IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle, Parte II

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Avendo ormai terminato le dodici fatiche previste (in origine erano dieci, ma come si è detto Euristeo ne aveva invalidate due), Eracle dovette tuttavia affrontare altre durissime prove. Secondo Euripide, fu dopo il suo ritorno dagli inferi che, profondamente cambiato, Eracle fu assalito da Lyssa, la follia, uccise i suoi figli e la moglie Megara. In quel caso le sue dodici fatiche avrebbero avuto un’altra motivazione, forse un prezzo da pagare per poter entrare nel regno del cugino Euristeo. Per Euripide è proprio con la follia che Eracle paga il prezzo della sua natura divina: la follia che egli non merita e che subisce unicamente a causa della cieca gelosia di Era. Tanto che perfino la stessa Lyssa, ironicamente più saggia della grande dea, esegue malvolentieri gli ordini recati dalla messaggera degli dèi Iris, portatrice della volontà di Era:

Voglio dunque esortare Era, prima di vederla cadere in errore, e anche te, se mai diate retta ai miei consigli. L’uomo nella cui casa mi introduci è tutt’altro che oscuro sulla terra e fra gli dèi: ha bonificato le regioni inaccessibili e le terre inospitali e, da solo, ha ripristinato il culto divino che era messo in pericolo da uomini empi; non vi consiglio dunque di tramare una così grave sciagura”.

Proprio nel momento in cui sta per compiere il più orribile delitto della sua vita, viene confermato il ruolo di Eracle come protettore dell’umanità e del culto divino! e proprio dall’incarnazione della sua follia, quella che lo accecherà, rendendolo strumento di una strage voluta dagli dèi senza alcuna ragione di giustizia. Quale miglior prova della sua innocenza? L’eroe di Euripide non è l’uomo arrogante, accecato dalla mania di grandezza, che attira su di sé lo sdegno divino; al contrario, sono gli dèi ad essere oggetto di critica. Anche qui, tuttavia, viene adombrata una ragione diversa:

Nel massacro opera della sua stessa mano, sappia qual’è l’odio che Era nutre per lui e conosca anche il mio; altrimenti gli dèi non varranno più nulla e il potere dei mortali sarà grande, se lui non sconta un castigo[1].

Nelle parole della  si manifesta l’idea che proprio la grandezza di Eracle, più che la sua nascita illegittima, sia la causa scatenante della gelosia di Era. E allora si potrebbe pensare che Zeus, il grande assente, non protegga suo figlio perché, dopotutto, condivide quella gelosia per gli uomini troppo vicini all’immortalità. Non dimentichiamo che si tratta dello stesso Zeus che scatenerà la guerra di Troia come un mezzo per distruggere la stirpe degli eroi di discendenza divina, lasciandone solo il ricordo nella poesia.

            Per piegare Eracle gli dei scelgono appunto la sua qualità “sovrumana”, la sua forza, che diventa strumento della distruzione di coloro che egli maggiormente ama. E’ questa la ragione per cui, come abbiamo visto, Eracle rinuncia ai suoi tratti divini: all’eroismo della forza giovanile viene in un certo senso contrapposta un’altra forma di eroismo, molto meno visibile, nelle parole che lo stesso Eracle pronuncia dopo il massacro, al termine della tragedia: “è insensato chi antepone la ricchezza o la forza ai suoi amici”: è Teseo che lo sostiene, anche dopo l’ignominioso delitto, senza il timore di “contaminazione” che il popolo attribuiva all’autore di un crimine. E’ lo stesso atteggiamento di lealtà totale, di affetto senza cedimenti che già si era visto in Anfitrione, ma Teseo non è un parente. Sembra qui prospettarsi una scala di valori in cui l’amicizia, l’affetto, sia che provenga da un parente o da un “estraneo” è il bene più grande, l’unico che possa sottrarre Eracle al senso di annientamento che lo spingerebbe al suicidio. E questo affetto, la phylia che antepone ad ogni rischio per sé la protezione dei propri amici sembra una forma di eroismo estremamente “moderna”. Forse anche improntate ad una razionalizzazione del “superstizioso” timore popolare legato alla contaminazione, le parole di Teseo sembrano comunque ribadire che anche se dalla sua solidarietà dovesse derivare qualcosa di male, nondimeno egli aiuterebbe comunque l’amico:

“Perché agitando la mano mi segnali il tuo terrore? Forse perché la contaminazione non mi arrivi con le tue parole? Non mi preoccupa per nulla condividere con te la sfortuna: in altri tempi ho diviso la buona sorte”[2].

Oltre ad essere innovativa e affascinante, questa rappresentazione sembra anche dare una spiegazione molto vera e reale della follia di Eracle: infatti è difficile credere, anche per un eroe del suo calibro, che egli potesse lottare col signore delle tenebre senza alcuna conseguenza. Ma le tante guerre che combatté e gli assassini che commise dopo, alcuni dei quali non  certo onorevoli, furono anch’essi frutto di una sorta di follia. Sembra allora più coerente pensare ad un Eracle che, pur avendo combattuto tanto a lungo contro le forze oscure che lo perseguitavano, e pur avendo tante volte vinto, dovesse ancora soffrire per molti anni le conseguenze della sua natura incontrollata, fino a un’apoteosi finale nella conquista di un’essenza divina che potrebbe allora assumere, non diversamente dalla conquista del trono dell’eroe delle fiabe, il senso di una conquistata maturità, di quella che Bettelheim chiamava una “superiore umanità”.

