Udite udite

Vedete che funziona, è meglio di un incantesimo…

Ho scritto dei miei progetti, ho dato loro un ordine anche secondo la semplicità di realizzazione e… magia… il primo è in parte già concretizzato. Ho già pronto un pdf, del tutto artigianale ma comunque fatto con affetto, che raccoglie gli articoli che avevo postato finora sull’eroe nei miti (l’introduzione, il primo capitolo sull’eroe sciamano e il secondo sui miti greci).

Chi lo vuole non ha che da chiedere, posso inviarvelo per email, magari metto un link anche qui, è del tutto gratuito ma, eccezionalmente, protetto da password. Del resto io per pigrizia non ho ancora fatto la pagina dei diritti d’autore (forse sarebbe il caso che le dessi priorità?) ma mi sembra scontato, tutto quello che pubblico è frutto della mia testa balzana (a meno che non sia specificato diversamente). Ovvio che mi faccia un immenso piacere se circola: reblog, recensioni, citazioni, disegni a tema, ricette gastronomiche che si ispirino ai miei post, va bene tutto, anzi, adoro tutto, ma tanto di più se citate la fonte (la sorgente, la polla, il rubinetto, insomma, ci siamo capiti).

Poi restate sintonizzati perché sono in arrivo altre novità (forse): una o due giornate a settimana fisse per il romanzo, una per i post sull’adozione, una per il seguito dei post sui miti. Il resto (poesie, racconti, citazioni, libri, musica ecc.) continuerà penso a essere postato random. Non pretendete troppo, via su, siete incontentabili! Quelle sono cose che devono seguire l’estro del momento 😀

 

IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba – Gli eroi romani

Ben diverso dall’eroe greco è quello romano, il soldato tutto d’un pezzo che non ha altri amori che Roma, che non si pone mai dubbi. L’eroe romano non ha scelte difficili da fare, non ha domande da porsi, non conosce sfumature o ripensamenti.

Si tratta in effetti, più che di uomini con le loro qualità, debolezze e complessità, di personificazioni delle principali virtù che si volevano trasmettere ai giovani, specie patrizi: l’amor di patria, il coraggio militare, la semplicità e la morigeratezza.

Non è un caso, forse, che la straordinaria satira di Asterix abbia colpito i Romani e non i Greci. Con i Greci ci possiamo identificare, possiamo sentirci vicini a questi uomini che hanno dato tanto ma senza rinunciare alla loro umana fragilità. I Romani sono troppo lontani da noi, troppo sicuri di sé e certi della loro incrollabile verità: o sono il nostro incubo, o ridiamo di loro.

Prendiamo Orazio Coclite, che da solo affrontò un intero esercito etrusco, quello di Tarquinio il Superbo, ultimo Re di Roma. Questi, mandato in esilio, voleva tornare e aveva chiesto aiuto agli etruschi (dai quali del resto probabilmente proveniva, come rivelerebbe il suo nome, come quello del suo predecessore Tarquinio Prisco). Gli Etruschi arrivarono fin sulle porte della città; stavano per entrarvi, dovevano solo attraversare il Tevere attraverso il ponte Sublicio. Dopo averli sconfitti da solo (mentre i suoi soldati distruggevano il ponte), Orazio si gettò nel Tevere e, nonostante l’armatura, riuscì ad attraversarlo e a rientrare in città dove fu onorato addirittura con la prima statua mai dedicata a un uomo.

Sempre nel conflitto con gli Etruschi si pone l’episodio di Muzio Scevola. Il giovane aveva ottenuto dal senato il permesso di entrare nel campo nemico per tentare di uccidere Porsenna, re della città di Chiusi e capo della lega dei popoli etruschi. Giunto al campo nemico, dopo aver ucciso quello che credeva il re, si accorse che si trattava in realtà di un suo scrivano; catturato e portato al cospetto del sovrano, Muzio pose sul braciere ardente la “mano che aveva fallito” e la tolse solo quando fu completamente consumata. Proprio per questo prese il soprannome di Scevola (“il mancino”), con cui è passato alla storia. Porsenna, impressionato dal gesto e ammirato, decise di liberarlo. Muzio allora inventò una storia, per spaventarlo: gli disse che c’erano trecento giovani nobili romani intenzionati a ucciderlo, e che se lui che era il primo aveva fallito presto sarebbero arrivati gli altri.

Porsenna, che già aveva visto Orazio Coclite e ora si trovava alle prese con Muzio Scevola, si impaurì, temendo questi Romani così pieni di valore e attaccamento alla patria; decise di proporre trattative di pace, ma come prima condizione chiese alcuni ostaggi. Tra gli ostaggi però c’era qualcuno destinato a dargli ancora filo da torcere: si tratta di una fanciulla, la giovane Clelia; questa riuscì a fuggire, ad attraversare il Tevere a nuoto e a riportare a Roma sane e salve tutte le fanciulle romane che erano con lei. Porsenna se la prese un po’ e minacciò di interrompere le trattative: i Romani allora rimandarono gli ostaggi e a quel punto Porsenna, ancora una volta stupito del loro coraggio e della loro correttezza, decise di liberare gli ostaggi una volta per tutte.

