi che non vanno accettate mai, prendendosene però anche la responsabilità e accettandone le conseguenze. Forse è meglio chiamarli principi, ideali. Perché è dal vivere secondo i principi in cui credi che parte tutto il resto.

Non lasciare mai che ti facciano sentire in colpa. Se hai fatto un errore, dillo a viso aperto, chiedi scusa se pensi che sia giusto farlo. Senza vergogna o imbarazzo, che non sono necessari né utili, quando sai di aver fatto del tuo meglio, perché gli errori li commettono tutti e quindi non c’è bisogno di preoccuparsene troppo. Ma chiedere scusa, spesso, serve semplicemente a dire ok, ho sbagliato ma ti voglio bene e ho voglia di provare a fare ancora meglio, sapendo comunque che se sbaglierò di nuovo, tu capirai.

Perché noi capiamo, sai. Anche quando non ci credi troppo, noi ci siamo. Col nostro modo a volte un po’ goffo, inadeguato, ma ci siamo. Non sei solo. Ecco, soprattutto vorrei che tu sapessi questo, che ne fossi convinto fino in fondo, sicuro, in ogni momento. Non sei solo. Non più.

L’eroe – Continua

Supereroe, Umano, Essendo, Potere, Vivo, Presente

Foto presa da qui

Provo ad andare avanti con questo argomento dell’eroe che mi affascina…

Almeno fino a che non ha cominciato ad essere raccolta per iscritto, la fiaba è rimasta per chi raccontava come per chi ascoltava (non solo bambini: i racconti erano in genere per tutti) uno spazio di libertà, di gioia, di immaginazione e di fantasia. Certo, chi raccontava – sempre un adulto – ovviamente esercitava un controllo, tuttavia necessariamente meno stringente, per l’immediatezza del mezzo orale, non così accurato, studiato come il mezzo scritto.
Oggi è apparentemente vinta la battaglia contro chi voleva proporre ai bambini modelli del tutto astratti dalla realtà, improntati a una bontà zuccherosa e irrealistica, e una serietà (o meglio seriosità) della cultura che vieta il sorriso perché “distoglie dal dovere” e proibisce l’immaginazione presumibilmente perché sfugge al controllo ed è quindi pericolosa.
La scelta tra i libri di fiabe sembra in effetti vastissima, con innumerevoli rielaborazioni, libri-gioco, libri sonori, riduzioni per tutte le età, ma non tutto è risolto: la quantità di offerta rende difficile la scelta, e come osservava Bettelheim, spesso sembra non solo più facile, ma anche più opportuno, più sicuro rivolgersi a versioni edulcorate che purgano la storia dei suoi elementi più sanguinosi, cruenti, e oscuri, per “proteggere” il bambino.
Ma proteggerlo da che cosa? Qui sta il punto.
Spesso la fiaba sembra davvero estremamente violenta: foreste spaventose, mostri, vendette crudeli contro i malvagi, pretendenti alla mano della principessa che muoiono per non essere riusciti nell’impresa, sono tutti aspetti che possono fare molta paura. Ma, avverte Bettelheim, si tratta di una paura salutare: che noi gli diamo o meno da leggere Cenerentola, il bambino è geloso dei suoi fratelli e si sente talvolta umiliato e maltrattato. Che gli raccontiamo la versione originale o quella edulcorata di Biancaneve, lui vede talvolta la mamma come una “matrigna” e la rivalità tra genitore e figlio è cosa nota, o dovrebbe esserlo. Il bambino vive i conflitti della crescita, vive la sua parte oscura, i suoi “mostri”, di cui non conosce la natura.
Noi pensiamo forse, non facendogli conoscere le fiabe, di proteggerlo da questi mostri, dagli aspetti più paurosi della vita, ma è proprio il contrario: grazie alle fiabe lui può dare un nome a queste paure, identificarle con l’orco, la strega, la matrigna, e può credere che, come l’eroe, anche lui potrà sconfiggere i suoi “mostri” e, nonostante le difficoltà, avere una buona vita. Una volta che egli ha raggiunto una maggior dimestichezza con le fiabe, gli elementi paurosi tendono ad assumere meno importanza, e quelli rassicuranti prevalgono: l’ansia originaria si trasforma allora nel grande piacere dell’ansia affrontata e dominata con successo ,, che non è altro, in fondo, che la caratteristica principale che noi cerchiamo nell’eroe.
E qui veniamo all’altra accusa che è stata mossa alle fiabe, quella di essere troppo “ottimistiche”, con quel lieto fine “improbabile”.
Ma anche a questa critica Bettelheim ha risposto in modo esauriente. In primo luogo, occorre appunto distinguere tra fiabe originali e versioni edulcorate: in generale le fiabe tradizionali sono tutt’altro che “rosee” e mostrano al bambino il mondo in tutti i suoi aspetti, sia pure con il linguaggio simbolico che è a lui più facile da comprendere: il lupo, la strega, il malvagio che si appropria dei meriti dell’eroe e tenta di sposare la principessa al suo posto, oltre ad essere espressioni delle paure del bambino sono anche rappresentazioni di altrettante parti “oscure” che sono non solo dentro lui stesso, ma principalmente nel mondo.
Mai viene detto al bambino che il mondo è un luogo idilliaco e che tutto gli sarà facile: al contrario, il messaggio è che le cose buone per sé si conquistano solo a prezzo di lotte, di fatica, di dolore e di rischi mortali. Cappuccetto Rosso avverte che l’ingenuità uccide, Biancaneve ci dice che l’eccessivo narcisismo di un genitore lo conduce a distruggersi da sé.
Ma per poter dare significato alla fatica che fa a crescere, il bambino deve anche poter credere che questa fatica potrà davvero condurre a un risultato.
