Due horror anni ’20

Sto provando a guardare Nosferatu di F.W. Murnau un film molto noto del 1922. Nello stesso anno dovrei poi passare a Dr. Mabuse di Fritz Lang, un altro caposaldo del cinema horror. Non garantisco che riuscirò a finirli, penso stasera di riuscirci con Nosferatu, al momento è inquietante ma non particolarmente spaventoso. Vi saprò dire, spero che non mi vengano gli incubi, non amo il genere ma nella mia personale ricostruzione di una storia del cinema che abbia qualche significato, non potevano mancare. Almeno come tentativo… Direi che il problema qui non è tanto il mio terrore dei vampiri, quanto quello dell’espressionismo tedesco!

#Film 1921 – The Wildcat

Ecco, invece a questo di Ernst Lubitsch mi sono proprio divertita. Non dico che si rida a crepapelle, ma l’ho trovato proprio carinissimo. Ai tempi fu un flop perché i tedeschi non perdonarono a Lubitsch di aver messo l’esercito alla berlina proprio appena finita la guerra, con la ferita della sconfitta ancora molto aperta e dolorosa. Pare che il regista invece lo amasse molto e secondo me con ragione, ma del resto mi pare un film molto poco tedesco (e lo stesso Lubitsch era probabilmente un tedesco molto anomalo). Già in precedenza i suoi film avevano ottenuto un successo internazionale senza precedenti, e nel 1922 Lubitsch avrebbe lasciato definitivamente la Germania per stabilirsi in America, la cui industria cinematografica disponeva di capitali di fronte ai quali le scarse risorse di quella tedesca impallidivano.

Die Bergkatze (The Wildcat) diventa Lo scoiattolo in italiano, non chiedetemi perché. È incentrato sul luogotenente Alexis, conosciuto tra la popolazione femminile come “il Seduttore” che proprio subisce per questo un trasferimento punitivo alla fortezza di Tossenstein. Parte, salutato da una folla di fanciulle in lacrime (con alcuni figlioletti al seguito), che evidentemente non hanno alcun rancore nei suoi confronti, si intuisce che la “felicità” che a dire del militare loro gli hanno dato sia stata ampiamente reciproca. Lungo la strada si imbatte in un gruppo di banditi, che ubbidiscono non tanto al loro capo quanto alla figlia di questi, Rischka. Neanche a dirlo, i due sono attratti l’uno dall’altro, ma lei comunque a ogni buon conto gli fa rubare i vestiti. Rimasto in mutandoni, il ben luogotenente non viene riconosciuto dai soldati mandati dal comandante del forte a cercarlo, e viene arrestato.

In seguito, il bell’Alexis si fidanza con la figlia del comandante, ma Rischka non riesce a dimenticarlo, e il resto del film narra le vicissitudini attraverso le quali si giungerà a un paio di felici matrimoni, il tutto con lo stesso tono scanzonato. E Rischka mi piace molto, un bel tipetto, per i suoi tempi!

#Film 1921 – Hard Luck

Credo sia la prima volta nella mia vita che guardo un film con Buster Keaton. Era una cosa che andava fatta. Ora posso pacificamente dire che (come sospettavo) non è la comicità che fa per me. Un po’ perché come le barzellette senza parole, la comicità del cinema muto la capisco con tale ritardo che l’effetto è irrimediabilmente rovinato; e un po’ perché il laughing stock, quello che noi potremmo chiamare lo “zimbello”, o con temine più moderno, lo sfigato ridicolo, non mi ha mai fatto ridere, anzi, mi suscita da sempre un misto di pena e rabbia tali per cui detesto Fantozzi e (ancor più) Mr. Bean. Rispetto a questi ultimi, Buster Keaton ha un’attenuante: non è meschino, anzi, tutto il contrario. Questo mi ha consentito di immedesimarmi nei suoi guai qual tanto che bastava per guardare il film fino in fondo (del resto è breve) e per augurargli un meritatissimo lieto fine.

Essendo però il mito che è, sono sicura che molti di voi sapranno apprezzarlo molto più di quanto sia in grado di fare io.

The Four Horsemen of the Apocalypse

Sto guardando The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’Apocalisse, regia di Rex Ingram): sembra quasi un film di propaganda da questa prima mezz’ora, ma è sorprendente per me, nella mia ignoranza, una propaganda così smaccatamente antitedesca e con riferimenti molto precisi all’arroganza di chi crede in una “cultura superiore”. Il film è del 1921 e per il momento la vicenda si svolge prima della Grande Guerra. Ricordo bene il Professore, ossia il “nazista ante litteram” del film The Secret Agent (ambientato addirittura a fine Ottocento), ma tutto sommato, nonostante Nietzsche, pensavo fosse una sorta di anacronismo o comunque un personaggio molto particolare e in qualche modo letto “col senno di poi”. Pensavo che magari certe idee esistessero ma fossero limitate ad ambienti molto ristretti. The Four Horsemen però è stato girato in un periodo in cui Hitler era ancora un emerito sconosciuto eppure questo personaggio altezzoso e convinto della propria superiorità sembra in qualche modo rappresentare il “Tedesco per antonomasia”, almeno nella concezione del regista, che evidentemente non era un’idea isolata.

