Belfiore – 6a parte – Fine!

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La stella di Betlemme è il primo o uno dei primi fiori di primavera

Anche questa volta andò per prima cosa a parlare con Stella di Primavera, per dirle che era riuscito anche nella terza prova.

Quando la Principessa vide che il giovane era riuscito in tutte quelle imprese, gli diede un bacio e gli disse:

– Hai fatto grandi cose, però adesso viene il compito più difficile di tutti, cioè sconfiggere mio padre definitivamente, altrimenti appena lui avrà quei tre preziosi oggetti, non esiterà a ucciderti. Adesso avrai bisogno del mio aiuto, poiché nulla può fermare il Re del Fuoco se non proprio le tre cose che sei andato a cercare: la Pietra della Forza contro la sua potenza invincibile, lo Scrigno della Saggezza contro i suoi poteri magici, e la Spada del Coraggio contro il tremendo terrore che è capace di ispirare in tutti gli esseri viventi. Quando ti troverai in difficoltà strofina la Pietra tre volte. Se ancora non dovesse bastare, apri lo Scrigno, e se neppure così riuscirai a sconfiggere il Re, tira fuori la Spada dalla sua elsa. E’ l’unica cosa che possa ucciderlo.

Poi Stella di Primavera indossò il suo abito che l’avvolgeva come una lieve nuvola bianca, con un ricamo di vento e piccole gocce di pioggia fresche come l’alba di un mattino di aprile, e con quell’abito andò da suo padre, perché il lieve soffio del vento e la pioggia d’aprile lo indebolissero e gli facessero dimenticare per tre giorni almeno di chiedere i tre oggetti che Belfiore era andato a cercare.

In quei tre giorni diede da mangiare a Belfiore le bacche dell’Albero della Vita, gli diede da bere acqua della Fonte di Ochran, dove anche la Pioggia andava ad abbeverarsi prima di scendere sulla terra, e lo fece dormire in un letto di foglie di quercia, per renderlo più forte.

All’alba del terzo giorno, la Principessa cantò una canzone che era una preghiera agli elementi di tutte le stagioni, perché aiutassero Belfiore a sconfiggere il Re del Fuoco:

Chiedo che tu, Pioggia gentile,
non tolga il tuo dono alla terra assetata
non la luce del Sole illumini aprile
ma il fulmine forte, la saetta spietata
Chiedo che il Sole, per oggi soltanto
dall’incantevole Luna stregato
resti nascosto, rimanga al suo fianco
Così che Belfiore, mio sposo, mio amato
dalla Notte protetto, dall’ombra fedele
non soccomba alle fiamme del fuoco crudele
E tu Vento, ribelle giocoso
non bufera ti chiedo, o uragano,
ma un alito dolce, un respiro amoroso
che l’ardore del fuoco porti lontano
soffio che le forze ritempra, e il cuore rinsalda
E che infine la Terra, facendo barriera,
il mio amore difenda dall’onda troppo calda
Così Pioggia e Sole, terra ed aria leggera,
aiutatemi a spegner del fuoco il furore
così che il mio principe sia il vincitore

 

Quando Stella di Primavera finì di cantare, il Re del Fuoco si risvegliò dal suo torpore e scoprì che erano passati tre giorni dal termine che aveva dato a Belfiore per portargli la Pietra della Forza, lo Scrigno della Saggezza e la Spada del Coraggio. Allora capì che sua figlia lo aveva ingannato, e si infuriò al punto che l’avrebbe uccisa, ma la fanciulla venne protetta dagli alberi del bosco, che la nascosero tra i loro rami, poiché grazie a lei essi continuavano a vivere e non erano distrutti dal suo malvagio padre.

Allora il Re rivolse tutta la sua collera contro Belfiore.

– Dammi subito la Pietra, lo Scrigno e la Spada – gli ordinò, minacciandolo se non avesse obbedito di tremendi castighi.

– Se volete la Pietra – disse il giovane – dovrete lottare per averla.

Il Re del Fuoco si mise a ridere, perché era molto più forte e potente di quel piccolo ragazzo, e aveva armi che il giovane non possedeva. Poteva scatenare contro di lui tutte le fiamme del suo vasto regno, e così fece.

Ma prima che una sola scintilla potesse lambire il giovane principe, il Sole si ritirò lasciando che il ragazzo si nascondesse in un’ombra scura come la notte, scrosci di Pioggia caddero in un fragore di tuoni, la Terra sollevò una barriera contro il fuoco, e quando ormai non c’era più che qualche brace senza forza, il Vento inviò il suo soffio gentile a spegnerla e allontanare ogni pericolo.

Allora il Re dovette affrontare Belfiore senz’altra arma che la propria forza, tuttavia la sua forza era immensa, e il giovane non  avrebbe mai potuto stargli a pari. Allora strofinò la pietra tre volte, e sentì dentro di sé una forza straordinaria, così grande che stava quasi per sconfiggere il malvagio sovrano.

Ma il Re conosceva i segreti della Magia Nera, e quando vide che il ragazzo stava per sopraffarlo, gli scatenò contro terribili incantesimi e le forze più malvagie che vivono sospese tra la terra e il cielo.