Un altro romano famoso, grazie alla semplicità e all’austerità dei suoi costumi, fu Lucio Quinzio Cincinnato (“riccioluto”); narra la leggenda che, nel momento in cui gli fu consegnata la nomina a console, Cincinnato stava arando il suo campicello; e non perse mai la passione per l’agricoltura: infatti quando fu eletto dittatore per combattere contro gli Equi rimase in carica giusto il tempo di sbaragliare i nemici e riportare una bella vittoria; subito dopo rinunciò a ogni onore e incarico politico, e tornò ad arare il suo campicello. Non disdegnò invece gli onori Marco Furio Camillo, valente generale: con le guerre che condusse portò Roma a raddoppiare il suo dominio territoriale. Era in un momento di riposo lontano dalla città quando venne a sapere che i Galli avevano preso Roma; pronunciando la famosa fraseNon con l’oro ma con il ferro si salva la patria fece immediatamente ritorno e cacciò via gli invasori.

Cneo Marcio Coriolano, così chiamato perché conquistò la città di Corioli, apparteneva alla classe dei patrizi; i plebei non lo amavano fatto, e accusandolo di volerli ridurre alla più totale povertà riuscirono a farlo esiliare dalla città; questo si recò presso i Volsci, e li convinse a dargli in mano il loro esercito per guidarlo contro Roma; la leggenda vuole che dopo i primi successi acconsentì alle preghiere della madre Veturia e della moglie Volumnia, e si ritirò, andando incontro alla morte (i Volsci lo uccisero per averli illusi e delusi) per non mandare la sua città in rovina; però questo personaggio è uno dei più controversi: si dice che sia stato inventato solo per esaltare la classe patrizia e la sua nobiltà d’animo (oltre che per dare una spiegazione alla guerra contro i Volsci).

Possiamo chiudere con due personaggi che forse non sono considerati eroi in senso stretto e tuttavia possono essere considerati per certi aspetti vicini a un più moderno concetto di coraggio, i Gracchi (Tiberio e Caio), tribuni della plebe, uccisi per le avanzate riforme che avevano voluto proporre in favore del popolo.

 

Belfiore – 6a parte – Fine!

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La stella di Betlemme è il primo o uno dei primi fiori di primavera

Anche questa volta andò per prima cosa a parlare con Stella di Primavera, per dirle che era riuscito anche nella terza prova.

Quando la Principessa vide che il giovane era riuscito in tutte quelle imprese, gli diede un bacio e gli disse:

– Hai fatto grandi cose, però adesso viene il compito più difficile di tutti, cioè sconfiggere mio padre definitivamente, altrimenti appena lui avrà quei tre preziosi oggetti, non esiterà a ucciderti. Adesso avrai bisogno del mio aiuto, poiché nulla può fermare il Re del Fuoco se non proprio le tre cose che sei andato a cercare: la Pietra della Forza contro la sua potenza invincibile, lo Scrigno della Saggezza contro i suoi poteri magici, e la Spada del Coraggio contro il tremendo terrore che è capace di ispirare in tutti gli esseri viventi. Quando ti troverai in difficoltà strofina la Pietra tre volte. Se ancora non dovesse bastare, apri lo Scrigno, e se neppure così riuscirai a sconfiggere il Re, tira fuori la Spada dalla sua elsa. E’ l’unica cosa che possa ucciderlo.

Poi Stella di Primavera indossò il suo abito che l’avvolgeva come una lieve nuvola bianca, con un ricamo di vento e piccole gocce di pioggia fresche come l’alba di un mattino di aprile, e con quell’abito andò da suo padre, perché il lieve soffio del vento e la pioggia d’aprile lo indebolissero e gli facessero dimenticare per tre giorni almeno di chiedere i tre oggetti che Belfiore era andato a cercare.

In quei tre giorni diede da mangiare a Belfiore le bacche dell’Albero della Vita, gli diede da bere acqua della Fonte di Ochran, dove anche la Pioggia andava ad abbeverarsi prima di scendere sulla terra, e lo fece dormire in un letto di foglie di quercia, per renderlo più forte.

