La fatica dei miracoli

Voglio, dicevo, ed era quello che volevi tu che io cercavo,  è come se lo avessi sentito, quel pianto di consapevole ingiustizia, di lucida angoscia, mi entra dentro come un’onda d’urto il tuo dolore di confine, la crudele bellezza di poter ancora scegliere. Mai nessun pretesto per nascondere gli angoli che restano bui, nessuna scusa per la cattiveria che ci appartiene, per la solitudine.  Nessuna scusa, ma una voglia di sentire e diffondere felicità come se piovesse, passare attraverso le cose, sentirne l’odore e il sapore, cogliere l’intensità, perché da lì passa il mondo, a costo di cercarlo in una bottiglia, e la grazia del dolore è la stessa dell’allegria.

Ho il vantaggio del senno di poi, ma per come sono andate le cose, credo che non avrei comunque dormito, ho imparato da tempo, anche prima di metterlo in pratica, che in certi momenti, se il sonno non arriva è perché non serve,  non è d’aiuto, semmai d’intralcio. I miracoli succedono, ma fino a un certo punto. Sono sempre faticosi e hanno comunque un prezzo. Ma anche se fosse vero che si muore sempre soli, se qualcuno tiene in mano un capo del filo, è meno duro lasciar andare l’altro.

La tua stella, che come sempre mi bagna il viso di risate, è il mio miracolo e io ci naufrago sopra come fosse la mia Agua Buena, sempre tra cielo e terra, ché a noi, dove c’è un confine, piace sempre stare un po’ da una parte, e un po’ dall’altra.

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