Belfiore allora aprì lo scrigno, e sentì la sua mente aprirsi, e il potere della saggezza farsi strada dentro di lui. Conoscendo tutti i segreti del mondo, non gli sarebbe stato difficile contrastare la magia nera del suo nemico, ma il Re aveva ancora un’ultima arma a sua disposizione, il Terrore: quel suo servo tremendo portava la sua volontà ovunque, rendeva pericolosi gli animali in preda al panico e annebbiava la mente degli uomini, conducendoli ad azioni folli e senza scopo. Per due volte il Terrore si avventò contro il ragazzo, e per due volte il ragazzo lo respinse, ma la terza volta uno spavento senza nome lo avvolse, e certamente il Re del Fuoco sarebbe riuscito ad ucciderlo, se non fosse intervenuta Stella di Primavera:

– Ricordati della Spada! – gli disse, e a sentire la voce amata della sua Principessa, Belfiore sentì tornare le sue forze, sfilò la spada dal suo fodero e riuscì infine ad uccidere il Fuoco crudele.

Così finalmente tutto tornò a posto: l’uomo-drago tornò uomo completamente, e si riprese la sua sposa, la Principessa delle Rose; il Principe Belfiore tornò a casa con la sua bella e dolce Stella di Primavera, e trovò che i suoi fratelli erano già lì che lo aspettavano; nel suo palazzo e in tutto il paese era tornata la serenità, e il vecchio re lo accolse con le lacrime agli occhi per la gioia.

Tutto il paese proclamò che Belfiore avrebbe dovuto essere re, e Stella di Primavera regina, e così fu deciso: quando fu tempo, Belfiore divenne sovrano del suo paese, e la sua saggia sposa fu regina. Pietro fu nominato Ciambellano e Giovanni Ambasciatore, e così furono tutti felici per tanto e tanto tempo.

FINE

Belfiore – 5a parte

– Cosa fate qui? – chiese la Principessa. – Non sapete che il Re del Fuoco divora ogni malcapitato che si trova a passare di qui? Andatevene, presto, prima che torni.

– Mi manda il vostro sposo, che è stato trasformato in drago, ma vuole ritrovarvi. Non vorreste rivederlo?

– Oh sì, lo vorrei con tutto il cuore, ma questo probabilmente vi costerà la vita. Non si sconfigge così facilmente il Re del Fuoco!

– E va bene, se questo deve essere il mio destino, sia, altrimenti vedremo, chi può mai dire nella vita?

Allora la Principessa gli diede da bere a da mangiare e poi lo fece riposare su un morbido letto di piume perché potesse riprendere le forze.

A mezzanotte, tutto il palazzo fu avvolto da un’intensa luce rossastra, e da un calore che non si può immaginare, un calore che bruciava ogni stilla di vita intorno a sé.

Il Re del Fuoco entrò con un gran frastuono e crepitar di scintille.

– Principessa mia – disse alla Principessa delle Rose – chi è entrato a palazzo?

– Un giovane che è stato mandato dal mio sposo a salvarmi – rispose la Principessa, che sapeva che al Re non si poteva mentire.

– Ebbene, avrà quel che si merita. E dopo aver ucciso lui, ucciderò anche il tuo sposo, ma prima farò in modo che si penta mille volte di essersi messo sulla mia strada!

E con questo, il Re fece una risata diabolica, e si allontanò.

La povera Principessa rimase lì più morta che viva, temendo per il bravo giovane che era venuto fin lì a salvarla, e per il suo sposo.

Ma Belfiore, che era rimasto ad ascoltare, si fece coraggio, e senza uscire dal suo nascondiglio – aveva indossato il Mantello Invisibile – disse:

– Poiché siete senza dubbio molto più forte di me, maestà, e ad uccidermi non ci sarebbe nessun gusto per voi, vorrei chiedervi di darmi una possibilità. Tre prove, e se fallisco potrete fare di me ciò che vorrete, ma se riesco, mi restituirete la Principessa. Non credete che così la sfida sarebbe più divertente anche per voi?

Il Re del Fuoco si guardò intorno.

– Chi ha osato parlare? – chiese. – Abbi il coraggio di farti vedere, senza restare nell’ombra come un vile animale notturno, un amico delle tenebre che non lascia mai che i raggi del sole lo illuminino. Fatti vedere, ed io deciderò se meriti quello che mi hai chiesto.

A queste parole, Belfiore capì che non gli restava altro da fare che farsi vedere, e sperare per il meglio.

Il Re del Fuoco vide quel ragazzo così giovane ed esile, e sorrise tra sé.

– Così tu vorresti sfidare il Re del Fuoco, vero? Ebbene, te lo concedo. Ti darò tre prove, ma bada che se fallirai, lascerò che il tuo corpo arda lentamente per cento anni, fino a che invocherai la morte come una liberazione. Sei disposto, a queste condizioni? Forse sarebbe meglio per te che io ti uccidessi subito, senza dolore.

– Forse, – rispose il ragazzo. – Ma preferisco tentare la fortuna, poiché me lo concedete.

– E va bene dunque. Dovrai portarmi tre cose in cambio della Principessa: la Pietra della Forza, lo Scrigno della Saggezza e la Spada del Coraggio. Se riuscirai, potrai portare con te chi vorrai dal mio palazzo, in caso contrario… sai quello che ti aspetta.

Il ragazzo non si perse d’animo: consultò il suo orologio per sapere dove poteva trovare la Pietra della Forza, e si mise in cammino.

Ora però bisogna sapere che il Re del Fuoco aveva una figlia di nome Stella di Primavera, tutto il contrario di suo padre: tanto il Re era brutto, malvagio e crudele, tanto lei era bella, buona e gentile. Dove suo padre passava portando l’aridità, la sterilità e la morte, lei riportava i raggi di un sole gentile, una pioggia rinfrescante e una brezza che restituiva il soffio della vita ad ogni creatura vivente intorno a lei.

