#Film 1933: She Done Him Wrong e Cavalcade

She Done Him Wrong (Lady Lou), diretto da Lowell Sherman, con Mae West e Cary Grant, è una sorta di commedia-gangster movie, tratto da una pièce teatrale del 1928, scritta dalla stessa Mae West, che riscosse un notevole successo a Broadway. Nella trasposizione cinematografica, incontrò alcuni problemi con la censura, ma non tanti quanti ci si sarebbe potuti aspettare, essendo nel frattempo entrato in vigore il moralistico Codice Hays. La protagonista Lou è una cantante molto bella e ammirata, e dopo una serie di trascorsi sentimentali con vari personaggi della malavita, al momento sta con Gus Jordan (Noah Beery); di fatto tutto ciò che le importa sono i diamanti, ma non sa che Jordan ha anche attività legate allo sfruttamento della prostituzione e alla fabbricazione di denaro falso. Nel frattempo, vicino al bar viene aperta una missione, il cui giovane direttore Cummings sembra del tutto immune al fascino di Lou, ma Cummings in realtà è…

Cavalcade, di Frank Lloyd, con Diana Wynyard e Clive Brook, bastato su un’opera teatrale di Noel Coward del 1931, è la storia familiare dei Marryot, una agiata coppia londinese, dal Capodanno del 1899 al Capodanno del 1933. Il passare del tempo è rappresentato da cartelli con l’indicazione degli anni e da una cavalcata medievale sullo sfondo. La vicenda attraversa momenti felici e momenti drammatici, in particolare la Seconda Guerra Boera, la tragedia del Titanic, la Prima Guerra Mondiale. La pellicola vinse l’Oscar come miglior film e per la regia.

#Film 1933 – L’amaro te del Generale Yen

Cina, anni ’30, la guerra civile che porterà (diversi anni dopo) il comunismo al potere (contro il Kuomintang) è già in atto. Una giovane missionaria (Barbara Stanwick, nel pieno del suo fulgore) viene separata dal fidanzato durante gli scontri e viene salvata dal generale Yen, un ribelle cinico e spietato ma affascinante (l’attore in realtà era Nils Asther, svedese, bellissimo e notoriamente gay in un’epoca in cui esserlo non era per niente facile. A un certo punto pensò bene di chiedere nientemeno che a Greta Garbo di sposarlo, ma il suo aspetto non bastò a indurla ad accettare). Nonostante i suoi fortissimi pregiudizi e la differenza di vedute, la ragazza presto finisce per essere attratta dal bel generale… uno dei primi, se non il primo esempio di amore interrazziale, in epoca pre-codice Hays, con dosi considerevoli di erotismo ed esotismo. Il regista è Frank Capra ma non pensate a la vita è meravigliosa, questo è del tutto diverso. Fotografia notevolissima, credo abbia preso anche qualche premio.

#Film 1932 – Night After Night

Night After Night

L’ultimo film del 1932, per il momento, ce n’erano almeno un altro paio che avrei voluto vedere, ma non li trovo in rete e per il momento non sono convinta di comprarli.

Per quanto sia uno dei film inseriti tra i migliori del 1932, francamente l’ho trovato piuttosto insipido, a parte il (piccolo) ruolo di Mae West (al suo primo film), spiritosa e anticonvenzionale fin da subito. Per il resto , una storia di “bullo e pupa”, con il protagonista Joe Anton (George Raft) titolare di un club clandestino dove si beve ai tempi del Proibizionismo che si destreggia tra due fidanzate e una gang che vuole il suo locale. Joe si innamora di una ragazza dell’alta società (Constance Cummings), che ogni sera va al locale perché prima della crisi del ’29 apparteneva alla sua famiglia ed era la casa in cui era cresciuta.

Tutto molto superficiale, mi è parso, tanto la parte “gangsteristica” quanto quella romantica. Fose la parte meglio riuscita è proprio quella comica, che avrebbe dovuto essere del tutto secondaria, ma mi chiedo se non sia merito più di Mae West che del regista, il quale secondo me ha voluto mettere insieme troppe cose.

Purtroppo la versione che ho trovato (l’unica) è un po’ difettosa, ma non tanto da non riuscire a vederla.

