Esausta ma felice

Stiamo ristrutturando casa e oggi mi sono dedicata a svuotare la cucina e pulirla, prima di darla via (che vuol dire anche trovare un posto, provvisorio ma non senza criterio, per tutto il contenuto); ho fatto due sughi con le verdure dell’orto; ho sciroppato pere e more precedentemente raccolte e ci ho fatto una cheesecake (tutto a km zero insomma); ho svuotato anche il bagno perché domani iniziano i lavori; e domani ci sarà da coordinare: chi viene a prendersi la cucina, chi viene a portare e montare un mobile, chi viene a fare le demolizioni in bagno. Sono distrutta, ma contentissima di questo sogno che si realizza.

E stasera qui il cielo era così:

Incipit

Qui di notte il cielo è più grande e più scuro, non puoi chiedergli niente. La volta stellata è magnifica, ma il suo manto nero, lucido e scintillante, la luce pura degli astri, non hanno niente da spartire con le nostre vite confuse, con le nostre penombre intricate. La mappa del suo territorio è perfettamente uniforme, senza sbavature. L’ha creata il Grande Spirito all’inizio del mondo, e nessuna guida ha dovuto disegnarla con i suoi passi, volgendo il naso all’aria in cerca di odori lontani e l’orecchio a terra per incontrare il passato di tutti gli uomini e gli animali che l’hanno percorsa. Gli uomini sbagliano: per quanto abili siano le nostre guide, ogni generazione dovrà correggere qualche piccolo o grande errore di quelle che l’hanno preceduta. Il cielo non ha errori, non ha odore né tracce, da cui nascano intuizioni improvvise su ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Le stelle non sognano. Non hanno una lingua che un interprete possa decifrare per far da tramite tra i loro pensieri e i nostri. Mi chiamavano Donna Uccello, tuttavia, che il Grande Spirito mi perdoni, io ho sempre preferito camminare che volare, e ho scelto quello che potevo capire coi miei piedi, il mio naso, gli occhi, le orecchie, la bocca e le mani. Ho scelto l’incontro e l’esplorazione, il corpo e le parole, la terra di cui potevo imparare a leggere i segni, perché se impariamo a leggere i segni della terra possiamo forgiarla, dare senso a ogni albero, sasso o corso d’acqua, ma non potremo mai forgiare il cielo. Il cielo non ci appartiene, e noi non gli apparteniamo.

Così inizia la mia prossima storia, e questa è in un certo senso la primissima presentazione della mia protagonista, chissà se qualcuno, sulla base di queste scarne informazioni, capirà di chi si tratta (è realmente esistita, questo va detto).

Tramonto in collina / Sunset over the hills

In una delle foto, quella in cui il cielo è più scuro, a guardar bene si intravede anche qualche frammento di luna tra le nubi. Ma le luci della prima sembravano un dipinto.

In the picture with the darkest sky, looking closely you can see a fragment of the moon through a crack in the clouds. But the lights in the first one look like a painting, don’t they?

L’erba voglio

Del cielo a quest’ora non finisce di stupirmi il modo in cui colori apparentemente incompatibili come l’azzurro e l’arancione si amalgamano perfettamente, entrando uno nell’altro senza sforzo, e senza sbavature. Voglio tutto, penso. Voglio gli inverni col caminetto e le sere lunghissime di luce, queste sere fresche a guardare le foglie degli alberi annerirsi mentre tra le fronde spiccano ancora gocce d’oro, voglio il mare e un giardino, voglio un giardino sul mare, voglio i teatri e i grattacieli e le strade antiche, la città di notte e il gracidio delle ranocchie che in questo momento mi circonda, gli uccelli e i monti, il fiume e i cavalli, il jazz, un gigantesco cupcake al giorno e una bicicletta, voglio vivere e respirare a fondo e voglio una sdraio e una sedia a dondolo dove distendermi a leggere e sognare senza nient’altro da fare, voglio correre e d’improvviso fermarmi e puntare col dito qualcosa, un minuscolo oggetto in lontananza, una lucciola o una stella, un filo d’erba o un chiodo, importa poco, qualunque cosa sia, in quel momento racchiuderà tutti gli istanti, i pensieri, il senso di ogni cosa. Non sono una regina, ma l’erba voglio sto imparando piano piano a farla crescere, vedo le sue piccole radici tenaci trovare il loro posto nella terra, l’innaffio ogni giorno, la concimo quanto basta, vorrei che qualcuno di quegli esili fili diventasse una pianta fiorita, un albero rigoglioso, che sappia spandere i suoi semi anche tutt’intorno, senza prepotenza ma con determinazione. Il mio pollice, a forza di esercitarlo, diventa ogni giorno un po’ più verde.