All’alba del terzo giorno, la Principessa cantò una canzone che era una preghiera agli elementi di tutte le stagioni, perché aiutassero Belfiore a sconfiggere il Re del Fuoco:

Chiedo che tu, Pioggia gentile,
non tolga il tuo dono alla terra assetata
non la luce del Sole illumini aprile
ma il fulmine forte, la saetta spietata
Chiedo che il Sole, per oggi soltanto
dall’incantevole Luna stregato
resti nascosto, rimanga al suo fianco
Così che Belfiore, mio sposo, mio amato
dalla Notte protetto, dall’ombra fedele
non soccomba alle fiamme del fuoco crudele
E tu Vento, ribelle giocoso
non bufera ti chiedo, o uragano,
ma un alito dolce, un respiro amoroso
che l’ardore del fuoco porti lontano
soffio che le forze ritempra, e il cuore rinsalda
E che infine la Terra, facendo barriera,
il mio amore difenda dall’onda troppo calda
Così Pioggia e Sole, terra ed aria leggera,
aiutatemi a spegner del fuoco il furore
così che il mio principe sia il vincitore

 

Quando Stella di Primavera finì di cantare, il Re del Fuoco si risvegliò dal suo torpore e scoprì che erano passati tre giorni dal termine che aveva dato a Belfiore per portargli la Pietra della Forza, lo Scrigno della Saggezza e la Spada del Coraggio. Allora capì che sua figlia lo aveva ingannato, e si infuriò al punto che l’avrebbe uccisa, ma la fanciulla venne protetta dagli alberi del bosco, che la nascosero tra i loro rami, poiché grazie a lei essi continuavano a vivere e non erano distrutti dal suo malvagio padre.

Allora il Re rivolse tutta la sua collera contro Belfiore.

– Dammi subito la Pietra, lo Scrigno e la Spada – gli ordinò, minacciandolo se non avesse obbedito di tremendi castighi.

– Se volete la Pietra – disse il giovane – dovrete lottare per averla.

Il Re del Fuoco si mise a ridere, perché era molto più forte e potente di quel piccolo ragazzo, e aveva armi che il giovane non possedeva. Poteva scatenare contro di lui tutte le fiamme del suo vasto regno, e così fece.

Ma prima che una sola scintilla potesse lambire il giovane principe, il Sole si ritirò lasciando che il ragazzo si nascondesse in un’ombra scura come la notte, scrosci di Pioggia caddero in un fragore di tuoni, la Terra sollevò una barriera contro il fuoco, e quando ormai non c’era più che qualche brace senza forza, il Vento inviò il suo soffio gentile a spegnerla e allontanare ogni pericolo.

Allora il Re dovette affrontare Belfiore senz’altra arma che la propria forza, tuttavia la sua forza era immensa, e il giovane non  avrebbe mai potuto stargli a pari. Allora strofinò la pietra tre volte, e sentì dentro di sé una forza straordinaria, così grande che stava quasi per sconfiggere il malvagio sovrano.

Ma il Re conosceva i segreti della Magia Nera, e quando vide che il ragazzo stava per sopraffarlo, gli scatenò contro terribili incantesimi e le forze più malvagie che vivono sospese tra la terra e il cielo.

Belfiore allora aprì lo scrigno, e sentì la sua mente aprirsi, e il potere della saggezza farsi strada dentro di lui. Conoscendo tutti i segreti del mondo, non gli sarebbe stato difficile contrastare la magia nera del suo nemico, ma il Re aveva ancora un’ultima arma a sua disposizione, il Terrore: quel suo servo tremendo portava la sua volontà ovunque, rendeva pericolosi gli animali in preda al panico e annebbiava la mente degli uomini, conducendoli ad azioni folli e senza scopo. Per due volte il Terrore si avventò contro il ragazzo, e per due volte il ragazzo lo respinse, ma la terza volta uno spavento senza nome lo avvolse, e certamente il Re del Fuoco sarebbe riuscito ad ucciderlo, se non fosse intervenuta Stella di Primavera:

– Ricordati della Spada! – gli disse, e a sentire la voce amata della sua Principessa, Belfiore sentì tornare le sue forze, sfilò la spada dal suo fodero e riuscì infine ad uccidere il Fuoco crudele.

Così finalmente tutto tornò a posto: l’uomo-drago tornò uomo completamente, e si riprese la sua sposa, la Principessa delle Rose; il Principe Belfiore tornò a casa con la sua bella e dolce Stella di Primavera, e trovò che i suoi fratelli erano già lì che lo aspettavano; nel suo palazzo e in tutto il paese era tornata la serenità, e il vecchio re lo accolse con le lacrime agli occhi per la gioia.

Tutto il paese proclamò che Belfiore avrebbe dovuto essere re, e Stella di Primavera regina, e così fu deciso: quando fu tempo, Belfiore divenne sovrano del suo paese, e la sua saggia sposa fu regina. Pietro fu nominato Ciambellano e Giovanni Ambasciatore, e così furono tutti felici per tanto e tanto tempo.