Stella di Primavera sapeva che suo padre non avrebbe mai rispettato i patti: aveva dato al giovane principe delle prove impossibili, e comunque anche se lui chissà come fosse riuscito a superarle, il Re lo avrebbe ugualmente divorato, e in più avrebbe avuto i tre preziosissimi oggetti.

Allora la fanciulla si preparò, mise dell’oro tra i suoi capelli, un abito color zaffiro che aveva ricamate tutte le stelle del cielo, e insieme il sole e la luna,  e perle di rugiada che risplendevano come diamanti. Poi andò dal principe, che rimase abbagliato dalla sua bellezza, incapace di muoversi o di fare un solo gesto.

– Ascolta, Belfiore, ho sentito quando mio padre ti ha fatto tutte quelle promesse, ma devi sapere che sebbene egli uccida tutti coloro che mentono dinanzi a lui, egli stesso è solito mentire e rompere ogni suo giuramento. I compiti che ti ha dato sono molto difficili, ma più difficile di tutto è che il Re ti lasci in vita, se pure dovessi portarli a termine. Dovrai usare tutto il tuo coraggio e tutta la tua astuzia, ma se tu lo vorrai, io ti aiuterò.

– Con un simile aiuto, non potrò mai fallire – disse il giovane, che ancora era incantato da quella dolce visione. La fanciulla sorrise, e gli disse:

– Se riuscirai a prendere gli oggetti che il Re mio padre ti ha chiesto, come prima cosa vieni a parlare con me, e io ti dirò cosa fare.

Il principe promise, e poi proseguì la sua strada alla ricerca della Pietra della Forza.

Dopo tre giorni di cammino incontrò un elefante, che gli chiese:

– Dove vai, bel giovane?

– A cercare la Pietra della Forza – rispose Belfiore.

– Sappi che la Pietra della Forza è custodita dalle Fiamme del Tempo, ma non potrai arrivarci altro che in groppa ad un uomo-drago. Ma bada, che dovrai cavalcarlo ad occhi chiusi, se dovessi aprire gli occhi anche solo per un istante durante il volo, precipiterai immediatamente al suolo, e morirai.

– Ebbene, allora prometto di tenere gli occhi chiusi – rispose il ragazzo, e immediatamente gli comparve dinanzi un essere che aveva la testa di un uomo e il corpo di un drago. Senza esitare, Belfiore gli saltò in groppa e chiuse gli occhi.

Non fu un compito facile, tenere gli occhi sempre chiusi. L’uomo-drago si alzava vertiginosamente in volo e poi scendeva in picchiata, prendeva velocità inimmaginabili e poi di colpo si bloccava e restava così a mezz’aria per un tempo che al povero principe sembrava non finire mai. Pure, intuiva di potersi fidare, e comunque aveva promesso.

Finalmente, dopo un viaggio lungo e tormentato, l’uomo-drago depositò Belfiore a terra, e gli disse:

– Sei arrivato. Ora tocca a te, per prendere la Pietra della Forza dovrai sconfiggere le Fiamme del Tempo, pensa tu a come fare. – Il ragazzo aprì gli occhi e lo vide scomparire in una nuvola di fumo, e di fronte a sé aveva un terrificante cerchio di fuoco. Come attraversarlo? In quel momento gli venne in mente l’ampolla dell’uomo-cavallo. L’agitò, chiedendo tanta acqua che servisse a spegnere il fuoco. Si scatenò allora una forte pioggia, che colpì solo il luogo dove si trovava il cerchio delle fiamme. Le Fiamme del Tempo si spensero, e il giovane vide una meravigliosa pietra, che non aveva colore poiché rifletteva in sé tutti i colori della luce.

La prese, e si incamminò per tornare al palazzo del Re del Fuoco.

Quando giunse a palazzo, per prima cosa andò a parlare con la figlia del Re.

– Stella di Primavera, sono riuscito a prendere la Pietra della Forza, ora dimmi cosa dovrò fare.

– Tienila con te. Per nessuna ragione dovrai darla a mio padre prima di avere gli altri due oggetti che ti ha chiesto. Quella pietra dà a chi la possiede una forza senza uguali, e se il Re dovesse averla nelle sue mani, nulla più potrebbe fermarlo.

Il Principe fece come la fanciulla gli aveva detto. Il Re lo minacciò, lo pregò, gli fece mille promesse, ma il giovane non si smosse dalla sua posizione. Disse – ed era la verità – che gli erano state minacciate cose terribili se la Pietra della Forza avesse lasciato le sue mani prima che egli avesse in suo possesso gli altri due oggetti che doveva cercare. Alla fine il Re dovette cedere, perché non poteva prendere la Pietra contro la volontà di colui che l’aveva conquistata.

Il secondo giorno Belfiore consultò ancora una volta il suo orologio per chiedergli il cammino che lo avrebbe condotto allo Scrigno della Saggezza, dopodiché partì.

Dopo tre giorni e tre notti incontrò un barbagianni, che gli chiese:

– Dove sei diretto, bel giovane?

– A cercare lo Scrigno della Saggezza – rispose Belfiore.

– Ebbene, sappi che lo Scrigno della Saggezza è custodito dal Lago di Ghiaccio, ma non potrai raggiungerlo se non cavalcando un uomo-drago. Però bada che non dovrai dire una sola parola per tutta la durata del tragitto. Se un solo suono dovesse uscire dalla tua bocca, precipiterai a terra e morirai.