Le fiabe gli dicono ciò di cui ha bisogno, con il suo linguaggio, quello delle immagini, dei simboli. In questo senso l’arte della fiaba potrebbe essere l’arte di Ermes, il dio del thélgein, dell’incantesimo, della fascinazione . Il dio che racconta menzogne che hanno però il sapore della verità. Che è capace del più elaborato inganno, ma mantiene sempre l’innocenza del bambino, un “odore di fasce e di latte”. Che confonde, tace, si nasconde, parla per oscure metafore, ma è pur sempre il messaggero di Zeus e il portatore, dunque, malgrado le apparenze, della verità più alta e più pura, quella che nasce dalla saggezza del dio più antico del mondo unita a quella del bambino che non cresce mai e che ride di tutto (incluso se stesso).
Anche Socrate parlava del mito come di un incanto, un vincolo magico che cattura l’anima .
Nel mondo del bambino, così come in quello delle fiabe, gli animali e gli oggetti parlano, aiutano, ostacolano. Inoltre, la fiaba parte da un tempo remoto e da un paese lontano, quindi rassicura immediatamente il bambino sul fatto che non si parla specificamente di “lui”, non è detto che sia “lui” a odiare i suoi fratelli, ad amare sua madre e voler uccidere suo padre, ad essere umiliato da una matrigna che pretende da lui tante cose. Nello stesso tempo, dentro di sé il bambino sa che tutte quelle cose sono vere anche per lui, e il fatto che siano accadute anche a qualcun altro significa che sono “normali”, che lui non è un “mostro”.
E’ anche per questo che è importante che l’eroe non sia un essere perfetto, invincibile e privo di difetti, con il quale il bambino certo non potrebbe identificarsi e che sarebbe anzi per lui fonte di ansia spaventosa, ben sapendo di non potergli assomigliare. La fiaba dunque non è immorale come la vedeva la pedagogia moralistica di anni non troppo lontani , perché la sua violenza non è affatto gratuita.
Ma neppure si può dire che si tratti di letture amene prive di qualsiasi contatto con la realtà. Il lieto fine non è dettato da un ottimismo superficiale, ma, come si è visto, da una ben precisa esigenza del bambino, quella appunto di poter credere che le sue difficoltà saranno premiate dal raggiungimento di qualcosa di buono, sia questo l’amore per un’altra persona o semplicemente il superamento di una dolorosa fase di crescita e il raggiungimento di un livello superiore di maturità.
Non sono le fiabe tradizionali a insegnare alle ragazze a restare in attesa del principe azzurro, del compagno perfetto: nelle fiabe il principe azzurro – come si dimostra da tutta la trama – rappresenta il risultato di un faticoso, lungo e doloroso processo con cui si esce dal proprio narcisismo (il “sonno” della Bella Addormentata, o il palazzo dove tutti i desideri sono realizzati nella Bella e la Bestia, ecc.) per imparare a porsi in relazione con un’altra persona, perché solo la relazione può far superare la paura della morte e dell’abbandono. Questo è il vero senso del “vissero felici e contenti”: non l’immortalità, non una vita perfetta, ma la raggiunta consapevolezza che consente di rapportarsi agli altri in modo positivo e quindi, non sentendosi più soli, venire a patti con la nostra difficile mortalità.
Sono semmai, purtroppo, molte versioni “adattate” delle fiabe popolari, nelle quali non si dà spazio alla ricerca, al superamento dei lati oscuri, al coraggioso uscire dai propri terrori e dai propri “mostri”, ma si propone un mondo, questo sì perfetto, irreale e del tutto inverosimile in cui i due eroi non fanno altro che trovarsi e vivere poi una vita meravigliosa che non si sono conquistati, che non “meritano” e che il bambino stesso non può che sentire come impossibile.
La fiaba ha certamente tra i suoi compiti fondamentali quello di far crescere nel bambino un proprio senso morale; ma è importante che esso gli venga trasmesso non con astratti concetti etici, ma attraverso ciò che gli appare concretamente giusto e quindi di significato tangibile.
Nelle fiabe non viene taciuto il pericoloso fascino che il male può avere nella realtà, basta pensare alla potenza del gigante, alla forza magica della strega; esso inoltre può anche avere temporaneamente la meglio, come le sorellastre che maltrattano Cenerentola o il falso eroe che prende il posto dell’eroe vero. Ma quello che è importante è che alla fine il male è sempre perdente. Non è quindi tanto il fatto che alla fine il cattivo sia punito che conta, anche se è importante, ma il fatto che il crimine non paga: il bambino “sceglie” l’eroe non perché è virtuoso, ma perché è più attraente: per questo egli si identifica con lui e con le sue lotte, sopporta con l’eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando vince.
Il bambino non si chiede se vuole essere buono, ma acquista la coscienza di sé identificandosi con qualcuno. Se questo qualcuno è dotato di qualità positive, il bambino desidererà avere anche lui quelle qualità.
Anche nelle fiabe dove l’arricchimento non è dovuto alla virtù, come Il gatto con gli stivali o Il fagiolo gigante che possono dirsi in questo senso “amorali”, hanno comunque la diversa e non meno importante funzione di dar al bambino la convinzione che anche il più umile può farcela: consentendogli così di affrontare la vita con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà, di fronte alle quali egli si sente spesso così insignificante da temere che non sarà mai in grado di valere qualcosa.
In questi casi le paure dell’eroe, la sua insicurezza, lo sconforto di fronte ad imprese apparentemente impossibili sono emozioni assai vicine a quelle del bambino che si trova di fronte alle spaventose lotte legate alla crescita e non sa se riuscirà a superarle.