FINE

Belfiore – 5a parte

– Cosa fate qui? – chiese la Principessa. – Non sapete che il Re del Fuoco divora ogni malcapitato che si trova a passare di qui? Andatevene, presto, prima che torni.

– Mi manda il vostro sposo, che è stato trasformato in drago, ma vuole ritrovarvi. Non vorreste rivederlo?

– Oh sì, lo vorrei con tutto il cuore, ma questo probabilmente vi costerà la vita. Non si sconfigge così facilmente il Re del Fuoco!

– E va bene, se questo deve essere il mio destino, sia, altrimenti vedremo, chi può mai dire nella vita?

Allora la Principessa gli diede da bere a da mangiare e poi lo fece riposare su un morbido letto di piume perché potesse riprendere le forze.

A mezzanotte, tutto il palazzo fu avvolto da un’intensa luce rossastra, e da un calore che non si può immaginare, un calore che bruciava ogni stilla di vita intorno a sé.

Il Re del Fuoco entrò con un gran frastuono e crepitar di scintille.

– Principessa mia – disse alla Principessa delle Rose – chi è entrato a palazzo?

– Un giovane che è stato mandato dal mio sposo a salvarmi – rispose la Principessa, che sapeva che al Re non si poteva mentire.

– Ebbene, avrà quel che si merita. E dopo aver ucciso lui, ucciderò anche il tuo sposo, ma prima farò in modo che si penta mille volte di essersi messo sulla mia strada!

E con questo, il Re fece una risata diabolica, e si allontanò.

La povera Principessa rimase lì più morta che viva, temendo per il bravo giovane che era venuto fin lì a salvarla, e per il suo sposo.

Ma Belfiore, che era rimasto ad ascoltare, si fece coraggio, e senza uscire dal suo nascondiglio – aveva indossato il Mantello Invisibile – disse:

– Poiché siete senza dubbio molto più forte di me, maestà, e ad uccidermi non ci sarebbe nessun gusto per voi, vorrei chiedervi di darmi una possibilità. Tre prove, e se fallisco potrete fare di me ciò che vorrete, ma se riesco, mi restituirete la Principessa. Non credete che così la sfida sarebbe più divertente anche per voi?

Il Re del Fuoco si guardò intorno.

– Chi ha osato parlare? – chiese. – Abbi il coraggio di farti vedere, senza restare nell’ombra come un vile animale notturno, un amico delle tenebre che non lascia mai che i raggi del sole lo illuminino. Fatti vedere, ed io deciderò se meriti quello che mi hai chiesto.

A queste parole, Belfiore capì che non gli restava altro da fare che farsi vedere, e sperare per il meglio.

Il Re del Fuoco vide quel ragazzo così giovane ed esile, e sorrise tra sé.

– Così tu vorresti sfidare il Re del Fuoco, vero? Ebbene, te lo concedo. Ti darò tre prove, ma bada che se fallirai, lascerò che il tuo corpo arda lentamente per cento anni, fino a che invocherai la morte come una liberazione. Sei disposto, a queste condizioni? Forse sarebbe meglio per te che io ti uccidessi subito, senza dolore.

– Forse, – rispose il ragazzo. – Ma preferisco tentare la fortuna, poiché me lo concedete.

– E va bene dunque. Dovrai portarmi tre cose in cambio della Principessa: la Pietra della Forza, lo Scrigno della Saggezza e la Spada del Coraggio. Se riuscirai, potrai portare con te chi vorrai dal mio palazzo, in caso contrario… sai quello che ti aspetta.

Il ragazzo non si perse d’animo: consultò il suo orologio per sapere dove poteva trovare la Pietra della Forza, e si mise in cammino.

Ora però bisogna sapere che il Re del Fuoco aveva una figlia di nome Stella di Primavera, tutto il contrario di suo padre: tanto il Re era brutto, malvagio e crudele, tanto lei era bella, buona e gentile. Dove suo padre passava portando l’aridità, la sterilità e la morte, lei riportava i raggi di un sole gentile, una pioggia rinfrescante e una brezza che restituiva il soffio della vita ad ogni creatura vivente intorno a lei.

Stella di Primavera sapeva che suo padre non avrebbe mai rispettato i patti: aveva dato al giovane principe delle prove impossibili, e comunque anche se lui chissà come fosse riuscito a superarle, il Re lo avrebbe ugualmente divorato, e in più avrebbe avuto i tre preziosissimi oggetti.

Allora la fanciulla si preparò, mise dell’oro tra i suoi capelli, un abito color zaffiro che aveva ricamate tutte le stelle del cielo, e insieme il sole e la luna,  e perle di rugiada che risplendevano come diamanti. Poi andò dal principe, che rimase abbagliato dalla sua bellezza, incapace di muoversi o di fare un solo gesto.