Ma c’è un altro aspetto che emerge con chiarezza nella tragedia di Euripide forse più che nei precedenti miti. Certo, Eracle è sempre stato “unico”, come tutti gli altri eroi, tutti caratterizzati da un segno distintivo, un “marchio” che, anche quando non è “fisico” (come la stella in fronte di tanti eroi delle fiabe) è certamente morale: la furia, il coraggio, l’intelligenza, l’astuzia. Ma è qui che viene fuori in tutta la sua forza la solitudine, che non sempre viene associata a Eracle. Troppo spesso l’eroe viene rappresentato nel suo massimo splendore, con la sua incrollabile forza fisica, la determinazione, la sicurezza di sé che sembrano escludere ogni fragilità. Invece Euripide lo rappresenta nella sua più tremenda debolezza, nel suo destino di reietto, di uomo contaminato che “è diviso tra la cerchia degli intimi che condivide il suo marchio d’infamia e la società in generale che lo teme e lo rifiuta”[3]. A questa debolezza Euripide non contrappone più la forza semidivina dell’eroe, ma la ricerca tutta umana della dignità perduta. La pazienza, la rassegnazione, il recupero dei valori di solidarietà e compassione cui si faceva cenno prima. La solitudine estrema di chi ha varcato il confine tra umano e divino non può essere superata con la pacificazione tra gli opposti, con le qualità che rendono l’eroe diverso dagli altri, ma al contrario, solo con il recupero del rapporto con gli altri uomini, grazie a ciò che lo accomuna a loro. E infatti, contrariamente a quanto vorrebbe Teseo, che vede le lacrime dell’amico come contrastanti con il prestigio e la virilità dell’eroe, Eracle non rinnega più nulla di ciò che è umano. E non ritiene affatto incompatibile con la dignità, ma anzi, parte di essa, tanto il coraggio di continuare a vivere, quanto l’esprimere col pianto la pietas che ancora lo lega ai suoi cari che ama, e che ha assassinato senza colpa[4].

La tragedia di Euripide si chiude qui, con la partenza dell’eroe per Atene con l’amico Teseo, ma Eracle era ancora destinato, anche dopo aver terminato la sua ultima fatica, ad altre grandi imprese, ad altre umiliazioni, ad altri passaggi attraverso crisi di furia simile alla pazzia.

A Ecalia egli partecipò a una gara di tiro con l’arco indetta dal re per dare in sposa la figlia Iole, e la vinse, ma il re non volle mantenere l’impegno, proprio perché in precedenza Eracle aveva ucciso la moglie Megara (o secondo un’altra versione dopo aver ucciso i figli l’aveva data in sposa al nipote Iolao). Eracle, furioso, se ne andò, ma venne scoperta la mancanza di alcuni armenti del re che, si sarebbe scoperto poi, erano stati rubati da Autolico. Il figlio del re Ifito andò a cercare Eracle per pregarlo di aiutarlo a ritrovare le bestie, ma egli pensò che il ragazzo lo sospettasse del furto, e lo gettò dalle mura della città, provocandone la morte, benché fosse suo ospite, e così macchiandosi di un crimine molto grave agli occhi degli dei[5].

Nuovamente in preda alla follia, dovette servire ancora per tre anni presso la regina Onfale di Lidia, che secondo alcuni gli diede anche un figlio. Ma si diceva anche che presso di lei egli fosse stato costretto a indossare vesti femminili e compiere lavori da donna, o comunque imprese di poco conto. Una ulteriore umiliazione, o una ulteriore dimostrazione della grandezza di Eracle e a un tempo del suo carattere così umano, nonostante la sua asserita natura divina? Poiché egli non solo non si sottraeva a quelle piccole meschinità che altri avrebbero disdegnato, ma addirittura acconsentiva a lasciarsi prendere in giro, ridendone a sua volta. Questo accadde quando su ordine della regina Onfale egli andò a catturare i cercopi, strani esseri simili a scimmie, furfanti bugiardi e ladri che erano la disperazione degli uomini. Quando essi cercarono di rubargli le armi mentre dormiva, l’eroe si svegliò, li appese per i piedi ad un bastone e li portò dietro di sé “come due secchi”[6]. Nonostante la scomoda posizione i due fratelli, ricordando l’ammonimento della madre a guardarsi da uno che aveva “il posteriore nero”, si misero a ridere. Eracle si fece dire il motivo della loro allegria, e scoppiò a ridere anche lui. Ed ecco che allora questo eroe eccessivo, violento, quasi terrificante, subisce d’improvviso un rassicurante ridimensionamento, e acquista un carattere che pochissimi altri eroi avevano avuto prima di lui, e pochissimi avrebbero avuto in seguito: ci diventa simpatico. Questo eroe divino che lotta e vince la morte sotto i suoi molteplici aspetti ridiventa il buffo gigante che ama mangiare bene e bere vino e godersi la vita. Persino quando sottrae la dolce Alcesti a Thanatos, immaginarlo in questa rissa a pugni nudi con lo “scheletro con la falce” suona un’impresa magnifica ma anche grottesca, quasi buffa.

Sempre per ordine di Onfale, Eracle lavorò presso Sileo, che rendeva schiavi gli stranieri spogliandoli di ogni loro avere e costringendoli a lavorare nella sua vigna. Eracle stesso venne forse da lui acquistato come schiavo, ma quando gli venne messa in mano la zappa, egli sradicò tutte le viti e le usò per accendere il fuoco e arrostirsi la carne per un banchetto; poi prese il vino migliore dalla cantina e scardinò la porta per usarla come tavola. Quando Sileo vide quella rovina e si adirò, Eracle lo invitò a pranzare insieme a lui. L’uomo allora, infuriato, prese a bestemmiare e per questo rimase ucciso. Sembra che Eracle facesse di sua figlia una delle proprie mogli, ma alla sua partenza la fanciulla si sarebbe uccisa, ed egli tornando qualche tempo dopo l’avrebbe trovata morta.

Benché Eracle abbia amato nella sua vita molte donne, di lui non si parla mai come di un rapitore, di un seduttore: accadde anche che egli portasse via una fanciulla come un Teseo, poniamo: lo fece con Auge, con Iole. Ma si trattò di episodi particolari: colui che venne definito il “servo delle donne” le amò probabilmente tutte con uguale passione e devozione.

Una volta terminato anche il periodo di servitù presso Onfale, l’eroe si dedicò a dar battaglia a coloro che in vario modo gli avevano fatto del male, tra cui Laomedonte, re di Troia, al quale dopo l’avventura della cintura di Ippolita, sulla strada del ritorno Eracle aveva salvato la figlia da un mostro marino. Il re gli aveva promesso in cambio le cavalle che Zeus gli aveva donato, ma poi aveva rifiutato di dargliele. Eracle tornò a Troia con Telamone e uccise Laomedonte e tutti i suoi figli tranne Podarce, che la sorella Esione riscattò in cambio del suo velo, e Titone. Podarce rimase re di Troia col nome di Priamo (“compero”), proprio per il fatto che era stato riscattato. Esione venne data in sposa a Telamone e gli diede il figlio Teucro (da cui i Troiani vennero chiamati anche Teucri).