– Va bene, prometto di non dire una sola parola – disse il giovane, e allora trovò vicino a sé l’uomo-drago, che adesso aveva anche le spalle e le braccia di un uomo, ma per il resto era ancora drago. Subito gli si mise a cavalcioni, e l’uomo-drago si alzò in volo, sorvolando cose che gli avrebbero strappato oh! di meraviglia ed altre che lo avrebbero fatto gridare per l’orrore, ma Belfiore non disse nulla. Uccelli mostruosi gli rivolsero la parola, minacciandolo con i loro becchi adunchi e i tremendi artigli perché rispondesse, ma benché spaventato, il ragazzo continuò a tacere. E finalmente, quando credette che quel viaggio non sarebbe mai finito, l’uomo-drago lo depositò a terra.

– Siamo arrivati. Adesso sta a te vincere il Lago di Ghiaccio e prendere lo Scrigno – e detto questo disparve nella notte.

Cosa poteva fare Belfiore? Agitò la sua preziosa ampolla, chiedendo tanta acqua tiepida che sciogliesse i ghiacci: ed ecco che piano piano lo strato di ghiaccio cominciò a spaccarsi, e le spaccature divennero sempre più grandi, fino a che il lago fu completamente sciolto, e il giovane poté tuffarsi e prendere lo Scrigno.

Allora tornò a palazzo, e andò a parlare con la Principessa.

– Stella di Primavera – le disse – sono riuscito a prendere anche lo Scrigno, e adesso cosa devo fare?

– Tieni con te anche questa, fino a che non avrai anche la Spada del Coraggio, altrimenti si preparano per te grandi sciagure! Lo Scrigno consente di conoscere tutti i segreti del mondo, e non immagini cosa potrebbe fare mio padre se l’avesse in mano.

Così tutto andò come la prima volta: minacce, preghiere, promesse di doni inestimabili, ma il giovane non si lasciò smuovere, e lo Scrigno non poteva essere sottratto a chi lo aveva conquistato senza il suo volere.

Il terzo giorno il ragazzo, consultato per l’ultima volta il suo orologio, partì alla volta del luogo dove si trovava la Spada del Coraggio.

Camminò per tre giorni e tre notti, poi incontrò un lupo, che gli chiese:

– Che cosa cerchi, bel giovane?

– Cerco la Spada del Coraggio – rispose Belfiore.

– Ah! Sappi che la Spada del Coraggio è custodita dal Vento del Terrore, e nessuno si può avvicinare se non lo accompagna in volo un uomo-drago. Ma se vuoi arrivarci vivo, non dovrai mangiare né bere per tutto il viaggio. Se anche un solo boccone o una sola goccia d’acqua sfiorano le tue labbra, precipiterai subito a terra, e morirai.

Ancora una volta, il ragazzo promise, e ancora una volta gli comparve di fianco l’uomo-drago, che ormai però aveva solo le zampe, le ali e la coda di un drago, mentre per il resto sembrava un uomo in tutto e per tutto.

Il giovane salì sulla sua schiena, il drago si alzò in volo e immediatamente il povero Belfiore fu assalito da una fame e una sete da non dirsi. Gli parve di non riuscire neppure a tenersi seduto, per la gran debolezza, il suo stomaco era come un immenso buco vuoto, e la gola riarsa come se fosse avvolta nelle fiamme. Più andavano avanti, meno gli sembrava di riuscire a resistere, era come se mille diavoli gli mordessero la pancia e l’inferno gli infiammasse la bocca. Allora comparvero fanciulle meravigliose che gli offrivano ogni ben di dio: carni, pesci, ogni tipo di prelibatezza, e vini squisiti da bere. Ma quando ormai sarebbe stato disposto a morire pur di assaggiare anche solo un boccone di pane secco e bere anche una sola stilla d’acqua di pozzanghera, improvvisamente il drago lo depositò a terra, e ogni traccia di fame e sete scomparve, benché il povero giovane fosse ancora piuttosto spossato dalla lotta sostenuta per non cedere.

– Bene, adesso non ti resta che affrontare il Vento del Terrore e prendere la Spada del Coraggio – disse l’uomo drago, dopodiché sparì come se non fosse mai stato là.

Belfiore agitò ancora una volta la sua ampolla, perché pensava che spesso con una dolce pioggia sottile, il vento si placa e le tempeste si acquietano. Infatti, così fu. Quando il luogo fu completamente tranquillo, non più scosso neppure da un lieve alito di brezza, il giovane vide la Spada del Coraggio scintillare come l’oro ai raggi del sole, e subito l’afferrò e la portò al palazzo del Re del Fuoco.

 

Belfiore – 4a parte

Camminò e camminò, per sette giorni e sette notti, fino a che giunse sulla riva di un fiume che sembrava non finire mai, e vide diversi giganteschi cavalli selvaggi, ancora intenti a smuovere la terra dal letto del fiume per evitare le inondazioni. Senza neppure attendere che glielo chiedessero, il giovane si offrì di aiutarli, e si mise al lavoro con tanta lena, che da solo faceva quasi più lavoro di tutti loro messi insieme. Il lavoro così venne finito assai presto, e i cavalli gli chiesero:

– Cosa possiamo fare per ricompensarti della tua gentilezza?

– Tutto quello che vi chiedo è di accompagnarmi dal Re del Fiume.

I cavalli si guardarono l’un l’altro, preoccupati.

– Ma sei sicuro? – gli chiesero. – Il re è molto malvagio.

– Sarà – ribatté Belfiore. – Ma io devo per forza parlare con lui.