– Ascolta, Belfiore, ho sentito quando mio padre ti ha fatto tutte quelle promesse, ma devi sapere che sebbene egli uccida tutti coloro che mentono dinanzi a lui, egli stesso è solito mentire e rompere ogni suo giuramento. I compiti che ti ha dato sono molto difficili, ma più difficile di tutto è che il Re ti lasci in vita, se pure dovessi portarli a termine. Dovrai usare tutto il tuo coraggio e tutta la tua astuzia, ma se tu lo vorrai, io ti aiuterò.

– Con un simile aiuto, non potrò mai fallire – disse il giovane, che ancora era incantato da quella dolce visione. La fanciulla sorrise, e gli disse:

– Se riuscirai a prendere gli oggetti che il Re mio padre ti ha chiesto, come prima cosa vieni a parlare con me, e io ti dirò cosa fare.

Il principe promise, e poi proseguì la sua strada alla ricerca della Pietra della Forza.

Dopo tre giorni di cammino incontrò un elefante, che gli chiese:

– Dove vai, bel giovane?

– A cercare la Pietra della Forza – rispose Belfiore.

– Sappi che la Pietra della Forza è custodita dalle Fiamme del Tempo, ma non potrai arrivarci altro che in groppa ad un uomo-drago. Ma bada, che dovrai cavalcarlo ad occhi chiusi, se dovessi aprire gli occhi anche solo per un istante durante il volo, precipiterai immediatamente al suolo, e morirai.

– Ebbene, allora prometto di tenere gli occhi chiusi – rispose il ragazzo, e immediatamente gli comparve dinanzi un essere che aveva la testa di un uomo e il corpo di un drago. Senza esitare, Belfiore gli saltò in groppa e chiuse gli occhi.

Non fu un compito facile, tenere gli occhi sempre chiusi. L’uomo-drago si alzava vertiginosamente in volo e poi scendeva in picchiata, prendeva velocità inimmaginabili e poi di colpo si bloccava e restava così a mezz’aria per un tempo che al povero principe sembrava non finire mai. Pure, intuiva di potersi fidare, e comunque aveva promesso.

Finalmente, dopo un viaggio lungo e tormentato, l’uomo-drago depositò Belfiore a terra, e gli disse:

– Sei arrivato. Ora tocca a te, per prendere la Pietra della Forza dovrai sconfiggere le Fiamme del Tempo, pensa tu a come fare. – Il ragazzo aprì gli occhi e lo vide scomparire in una nuvola di fumo, e di fronte a sé aveva un terrificante cerchio di fuoco. Come attraversarlo? In quel momento gli venne in mente l’ampolla dell’uomo-cavallo. L’agitò, chiedendo tanta acqua che servisse a spegnere il fuoco. Si scatenò allora una forte pioggia, che colpì solo il luogo dove si trovava il cerchio delle fiamme. Le Fiamme del Tempo si spensero, e il giovane vide una meravigliosa pietra, che non aveva colore poiché rifletteva in sé tutti i colori della luce.

La prese, e si incamminò per tornare al palazzo del Re del Fuoco.

Quando giunse a palazzo, per prima cosa andò a parlare con la figlia del Re.

– Stella di Primavera, sono riuscito a prendere la Pietra della Forza, ora dimmi cosa dovrò fare.

– Tienila con te. Per nessuna ragione dovrai darla a mio padre prima di avere gli altri due oggetti che ti ha chiesto. Quella pietra dà a chi la possiede una forza senza uguali, e se il Re dovesse averla nelle sue mani, nulla più potrebbe fermarlo.

Il Principe fece come la fanciulla gli aveva detto. Il Re lo minacciò, lo pregò, gli fece mille promesse, ma il giovane non si smosse dalla sua posizione. Disse – ed era la verità – che gli erano state minacciate cose terribili se la Pietra della Forza avesse lasciato le sue mani prima che egli avesse in suo possesso gli altri due oggetti che doveva cercare. Alla fine il Re dovette cedere, perché non poteva prendere la Pietra contro la volontà di colui che l’aveva conquistata.

Il secondo giorno Belfiore consultò ancora una volta il suo orologio per chiedergli il cammino che lo avrebbe condotto allo Scrigno della Saggezza, dopodiché partì.

Dopo tre giorni e tre notti incontrò un barbagianni, che gli chiese:

– Dove sei diretto, bel giovane?

– A cercare lo Scrigno della Saggezza – rispose Belfiore.

– Ebbene, sappi che lo Scrigno della Saggezza è custodito dal Lago di Ghiaccio, ma non potrai raggiungerlo se non cavalcando un uomo-drago. Però bada che non dovrai dire una sola parola per tutta la durata del tragitto. Se un solo suono dovesse uscire dalla tua bocca, precipiterai a terra e morirai.