Dialogo mamma-figlio / A mother & son conversation

Dialogo svoltosi qualche giorno fa, ultime battute, in realtà, di un fuoco di fila di domande esistenziali, racconti di sogni e delle loro relazioni con la realtà (tipo: qualche volta succede che quello che sogno poi si realizza; ma se sogno di volare significa che posso raggiungere qualcosa di bello?), riflessioni sulla solitudine…/ A conversation we had a few days ago, the home straight, actually, of a barrage of existential questions, accounts of dreams and their link to reality (such as: it sometimes happens that what I dream happens in real life. If I dream of flying, does it mean I can achieve something?), thoughts on loneliness…

Figlio (dodicenne) / Son (twelve years old): mamma, qual è la cosa vuoi di più di più nella vita, quello che ti piacerebbe tantissimo ottenere? / mum, what is that you want most in life, that you really really want to get?

Io (mamma) (dopo un momento spiazzamento) / Me (mother) (taken aback for a moment, then): essere felice e rendere felici altre persone / be happy and make some other people happy

Figlio / son : io vorrei più di tutto una vita normale / me, I want a normal, life, most of all

Io /me: cosa è normale per te? / What is “normal” for you?

Figlio / son: non so, è che mi sento diverso a volte / I don’t really know, it’s that I feel different (from others) sometimes…

Io (un po’ a corto di parole) / me (a bit at a loss for words): cosa significa “diverso” per te? / what is “different” for you?

Figlio / son:  non lo so di preciso…. però possiamo fare una pausa adesso? / I don’t exactly know… but can we take a break now?

Io / me: Sì, certo, possiamo fare una pausa (retro-pensiero: meno male!) / Yeah, sure we can (while I was thinking to myself: thank goodness!)