Equilibri e sogni

Il sole tramonta rapido, ti sembra quasi di vederlo muoversi, è ancora più difficile a quest’ora credere che sia la Terra, a muoversi, come puoi non credere a qualcosa che i tuoi occhi vedono tanto chiaramente, in cambio di una verità invisibile? Il sole scende veloce, e pare che ti scenda dentro, che andando giù entri dentro la tua pelle, ma il suo rosso cerchio di fuoco resta lontano, inafferrabile. Quello che ti scava dentro è la fine, la scomparsa. Quella bellezza, quella magnificenza che è la magnificenza dell’addio. No, lo vedo, il sole, che rimpicciolisce fino a sparire dietro le colline, un attimo fa era ancora una sfera completa quasi in mezzo al cielo, poi è sprofondato, l’ho osservato chiaramente ridursi a due terzi, poi metà, poi una minuscola striscia, e infine più niente, solo una scia di luce arancione che verso su sbiadisce nel lilla e più su ancora nell’azzurro lattiginoso di questo cielo che non esiste, è solo aria a cui i nostri occhi fallaci danno un colore e quasi una consistenza. Non mi ingannate, è il sole a muoversi, le colline sono immobili, fisse al loro posto, chi ci crederebbe che sia la Terra a girare? Eppure, a pensarci, che cosa affascinante, questo movimento che permette a un pianeta di non perdersi, di mantenere il suo posto nello spazio, di far crescere su di sé qualcosa di vivo e di precariamente stabile. Rotazione e rivoluzione, il moto di un oggetto che permette agli oggetti che porta su di sé di stare in equilibrio. Ho un pensiero però che è come un piccolo squilibrio nel cuore. Se le forme, i colori, la sostanza stessa che crediamo  di vedere dipendono dall’illusione della luce che colpisce i nostri occhi in un modo o nell’altro, se ciò che sembra reale non lo è e forse l’unica cosa reale sono i sogni, se persino la vita è un sogno, non potevo allora sognarti da più vicino?

Bivio

Mi sento a un bivio, di nuovo. Non è una sensazione sgradevole, tutt’altro, è che non so bene che farne.

Come scrivevo qualche giorno fa, sto facendo quello che amo e posso dire di essere felice, non nel senso che vada sempre tutto bene (mi preoccuperei… 🙂 ) ma nel senso che sento che sono nel posto giusto, al momento giusto, e mi piace essere quella che sono (quasi sempre). Questo mi permette di reggere la barca anche quando arrivano le tempeste, perché arrivano, mica no.

Eppure non riesco del tutto a smettere di proiettarmi in avanti, sarà una vecchia abitudine dura da abbandonare, sarà che ai desideri e ai sogni comunque ci tengo, e benché a volte vorrei spegnere per un momento almeno l’interruttore del cervello, tengo anche ai miei pensieri. Sono qui, vivo l’attimo, sento e amo profondamente quello che c’è, ma anche quello che sarà ha un fascino quasi irresistibile.

Mi basta un’email, l’ipotesi astratta di partecipare a un progetto che mi piacerebbe, e d’improvviso mi ricordo che sì, adesso sto portando a termine quella che è, in questo tempo, una delle cose più importanti della mia vita, e portarla a termine è tanto impegnativo quanto essenziale. E dopo? Ho un lavoro che ho amato moltissimo ma che, come molti amori messi alla prova della quotidianità, sta mostrando segni di logoramento. Vorrei vivere scrivendo ma la parte realista di me dice che è piuttosto improbabile. So che continuerò a dedicarmi a progetti legati a Robin perché non potrei fare altrimenti. Ma per il resto… Così torno a chiedermi cosa voglio fare da grande, pur essendo più che grande da qualche tempo, ma se è vero che si invecchia quando si smette di meravigliarsi e di sognare, beh, io allora ho appena iniziato a muovere i primi passi.