– Va bene, prometto di non dire una sola parola – disse il giovane, e allora trovò vicino a sé l’uomo-drago, che adesso aveva anche le spalle e le braccia di un uomo, ma per il resto era ancora drago. Subito gli si mise a cavalcioni, e l’uomo-drago si alzò in volo, sorvolando cose che gli avrebbero strappato oh! di meraviglia ed altre che lo avrebbero fatto gridare per l’orrore, ma Belfiore non disse nulla. Uccelli mostruosi gli rivolsero la parola, minacciandolo con i loro becchi adunchi e i tremendi artigli perché rispondesse, ma benché spaventato, il ragazzo continuò a tacere. E finalmente, quando credette che quel viaggio non sarebbe mai finito, l’uomo-drago lo depositò a terra.

– Siamo arrivati. Adesso sta a te vincere il Lago di Ghiaccio e prendere lo Scrigno – e detto questo disparve nella notte.

Cosa poteva fare Belfiore? Agitò la sua preziosa ampolla, chiedendo tanta acqua tiepida che sciogliesse i ghiacci: ed ecco che piano piano lo strato di ghiaccio cominciò a spaccarsi, e le spaccature divennero sempre più grandi, fino a che il lago fu completamente sciolto, e il giovane poté tuffarsi e prendere lo Scrigno.

Allora tornò a palazzo, e andò a parlare con la Principessa.

– Stella di Primavera – le disse – sono riuscito a prendere anche lo Scrigno, e adesso cosa devo fare?

– Tieni con te anche questa, fino a che non avrai anche la Spada del Coraggio, altrimenti si preparano per te grandi sciagure! Lo Scrigno consente di conoscere tutti i segreti del mondo, e non immagini cosa potrebbe fare mio padre se l’avesse in mano.

Così tutto andò come la prima volta: minacce, preghiere, promesse di doni inestimabili, ma il giovane non si lasciò smuovere, e lo Scrigno non poteva essere sottratto a chi lo aveva conquistato senza il suo volere.

Il terzo giorno il ragazzo, consultato per l’ultima volta il suo orologio, partì alla volta del luogo dove si trovava la Spada del Coraggio.

Camminò per tre giorni e tre notti, poi incontrò un lupo, che gli chiese:

– Che cosa cerchi, bel giovane?

– Cerco la Spada del Coraggio – rispose Belfiore.

– Ah! Sappi che la Spada del Coraggio è custodita dal Vento del Terrore, e nessuno si può avvicinare se non lo accompagna in volo un uomo-drago. Ma se vuoi arrivarci vivo, non dovrai mangiare né bere per tutto il viaggio. Se anche un solo boccone o una sola goccia d’acqua sfiorano le tue labbra, precipiterai subito a terra, e morirai.

Ancora una volta, il ragazzo promise, e ancora una volta gli comparve di fianco l’uomo-drago, che ormai però aveva solo le zampe, le ali e la coda di un drago, mentre per il resto sembrava un uomo in tutto e per tutto.

Il giovane salì sulla sua schiena, il drago si alzò in volo e immediatamente il povero Belfiore fu assalito da una fame e una sete da non dirsi. Gli parve di non riuscire neppure a tenersi seduto, per la gran debolezza, il suo stomaco era come un immenso buco vuoto, e la gola riarsa come se fosse avvolta nelle fiamme. Più andavano avanti, meno gli sembrava di riuscire a resistere, era come se mille diavoli gli mordessero la pancia e l’inferno gli infiammasse la bocca. Allora comparvero fanciulle meravigliose che gli offrivano ogni ben di dio: carni, pesci, ogni tipo di prelibatezza, e vini squisiti da bere. Ma quando ormai sarebbe stato disposto a morire pur di assaggiare anche solo un boccone di pane secco e bere anche una sola stilla d’acqua di pozzanghera, improvvisamente il drago lo depositò a terra, e ogni traccia di fame e sete scomparve, benché il povero giovane fosse ancora piuttosto spossato dalla lotta sostenuta per non cedere.

– Bene, adesso non ti resta che affrontare il Vento del Terrore e prendere la Spada del Coraggio – disse l’uomo drago, dopodiché sparì come se non fosse mai stato là.

Belfiore agitò ancora una volta la sua ampolla, perché pensava che spesso con una dolce pioggia sottile, il vento si placa e le tempeste si acquietano. Infatti, così fu. Quando il luogo fu completamente tranquillo, non più scosso neppure da un lieve alito di brezza, il giovane vide la Spada del Coraggio scintillare come l’oro ai raggi del sole, e subito l’afferrò e la portò al palazzo del Re del Fuoco.

