Le risate spiegate al mio gatto

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Foto dal web

Il mio gatto è sempre nelle vicinanze quando scrivo e quando guardo il materiale su cui sto scrivendo, che è quasi tutto materiale video. Stravaccato sul tavolato del giardino, addormentato su una sedia, accovacciato sul pavimento… sempre a portata di carezze, ma se mi sente ridere mi guarda con gli occhi sgranati. Se per caso mi si era accomodato in grembo, salta subito giù. Non scappa ma continua a fissarmi, quasi pensasse tra sé e sé: io non rido, la ritengo una cosa poco elegante per un felino, ma credevo che voi umani rideste di gioia, come noi facciamo le fusa. Com’è che tu ridi e poi ti vengono le lacrime… non sapevo che ridere potesse far tanto male. E’ disdicevole, davvero. E anche se i gatti hanno tante vite e la saggezza di esseri misteriosi, liberi e mai del tutto addomesticabili, non so se potrei riuscire a spiegargli che qualche volta una risata è solo una lacrima che ha cambiato colore. Quanta vita c’è in una minuscola goccia d’acqua? In una risata ce n’è la stessa quantità, con tutto quello che abbiamo dentro e in più qualcosa di gioioso, una scintilla in movimento, uno sfavillio d’ali sulla superficie, che permette al buio di attraversare il giorno, e alla luce di varcare i confini della notte.

Gufi (e non solo)

Tra le mie (non poche) contraddizioni c’è questa: ho paura del buio e lo amo profondamente. In questi pochi giorni da sola ho riscoperto di essere un gufo (in realtà lo sapevo già, o lo sospettavo. A sproposito: avete visto Il Regno di Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani? Un bellissimo film, secondo me, non solo per ragazzi)). Mi piace scrivere dopo le undici di sera, possibilmente poi tra l’una e le quattro, le cinque del mattino. Poi non mi sveglio neanche tardi al mattino, forse sono uno strano incrocio di gufo-allodola che al pomeriggio prende sfumature bradipesche e torna poi a svegliarsi dopo le sei di sera.

Ma il buio, dicevo, che invenzione meravigliosa. Il buio, il silenzio, la notte, che sia o meno stellata, che ci sia o meno la luna. Intendiamoci, i cieli trapunti di stelle hanno un fascino particolare e innegabile, e così la luna. Ma è l’oscurità in sé a essere magica, un richiamo per me (l’ho pur detto che sono un po’ strega, del resto). Eppure i rumori si amplificano, il più innocente assestamento del legno di un mobile prende sfumature inquietanti, non parliamo di imposte sbatacchiate dal vento e scricchiolii sinistri, passi al piano di sopra che sembrano minacciosamente vicini, sibili del vento tra le tende e insomma, tutto l’armamentario.

Forse è che la paura non è che una sola di un intero pacchetto di emozioni che si espandono, è come vivere tutto un po’ più intensamente. Se vi è mai capitato di trovarvi su una spiaggia o uno scoglio quando è buio, avrete certo caso che il mare, di notte, è bellissimo, una stoffa morbida che non è nera ma neanche blu, un colore diverso da qualunque altro, a cui anche la più minuscola luce dona scintille guizzanti di un altro di quei blu-grigio-argento che non esistono altrove in natura.

Poi non pensate che sia un tipo tenebroso. Strega sì, amante dei Paesi nordici ma anche del sole, del caldo; il mio animale preferito è il lupo, mi sono simpaticissimi i gatti neri e i  gufi (ultimamente anche i pipistrelli, ma quella è colpa di un libro, anzi tre) ma anche i canarini, per dire, gli scoiattoli e i canguri (sparo a caso, tanto per farvi capire che non devono necessariamente essere incarnazioni demoniache). Per non parlare poi dei pettirossi, ma lì una ragione c’è, per quanto strampalata.