Dopo aver vinto anche gli Spartani e aver sedotto Auge, che gli diede il figlio Telefo, Eracle ricordò la promessa che aveva fatto a Meleagro, e si recò a Calidone, dove regnava Eneo. Per averla in sposa sconfisse il dio del fiume Achelòo, pure un pretendente della fanciulla che da quel giorno ebbe un solo corno sulla fronte. Il racconto lo fa il fiume stesso a Teseo, di ritorno dopo l’impresa del cinghiale di Calidone: “la sconfitta non fu tanto un’onta quanto fu un onore combattere, e molto mi consola la grandezza di chi mi vinse”[7]. Auge diede ad Eracle due figli, e un altro figlio egli lo ebbe dalla figlia di Fileo, Astioca. Un giorno, forse per un incidente, Eracle uccise uno dei figli di Eneo e ancora una volta volle espiare recandosi in esilio. Deianira lo accompagnò (secondo altre versioni questo episodio si verificò invece appena dopo che Eracle ebbe conquistato Deianira, mentre la conduceva con sé). Giunti al fiume Eveno in piena, il centauro Nesso si offrì di traghettare Deianira, poi cercò di violentarla: allora Eracle con una freccia avvelenata uccise Nesso che, morendo, disse a Deianira di conservare il sangue della sua ferita per farne un filtro d’amore, da usare se un giorno Eracle si fosse stancato di lei.

Dopo aver compiuto altre imprese, Eracle decise di vendicarsi di Eurito, padre di Iole. Lo affrontò con l’esercito, lo uccise e fece di Iole la sua amante. Poi decise di offrire un sacrificio a Zeus e fece inviare a Deianira un messaggero perché gli inviasse una tunica pulita. Temendo che il suo sposo le preferisse Iole, Deianira gli inviò una tunica impregnata del sangue di Nesso, e quando l’eroe la indossò, essa gli bruciò le carni: infatti a Eracle era stato predetto che non sarebbe morto per mano di un vivo, e Nesso a quel tempo era morto da molti anni. Deianira, scoprendo di essere stata ingannata, si uccise. Eracle si fece erigere una pira e scomparve tra le fiamme: era infatti stato assunto sull’Olimpo, dove si riconciliò con Era ed ebbe in sposa sua figlia Ebe. Solo la sua ombra rimase agli inferi, dove più tardi incontrò Odisseo. Anche in cielo Zeus aveva voluto eternare il ricordo delle fatiche del figlio, nella costellazione del Sagittario, dove lo si vede inginocchiato sempre nell’atto di scoccare una freccia.

[1]Euripide, Eracle, cit., p. 205-207

[2]Ibidem, p. 253

[3]R. Parker, Miasma, cit. in M. Serena Mirto, op. cit., p. 43-44

[4]M. Serena Mirto, op. cit., p. 47, ed Euripide, Eracle, op. cit. p 279-281

[5] E’ Apollodoro a parlare di questo come di un nuovo episodio della follia di Eracle. La versione di Omero, nell’Iliade, è molto meno favorevole all’eroe, sostenendo che egli uccise Ifito, che tra l’altro in precedenza aveva preso le sue parti contro il padre, perché aveva egli stesso le bestie,  comprate da Autolico.

[6]K. Kerényi, op. cit., p. 401

[7] Ovidio, op. cit., p. 343

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle – Parte I

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I miti che circolavano sull’origine divina di Eracle non erano dissimili da quelli riferiti per molti altri eroi. La madre Alcmena era sposa di Anfitrione, e si diceva che entrambi fossero discendenti di Perseo. Secondo il mito, però, non toccò ad Anfitrione la prima notte di nozze della sua sposa vergine: Zeus le si presentò sotto le vesti del marito vittorioso e la possedette per tre giorni, o per una notte tre volte più lunga di quelle normali. Per questo il bambino nato da quella unione aveva una forza sovrumana. Zeus era un gran seduttore di dee come di donne mortali, ma in questo caso, ci si dice, “il padre di uomini e dèi / un altro pensiero tesseva nella mente: come, per gli dèi / e per gli uomini che si nutron di pane, far nascere un difensore[1]. Ma quella stessa notte, o forse il giorno dopo, giunse anche Anfitrione, e quando Alcmena gli disse che era già stato da lei, che già le aveva narrato le sue imprese e l’aveva amata, egli comprese subito ciò che era accaduto. Dalla sua unione con la sposa nacque Ificle, il gemello mortale di Eracle.

A causa del fatto che era stato generato da una delle numerose amanti di Zeus, Eracle ebbe per tutta la vita l’ostilità della gelosa Era, e fu questo uno dei principali motivi delle tragedie che lo colpirono ma anche, attraverso le fatiche che la dea gli impose, la causa della sua grandezza.

Quando, ancora in fasce, Eracle uccise i due serpenti entrati nella stanza dove dormiva col fratello, si disse che i mostri fossero stati inviati da Era, ma anche che Anfitrione stesso li avesse posti nella culla per capire quale dei due bambini fosse figlio del dio.

Eracle veniva venerato nella sua doppia veste di dio e di eroe, ma fino alla sua discesa al Tartaro non era che un eroe umano come gli altri che lo avevano preceduto e quelli che lo avrebbero seguito, dei quali tutti si diceva che avessero origine divina, e che tuttavia avevano terminato la loro vita come comuni mortali (quasi tutti, da Perseo ad Achille: solo per Cadmo e Armonia si era parlato di un’eternità in forma di serpenti, legati dunque pur sempre agli inferi, mentre Castore, grazie all’affetto del fratello, ogni due giorni ne trascorreva uno sull’Olimpo e uno nel regno sotterraneo).