 

Belfiore – 4a parte

Camminò e camminò, per sette giorni e sette notti, fino a che giunse sulla riva di un fiume che sembrava non finire mai, e vide diversi giganteschi cavalli selvaggi, ancora intenti a smuovere la terra dal letto del fiume per evitare le inondazioni. Senza neppure attendere che glielo chiedessero, il giovane si offrì di aiutarli, e si mise al lavoro con tanta lena, che da solo faceva quasi più lavoro di tutti loro messi insieme. Il lavoro così venne finito assai presto, e i cavalli gli chiesero:

– Cosa possiamo fare per ricompensarti della tua gentilezza?

– Tutto quello che vi chiedo è di accompagnarmi dal Re del Fiume.

I cavalli si guardarono l’un l’altro, preoccupati.

– Ma sei sicuro? – gli chiesero. – Il re è molto malvagio.

– Sarà – ribatté Belfiore. – Ma io devo per forza parlare con lui.

Allora i cavalli acconsentirono, uno di loro lo prese in groppa e poi tutti insieme si inabissarono, scendendo giù nelle profondità dell’oceano, dove si trovava lo splendido palazzo di cristallo del Re del Fiume. Quando furono al cospetto del Re, i cavalli riportarono l’ambasciata del giovane e poi lo lasciarono lì. Il Re lo guardò con fiero cipiglio e gli chiese.

– Che cosa vuoi da me?

– Vi chiedo di liberare il popolo dei cavalli, e con loro mio fratello.

– Ah! – Disse il Re. – Non è cosa da poco quella che chiedi. Sappi che tutti coloro che vengono nel mio regno devono rispondere a tre domande. Chi non ci riesce viene trasformato in cavallo e diventa servitore ai miei ordini, fino a che è in grado di lavorare, dopodiché lo do in pasto ai coccodrilli del fiume. Poiché tuo fratello e tutti gli altri non hanno saputo rispondere alle mie domande, se vuoi liberarli dovrai farlo tu al loro posto. Accetti le mie condizioni?

– Le accetto – disse Belfiore.

– Allora dovrai dirmi il nome di questo luogo, il mio nome e il nome di mia figlia, ti do tre giorni di tempo per pensarci.

– Va bene, maestà.

Il principe venne accompagnato come suo fratello in una stanza magnifica, piena di tutto ciò che potesse desiderare. Mangiò e bevve tranquillamente, poi andò a riposarsi, e quando fu quasi l’alba si svegliò e interrogò l’orologio:

– Come si chiama questo paese?

E sul quadrante dell’orologio vide scritto: Kindnaloch.

Il Re lo mandò a chiamare, e gli chiese:

– Hai trovato dunque la risposta alle mie domande?

– Soltanto alla prima per oggi, maestà – rispose il ragazzo. – Conosco il nome di questo paese, che è Kindnaloch.

L’ira del re fu tale che il fiume straripò, sommergendo tutta la pianura. Poi prese il Libro Magico e stava per fare un incantesimo contro il giovane, ma in quel momento comparve una creatura con la testa di uomo e il corpo di cavallo. L’uomo-cavallo lottò con il Re del Fiume, gli portò via il Libro Magico e lo diede a Belfiore, dicendogli di tenerlo con sé, e così il Re non poté fargli più nulla.

Quella sera Belfiore tornò a mangiare e bere come si doveva, poi dormì nel suo morbido letto, e all’alba del secondo giorno interrogò nuovamente l’orologio.

– Come si chiama il Re di questo pese?

Vide che sul quadrante c’era scritto: Perdenklar, e così quando il Re lo mandò a chiamare gli disse che aveva la risposta alla seconda domanda:

– Conosco il vostro nome, è Perdenklar.

Il Re andò talmente in collera che il fiume sommerse tutte le colline, poi lo minacciò con la Spada d’Acqua, ma proprio allora riapparve l’uomo-cavallo, che adesso aveva anche braccia e spalle umane, e lottando con il Re gli portò via la Spada d’Acqua e la diede al giovane dicendogli di conservarla con cura.

La terza sera tutto si svolse come al solito, Belfiore si rifocillò e si riposò nella sua bellissima camera, e al mattino interrogò l’orologio:

– Come si chiama la figlia del Re di questo paese?

Sul quadrante comparve la parola “Asharun”, e così il giovane quando il Re lo mandò a chiamare poté dirgli che aveva la risposta anche alla terza domanda:

– Conosco il nome di vostra figlia, è Asharun.

Allora per la furia il Re del Fiume mandò le acque a sommergere le montagne, minacciando il cielo. Poi indossò il Mantello Invisibile e si preparò a distruggere Belfiore con le forze delle acque:

– Onde e Cavalloni, sommergetelo! Coccodrilli e Capitoni, divoratelo! Rapide e Mulinelli, annegatelo!