Allora i cavalli acconsentirono, uno di loro lo prese in groppa e poi tutti insieme si inabissarono, scendendo giù nelle profondità dell’oceano, dove si trovava lo splendido palazzo di cristallo del Re del Fiume. Quando furono al cospetto del Re, i cavalli riportarono l’ambasciata del giovane e poi lo lasciarono lì. Il Re lo guardò con fiero cipiglio e gli chiese.

– Che cosa vuoi da me?

– Vi chiedo di liberare il popolo dei cavalli, e con loro mio fratello.

– Ah! – Disse il Re. – Non è cosa da poco quella che chiedi. Sappi che tutti coloro che vengono nel mio regno devono rispondere a tre domande. Chi non ci riesce viene trasformato in cavallo e diventa servitore ai miei ordini, fino a che è in grado di lavorare, dopodiché lo do in pasto ai coccodrilli del fiume. Poiché tuo fratello e tutti gli altri non hanno saputo rispondere alle mie domande, se vuoi liberarli dovrai farlo tu al loro posto. Accetti le mie condizioni?

– Le accetto – disse Belfiore.

– Allora dovrai dirmi il nome di questo luogo, il mio nome e il nome di mia figlia, ti do tre giorni di tempo per pensarci.

– Va bene, maestà.

Il principe venne accompagnato come suo fratello in una stanza magnifica, piena di tutto ciò che potesse desiderare. Mangiò e bevve tranquillamente, poi andò a riposarsi, e quando fu quasi l’alba si svegliò e interrogò l’orologio:

– Come si chiama questo paese?

E sul quadrante dell’orologio vide scritto: Kindnaloch.

Il Re lo mandò a chiamare, e gli chiese:

– Hai trovato dunque la risposta alle mie domande?

– Soltanto alla prima per oggi, maestà – rispose il ragazzo. – Conosco il nome di questo paese, che è Kindnaloch.

L’ira del re fu tale che il fiume straripò, sommergendo tutta la pianura. Poi prese il Libro Magico e stava per fare un incantesimo contro il giovane, ma in quel momento comparve una creatura con la testa di uomo e il corpo di cavallo. L’uomo-cavallo lottò con il Re del Fiume, gli portò via il Libro Magico e lo diede a Belfiore, dicendogli di tenerlo con sé, e così il Re non poté fargli più nulla.

Quella sera Belfiore tornò a mangiare e bere come si doveva, poi dormì nel suo morbido letto, e all’alba del secondo giorno interrogò nuovamente l’orologio.

– Come si chiama il Re di questo pese?

Vide che sul quadrante c’era scritto: Perdenklar, e così quando il Re lo mandò a chiamare gli disse che aveva la risposta alla seconda domanda:

– Conosco il vostro nome, è Perdenklar.

Il Re andò talmente in collera che il fiume sommerse tutte le colline, poi lo minacciò con la Spada d’Acqua, ma proprio allora riapparve l’uomo-cavallo, che adesso aveva anche braccia e spalle umane, e lottando con il Re gli portò via la Spada d’Acqua e la diede al giovane dicendogli di conservarla con cura.

La terza sera tutto si svolse come al solito, Belfiore si rifocillò e si riposò nella sua bellissima camera, e al mattino interrogò l’orologio:

– Come si chiama la figlia del Re di questo paese?

Sul quadrante comparve la parola “Asharun”, e così il giovane quando il Re lo mandò a chiamare poté dirgli che aveva la risposta anche alla terza domanda:

– Conosco il nome di vostra figlia, è Asharun.

Allora per la furia il Re del Fiume mandò le acque a sommergere le montagne, minacciando il cielo. Poi indossò il Mantello Invisibile e si preparò a distruggere Belfiore con le forze delle acque:

– Onde e Cavalloni, sommergetelo! Coccodrilli e Capitoni, divoratelo! Rapide e Mulinelli, annegatelo!

Così il ragazzo, assalito dalle acque, inseguito dai feroci pesci e coccodrilli del fiume, a fatica evitando di precipitare in una rapida o essere trascinato a fondo da un mulinello, era ormai stremato dalla fatica e stava per soccombere, ma ecco di nuovo la creatura che già lo aveva aiutato le altre volte, e che ormai aveva solo le zampe e la coda di un cavallo, ma per il resto era un uomo in tutto e per tutto. La lotta fu molto dura, questa volta, il Re del Fiume era potentissimo e fortissimo, e l’uomo-cavallo non  riusciva a ucciderlo.

– Per uccidermi dovresti poter prendere il Luccio Longevo che nuota nel fiume, e aprirgli la pancia. Dentro la pancia c’è un Serpente Pitone che ha mangiato un’acciuga, e tu dovresti far uscir fuori l’acciuga, che ha intorno al corpo l’Anello di Lapislazzuli. Se prendessi quell’anello e lo lasciassi attraversare da un raggio di sole, la luce pura della pietra mi ucciderebbe. Credi di riuscirci? – Gridò il Re del Fiume.

Ma mentre si accaniva contro l’uomo-cavallo, si era momentaneamente dimenticato di Belfiore, che in un lampo, grazie al Libro Magico, trovò il Luccio Longevo, e con la Spada d’Acqua gli aprì la pancia. Il Mago del Fiume cominciò ad avere un po’ di vertigini, e la furia delle creature che tormentavano l’uomo-cavallo si placò appena. Dentro la pancia del Luccio Longevo il ragazzo trovò il Serpente Pitone, e prima che quello potesse fuggire, lo bloccò e lo costrinse a sputar fuori l’acciuga. Allora l’acciuga, per la gratitudine di essere stata liberata, si tolse l’Anello di Lapislazzuli e glielo diede. Il Mago del Fiume sentì una grande stanchezza, le acque infuriate si ritirarono e lambirono appena  il povero uomo-cavallo sfinito, rinfrancandolo. Coccodrilli e capitoni sparirono.