Sotto certi aspetti, Eracle appare anzi come il più umano, se pure il più grande, tra gli eroi greci: più di ogni altro egli rappresenta la quotidiana fatica dell’uomo, tanto che si potrebbe dire che le sue grandi, ciclopiche imprese sono poi assurte a simbolo della apparentemente (ma solo apparentemente) molto meno grandiosa lotta umana per la sopravvivenza.

La tradizione greca lo vedeva però superare i limiti della condizione umana fino a raggiungere, al termine della sua vita, la piena condizione di divinità, e ancora di più di questo,  il superamento del conflitto con Era, e il matrimonio con la figlia di lei, Ebe.

Rispetto a questa tradizione, la figura di Eracle nella tragedia di Euripide che da lui prende il nome appare davvero rivoluzionaria.

Qui Anfitrione rivendica per sé una sorta di doppia paternità. E’ vero, l’aver condiviso il letto della sposa con Zeus sembra l’ultimo sprazzo di orgoglio del vecchio che sta per essere ucciso dal nuovo re di Argo, Lico, per vendetta contro Eracle: ma nondimeno è un tratto che percorre l’intera tragedia, la contrapposizione del ruolo davvero paterno di Anfitrione, che difende il figlio e, per quanto può, protegge la sua prole, disposto anche a sacrificare se stesso, rispetto all’assenza di Zeus, che dovrebbe essere, di Eracle, il vero “padre naturale”, ma non fa nulla per alleviare le sue disgrazie, non si comporta affatto da “genitore”, rimane distante e irraggiungibile e sordo a ogni preghiera fino alla fine. Anzi, per la prima volta nella rappresentazione di un mito, si esprime con chiarezza l’idea che sia proprio questa la verità: una straordinaria mescolanza del seme umano e divino, che avrebbe dato vita al più contraddittorio degli eroi greci, diverso da tutti gli altri[2].

Tanto che, una volta guarito dalla tremenda follia che, per vendetta di Era, lo aveva colpito al ritorno dall’ultima sua fatica, Eracle fa una scelta radicale e del tutto contraria a quella del mito originario: decide di abdicare completamente alla sua divinità, di rinnegare il padre Zeus. Scegliendo l’umanità di Anfitrione, che appare ai suoi occhi provvisto delle doti di giustizia e di affetto che un dio, in quanto tale, non possiede, Eracle mostra di dare più importanza a questi sentimenti pienamente umani, piuttosto che alla fredda equidistanza di qualcuno che si dice padre ma che, in quanto essere perfetto, non può dargli altro che un destino sovrumano, nella gloria ma anche nel dolore. La giustizia, la morale, la compassione, la solidarietà appartengono agli uomini, dice Eracle all’amico Teseo, e non bisogna cercarli negli dei. Gli dei non hanno morale, perché sono eterni, è l’uomo a cercare il prestigio e la gloria per lasciare un segno durevole che lo compensi della sua mortalità. E il prestigio e la gloria discendono dalla protezione dei deboli. E’ la fragilità umana che dà luogo ai più alti sentimenti umani. Ma la commistione tra la fragilità umana e la potenza divina è distruttiva, sempre: anche quando dovrebbe essere mediata dalla consanguineità, anche quando, come nel caso di Eracle, sembra portare grandi doni. Questi doni finiscono inevitabilmente per ritorcersi contro l’uomo, e proprio Eracle ha sperimentato che ciò che lo distingueva dagli altri uomini, la forza con cui ha sconfitto i mostri, lo ha anche fatto “sprofondare ben al di sotto della soglia di umanità”. Di qui la scelta radicale e rivoluzionaria di negare addirittura la sua paternità immortale, rinunciando a ogni natura divina che potesse essergli stata tramandata da Zeus.

Su questa strada, l’Eracle di Seneca va addirittura oltre. La sua follia è sì indotta da Era, ma viene giustificata dal timore provocato dall’eccessiva ambizione dell’eroe, quasi un “delirio di onnipotenza”. Qui appunto la commistione tra umano e divino è tutta a carico di Eracle, che travalicando i confini riservati ai mortali, si attira la punizione divina. Nella sua megalomania, egli avrebbe potuto altrimenti, una volta tornato dall’Ade, e dunque da un regno inaccessibile per ogni altro vivente, non soltanto paragonarsi a un dio, ma addirittura scalzare il padre celeste, spodestandolo come Giove aveva fatto con Saturno[3].

E’ interessante il parallelismo che è stato proposto con il percorso di Dioniso: figlio di Zeus e dell’umana Semele, Dioniso era un Dio, e per affermare il proprio culto contro chi negava la sua natura divina, aveva sparso sangue a fiumi nella famiglia di sua madre: la stessa Semele era stata uccisa da Zeus, sia pure contro la sua volontà; la sorella Agave, fatta impazzire da Dioniso, aveva ucciso il proprio figlio, e così l’altra sorella Ino, pure colpita dalla follia insieme al marito Atamante. Alla fine, Dioniso abbandona ogni legame con la famiglia umana, tornando alla sua natura pienamente divina di figlio di Zeus. Sebbene la scelta di Eracle, nella tragedia euripidea, sia diametralmente opposta, l’obiettivo sembra lo stesso: la pacificazione delle due stirpi, quella umana e quella divina, non può ormai più avvenire, nell’età di Euripide, se non al prezzo di ristabilire una distanza incolmabile, in cui non c’è più spazio per quella “contaminazione” tra uomini e dei che era stata al contrario alla base di tutta la mitologia precedente[4].

Così, lungi dall’essere l’immagine della forza bruta, incapace di pensiero, come talvolta è stato rappresentato, Eracle era un eroe estremamente complesso. Aveva difetti umanissimi, ma centuplicati: era violento, lussurioso, ingordo. Eppure, la sua generosità, il coraggio con cui difendeva sempre i deboli, sono rimasti proverbiali quanto la sua forza. Era “bello e grande, eroico e vigoroso”, “il più grande, ma anche il più esposto alla sofferenza”, “il più valoroso degli uomini”, uomo di “straordinaria forza (e pazienza)”, che una perduta statua di Lisippo probabilmente rappresentava in una luce del tutto diversa, malinconica, pensosa, con la testa piegata in segno di fatica e di sdegno per ciò che gli si imponeva[5].