A parte questo, il film ha consacrato al successo un allora ignoto Rodolfo Valentino, e in generale  ve ne parlerò più diffusamente se riuscirò a finire di vederlo (è lungherrimo!)

#Film 1921 – The Kid (Il monello)

Lo avevo visto a suo tempo (credo), ma “dovevo” rivederlo. Film “scritto, prodotto, diretto e interpretato” da Chaplin (il Vagabondo), Jackie Coogan (il Monello), Edna Purviance (la Madre) e Carl Miller (l’Uomo). Una delle cose che mi hanno colpito di questo film è l’assenza pressoché totale di nomi. I protagonisti sono appunto la Madre, il Vagabondo e il Bambino (the Kid significa in effetti semplicemente Bambino, anche se la traduzione “libera” italiana è stata un caso fortunato). L’Uomo (il padre del Bambino) ha un ruolo del tutto marginale e non entra minimamente nella sua vita. A un certo punto il Vagabondo dichiara che il bambino si chiama John, ma solo perché deve in qualche modo inventarsi un nome, e quale potrebbe essere più “qualunque” di John? Il film propone la storia di una donna non sposata, che per disperazione lascia il bambino in una macchina costosa sperando che qualcuno se ne prenda cura. L’auto viene però rubata da due malviventi che trovato il bambino, lo gettano in un bidone (ah, i vecchi, sani valori di una volta!). Il piccolo viene trovato dal Vagabondo, che lo tiene con sé e gli insegna ad aiutarlo nei piccoli reati ed espedienti con cui sopravvive. La Madre diviene nel frattempo un’artista famosa, e spesso va di persona tra i poveri a fare beneficenza. Un giorno così incontra il Monello e il Vagabondo…

Una storia universale, dunque. Una Donna “il cui peccato è la maternità”. Un Uomo vile e irresponsabile. E un altro uomo, un Vagabondo, capace di prendersi cura di un figlio non suo, a dimostrazione tra l’altro che non conta nulla, nell’essere genitori, il “fatto biologico”, ma conta il cuore e l’impegno che si mette ogni giorno per voler bene e crescere insieme. Conta anche il fatto di riconoscere che la “maternità” non può e non deve essere considerata un peccato. Conta la bontà e la verità dei sentimenti, non un fatto legale. E siamo nel 1921!

Il film ebbe un successo strepitoso all’epoca ed è considerato tra i più grandi film dell’era del muto. È stato di recente incluso nel Registro Cinematografico Nazionale dei film da conservare in quanto “culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo”, nonché “innovativo nella sua combinazione di elementi comici e drammatici”.

Jackie Coogan fece causa ai suoi genitori per aver sperperato i suoi guadagni e da questo nacque una legge californiana che porta il suo nome, a tutela dei piccoli attori. Continuò a recitare anche da adulto e interpretò tra l’altro lo “zio Fester” nella Famiglia Addams (beh, certo che era più carino da piccolo, però!).

Me ne aspettano altri interessanti, dello stesso anno, ci sarebbe tra l’altro Femmine Folli di Von Stroheim, ma forse ci rinuncerò, essendo anche l’anno dei Quattro cavalieri dell’Apocalisse, di Hard Luck, e di vari altri film di e con Buster Keaton, de Lo Sceicco (con Rodolfo Valentino come i Quattro cavalieri e almeno altrettanto noto) e poi c’è Destino di Fritz lang e Lo scoiattolo che anche se è stato un flop è pur sempre di Lubitsch, un adattamento cinematografico del Mastino dei Baskerville, La Signora delle Camelie (ancora con Valentino, diventato nel frattempo “Rudolph”!), e ancora alcuni con Harold Lloyd e persino uno di D’Annunzio (che credo salterò, avendo scarsissimissima simpatia per il Vate); Sette anni di guai di e con Max Linder; I tre moschettieri con Douglas Fairbanks; e l’adattamento di Un Americano alla Corte di re Artù (anzi: A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court), uno dei libri più divertenti che mi ricordi di Mark Twain; e poi ancora King Vidor, Cecil B. DeMille, Fatty Arbuckle… insomma, avrò le prossime sere impegnate.

#Cinema anni ’20: Cinderella Cinders (e di come per la prima volta io abbia sentito parlare di una grande attrice comica del cinema muto)

Davvero una faccia incredibile, come recita lo slogan promozionale. Alice Howell è stata paragonata nientemeno che a Charlie Chaplin e io ignoravo beatamente la sua esistenza. E’ stato soprattutto un sollievo vedere una donna a cui non veniva neanche in mente di aggrapparsi a tendaggi e ringhiere e men che meno di svenire. Non dirò che ho riso (sapete quanto sia difficile in proposito e ridere con un film muto sarebbe quasi inconcepibile per me) ma questa signora mi è decisamente simpatica e mi è venuta voglia di saperne di più. L’accompagnamento musicale l’ho trovato fantastico. Molto jazz, ecco, mi viene da definirlo un piccolo film jazz (solo 23 minuti),