Ma… continua… (ne sono certa)

But… to be continued… (I’m pretty sure of it)

🙂

Di sciarpe e berretti e lupi e altre cose / Of scarves and caps and wolves and other things

Wolf-shaped cap

Wolf-shaped cap

Tre giorni fa, lezione d’inglese coi bambini di terza/quarta elementare (ma ce n’è anche uno di seconda). Ogni volta un rebus, cerca attività adatte ai vari livelli, cerca di farli divertire, cerca di farli lavorare, parla solo inglese, anche se non capiscono pazienza, non parlare solo inglese altrimenti non capiscono…

Poi, agli ultimi quindici-venti minuti, il lampo di genio, o piuttosto, il colpo di fortuna (e meno male che non era quello della strega, che un po’ qualcuno forse già mi vede in quella veste). Uno dei bambini, che già non vedeva l’ora di prepararsi per andare via, s’infila un berretto di lana a forma di lupo. E’ fatta! Glielo chiedo in prestito e comincio a portarlo in giro, infilato a mo’ di marionetta mostrandolo agli altri. Hai paura del lupo? Ti piacciono i lupi? Conosci Cappuccetto Rosso? E intanto Qualche ruggito ci scappa, anche se in realtà, gli ululati sarebbero stati più in carattere. Così riesco a salvare capra, cavoli e anche il lupo e la lezione: inglese, divertimento, risate, parole e strutture nuove…

Così ho ripensato a quella volta in cui hai creato, con la sciarpa chiesta a una ragazza tra il pubblico, uno dei tuoi momenti straordinari fatti di piccole cose ordinarie e quella sciarpa è diventata tutto, improvvisazione, magia, libertà totale di espressione della mente e del corpo. E’ quella magia, quella libertà che voglio, e l’avrò, e saprò trasmetterla, da insegnante, a tutti quelli che vorranno sentirla e capirla e viverla.

Three days ago, English lesson with the third/fourth-graders (and one is a second-grader). inspired guesswork is needed every time: look for activities that may be suitable for each level, try to make them have fun, try to make them work, speak only in English, never mind if they don’t understand, don’t speak only in English, otherwise they don’t understand…

And then, there were just 15-20 minutes left, a sudden stroke of genius! (A stroke of luck, more likely, and it was just as well that it wasn’t that back strain we call colpo della strega, or witch’s stroke, as “my” kids probably already see me as one): one of the kids, who couldn’t wait to get ready to go, apparently, put on a woollen wolf-shaped cap. That was it! I borrowed it, put it on my hand puppet-like and began to show it around: ‘are you afraid of wolves?’ ‘Do you like wolves?’ ‘Have you ever heard of “Red-Riding Hood?’ And some roars came out too, even though howls would have been more appropriate, I suppose. So I’ve run with the hares, hunted with the hounds, and brought all of them safely home 🙂 I mean everything was there, the lesson, English language, fun, laughs, new words and structures…

Then I’ve thought of that time when you created, with the scarf of a girl among the public, one of your extraordinary moments made of very little, ordinary things and that scarf became everything: magic, improvisation, total freedom of expression, mind and body. It’s that magic, that liberty I want, and I’ll have it and I’ll learn how to pass it on, as a teacher, to everyone that wants to feel it and understand it.

Impressioni di una neomaestra di inglese

E’ tutta la vita che voglio insegnare. E adesso eccomi qui. La caparbietà non è un difetto che mi manca, grazie al cielo. E contro ogni pronostico, consiglio e ragionevolezza, sono qui a insegnare inglese ai bambini, divertendomi come loro con le nursery rhymes, i giochi con la palla, la preparazione dei cartoncini con le figure, i cartoni animati in inglese… alla mia età! Come altre cose, in questi ultimi tempi, accudire questa mia parte “piccola” (e trasmettere qualcosa che adoro a questi altri “piccoli”) mi serve ad alimentare certi ricordi, ad onorare a modo mio la memoria di chi mi ha “insegnato”, chi, senza neanche saperlo, ha dato forma e vita a tanti miei desideri, e addolcire al tempo stesso la nostalgia. E’ stato bello sentirmi dire che per la prima volta i bambini sono usciti sorridenti da una lezione di inglese. Ancora meglio vedere uno di quelli considerati “pestiferi” mostrarmi tutto orgoglioso le parole scritte con tanta cura sul foglio che si era fatto dare da un compagno perché non aveva il quaderno. E poi c’è quello che addirittura ti corre incontro a braccia aperte con un sorriso fino alle orecchie… Poi la stanchezza, il tempo, l’impegno di essere sempre preparati, la difficoltà di trovare la giusta “chiave” per coinvolgere tutti… Tutto questo c’è. Ma siccome sono matta, quasi quasi un po’ mi dispiace che lunedì sia festa. aspetto le prossime lezioni con un’impazienza che, se me lo avessero detto prima, forse non ci avrei creduto. Divido il mio cuore tra le mie due attività (l’altra è tradurre), le amo entrambe e so che è una grande fortuna. La traduzione è comunicazione, costruzione di ponti, apertura di strade. e in un certo senso, anche l’insegnamento lo è. In modo diverso. E’ come se avessi completato un cerchio. Caparbietà e quel pizzico di pazzia sono un mix tosto. Aiuta molto, a volte.