11. The Adventures of baron Munchausen / Le avventure del Barone di Munchausen

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Non ero sicura di voler fare questa recensione, ma d’altra parte, mica potevo far passare un lunedì così, come se niente fosse, senza parlare di cinema!.

Lo ammetto, però, Terry Gilliam non è tra i miei registi preferiti. Penso di poter intuire perché viene considerato geniale da taluni. Immagino che la mia scarsa simpatia sia in gran parte dovuta al fatto che non apprezzo particolarmente il grottesco, e Gilliam, almeno nei due film suoi che ho visto (l’altro, ça va sans dire, è The Fisher King, ovvero La leggenda del re pescatore), ne spande generosamente a piene mani.

Il tocco del maestro si vede senz’altro nel modo in cui tratteggia il capriccio e l’arbitrio, sia nella persona del sultano amante della bella vita, sia in quella del Right Ordinary Horatio Jackson, (che governa la città assediata dai Turchi in cui una scalcagnata compagnia teatrale porta in scena lo spettacolo intitolato al Barone di Munchausen, fino a che il barone stesso in persona si fa vivo). La carica di quest’ultimo è stata tradotta con “Grande Ordinario”, ma si perde qualche sfumatura. “Right” ha a che fare anche con la ragione, nel senso dell’avere ragione, essere dalla parte della ragione. D’altra parte il funzionario in questione si fa un vanto di essere moderno e razionale (la storia è ambientata alla fine del Settecento, ma ovviamente non mancano le allusioni a tempi a noi più vicini), la fantasia non ha spazio nel suo mondo. Nulla di diverso dall’ordinario vi trova spazio, in effetti. Tanto che è memorabile la scena in cui uno dei suoi migliori e più eroici ufficiali (un cameo di Sting) viene condannato a morte perché col suo rischiare al di là del suo dovere demoralizza i normali cittadini e gli altri soldati che vogliono solo condurre una vita “normale, semplice, senza nulla di eccezionale”.

Va detto però che anche la rappresentazione della fantasia è inquietante e non poco. Tutto è eccessivo, barocco, grottesco, appunto. Grandioso, lussureggiante è il termine che mi viene alla mente, con un gioco di densissime ombre e luci scintillanti che pare a volte si confondano e scambino i ruoli le une con le altre. Così come la “realtà” e il teatro, che sono con tutta evidenza entrambe rappresentazioni. Il “vero” Munchausen interrompe lo spettacolo che narra delle sue avventure e inizia a raccontarle lui e mentre racconta, la guerra che a suo dire egli stesso ha cagionato infuria nel teatro. Ma lui per primo sembra propenso a ritenerla un parto della sua mente come tutto il resto. Gli attori della compagnia sono in effetti attori, o sono in realtà i veri protagonisti delle sue avventure? Questa confusione tra fantasia e realtà è un leitmotiv di tutto il film, perché il barone è senz’altro anche la personificazione della fantasia di cui un mondo troppo incline alla razionalità sembra voler fare a meno. La scienza e il progresso sono decisamente bersagli non solo del personaggio, ma anche dello stesso regista. E nei momenti in cui il barone parrebbe arrendersi e tornare ad essere solo un eroe di carta, è l’insistenza della bambina Sally che lo fa “tornare in vita”.

Nonostante la piccola co-protagonista, è tutt’altro che un film per bambini, trovo, e non solo per le parti “spinte”: la morte è sempre presente, la rovina accompagna in ogni momento la magnificenza e ai colori sgargianti fa da costante contraltare il nero. Una visionarietà cupa permea molte delle scene, in cui prevale un gusto del macabro che probabilmente vorrebbe essere umoristico, se non divertente, ma che per me è spesso solo macabro.

Robin Williams, nella parte di Roger il Re della Luna, fu accreditato come “Ray D. Tutto”, l’altro “nomignolo” del suo personaggio, per così dire, e non avrei molti dubbi che questa sia una sua idea, l’italiano era una lingua con cui giocava spesso. Quasi irriconoscibile come sovrano di una sorta di paese dei balocchi trasformato in incubo, che parla con un forte accento italiano (e piazza qua e là frasi in italiano, anche) e non riesce a far andare il corpo d’accordo con la sua testa. Un altro despota, in questo caso però oscillante tra la follia isterica e una rozzezza disperante. Di una bravura da far accapponare la pelle ma questo non c’è bisogno che lo dica.

Che altro aggiungere? Beh… la fotografia è veramente di una bellezza incredibile, c’è una giovanissima Uma Thurman che fa Venere (e chi altri?) e il film fu definito uno dei più costosi flop della storia ma è generalmente molto ben recensito dai critici e molto amato dalla gran parte di coloro (pochi?) che lo hanno visto. 🙂 Indubbiamente di grande fascino, per molti aspetti.

L’articolo l’avevo postato ieri sera, lunedì appunto, ma si dev’essere perso nei meandri di WP perché non lo trovavo più tra i post pubblicati… Mah!

Aggiornamento: ho capito cosa era successo, l’avevo salvato come pagina invece che come articolo, più che i meandri di WP qua c’entrano quelli della mia testa, mi sa… 😦