In quel momento Belfiore alzò gli occhi e vide il sole di mezzogiorno sopra di lui. Alzò l’anello e un raggio di sole lo attraversò. Allora il principe tornò indietro, mostrò l’anello al Mago del Fiume e la pura luce azzurra della pietra con la luce d’oro del sole furono troppo per il Mago, che morì all’istante. Le acque del fiume tornarono placide nel loro letto, l’uomo-cavallo tornò ad essere uomo dalla testa ai piedi, e tutta un’enorme folla di uomini e donne che il mago aveva trasformato in cavalli uscì dall’acqua, ringraziando Belfiore con le lacrime agli occhi. Il giovane ritrovò anche suo fratello Giovanni, che lo abbracciò felice.

Il re di quel popolo allora gli disse:

– Per il tuo aiuto, voglio darti qualcosa che sia d’aiuto a te. Ti darò questa ampolla di acqua fatata. Se agiterai l’ampolla, potrai avere una goccia d’acqua, o un fiume, o un oceano, secondo le tue necessità.

Il principe lo ringraziò e si rimise in cammino.

Aveva ancora con sé l’orologio che gli era stato tanto utile, e che questa volta gli diede le indicazioni per trovare il Grande Vulcano dove il Re del Fuoco aveva la sua dimora e dove teneva prigioniera la Principessa delle Rose.

Lì si diresse, e quando scese nel cratere del Vulcano vide un regno straordinario, in cui ogni cosa pareva ardere senza bruciare, avvolta in eterno da fiamme che non distruggevano, e che tuttavia sottraevano la vita a tutto ciò che toccavano.

Belfiore aveva già affrontato cose terribili, ma questa gli parve la più spaventosa di tutte, e per un momento, ebbe paura. Ma si fece forza, ed entrò nel palazzo. Girò molte stanze, una più risplendente di tesori dell’altra, e nell’ultima, la più bella, vide finalmente la Principessa delle Rose, che era così bella che non si può descrivere.

Belfiore – 3a parte

– Ebbene, allora vieni con me – disse la fanciulla, e prendendolo per mano lo condusse al castello.

Là tutto risplendeva come l’oro, e c’erano morbidi tappeti su cui camminare, letti con lenzuola di seta per dormire, tavole imbandite con ogni ben di dio per mangiare e bere. Tuttavia, non c’era nessuno oltre a loro, e Belfiore capì quanto doveva essere triste e solitaria la vita della principessa, che di notte se ne stava tutta sola nel palazzo fatato, e di giorno si trasformava in una belva che tutti temevano e da cui tutti fuggivano. Ancor più si ripromise allora di fare tutto ciò che poteva per liberarla dall’incantesimo.

Mentre era lì che pensava, si fece avanti un Gigantesco Gigante, con i capelli verdi, un solo dente, tre occhi in mezzo alla fronte e una coda che non finiva mai. Era talmente orrendo che solo a guardarlo rabbrividivano anche i serpenti, e le pietre diventavano molli come mozzarelle.

– Cosa fai qui? – chiese con un vocione che non prometteva niente di buono.

– Niente, mangio e bevo e dormo, come tutti, senza dar fastidio a nessuno.

– Dai fastidio a me, ragazzetto impertinente – ribatté il gigante.

– E tu chi sei? – chiese Belfiore.

– Sono il Gigantesco Gigante, e sono il padrone di questo castello, dove tu sei entrato senza chiedere permesso. Chi ti ha detto che potevi venire qui a fare i tuoi comodi?

Il giovane stava quasi per rispondere, istintivamente, “la principessa Fiordimaggio”, ma si ricordò in tempo che non doveva fare il suo nome, e così rispose:

– Nessuno me lo ha detto, il posto mi è piaciuto, avevo fame e sete e c’erano cose buone da mangiare e da bere, avevo sonno e c’erano letti morbidi dove dormire, così sono entrato.

– E allora, se è tua abitudine entrare senza invito dove ti pare e piace, è ora che qualcuno ti dia una lezione! – Il Gigantesco Gigante prese il povero giovane per i piedi e se lo trascinò dietro come se fosse stato un fuscelletto. Si mise a correre su una strada piena di sassi, e Belfiore sempre dietro, tutto ammaccato e dolorante. Ma dove il Gigantesco Gigante lo portò c’era un enorme pentolone che bolliva sul fuoco, e fece per infilarcelo dentro.

– Ti mangerò in un solo boccone, lessato e condito per benino – disse, quand’ecco, oh meraviglia! da chissà dove venne fuori una strana creatura, con la testa di un uomo, ma leone dalle spalle in giù. Con una zampata lo strano essere uccise il Gigante. Poi disse a Belfiore:

– Adesso tagliagli la coda, e tienila con te. – Dopodiché scomparve nel nulla.

Belfiore tagliò la coda del Gigante e se la mise in tasca, poi tornò al palazzo, mangiò, bevve e dormì.

Ma prima che scoccasse l’ultimo rintocco della mezzanotte, sentì bussare al portone del castello.

– Chi è? – chiese.

– Aprimi, per carità – disse una vocina esile. – Qui fuori piove e tira vento ed io sono una creatura debole e indifesa, se non acconsentirai a farmi entrare morirò, e la mia morte ti porterà sfortuna.