#Film 1932: Grand Hotel

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Grand Hotel è il capostipite di quel genere di film  detti portmanteau, che potrebbero probabilmente essere chiamati così anche in italiano, in mancanza (almeno credo, i conoscitori del cinema potranno aiutarmi su questo) di un termine corrispondente di uso comune. Oppure, prendendo in prestito un termine della linguistica, si potrebbe parlare di film macedonia.

Si tratta di film che raccontano frammenti di vita di varie persone, unite in genere da una situazione o dal luogo in cui si trovano, come, in questo caso, il Grand Hotel, appunto, e i cui destini a volte si intrecciano, a volte no. Sono solitamente soprattutto delle “parate di star”, e questo non fa eccezione, ma è un gran bel film comunque.

La pellicola fu candidata all’Oscar solo come miglior film, vincendolo, e ad oggi resta l’unico caso in cui un’opera abbia vinto l’Oscar senza aver ricevuto alcuna altra nomination.

Diretto da Edmund Goulding, ambientato a Berlino, ha un cast di tutto rispetto: John Barrymore è il Barone Von Geigern, un nobile decaduto finito a vivere di espedienti e scommesse, con un debito che non gli permette di uscire dal “giro” losco in cui si è infilato; il fratello Lyonel è Klingelein, un piccolo impiegato al quale resta poco da vivere, e che ha deciso di trascorrere gli ultimi giorni nel lusso. Wallace Beery è il viscido industriale Preysing, l’ex datore di lavoro di Klingelein, anche lui al Grand Hotel per cercare di concludere a qualunque costo una fusione societaria che potrebbe salvarlo dalla rovina. Greta Garbo è la ballerina russa Grusinskaya, ormai sul viale del tramonto e in piena crisi, che si innamora del barone Von Geigern quando questi entra nella sua camera per rubare una collana di perle. Joan Crawford è Flaemmchen, una giovane e alquanto disinvolta stenografa, che in realtà aspira a fare l’attrice ed è alla ricerca dei soldi necessari.

Questo leitmotiv dei soldi è un altro tema in comune tra i protagonisti: chi ne ha tanti non è destinato a goderseli, come la ballerina Grusinskaya, creatura estremamente sola, o il Barone, che li ha dilapidati, o Preysen, che ne ha guadagnati tanti ma persi di più a causa della sua mancanza di scrupoli. Chi non ne ha, come, ancora una volta, Von Geigern e Preysen, e come Flaemmchen, è disposto a tutto o quasi tutto per averli. Tuttavia, Von Geigern e Flaemmchen hanno mantenuto la loro umanità, e avranno entrambi un ruolo nel dare a Kringelein un po’ di felicità: sicuramente breve, ma a lui tutto sommato sembra non importare poi tanto. È l’unico al quale forse davvero quel po’ di soldi messi da parte in una vita di lavoro consentiranno di essere felice, finalmente e per la prima volta nella sua vita.

A Midsummer Night’s Dream

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Shakespeare è meravigliosamente divertente, quando vuole, l’ho sempre pensato, come ho sempre pensato che non sia mai esistito nessun altro scrittore altrettanto capace di sondare con la stessa profondità e capacità letteraria tutti i sentimenti e tutti gli aspetti della vita, dando al riso e al pianto uguale importanza e indagandone le sfumature in maniera ineguagliabile.

Ieri sera, interrompendo momentaneamente la serie dei classicissimi dagli anni ’20 in poi, mi sono vista, in abbonamento stavolta, e non su Youtube, A Midsummer’s Night Dream, un film del 1999 (dovrò poi guardarmi la versione del 1935). Regia di Michael Hoffman, fotografia sontuosa, paesaggi sontuosi, scene sontuose, un cast sontuoso. Sexy e scanzonato, ambientato in Italia nell’Ottocento, accompagnato da alcune tra le più note e belle arie operistiche. Colto, ma con ben più di una strizzatina d’occhio a gusti volgarotti. Forse, lo stesso Shakespeare non avrebbe disapprovato. Ma appunto, un po’ troppo sontuoso, lascia un senso di artefatto che personalmente mi fa preferire decisamente il modo in cui Kenneth Branagh, in particolare, porta il Bardo sullo schermo.

Per tanti aspetti splendido, comunque, senz’altro da vedere, per la cura dei dettagli visivi, ad esempio; per il sostanziale rispetto nei confronti dell’originale; e per l’universalmente acclamata interpretazione di Kevin Kline (Bottom), che, a parte essere oltremodo attraente persino come “mostro” dalle orecchie asinine, ha la caratteristica di tutti i grandi di non prendersi sul serio, senza perdere mai di vista la consapevolezza del proprio talento e dello strumento in cui si può trasformare.

