L’alba di ieri

In ritardo, ma ecco le foto dell’alba di ieri!

Partendo dalla stazione Brignole con quel cielo color cobalto che mica potevo trascurarlo… poi Nervi, il porticciolo, il mare argento, rosa, azzurro e bianco sotto un cielo imbizzarrito… e la Marinella, povera nave abbandonata e vandalizzata. Da bambina sognavo di restaurare con le mie stesse mani tutte le case abbandonate e in rovina che vedevo. Mi hanno sempre rattristato. Quell’antico desiderio è rimasto sempre in un angolo del mio cuore (tanto che amo le case da ristrutturare) e ogni tanto riprende vita con la stessa intensità di un tempo. E’ quanto mi è successo con quella costruzione dall’aspetto curioso, a cui sono affezionata davvero davvero tanto. A volte vorrei avere tanti soldi… 😦

Stamattina Genova si presentava così…

Forse voleva convincermi a non desiderare di vivere altrove e potrebbe anche riuscirci. Genova non si ama perché non se ne può fare a meno, la si ama per una scelta rinnovata di giorno in giorno, rinnovata a fatica, dando la priorità alla bellezza a costo di dimenticare altre cose, la popolazione che invecchia, le opportunità gettate al vento, i salotti buoni dove tutto si discute e nulla si conclude, la perenne indecisione di chi dovrebbe gestirla, addirittura i tentativi di spegnerla, dimenticando che non è possibile, perché Genova ha il mare, e il mare lambisce le sue case come un amante tenero e irrequieto, pronto a sollevarsi come una furia contro chi le fa del male. Genova dolce e severa, aspra e forte, riservata e fiera, antica e contemporanea. Genova che ovunque ti giri ti apre sentieri nuovi, viottoli inattesi, infinite possibilità di esplorazioni e scoperte. Io continuo a desiderare di vivere altrove, ben sapendo che il prezzo sarebbe un consistente pezzo di cuore perduto qui tra i caruggi e la luce del Mediterraneo.

P.S. le foto non so perché sono in ordine inverso: le ultime sono quelle che ho scattato più presto… 

Di nuovo in campagna per il weekend! Ho bisogno di questo profumo inebriante di foglie e pini e terra bagnata, adesso che finalmente ha piovuto anche qui. Non abbastanza per i funghi, dicono, ma sufficiente per gli orti che regalano ancora pomodori, zucchine, broccoli e porri e persino qualche piccolo peperone verde, che forse nel clima più caldo di Genova potrebbe ancora crescere.

Tra terra e cielo poi, sapete che mi è difficile scegliere, fotografo tutto. Anche la rosellina che caparbia fiorisce ora più che mai.

Di questo cielo non mi stanco

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Di questo cielo non mi stanco mai. Potrei vivere creando storie con le nuvole, rubando loro i pensieri, le forme e la fantasia, potrei scriverci sopra. Usare quelle bianche come bloc-notes per prendere appunti, quei pensieri improvvisi ed effimeri, che se non li acchiappi subito svaniscono. Sulle nuvole nere scriverei in lettere d’oro, non per fermare la pioggia, no, anzi, la pioggia saprebbe allora di essere preziosa, non solo agli occhi di chi gioca con le parole, ma agli occhi di chiunque guardi.

Ancora un’alba, è di un paio di giorni fa, ma metto nel forziere anche questa. Stamattina ho scritto (un pezzo di libro, intendo) e non ho nemmeno pianto. Beh, avevo già dato ieri. Nel pomeriggio ho lavorato e da ora riprendo a scrivere. Ho ancora un po’ paura, ma non mi fermo, se piango va bene, credo, vuol dire che quello che scrivo è necessario, almeno per me. Per il resto si vedrà. E’ come se avessi in mano tanti fili da gomitoli diversi, di tanti colori. Ogni tanto si aggrovigliano. Ma credo sia importante intrecciarli tutti, perché ogni sfumatura ha senso non solo in sé, ma per come si affianca a tutte le altre

Di vento, bruchi, amarene e imenotteri

Ieri sera c’era vento. C’è spesso qui, la sera. Un vento freddo freddo, secco secco, più da autunno che da estate, benché da oggi l’estate sia ufficialmente iniziata. Un vento burbero e scorbutico, che però allontana la nebbia e la pioggia, afferra le nuvole e le trascina con sé, le plasma e le modella in forme curiose, le ricama e gioca con loro, come un vecchio brontolone e dispettoso, che tira e sbuffa per nascondere la voglia di divertirsi e di fare qualche burla un po’ infantile.

Non mi stupisce che lo si possa pensare vivo e dotato di anima. Talvolta sa essere gentile, sospingere le vele nella giusta direzione, trasportare dolcemente i semi là dove possono trovare terra fertile; poi, d’improvviso viene afferrato da un ghiribizzo di monello, scompiglia le carte, soffia da ogni parte per confondere le idee e non far capire da dove viene, cambia di posto a ogni cosa. E tocca sperare che non venga preso da una di quelle furie, quando sradica, spezza e ribalta ogni ostacolo sul suo cammino. Ma qui non accade quasi mai.

