Spostamenti

lewis-clark-spedizione-mappa-disegni__x19818904

Basta un’influenza a scompigliare un po’ tutto. Sono dieci giorni che non scrivo sul blog e non mi ero resa conto che fosse passato tanto tempo. Quando avevo la febbre e gli altri spiacevoli effetti dell’influenza, ero troppo a terra per lavorare o fare altro che dormire e sonnecchiando guardarmi passivamente qualche filmetto carino ma poco impegnativo (la cosa migliore che ho visto? Kate & Leopold, peraltro era la seconda volta).

Quando ho cominciato a star meglio (in un giorno o due, poi, mica una vita), mi sono messa a scrivere e scrivere. Ho tra l’altro editato ancora un po’ il vecchio romanzo che a suo tempo avevo postato anche qui. Un romanzo di persone colte, mi è stato fatto notare. E di persone molto ragionevoli (come io cerco di essere, ovviamente senza riuscirci bene come loro, che sono pur sempre personaggi, benché voglia loro bene come se fossero persone). La cosiddetta “realtà” di cui si parla (che è poi la realtà nel suo aspetto peggiore, non l’unico) ci entra quasi “di straforo”, attraverso il lavoro della protagonista. In effetti, sì, parlo di persone per le quali la cultura è vita, respiro, movimento. Persone che esistono, e che non stanno nei salotti a guardare il mondo da dentro la loro torre d’avorio, ma che amano, soffrono perdite, tradiscono e lavorano e si contraddicono esattamente come gli altri, forse con un po’ di consapevolezza in più, perché hanno qualche strumento in più per leggere sé stessi e ciò che li circonda. Non sono “lontani dalla gente”, sono “gente” anche loro, anche se non si urlano in faccia, non bestemmiano, dicono poche parolacce, si parlano cercando di comunicare in modo per quanto possibile chiaro e onesto.

Perché io credo che la strada sia questa. L’unica strada per la libertà, per venire a patti con la finitezza della vita, per sopportare il dolore e vivere pienamente la bellezza e la gioia. È la mia utopia, ma è anche quello a cui sono arrivata al termine di una ricerca non facile e fatta interamente sulla mia pelle. Di cose brutte potrei parlarne, eccome. Ho preferito dare spazio a quello che secondo me può rendere la vita migliore, perché i mostri che sono dentro di noi sono già in molti a descriverli, e molto meglio di me.

Sono andata avanti anche col nuovo libro, che c’entra col femminismo, con l’ambiente, con i rapporti tra uomini e donne, con il viaggio e la conquista e anche con le trappole del mondo cosiddetto “civilizzato”, ma sempre per una via (tortuosa e se vogliamo anche molto avventurosa e irta di ostacoli) tutta sua.

Ho iniziato una lista di cose da fare “prima di morire”, o piuttosto diciamo nei prossimi dieci anni, possibilmente anche meno. Al momento sono a tre: provare il deltaplano, nuotare con i delfini e vedere i parchi della California (percorrendo, prima, la rotta del Corps of Discovery almeno dal Dakota in poi). Forse arriverò a dieci, o a sette, o mi fermerò qui. Sono tutti numeri magici. Il mondo possiede davvero una stupefacente bellezza, a cui diamo poco valore per via del fatto che siamo mortali, ma potremmo ribaltare la prospettiva e pensare che questo ci dovrebbe “costringere” a dare valore soltanto a ciò che davvero ne ha, ad appassionarci profondamente e a vivere e morire per l’intensità di quello che facciamo e delle emozioni che proviamo.  E sì, sto pensando tra l’altro a Daniele Nardi, che non conoscevo e che aveva una passione che io non ho, ma la cui vicenda mi ha commossa per un aspetto in cui spero un giorno di poter dire di riconoscermi: decidere che vuoi fare una cosa, prendere e andare, perché nessuno può farla al posto tuo e perché vivere è questo, non c’è altro modo, il resto è restare fermi in un posto dove qualcuno ti ha messo a tua insaputa. e rassegnarsi a star lì fino a quando quello stesso qualcuno, sempre a tua insaputa, ti sposterà.

Come i bambini che “odiano leggere” possono innamorarsi dei libri

Per un lettore appassionato, che non ricorda un momento della sua vita in cui non leggesse, può essere difficile persino provare a mettersi nei panni di qualcuno a cui non piace.

L’autrice di questo articolo di cui vi do il link sotto, Wendy Falconer, ha imparato che ci sono davvero persone a cui non piace leggere quando è diventata un’insegnante. La domanda che le sorgeva spontanea in quelle situazioni era “cosa vogliono dire quando dicono ‘non mi piace leggere’? Come può non piacere una storia?”

Una volta, vedendola ridere mentre leggeva, uno studente le ha chiesto con sospetto come era possibile che “le parole scritte” potessero farla ridere. E meno ancora credeva che potessero far piangere, come, ad esempio, può fare un film. Un film, le ha detto, “è fatto da persone reali, puoi immaginare che [quello che vedi] stia accadendo sul serio.

Da lì è partita una “carriera” votata a trovare la chiave perché i ragazzi non perdessero “la bellezza, il conforto, il rifugio, la sfida e la gioia” dei libri. La mancanza di sicurezza in se stessi nella lettura li faceva sentire “stupidi” e faceva sì che ogni giorno di scuola fosse molto più difficile del necessario.

L’ìimportante, sembra di capire dagli esempi che porta, resta sempre l’attenzione verso la personalità dei ragazzi, Cominciare dal leggere in classe ad alta voce e poi ascoltarli, accogliere i loro gusti, farne tesoro per trovare i libri “giusti” per loro e poterne poi parlare, condividere emozioni, raccontare dei personaggi e degli autori. Può sembrare una ricetta banale, quasi ovvia, per qualcuno con molta passione (e forse anche un buon livello di esperienza) quasi certamente lo è, ma purtroppo non è quello che succede quotidianamente. Si impongono libri certamente importanti ma che, per il fatto stesso di essere imposti, non sono certo digeriti volentieri; non si legge quasi mai in classe; e l’idea che si possa discutere insieme di libri che interessano gli studenti sembra in alcuni casi ancora quasi eretica. Ci sono le eccezioni, fortunatamente, lo so per esperienza diretta e indiretta. Ma so anche che spesso e volentieri si trovano quasi a dover “combattere” per fare qualcosa che viene visto come “strano” e che invece non si capisce perché non sia considerato la cosa più normale del mondo.

Pensiamo che uno che mette i piedi sul banco e ascolta musica con le cuffie a scuola non potrà mai amare i libri, e invece non è così. Tutto sta a credere nelle persone. Non sempre questo basta, ma è giusto per un insegnante crederci sempre. Ieri sera ho visto, su consiglio di un amico, un bel film che non conoscevo, “The Emperor’s Club” (2002, con Kevin Kline, la versione italiana ovviamente esiste), proprio su questi temi. Lo trovate qui in inglese 

qui in italiano  e lo consiglio caldamente.

Qui invece trovate il post originale inglese di Wendy Falconer: il post in inglese su NerdyBookClub

Mi piacerebbe sapere se qualcuno ha qualche esperienza specifica da raccontare o qualche “dritta” (anche per genitori) 🙂