Tra gli altri, Rupert Everett (Oberon, bello come una statua e altrettando algido), Michelle Pfeiffer (Titania), Stanley Tucci (bravissimo come Puck, solo che io me lo sono sempre immaginato come un ragazzo molto più giovane), Calista Flockhart (Helena), Christian Bale (Demetrius), Sophie Marceau (Hippolita).

 

 

Alcuni film degli anni ’30, visti in questi giorni

Tra fine 2018 e inizio 2019 ho visto questi classici datati 1932 (tranne l’ultimo Philo Vance che è del ’33). I film di Philo Vance sono dei gialli piacevoli, all’inglese decisamente, benché il protagonista sia americano (ma ispirato strettamente a Sherlock Holmes). William Powell ha interpretato il personaggio in quattro pellicole (le tre inserite qui più The Canary Murder Case, che è del ’29 e ne avevo parlato in un precedente post) ed era considerato il migliore nel ruolo, che in seguito abbandonò per interpretare l’uomo ombra. Purtroppo alcuni dei link non sono direttamente cliccabili, ma se ci andate sopra dovrebbe darvi la possibilità di aprire i video. Sono in inglese, ma se esiste una versione italiana, forse youtube potrebbe segnalarvela.

The Greene Murder Case

Man of the World è sempre con William Powell, che questa volta però, smessi i panni di Philo Vance, ha il ruolo di un giornalista trasformatosi in ricattatore, che si innamora della figlia di una delle sue vittime.

A Bill of Divorcement infine, melodramma piuttosto atroce soprattutto nella sua conclusione, vede la vita di una donna, Margaret (Billie Burke) sconvolta dal ritorno dell’ormai ex marito Hilary (John Barrymore) fuggito dalla clinica in cui era rinchiuso. Alla figlia Sidney (Katherine Hepburn alla sua prima apparizione sull schermo) era stato detto che il padre era ricoverato per una psicosi traumatica, ma si scopre che in realtà soffriva fin da prima di una malattia mentale, e sarà proprio Sidney a pagare il prezzo più alto. I melodrammi non sono il mio forte, specialmente quelli impregnati di malinteso senso del dovere, ma adoro Katherine Hepburn, una delle mie attrici preferite in assoluto. Forse solo la sua interpretazione salva il film, nonostante la presenza ingombrante di John Barrymore, sicuramente uno dei grandi attori dei suoi tempi, ma la cui recitazione un po’ sopra le righe stava già lasciando spazio a quella della generazione successiva.

 

#Film 1932: If I Had a Million e Trouble in Paradise (Mancia competente)

If I had a million è un film a episodi, e io non amo per niente i film a episodi, però questo non è male e sono riuscita a vederlo tutto. Tratta di un ricco magnate che sapendo che non gli resta molto da vivere e non avendo parenti o amici a cui poter essere contento di lasciare i suoi soldi, decide di distribuirli a botte di un milione alla volta, ad alcune persone scelte a caso. Quasi nessuno dei prescelti ne farà buon uso, anzi. In generale una notevole amarezza serpeggia per tutto il corso della storia (nonostante la significativa presenza di Gary Cooper, oltre al protagonista, il “gigante” Charles Laughton). Alla fine, però….

Tra i registi dei vari episodi compaiono Ernst Lubitsch e Norman Taurog e il film è annoverato tra i migliori dell’anno.

Trouble in Paradise è il Lubitsch che ricordavo io, acuto, brillante, ironico, spumeggiante nei dialoghi e non eccessivamente maschilista (non pretendiamo troppo). Ho apprezzato decisamente più questo di The Love Parade, forse perché raccontando di una coppia di ladri, non sarebbe stato il caso di esagerare con le virtù femminili matrimonial-borghesi della protagonista. Per fortuna. Miriam Hopkins è deliziosa, Kay Francis ha fascino da vendere e pazienza se il protagonista maschile Herbert Marshall ai nostri occhi moderni appare un po’ pesce lesso (ma del resto anche Maurice Chevalier… forse sono io che li vedo così, o forse alle donne che andavano a vedere questo genere di film piaceva il tipo occhio-di-triglia).