Da una parte sento che le cose succederanno quando sarò pronta perché succedano, mi faccio meno ansie per il fatto di non pianificare, progettare, organizzare, tutte attività che sono scarsamente nelle mie corde, anche se qualche volta sono costretta a dedicarmici. Dall’altra, avendo sempre pensato che possiamo fare molto per rendere la nostra vita il più vicino possibile a quello che vogliamo, non posso tirarmi indietro del tutto e lasciar fare unicamente all’universo e alla sua disponibilità a congiurare perché i miei desideri si realizzino.

Siccome mi succede spesso di trovare nelle parole degli altri il mio pensiero e persino il mio cuore, ho deciso di fare così: prendere i primi libri che mi sono venuti in mente, aprirli a caso e vedere cosa mi dicono.

Lo sai quanto godo di non dover più scrivere una parola? E’ davvero meraviglioso. Nella vita, se hai l’occasione di non ripeterti, prendila. (Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, p. 179).

Sì, in effetti… è l’aspetto del dovere e del non ripetersi che fa presa su di me. Scrivo perché adoro farlo e per quanto posso cerco di sperimentare cose nuove nella mia vita, se non altro di imparare una cosa nuova ogni giorno.

Le Merry Maids, nei pressi di Penzance, in Cornovaglia, sono un cerchio di diciannove grosse pietre, forse un’antica area sacrificale o chissà cos’altro, dove si svolge ogni anno il Gorseld, il raduno dei bardi che cercano di ravvivare la memoria del retaggio celta. Fra queste pietre si sente certo il rispetto per l’oscuro passato svanito, per gli antenati che sono sempre antenati comuni, dell’umanità e della civiltà. Ma questa reverenza, questo senso del mistero riguardano la semplicità della vita che trascorre e sparisce, le pietre e le mucche che pascolano mansuete tra di esse, col loro segreto della vita animale. Possiamo e dobbiamo avere pietas per i druidi e certo ancora di più per le loro vittime rituali, perché erano poveri diavoli come noi e stavano certo peggio di noi. La moda della tradizione celta si involgarisce invece talora nell’esoterismo iniziatico, in un neopaganesimo posticcio, nella compiaciuta superstizione. Quel culto dell’arcano, della magia e delle origini è sempre una pacchianeria sofisticata, come ogni civetteria irrazionalistica. Quanto più profondo è il vecchio detto cornish sulle tre cose più belle del mondo: una donna con un bambino, una barca con le vele spiegate e un campo di grano che ondeggia nel vento. (Claudio Magris, L’infinito viaggiare, p. 44).

Anche questa ha molto da dire: per quanto l’irrazionale mi affascini, il mio senso del mistero è molto legato, credo, al mio amore per la terra, il mare, l’umanità forse anche (per quanto su questo aspetto ho forse margini di miglioramento). I riti pagani non mi attirano molto, e trovo il senso della vita più di tutto nel fatto di viverla.Non  che questo mi aiuti particolarmente nel decidere a che cosa dedicarmi, ma forse devo leggere meglio tra le righe.

Piccola rosa, rosa piccolina / a volte / minuta e nuda / sembra / che tu mi stia in una mano / che possa rinchiuderti in essa / e portarti alla bocca, / ma d’improvviso / i miei piedi toccano i tuoi piedi e la mia bocca le tue labbra / sei cresciuta / le tue spalle salgono come due colline / i tuoi seni si muovono sul mio petto, / il mio braccio riesce appena a circondare la sottile / linea di luna nuova che ha la tua cintura: / nell’amore come acqua di mare ti sei scatenata: /misuro appena gli occhi più ampi del cielo / e mi chino sulla tua bocca per baciare la terra. (Pablo Neruda, In te la terra, in Poesie d’amore, p. 84).

Ecco, questa in qualche modo completa quella precedente: anche l’amore è espressione in buona parte di amore per la terra, unirsi a un’altra persona (o un’altra anima) significa far diventare concreto quel desiderio di terra e di cielo, diventare tutt’uno con essi.

Ma ancora ho l’aurora impigliata in ogni tempia (Pablo Neruda, Bruna, la baciatrice, in Crepuscolario, p. 37). Tutto finirà, un giorno, le parole, le canzoni, i baci, la vita. Ma fino a quando l’aurora resta impigliata alle nostre tempie, il giorno ancora ci aspetta.

Dunque: meno senso del dovere, più passione, più amore, un forte legame con la terra (intesa come pianeta, con tutto quello che contiene), sperimentare qualcosa di nuovo. Beh, sono dei buoni punti di partenza. Sicuramente da qui troverò il modo di andare avanti.