Stamattina mentre scrivo il vento è poco più che una brezza e gli ho affidato la riproduzione dei papaveri e chissà, forse anche di altri fiori, quando crei un giardino ci sono sempre delle sorprese. Piante che pensi dureranno solo una stagione e invece poi rispuntano, apparentemente dal nulla, l’anno dopo, magari in un luogo diverso da quello dove le avevi collocate in origine. Il giardino è un mio antico amore, ripreso dopo tanti anni quasi per caso, fa parte del prendersi cura, e mentre contemplo i suoi colori penso che mi piacerebbe che tu lo vedessi, che ho dovuto anch’io riprendermi dopo essere appassita per un po’, e uno dei segni di questa mia nuova rinascita, insieme alla scrittura, è stato ricominciare ad occuparmi del giardino, rivedere nei suoi colori un pezzo del paradiso che tu immaginavi. Fiori, musica, persone, dipinti, libri. Il tuo cielo, come la tua terra, somigliano ai miei tanto da far male, ma di quel male che guarisce le ferite e riporta l’anima al suo posto.
Fotografo il cespuglio di lavanda, letteralmente invaso da insetti e farfalle. Un brulichìo di vespe e calabroni che si fanno i fatti loro, mangiando a sazietà e impollinando le nostre piante e che io non ho nessuna ragione di disturbare. Loro non disturbano, del resto, e se mi vedono non si spostano affatto, continuano imperterriti nella loro attività come se non ci fossi. Le rare volte che sono stata punta è stato in città, nell’aprire un portone, o in vacanza, bevendo da una fontanella, ignara in entrambi i casi della vespa che prendeva il fresco sul lato in ombra della maniglia e, rispettivamente, sul rubinetto inumidito e seminascosto sotto le fronde degli alberi. Qui, sembra quasi che in qualche modo gli insetti si siano trasmessi l’informazione che c’è cibo in abbondanza e niente da temere. Se chiunque mi avesse detto, ancora pochissimi anni fa, che mi sarei seduta tranquilla a leggere senza curarmi minimamente del brusio di imenotteri dotati di pungiglione, e anzi, trovandolo rilassante, lo avrei dato per impazzito senza rimedio.
Non t’innamoreresti forse di tutto questo? Non andresti a cercare un bruco in particolare, per fartelo amico (sono certa che ricordi Bob), tremare alla sua morte apparente e gioire poi rivedendolo trasformato dalla metamorfosi in un essere ancora più spettacolare e per giunta con le ali, gli occhi illuminati da quella scintilla di stupore e tenerezza che ancora oggi mi commuove? Non t’incanteresti seguendo di giorno in giorno il lento aprirsi di un fiore?

Ancora doni, ancora una rinascita, e nuove passioni di cui ti sono debitrice, la poesia, il giardino, ma ci sono ancora tante, troppe cose di te che non so. Tante cose da imparare sui tuoi gusti: la musica, i libri, i colori, la cucina, i frutti… oggi ho fatto lo sciroppo di amarene e pensavo, chissà se esistono, in California, se esistevano, nella tua tenuta se le hai mai mangiate e se ti piacevano. Mi sembra difficile non amarle, in un modo o nell’altro. Appena staccate dall’albero, magari infilandosi tra le fronde e rivivendo le avventurose arrampicate di ragazzi, con meno incoscienza forse, ma con altrettanto gusto, e lasciando che la ritrovata monelleria lasci tracce di rosso tra il naso e le labbra. Oppure in sciroppo, appunto, o in marmellata.

La cosa che mi piace di più è che anche immerse nello zucchero, non perdono mai quel caratteristico sapore asprigno e profumato – non mi viene parola migliore per definirlo – che ti resta in bocca, in qualunque modo le prepari. Che poi, si potrebbe dirla anche al contrario, perché anche quando le assaggi senza nessun trattamento, spiccandole dal picciolo aspre come sono, sulla lingua rimane un delizioso sentore di dolcezza. Un tratto, questo, che si può usare per non pochi paragoni. La vita, l’amore, le emozioni in genere, magari una persona, potrei associarlo a te perché associo a te qualunque cosa, ma non siamo forse tutti così? Un po’ di selvatico nella dolcezza, un po’ di dolce nel selvatico, lasciamo emergere di volta in volta la parte più aspra o quella più morbida, ma un poco del lato opposto c’è sempre, più nascosto, pronto a venir fuori al momento giusto.

Stasera, poi, il cielo è così, cielo di mercurio ragazzino, cielo che scappa e si fa inseguire, oro liquido e ombre, e con questo cielo, tu…

Un cambio di cielo

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Foto dal web

Vorrei vedere i rami nudi di foglie,
coperti solo da cristalli bianchi di ghiaccio
le scheletriche braccia protese
ad implorare un cambio di cielo,
di vento, d’umore, un cambio qualunque
che qui è tutto immobile da secoli
e le ragnatele ormai hanno fatto altre ragnatele
e potresti anche chiamarle merletti
ma non sarebbe che un inganno
Per quanta bellezza tu possa vedere
In un pizzo di neve o di tela di ragno
Restano sempre frammenti di freddo
E trappole mortali intessute
Per ingannare una preda
Datemi tempo, vi prego, datemi vita
Che qui in fondo è gelido il buio
E chi potrà sentirmi se urlo senza voce
Chi potrà vedermi se viaggio in un grigio
Confuso di nebbia e dolore
E non ho contorni da mostrare
Nulla di nitido, di distinguibile
Nulla che si possa riconoscere,
uno stile poetico, un modo di vestire
che qualcuno vedendomi possa dire
ecco, non puoi essere che tu, e nessun altro.
Questo bozzolo caldo mi coccola e m’imprigiona
Tu riesci a vedermi forse?
Riesci a riconoscermi, a sentirmi?
O è solo uno specchio appannato
L’eco indistinta di voci scomparse?
Il cielo resta chiuso, in sterile tinta unita
E neanche una goccia di pioggia
a confondermi le lacrime
e non una cartina, una mappa, una guida
turistica, uno scalcinato ufficio informazioni,
che poi, forse, non sono io, forse
è la strada ad essersi smarrita
e adesso, angosciata, mi cerca
mentre su ogni cosa un’ingrata indifferenza
stende il suo monotono velo senza scampo