Belfiore era un ragazzo generoso, e non ci pensò su due volte. Aprì il pesante portone, e dall’oscurità venne fuori un Subdolo Serpente.

– Grazie, mio buon amico. Ma adesso ti prego, lascia che mi metta accanto al fuoco per scaldarmi un po’, e dammi qualcosa da mangiare per rifocillarmi.

Di nuovo, il giovane acconsentì. Con delle coperte fece un giaciglio e lo mise accanto al fuoco, poi prese dell’erba fresca destinata alle vacche e alle pecore, e gliene diede una buona quantità.

Appena l’animale si fu scaldato ed ebbe mangiato, gli disse:

– Sono venuto a cercarti perché devo portarti un messaggio. Purtroppo i tuoi genitori sono molto malati, e solo tu puoi salvarli, però per contrastare la magia che li sta uccidendo, l’unica cosa che serve è il nome della Principessa che vive in questo castello. Tu pronuncia quel nome tre volte, e loro guariranno.

Il giovane esitò. Se fosse stato vero, se quello che diceva il Serpente non faceva parte della magia della Strega dei Boschi, e lui non avesse parlato, sarebbe stato responsabile della morte di suo padre e sua madre. Come avrebbe potuto vivere con quel rimorso? Ma se avesse pronunciato il suo nome, probabilmente avrebbe sacrificato la Principessa, e questo non voleva farlo. Ma mentre pensava così, guardò negli occhi il Serpente e vide la luce malvagia che li accendeva. Allora capì, e disse:

– Non dirò mai quel nome!

Allora il serpente si gettò nel fuoco, e dalle fiamme venne fuori un essere spaventoso, con enormi occhi da scarafaggio, ali di pipistrello, un gigantesco corpo peloso e colossali zampe di pietra.

Il mostro si lanciò addosso a Belfiore che fece appena in tempo a schivarlo.

– Bella gratitudine, la tua! – commentò il giovane.

– Io sono la moglie del Gigantesco Gigante, questo castello era nostro, tu sei entrato qui senza bussare e senza chiedere permesso, e hai ucciso il Gigante, e adesso io ucciderò te!

Quell’essere orrendo era dotato di una forza sovrumana, sollevò Belfiore come se fosse stato una piuma e lo fece roteare in aria una volta, due, tre, dieci, fino a fargli girare la testa. Poi lo portò al fiume, e gli disse:

– Adesso ti annegherò come un topo, e diventerai pasto per i pesci, a meno che tu non mi dica il motivo per cui sei entrato nel mio castello.

Ma Belfiore non poteva dir nulla senza tradire la Principessa, e così tacque, e stava per essere gettato in acqua quando d’improvviso, ecco ricomparire il suo aiutante della volta prima, un po’ uomo un po’ leone, ma questa volta anche le spalle e le braccia erano quelle di un uomo. Nelle braccia, la creatura aveva una clava, e con quella tagliò la testa al mostro, poi disse a Belfiore:

– Tagliale le ali, e tienile con te. – poi scomparve un’altra volta.

Belfiore prese le ali del mostro e se le mise in tasca, poi andò a mangiare, bere e dormire preparandosi a quello che sarebbe successo la notte dopo.

La terza notte, appena prima che la campana finisse di suonare la mezzanotte il giovane sentì latrare il cane, che era nella sua cuccia in giardino, e udì un urlo straziante.

Subito si alzò e andò a vedere che cosa stava accadendo. Nel buio, vide che il cane stava per mordere una fanciulla che si ritraeva terrorizzata. Stupito, ordinò all’animale di lasciar stare la ragazza, e quello ubbidì, ma sempre ringhiando.

– Mi dispiace – disse. – Non so che cosa gli sia preso, di solito non fa così. Venite dentro, se volete, così potrete riposarvi un po’ e riprendervi dallo spavento. Ma ditemi, chi siete?

– Mi chiamano la Dolce Donzella, e abito nella foresta, e voi?

Belfiore le disse il suo nome e le raccontò la sua storia, ma proprio all’ultimo momento ricordò di non parlare della principessa Fiordimaggio.

– E come siete arrivato fino a questo castello? Che io sappia non è facile da raggiungere, e solo i prescelti vi possono accedere.

Belfiore stava per chiedere chi fossero i prescelti, e per che cosa fossero stati prescelti, ma capì che sarebbe andato a finire in discorsi pericolosi, che avrebbe rischiato di tradire il suo segreto, così disse solo:

– Ero a caccia, e inseguivo una lepre, non mi sono accorto che mi stavo allontanando, così mi sono perso, e quando si è fatta notte ho visto questo bel palazzo e ho deciso di entrare.

La Dolce Donzella non disse nulla e lo seguì nel palazzo.

Trascorsero un’ora piacevolmente, chiacchierando, scherzando e ridendo, poi, con uno sguardo malizioso, la Donzella disse a Belfiore:

– Senti, Belfiore, io però non ci credo mica tanto a quella storia della lepre. A me puoi dirlo, ormai siamo amici.

Belfiore sotto lo sguardo di quei begli occhi neri si sentiva sciogliere, e quasi quasi le avrebbe detto tutto, ma una promessa era una promessa.

– No, devi credermi Dolce Donzella, tutto è andato proprio come ho detto io.

La Donzella non disse niente, ma per un’altra ora gli fece mille complimenti, moine e carezze, tanto che il povero giovane stava andando in confusione, gli girava la testa e non capiva più niente.