A lui si attribuiscono domande simili a quelle che assillano tutti gli uomini: Eracle ha tanti nomi, ogni popolo gliene ha dato uno diverso, dai Fenici ai Celti agli Etruschi e agli Asiatici, ed è quindi naturale che si chieda chi è, se è davvero figlio di Zeus, un essere speciale, autore di imprese uniche, o un uomo come tutti gli altri, la cui fatica, il cui dolore, non è altro che la fatica e il dolore di tutti i viventi. E se le lotte che ha sopportato sono servite a qualcosa, se sono opera sua, frutto di una sua scelta, oppure ogni cosa è predestinata dalla Moira, dal destino, e quindi la libertà di cui è così orgoglioso non è in realtà che un’illusione.

Secondo una versione del mito, Eracle si chiamava in origine Alceo[6]. Questo nome, che forse derivava dall’omonimo nonno paterno, conteneva già in sé una promessa di coraggio indomito, se alké  è appunto in greco il coraggio armato. Più tardi Era gli ispirò la follia per cui egli uccise i suoi stessi figli, e forse anche la moglie Megara. Per questo, per espiare, egli dovette cambiare nome, diventare “gloria di Era”, assoggettarsi a quella stessa dea che nel suo odio lo aveva fatto indicibilmente soffrire, e compiere quelle dodici fatiche che gli uomini hanno poi visto come simbolo della lotta di ognuno contro il male che è fuori come dentro di lui. E così anche la sua follia, la sua parte violenta e crudele ogni uomo la può riconoscere come il mostro creato in se stesso dalle proprie paure, dall’odio, dall’orrore, o, secondo un’altra prospettiva, dall’ostilità degli dei.

Anche la pazienza di Eracle è la stessa degli uomini, la pazienza di riprendere ogni giorno la lotta dell’esistenza, spesso senza neppure chiedersi perché, o se ne valga la pena.

Eracle dunque non ha affatto voglia di affrontare le sue fatiche. Egli avrebbe dovuto, secondo la volontà del suo divino genitore, regnare su Argo, ma Era aveva tramato per mettere al suo posto il cugino Euristeo, un uomo che valeva assai meno. Assoggettarlo ai capricci e alla vanagloria di quest’uomo sciocco era dunque una doppia umiliazione. Spesso le fatiche che il re imponeva al cugino erano ridicole, e certo erano quasi sempre inutili. E’ dunque solo la pazienza, la   sottomissione agli dei e la consapevolezza della propria colpa che trattengono Eracle dall’annientare quel nemico così sciocco e pauroso che neppure osa guardarlo in faccia. Ma se fosse per lui, Eracle non affronterebbe tanto volentieri le battaglie che pure costituiscono una costante della sua vita.

In questo è simile a Giasone, che “preferirebbe vivere da borghese nella sua casa”[7], e prega gli dei di liberarlo dalle sue imprese. Lui è, appunto, uno di quegli uomini che dell’eroismo hanno fatto un ruolo, quasi un lavoro. Come Eracle, e diversamente da Teseo, ad esempio, o da Achille, egli non corre incontro all’avventura, non sceglie, ma lascia che il suo destino si compia, esegue con rassegnazione quei grandi compiti che gli dei hanno voluto per lui, di fronte ai quali si sente talvolta inadeguato, e che spesso guarda con una sorta di annoiato, malinconico distacco, proprio come Eracle.

A ben vedere, con tutta la sua forza, le sue imprese grandiose, i suoi eccessi, Eracle resta l’eroe “troppo umano”, come dice Calasso (ma questa frase è stata riferita anche ad altri: Ettore, e forse anche Odisseo: è un caso che per questi eroi greci, tanto vicini agli dei, si insista così spesso sul loro opposto legame con l’uomo, i suoi vizi, i suoi timori e la sua debolezza?), e lo sprone delle sue imprese non è lo spirito d’avventura, ma la necessità.

La prima impresa di Eracle è l’uccisione del leone di Nemea, un mostro che non poteva essere sconfitto con armi, sicché l’eroe dovette battersi con lui a mani nude. Fu allora che lo scuoiò e si rivestì con la sua pelle, in questo modo identificandosi in un certo senso col mostro. Potremmo vedere questo rito come una sorta di purificazione, di catarsi: accettare il proprio lato mostruoso, rivestirsene e farlo uscire allo scoperto è un modo per cominciare a vincerlo. Euristeo invece è l’uomo che ha paura del lato oscuro, che non ha mai superato la paura dei mostri che nascono dall’oscurità dell’inconscio: per questo, quando Eracle gli getta ai piedi la carcassa del leone, egli fugge a nascondersi e impone ad Eracle di non mostrarsi mai più al suo cospetto, ma di lasciare i frutti delle sue fatiche alle porte della città e di comunicare col re solo tramite un araldo.

O forse, come è stato anche ritenuto, il leone inviato dagli dei a seminare terrore tra gli uomini, che era figlio della mostruosa dea preolimpica Echidna e che non poteva essere ferito da alcuna arma, simboleggiava la morte, e già con questa prima impresa dunque Eracle avrebbe sconfitto le forze oscure degli inferi. Allora indossare la pelle dell’animale avrebbe significato che ciò che prima recava paura e dolore avrebbe portato da quel momento la salvezza[8]. In tal caso sarebbe stato semplicemente della morte che Euristeo, invece, continuava ad avere paura.

La seconda impresa fu l’uccisione dell’idra della palude di Lerna, un mostro con molte teste (il numero variava nei racconti) di cui una sola immortale. L’idra non era mai stata vinta da nessuno, poiché ad ogni testa che le si tagliava ne ricrescevano subito due. L’enorme difficoltà della lotta ha fatto identificare anch’essa, pure ritenuta figlia di Echidna, dalla discussa natura di serpente o di cane, con la Morte[9]. Eracle chiese aiuto a Iolao, figlio di suo fratello e suo compagno in molte imprese, il quale bruciò i tronconi per impedire che le teste si riformassero. Così Eracle riuscì a tagliare anche la testa immortale, ma Euristeo rifiutò di considerare l’impresa come valida, dal momento che egli non l’aveva compiuta da solo.

