LA LETTRICE DELLA DOMENICA 11 – What am I Doing Here

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Bruce Chatwin, What Am I Doing Here, Ed. Picador (Che ci faccio qui nella versione italiana di Adelphi, traduzione di Dario Mazzone)

Quando rimasi a vivere a Londra per qualche mese, molti anni fa, una delle prime cose che feci fu di iscrivermi alla biblioteca di quartiere, e ancora adesso penso che le biblioteche di quartiere londinesi, insieme ai parchi (di quartiere e non) siano una delle meraviglie della città. Cercai quindi subito un libro da poter leggere, ancora non ero proprio tanto abituata ai libri in lingua originale e sinceramente non avevo la più pallida idea di cosa prendere. Girando a caso tra gli scaffali, gli occhi mi caddero su un nome, Bruce Chatwin. Ricordai che ne avevo sentito parlare in Italia, di questo autore. Per curiosità presi il libro. Voi sapete com’è, no, ci si avvicina a qualcosa quasi con circospezione, un po’ di scetticismo, persino. Coi libri si comincia dall’immagine di copertina, uhm, sì, può andare. Poi si dà un’occhiata alla quarta di copertina.La curiosità aumenta ancora. Si comincia a leggere le prime righe e ci si trova d’improvviso trascinati, ammaliati, non per il desiderio di sapere come va a finire, ché questi sono racconti, o neanche tanto racconti, quanto piuttosto appunti di vite viaggi e caratteri e aneddoti e cose varie. Ma per il fascino, la bellezza, la pura gioia che dà continuare a leggere. E’ stato così per me questo libro, allora, e i libri di Chatwin, molti, compresa una sua biografia (che però non mi era piaciuta) sono stati i primi acquisti di libri in inglese fatti all’epoca in Inghilterra. Li ho amati moltissimo.

E anche quando ho smesso di leggere tutto quello che mi capitava a tiro, ho continuato a considerare In Patagonia come uno dei libri contemporanei più belli in assoluto. E questo, anche. E’ una raccolta uscita postuma e quindi solo in parte organizzata da Chatwin stesso, ma merita. Tornando alla quarta di copertina, appunto, un estratto della recensione  di J. Keats, (The Independent) diceva.”Abbiamo perduto uno dei pochi scrittori moderni in grado di trasmettere il significato della gioia“. E se un possibile significato di gioia, o un possibile modo di provarla, comunque, è quello di fare qualcosa di bello, allora ogni tanto un libro di Chatwin è bene leggerlo (o rileggerlo). Ha quella favolosa capacità di evocare vite intere in poche righe, di creare atmosfere con quella scrittura asciutta eppure per me estremamente emozionante. E poi uno definito come un avventuriero romantico, uno che dichiarava che tutta la sua vita “era stata una continua ricerca del miracoloso” e di cui si diceva che “Pochi scrittori sono stati più qualificati per cercarlo, o più capaci di distinguere il fasullo dall’autentico” (dalla prefazione, un breve estratto di Sean French, dal New Statesman & Society), beh, poteva forse non piacermi?

Dalla sezione Encounters (Incontri), un brevissimo estratto su André Malraux:

The career of André Malraux has startled, entertained and sometimes alarmed the French. An archaeologist, writer of revolutionary novels, compulsive traveller and talker, war hero, philosopher of art and Gaullist minister, he is their only living first-class adventurer. At 73 he is a national institution, but an institution of a most unpredictable kind.

La carriera di André Malraux ha sbalordito, appassionato e qualche volta allarmato i Francesi. Come archeologo, autore di romanzi rivoluzionari, frenetico viaggiatore e conversatore, eroe di guerra, filosofo dell’arte e ministro gollista, è il loro unico avventuriero di prim’ordine che sia rimasto sulla scena. E’, a settantatré anni, un’istituzione nazionale, ma un’istituzione assolutamente imprevedibile.

Da tutto il racconto esce la figura di un uomo controverso, a suo modo straordinario, descritto con i suoi tic, i gesti, il modo di vestire. le idee, i pensieri, il modo di parlare. potrebbe essere il protagonista di un bellissimo romanzo. E’ invece il protagonista estremamente vivo e reale di una bellissima cronaca dell’incontro tra due scrittori, due viaggiatori, due grandi uomini, due figure anomale ed estremamente anticonformiste di intellettuali.

La lettrice della domenica 3 – The Songlines / Le Vie dei Canti

The Songlines

Le Vie dei Canti è un libro meraviglioso, un libro che va alla scoperta delle nostre origini nomadi, quelle dell’umanità e quelle di ciascuno di noi, per cui fin dalla culla ci è difficile star fermi, quasi che fosse una forzatura, la stanzialità, e che ogni viaggio fatto da adulti significasse reimparare quella esigenza e quella capacità di essere in costante movimento che per buona parte della vita siamo quasi costretti a reprimere. Un libro umanistico, mi viene da dire, in cui anche chi non ama viaggiare troverà, credo, sempre qualcosa di sé.

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originario di poiesis, e cioè “creazione”. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aeva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – e così ricreava il Creato.

“certe volte,” disse Arkady “mentre porto i ‘miei vecchi’ in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. ‘Che cosa state cantando?’ domando, e loro rispondono: Un canto che fa venir fuori il paese, capo. Lo fa venir fuori più in fretta’”.
Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.
“Quindi, se ho capito bene, la terra deve prima esistere come concetto mentale. poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste””.
“Esatto”
“In altre parole “esistere” è “essere percepito”?”
“Sì”
“Somiglia pericolosamente alla confutazione della Materia del verscovo Berkeley”.

[da: Le Vie dei Canti, Bruce Chatwin, Ed. Adelphi, traduzione di Silvia Gariglio]

The Songlines is an amazing book, a book that takes you on a journey to discover our nomadic origins, those of humanity and those of each of us, so that to this day it is difficult for us to stay still, even from the cradle: almost if sedentism continued to be something that constrains us, and every time we travel as adults meant we learn again that need and that ability to be constantly on the move, a need and an ability we are probably forced to restrain for a good part of our life. A humanistic book, that’s what I’d call it, where even those who don’t like travelling will always find, I think something of themselves.

By singing the world into existence, he said, the Ancestors had been poets in the original sense of poesis, meaning ‘creation’. No Aboriginal could conceive that the created world was in any way imperfect. His religious life had a single aim: to keep the land the way it was and should be. The man who went ‘Walkabout’ was making a ritual journey. He trod in the footprints of his Ancestor. He sang the Ancestor’s stanzas without changing a word or note – and so recreated the Creation.

‘Sometimes,’ said Arkady, ‘I’ll be driving my “old men” through the desert, and we’ll come to a ridge of sandhills, and suddenly they’ll all start singing. “What are you mob singing?” I’ll ask, and they’ll say, “Singing up the country, boss. Makes the country come up quicker.”
Aboriginals could not believe that the country existed until they could see and sing it – just as, in the Dreamtime, the country had not existed until the Ancestors sang it.
‘So the land’, I said, must first exist as a concept in the mind? Then it must be sung? Only then can it be said to exist?’
‘True’
‘In other words, “to exist” is “to be perceived”?’
‘Yes’.
‘Sounds suspiciously like Bishop Berkeley’s Refutation of Matter.’

[From: The Songlines, Bruce Chatwin, Picador]