Per farla breve, non sono normale neanche come gufo…

Un cambio di cielo

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Foto dal web

Vorrei vedere i rami nudi di foglie,
coperti solo da cristalli bianchi di ghiaccio
le scheletriche braccia protese
ad implorare un cambio di cielo,
di vento, d’umore, un cambio qualunque
che qui è tutto immobile da secoli
e le ragnatele ormai hanno fatto altre ragnatele
e potresti anche chiamarle merletti
ma non sarebbe che un inganno
Per quanta bellezza tu possa vedere
In un pizzo di neve o di tela di ragno
Restano sempre frammenti di freddo
E trappole mortali intessute
Per ingannare una preda
Datemi tempo, vi prego, datemi vita
Che qui in fondo è gelido il buio
E chi potrà sentirmi se urlo senza voce
Chi potrà vedermi se viaggio in un grigio
Confuso di nebbia e dolore
E non ho contorni da mostrare
Nulla di nitido, di distinguibile
Nulla che si possa riconoscere,
uno stile poetico, un modo di vestire
che qualcuno vedendomi possa dire
ecco, non puoi essere che tu, e nessun altro.
Questo bozzolo caldo mi coccola e m’imprigiona
Tu riesci a vedermi forse?
Riesci a riconoscermi, a sentirmi?
O è solo uno specchio appannato
L’eco indistinta di voci scomparse?
Il cielo resta chiuso, in sterile tinta unita
E neanche una goccia di pioggia
a confondermi le lacrime
e non una cartina, una mappa, una guida
turistica, uno scalcinato ufficio informazioni,
che poi, forse, non sono io, forse
è la strada ad essersi smarrita
e adesso, angosciata, mi cerca
mentre su ogni cosa un’ingrata indifferenza
stende il suo monotono velo senza scampo

All’inferno e ritorno – I parte

Non ho più paura del silenzio.

Neppure della solitudine.

Che strano poterlo dire con questa sicurezza, come se fosse così da sempre. Ma non è così da sempre. Mi è costato una fatica immensa, e tutto il male che ho fatto agli altri e a me stesso, per paura della solitudine e del silenzio.

Non sto cercando di giustificarmi. Che senso avrebbe, dopo tutto questo tempo? Anche se oggi darei degli anni di vita per cancellare alcune delle cose che ho fatto, ormai che lo voglia o no fanno parte di me. Non ne sono orgoglioso. Ma forse ognuna è stata indispensabile per arrivare ad essere quello che sono oggi. E di quello sì, sono orgoglioso davvero.

Oggi posso parlarne, tornare a guardare l’orrore che ho avuto dentro, sapendo che non tornerà, qualunque cosa succeda.

E’ probabile che rischierò di essere a tratti melodrammatico, di apparire arrogante, di compiacermi nel ruolo di vittima. Non è mia intenzione, ma è probabile che accada. Non sto cercando di presentarmi nella mia luce migliore, al contrario. Vorrei essere onesto, a costo di suscitare disgusto. Ma non si può riuscirci fino in fondo. Non scrivo per raccontare la verità. Non la conosco neppure io. E’ che solo distaccandomi da me stesso, per un po’ di tempo, solo raccontando, come se si trattasse della vita di un altro, alla fine, forse, potrò arrivare alla verità.

Ho sempre camminato per sentieri stretti sugli orli di tutti i baratri che ho trovato, ho guidato la mia vita per strade con massi in pericolo di caduta. Sono estraneo alla mia faccia e al mio nome che non ho scelto. Non ho scelto la vita, l’ho lasciata scorrere sulla mia pelle come pioggia fino al giorno che ho preso la pioggia nelle mani, e l’incosciente infradiciarsi è diventato il consapevole lavar via ad un colpo la morte, la paura e quell’ombra nera che portavo sempre dietro anche nel sole del mezzogiorno. L’aquila che per anni mi ha voluttuosamente straziato il fegato è scomparsa. Credo che presto sarò libero dalle catene del mio personale Caucaso.