Eracle catturò poi la cerva di Cerinea, un animale dagli zoccoli di bronzo e dalle corna d’oro, sacra ad Artemide. Questa avventura ricorda molto da vicino la caccia al bianco cervo dei racconti medioevali. Eracle non doveva colpire l’animale con la sua freccia, ma inseguirlo per prenderlo vivo, e questo inseguimento rappresentava il vero pericolo, perché non potendo fare a meno di rincorrere l’animale sacro – che forse anche si identificava con la stessa dea – si rischiava di lasciarsi portare “al di là del territorio di caccia conosciuto, in un altro paese, dal quale non si ritornava”[10]. In pratica, la caccia sarebbe, qui come nelle leggende del ciclo bretone, il modo in cui l’eroe si avvicina al confine col mondo sovrannaturale. la dea, insieme ad Apollo, rimproverò l’eroe di aver catturato la cerva, ma egli si difese dicendo di essere stato costretto da Euristeo, e gli dei gli consentirono allora di portarla fino a Tirinto per poi lasciarla libera.

Durante la quarta impresa, la cattura del cinghiale Erimanzio che devastava la campagna in Arcadia, Eracle uccise i centauri che, ubriachi, lo avevano assalito, lasciando solo pochi superstiti tra cui Nesso, che in seguito sarebbe stato la causa della morte dell’eroe. Dopo questa impresa Eracle si imbarcò con gli Argonauti per cercare il vello d’oro, ma essendosi fermato a cercare il proprio scudiero Ila, rapito dalle ninfe sulla costa della Bitinia, venne abbandonato dai compagni.

La quinta fatica (ma l’ordine non è certo) fu la pulitura delle stalle di Augia, re dell’Elide. Questo re era così ricco, che si diceva possedesse nei suoi armenti le ricchezze del dio del sole. Si diceva anche che i suoi occhi splendessero come i raggi del sole, e che lui stesso fosse figlio di Elio. Tuttavia le sue stalle erano così piene di sporcizia da aver provocato una pestilenza nella regione. Così al luminoso regno del sole sembra corrispondere  un opposto governo sotterraneo su un paese tetro e sudicio. Eracle deviò il corso del fiume Alfeo in modo che le sue acque entrassero nelle stalle e così le pulì perfettamente, ma Euristeo non volle riconoscergli l’impresa perché egli aveva tentato di ottenere da Augia una parte del suo bestiame in cambio del lavoro. Augia aveva acconsentito ma poi aveva rifiutato di onorare il patto, il figlio Fileo aveva criticato il padre per questo e venne esiliato. In seguito Eracle tornò in Elide, uccise Augia e mise sul trono Fileo.

Poi Eracle uccise o comunque scacciò gli uccelli della palude Stinfalia, anch’essi creature infernali dai becchi e dagli artigli di bronzo, che sterminavano uomini e animali e con le loro feci avvelenavano i raccolti.

Recatosi in seguito a Creta, Eracle catturò il Minotauro, ma lo lasciò libero: l’animale sarebbe poi stato ucciso da Teseo. L’ottava fatica fu invece la cattura delle cavalle che Diomede, re dei Bistoni di Tracia, nutriva di carne umana (anche l’ordine di queste due imprese viene talvolta scambiato).  Ancora una volta, Eracle si trovava a combattere con la Morte: i cavalli erano animali molto legati al re degli Inferi, al quale tra l’altro le anime defunte portavano in dono dei destrieri. Talvolta in certi racconti questi animali vengono rappresentati mentre lacerano un eroe, ma si tratta sempre di una raffigurazione della Morte, e così sarebbe anche nel caso di queste cavalle mangiatrici di uomini[11]. Eracle diede in pasto alle bestie lo stesso Diomede e da quel momento esse furono domate, ma in seguito vennero a loro volta divorate dagli animali selvaggi del monte Olimpo. Fu durante questa impresa che Eracle, in visita dall’amico Admeto, re di Fere, venne a sapere che la moglie di costui, Alcesti, si era offerta di morire in sua vece, e riuscì a salvarla lottando con Thanatos, la Morte. Non solo, ma dopo aver ucciso Cicno, un altro figlio di Ares, l’Eroe si trovò addirittura a lottare contro il dio. Secondo una versione Zeus sarebbe intervenuto tra i due contendenti separandoli con la sua folgore. Secondo un altro racconto, invece, l’Eroe avrebbe ferito il dio della Guerra ad una coscia con la sua lancia.

Come nona fatica Eracle doveva prendere la cintura, simbolo di potere, che Ares aveva donato alla regina delle amazzoni Ippolita. Forse perché si era innamorata di Eracle, la donna gli diede la cintura senza opporsi, ma Era, furiosa per  questa facile vittoria, convinse le altre amazzoni che Eracle voleva rapire la loro regina, ed esse attaccarono l’eroe. Eracle forse si convinse che la giovane volesse venir meno alla parola data e l’uccise; oppure, come pure si raccontava, l’Eroe rapì Melanippa, mentre Teseo che lo accompagnava rapì Antiope: Melanippa venne restituita a Ippolita in cambio della cintura, mentre Antiope rimase con Teseo, di cui si era innamorata. Al ritorno, Era aveva scatenato una tempesta che aveva ucciso numerosi compagni di Eracle e lo aveva costretto ad approdare sull’isola di Coo. Il re di questa, Euripilo, “dal portone ampio”, non era altro che un’ennesima impersonificazione del signore del regno dei morti, il cui carattere ironicamente “accogliente”, come sovrano di un popolo numeroso, compare spesso nei suoi numerosi nomi. Questa volta nella lotta l’Eroe si trovò vicino a soccombere, e fuggì, vestito da donna, presso una schiava tracia, fino a che Zeus intervenne, punì la sua divina sposa e soccorse il figlio in difficoltà.

Se anche non si volesse accreditare l’idea che il Peloponneso e la Tracia delle prime fatiche di Eracle fossero in effetti un confine, e che i luoghi dove Eracle sconfisse i suoi mostri fossero situati oltre questo confine, al di sotto della terra, è certo che le successive imprese debbono aver condotto Eracle al limite del regno dei morti, per rubare il bestiame di Gerione e per prendere le mele d’oro del giardino delle Esperidi.