– Ma sei proprio sicuro che non vuoi raccontarmi come è andata? Io sono terribilmente curiosa di tutto quello che ti riguarda, sei così bello, e coraggioso, e gentile…

Belfiore, un po’ per i complimenti, un po’ per quelle moine era diventato tutto rosso come un peperone e non sapeva più in che mondo si trovasse, ma di tradire un segreto non ne voleva sapere.

– Mia bellissima Dolce Donzella, mi dispiace che tu non ti fidi di me, ma cosa vuoi che ti dica? Ti ho raccontato la verità

Ancora una volta, la Donzella non disse niente, ma preparò da bere per tutti e due, solo che nella bevanda del principe aveva messo una droga che faceva dire anche quello che non si voleva.

Il principe però non aveva nessuna voglia di bere, ma la Dolce Donzella si infuriò tanto per il suo rifiuto, che lui cominciò a sospettare qualcosa, allora finse di bere ma gettò tutto il contenuto del bicchiere in un vaso di fiori dietro di sé. Poi la principessa si sdraiò accanto a lui, e trascorsero insieme ancora del tempo, ma quando la terza ora fu quasi scaduta, la Donzella vide che non succedeva niente, il principe continuava a tacere, e allora si arrabbiò moltissimo, e gli disse:

– Se vorrai rivedermi ancora, dovrai rivelarmi la verità, altrimenti scomparirò per sempre dalla tua vita!

Belfiore stava quasi per cedere, la Dolce Donzella era incantevole, e volentieri egli avrebbe dimenticato tra le sue braccia tutti i suoi segreti e le sue promesse, ma proprio quando stava per parlare, vide negli occhi della giovane uno scintillio giallo che non gli piacque affatto, e così disse:

– Mi dispiacerà non rivederti, ma non posso dirti nulla di più di quanto ti ho già detto.

In quell’istante, la Dolce Donzella scomparve e si trasformò nella Strega dei Boschi, un essere ripugnante che somigliava ad un immenso albero, ma un albero bruttissimo. I capelli erano come una folta chioma verde, il corpo dritto come un tronco, e aveva dodici braccia come rami adunchi e spinosi. Il principe fece un balzo indietro.

– Ah, però! – disse. – Al buio mi eri sembrata più bella!

A quelle parole beffarde, la furia della Strega si scatenò in una danza feroce, cantando una canzone di malaugurio:

“Fulmini di Fuoco, inceneritelo, Pioggia Scrosciante, frustalo, Vento Vorticoso, trascinalo lontano, Freddo Glaciale, trasformalo in una statua di ghiaccio!

Con questa danza e questa canzone la Strega provocò l’uragano più violento che si possa immaginare. L’acqua sferzava Belfiore come un giunco, i fulmini gli saettavano intorno, minacciando di bruciarlo tra le loro fiamme, vortici di vento implacabile lo trascinavano qua e là, e infine un gelo intenso lo avvolse, intorpidendogli le membra, fino a che fu quasi assiderato. Però, appena un attimo prima di soccombere, riuscì a strappare una ciocca dei capelli della Strega.

Allora, ecco che comparve un uomo, che aveva le zampe e la coda di un leone. L’uomo lottò con la strega, con le zampe le graffiò tutto il corpo, ma non poteva ucciderla.

La strega scoppiò in  una risata malvagia.

– Per uccidermi dovrete bruciare il noce che si trova in mezzo alla foresta, da quel noce uscirà un’aquila con un uovo nel becco, voi dovrete sottrarle quell’uovo e romperlo, dall’uovo uscirà una tartaruga, e col suo guscio dovrete fabbricare un arco e una freccia, e con quelli potrete uccidermi. Vi sembra un compito facile?

Dicendo così, la Strega rivolse fulmini, pioggia, vento e gelo contro l’uomo-leone, ma così liberò Belfiore, che si sentì più forte, e subito prese la coda del Gigante, la incendiò con un fulmine, e corse in mezzo alla foresta per ardere il noce. La Strega cominciò a sentirsi un po’ intorpidita, e il violento uragano si fece un po’ meno forte. Dal noce uscì un’aquila con un uovo nel becco, Belfiore prese le ali di pipistrello del secondo mostro, se le legò sulla schiena e riuscì a raggiungere l’aquila e afferrare l’uovo che aveva nel becco. La Strega aveva le convulsioni e il mal di pancia, e ormai l’uragano era diventato una pioggerella sottile tanto che il povero uomo-leone si sentì quasi rivivere. Belfiore ruppe l’uovo, e ne uscì una tartaruga. Con i capelli della Strega, il giovane divise l’animale dal suo guscio, fabbricò un arco e una freccia e tornò indietro. Non appena la freccia scoccata dall’arco raggiunse la Strega, quella morì, e il giovane con le zampe e la coda di leone si trasformò in un uomo dalla testa ai piedi. Allora anche la Principessa Fiordimaggio uscì dal castello per ringraziare Belfiore, perché ormai sarebbe rimasta una Principessa sia di giorno che di notte, e nessuno più sarebbe fuggito davanti a lei.

– Senti, per ricompensarti di quello che hai fatto per noi, voglio farti un dono – disse il giovane che era stato leone. Ti darò questo orologio fatato, che risponde a qualsiasi domanda tu possa fargli.

Belfiore lo ringraziò e si rimise in cammino, perché ancora doveva trovare il regno del Mago del Fiume e aiutare tutte quelle persone che erano state trasformate in cavalli, compreso suo fratello Giovanni.

Per provare le virtù del suo dono, gli chiese la strada per arrivare al Regno del Fiume, e sul quadrante dell’orologio, al posto dell’ora apparve una freccia che indicava la via. Il ragazzo capì che doveva seguirla, e così fece.