Gerione possedeva dei buoi custoditi dal cane a tre teste Ortro, fratello di Cerbero e dell’idra di Lerna. Gerione stesso si diceva avesse tre teste. Nel viaggio Eracle giunse a Cadice, ove eresse le famose colonne che avrebbero segnato il limite estremo oltre il quale non vi era passaggio per l’occidente, e inoltre sconfisse il gigante Anteo, figlio della terra, che da essa quindi traeva forza ogni volta che cadeva. Eracle se ne accorse e riuscì a vincere tenendolo sollevato fino a renderlo sufficientemente debole da poterlo uccidere. Addormentatosi, ebbe poi un’avventura con i pigmei che abitavano la regione, che richiama molto da vicino quella di Gulliver con i Lillipuziani. Poi, per dirigersi a Oriente dove risiedeva il mostro Gerione, Eracle colpì il sole con una freccia, e il sole, forse per timore, forse per ammirazione, o divertito dalla sua impudenza, gli diede la coppa d’oro con la quale ogni giorno compiva il suo viaggio sull’oceano, diretto ad est. Si narra anche di diverse deviazioni che Eracle fu costretto a compiere per riportare il gregge intero a Micene, poiché molti tentarono di rubargli i preziosi armenti. Si spinse fino in Mauritania, fondò il regno degli Sciti in Russia, arrivò in Italia dove uccise Caco, figlio di Vulcano (il nome latino di Efesto, certo un altro essere in stretto rapporto col regno dei morti) e dove un giovane toro riuscì a fuggire e dal suo nome vitulus prese nome la terra chiamata Vitalia e in seguito Italia. Infine, combattendo e uccidendo il gigante Alcioneo, Eracle avrebbe contribuito alla vittoria degli dei olimpici contro i giganti, figli della terra, prima di tornare finalmente a Micene con i buoi che Euristeo aveva sacrificato a Era.

Per la successiva impresa Eracle dovette chiedere consiglio alle Moire, poiché non poteva raggiungere senza aiuto divino il giardino delle Esperidi. Esse gli spiegarono che se fosse riuscito a trattenere Nereo, il vecchio che non mentiva mai, nonostante le sue metamorfosi, questi gli avrebbe indicato il cammino. Così infatti fece Eracle. Nel suo viaggio si imbatté in Prometeo incatenato alla roccia e lo liberò: Prometeo gli suggerì di non entrare egli stesso nel giardino da dove non sarebbe mai potuto tornare. Avrebbe invece dovuto convincere Atlante a prendere i pomi sostituendolo nel suo compito di reggere la volta celeste. Il titano accettò di fare quanto gli si chiedeva, ma al ritorno rifiutò di riprendere il proprio posto e decise di portare egli stesso i frutti a Euristeo. Eracle finse di acconsentire, ma lo pregò di caricarsi il cielo sulle spalle ancora per qualche minuto, in modo da potersi fasciare la testa a svolgere il compito più facilmente. Atlante si lasciò convincere e naturalmente appena Eracle ebbe in mano le mele fuggì in Grecia. Secondo un’altra versione invece fu lo stesso Eracle a prendere le mele, uccidendo il serpente Ladone dalle molte voci, che le custodiva e che non chiudeva mai gli occhi. Esso sarebbe stato trasformato da Era nella costellazione del Serpente.

Sappiamo già che molti eroi rivelavano un rapporto con “l’altro regno” nel loro nome, come Cadmo, o nella sorte cui andavano incontro dopo la morte, come lo stesso Cadmo e sua moglie Armonia, come Castore e Polluce e molti altri. Tuttavia prima di Eracle solo Perseo aveva compiuto, da vivo, un vero e proprio viaggio nell’“altro regno”, e si era trattato di un viaggio simbolico. Quello che Eracle compì per la sua dodicesima e ultima fatica fu invece reale: egli si recò effettivamente nell’Ade per catturare Cerbero, il cane infernale. Euristeo sperava così di liberarsi del suo rivale, mentre fu proprio sconfiggendo Ade in persona che Eracle conquistò l’immortalità. Per poter scendere nel regno degli inferi egli fu iniziato ai misteri di Eleusi, e poi venne accompagnato da Atena ed Ermes, la guida delle ombre, che lo accompagnarono. O forse in realtà i due dei soccorsero Eracle dall’inganno dei misteri, che non lo avrebbero aiutato. Eracle incontrò Meleagro, che gli raccontò di come fosse stato ucciso, ancora giovanissimo, durante la caccia al cinghiale calidonio: egli aveva voluto dare le spoglie dell’animale ad Atalanta poiché ella lo aveva colpito per prima e anche perché era innamorato di lei; i due fratelli della madre del giovane, in collera per la vittoria accordata a una donna, avevano cercato di sottrarle il premio, e Meleagro li aveva uccisi. Quando il giovane eroe era nato, le Moire ne avevano predetto la morte quando un tizzone che era nel fuoco si fosse consumato: la madre allora aveva tolto il legno dal camino e lo aveva nascosto dove nessuno potesse trovarlo. Alla notizia dell’uccisione dei fratelli lo aveva gettato nel fuoco provocando così la morte di suo figlio. Poi, in preda ai rimorsi, si era a sua volta uccisa. Eracle, commosso alla storia del giovane, promise di sposarne la sorella Deianira. Poi creò molti danni nel Tartaro. Si battè perfino con lo stesso Ades e lo ferì, poi incontrò Teseo e Piritoo, legati alla sedia dell’oblio dal giorno in cui avevano tentato di rapire Persefone. Ades acconsentì a lasciargli portar via Teseo, colpevole solo di aver aiutato l’amico, mentre la punizione di Piritoo doveva essere eterna. Inoltre gli lasciò prendere Cerbero, purché non usasse armi e con la promessa di riportarlo subito indietro, non appena esaurito il compito affidatogli da Euristeo, e così l’eroe fece.

IL PAESE INFELICE – PARTE I, Capitolo II (L’eroe greco), introduzione

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            Gli antichi greci definivano l’eroe come “un uomo un tempo vissuto nell’eccezione e che la morte ha consacrato”[1]. Il rapporto dell’eroe con la morte sembra tornare come il riflusso insistito di un’onda sempre uguale. In qualche modo i due elementi sono inscindibili.

            L’eroe greco, naturalmente, ha mille facce. E’ il generoso e istintivo Achille, facile alle “ire funeste”, che peraltro lo colgono quando viene colpito negli affetti più cari, che vive in modo ardente. E’ il dolce, sfortunato Ettore, forse il più amato dell’Iliade, l’uomo che combatte e uccide perché sa di doverlo fare, ma odia la guerra, e al sangue preferisce i gesti di tenerezza verso la moglie e il figlioletto. E’ Prometeo, il Titano orgoglioso, ribelle e gentile, che sceglie di disobbedire a Giove per amore degli uomini e ne sopporta senza mai lamentarsi l’atroce castigo. E’ il chiassoso, eccessivo, prorompente Eracle, che ride e mangia, del tutto ignaro, nella casa di Admeto quando si piange Alcesti, ma poi non esita ad andare dritto nel regno di Thanatos e strapparle la sua vittima a bastonate.

            Il tempo degli eroi è breve: si apre con il ciclo di Creta e si conclude nel giro di poche generazioni con il massacro della guerra di Troia, in cui la morte di tanti eroi, tanto troiani quanto greci, non è altro forse che l’espressione poetica, metaforica, della scomparsa dell’idea stessa di eroe, benché le conseguenze delle loro imprese abbiano costituito il fondamento della civiltà greca per l’intero corso della sua esistenza.

            Il tempo degli eroi è quello in cui Zeus ha concesso agli dei di congiungersi con gli uomini: gli eroi sono appunto il frutto di questi rapporti, pericolosi come lo sono e lo saranno tutti gli incontri tra esseri appartenenti a mondi diversi: tra fate e uomini, tra streghe e demoni, tra principesse e draghi.

            Quando gli eroi, lottando con i mostri, sconfiggendoli e prendendone il posto come dominatori della natura, mediatori tra terra e cielo, finiscono per imitare gli dei come Apollo, Zeus intravvede il pericolo: non può permettere che questi uomini diventino i dominatori della terra e delle acque, dunque devono morire, devono estinguersi. E mentre decide questa sorte che li colpirà tutti indiscriminatamente, ne fa anche un’occasione di massima gloria per un singolo individuo, Achille. La gloria di un eroe diventa inevitabilmente la gloria di tutti gli eroi. Per la prima volta le gesta degli uomini saranno cantate dagli aedi, e così vinceranno il tempo e la morte.

            Ma la brevità di questo tempo non impedisce che vi si concentrino tutti questi individui così profondamente diversi, ciascuno con il suo proprio, personalissimo modo di vivere la propria condizione di eroe.

            La prima caratteristica, inerente al concetto stesso di eroe, che nello stesso tempo differenzia questi uomini, individuandoli, ma anche li accomuna, è l’unicità. Achille, è stato detto, è più di tutti gli altri colui che identifica questo concetto di “unico”, di insostituibile, contro l’idea opposta di Agamennone, l’idea antieroica per cui un individuo vale l’altro. Ma questo carattere “speciale”, unico, è proprio di tutti gli eroi greci. E’ l’unicità di chi appartiene pienamente all’umano, ma è nello stesso tempo illuminato dalla luce divina, dallo “splendore”, sia pure mescolato all’ “ombra della mortalità”. Ed è per questa unicità che gli Eroi non possono essere considerati unicamente nella veste di guerrieri, sia pure grandi, ma come i protagonisti di una vera e propria mitologia[2].

            L’eroe della fiaba, abbiamo detto, è pienamente umano, deve esserlo, in lui anche un bambino deve potersi identificare, e dunque la sua parte “sovrannaturale” non deve impedire questa identificazione. Ma questo non toglie che l’elemento del sovrannaturale esista, e sia anzi importantissimo. Vedremo come l’eroe, anche quello delle fiabe, abbia un’essenziale funzione di mediatore tra due o addirittura tre mondi diversi: il cielo e la terra (e l’acqua), o, se si preferisce, la parte luminosa e quella oscura, la vita e la morte.

            E ancora: l’unicità è anche una qualità pienamente umana, che l’uomo riconosce anche nella cerchia della tribù o della famiglia, la “nascita di un essere messo al mondo da una madre come qualche cosa di meravigliosamente nuovo, mai esistito prima” e che “appare nella mitologia eroica come di provenienza divina”[3]. In questo senso l’idea di uomo-dio non sarebbe altro che una concezione più alta di uomo, quella che anche Bettelheim vedeva come finalità della fiaba: l’accesso ad un grado più elevato di umanità.

            Nell’eroe greco, che è spesso oggetto di un culto non tanto diverso da quello riservato agli dei, e che del resto finisce non di rado per divenire egli stesso un dio, al termine della sua vita, questo carattere individuale/dualistico appare particolarmente evidente.

            E strettamente connessa all’unicità è la complessità. L’eroe, come tutti gli uomini, è unico proprio perché è complesso, non riconducibile ad una semplificazione. Non è neppure solo un eroe: ha una sua personalità, spesso fortemente caratterizzata, e tutt’altro che rispondente ad un ideale di perfezione. Né, sottolinea Kerényi, l’eroe può essere ridotto ad una personificazione di progressi o di ritrovati scientifici, o al nome inventato di un qualche fondatore di città cui si voglia dare lustro. Per quanto sia importante l’origine delle città e delle famiglie, la mitologia greca ha sempre al suo centro l’uomo, più del divino, più delle sofferenze, l’elemento umano in tutte le sue manifestazioni

            Chi sono dunque questi uomini tanto particolari? Com’è la loro vita, cosa li distingue dagli altri?

[1]Grytzko Mascioni, Mare degli immortali, Oscar Mondadori, Milano, 1991, p. 9

[2]Kàroly Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Mondadori, Milano 1989, p. 240-241

[3]Ibidem, p. 247