Così il ragazzo, assalito dalle acque, inseguito dai feroci pesci e coccodrilli del fiume, a fatica evitando di precipitare in una rapida o essere trascinato a fondo da un mulinello, era ormai stremato dalla fatica e stava per soccombere, ma ecco di nuovo la creatura che già lo aveva aiutato le altre volte, e che ormai aveva solo le zampe e la coda di un cavallo, ma per il resto era un uomo in tutto e per tutto. La lotta fu molto dura, questa volta, il Re del Fiume era potentissimo e fortissimo, e l’uomo-cavallo non  riusciva a ucciderlo.

– Per uccidermi dovresti poter prendere il Luccio Longevo che nuota nel fiume, e aprirgli la pancia. Dentro la pancia c’è un Serpente Pitone che ha mangiato un’acciuga, e tu dovresti far uscir fuori l’acciuga, che ha intorno al corpo l’Anello di Lapislazzuli. Se prendessi quell’anello e lo lasciassi attraversare da un raggio di sole, la luce pura della pietra mi ucciderebbe. Credi di riuscirci? – Gridò il Re del Fiume.

Ma mentre si accaniva contro l’uomo-cavallo, si era momentaneamente dimenticato di Belfiore, che in un lampo, grazie al Libro Magico, trovò il Luccio Longevo, e con la Spada d’Acqua gli aprì la pancia. Il Mago del Fiume cominciò ad avere un po’ di vertigini, e la furia delle creature che tormentavano l’uomo-cavallo si placò appena. Dentro la pancia del Luccio Longevo il ragazzo trovò il Serpente Pitone, e prima che quello potesse fuggire, lo bloccò e lo costrinse a sputar fuori l’acciuga. Allora l’acciuga, per la gratitudine di essere stata liberata, si tolse l’Anello di Lapislazzuli e glielo diede. Il Mago del Fiume sentì una grande stanchezza, le acque infuriate si ritirarono e lambirono appena  il povero uomo-cavallo sfinito, rinfrancandolo. Coccodrilli e capitoni sparirono.

In quel momento Belfiore alzò gli occhi e vide il sole di mezzogiorno sopra di lui. Alzò l’anello e un raggio di sole lo attraversò. Allora il principe tornò indietro, mostrò l’anello al Mago del Fiume e la pura luce azzurra della pietra con la luce d’oro del sole furono troppo per il Mago, che morì all’istante. Le acque del fiume tornarono placide nel loro letto, l’uomo-cavallo tornò ad essere uomo dalla testa ai piedi, e tutta un’enorme folla di uomini e donne che il mago aveva trasformato in cavalli uscì dall’acqua, ringraziando Belfiore con le lacrime agli occhi. Il giovane ritrovò anche suo fratello Giovanni, che lo abbracciò felice.

Il re di quel popolo allora gli disse:

– Per il tuo aiuto, voglio darti qualcosa che sia d’aiuto a te. Ti darò questa ampolla di acqua fatata. Se agiterai l’ampolla, potrai avere una goccia d’acqua, o un fiume, o un oceano, secondo le tue necessità.

Il principe lo ringraziò e si rimise in cammino.

Aveva ancora con sé l’orologio che gli era stato tanto utile, e che questa volta gli diede le indicazioni per trovare il Grande Vulcano dove il Re del Fuoco aveva la sua dimora e dove teneva prigioniera la Principessa delle Rose.

Lì si diresse, e quando scese nel cratere del Vulcano vide un regno straordinario, in cui ogni cosa pareva ardere senza bruciare, avvolta in eterno da fiamme che non distruggevano, e che tuttavia sottraevano la vita a tutto ciò che toccavano.

Belfiore aveva già affrontato cose terribili, ma questa gli parve la più spaventosa di tutte, e per un momento, ebbe paura. Ma si fece forza, ed entrò nel palazzo. Girò molte stanze, una più risplendente di tesori dell’altra, e nell’ultima, la più bella, vide finalmente la Principessa delle Rose, che era così bella che non si può descrivere.

Belfiore – 3a parte

– Ebbene, allora vieni con me – disse la fanciulla, e prendendolo per mano lo condusse al castello.

Là tutto risplendeva come l’oro, e c’erano morbidi tappeti su cui camminare, letti con lenzuola di seta per dormire, tavole imbandite con ogni ben di dio per mangiare e bere. Tuttavia, non c’era nessuno oltre a loro, e Belfiore capì quanto doveva essere triste e solitaria la vita della principessa, che di notte se ne stava tutta sola nel palazzo fatato, e di giorno si trasformava in una belva che tutti temevano e da cui tutti fuggivano. Ancor più si ripromise allora di fare tutto ciò che poteva per liberarla dall’incantesimo.

Mentre era lì che pensava, si fece avanti un Gigantesco Gigante, con i capelli verdi, un solo dente, tre occhi in mezzo alla fronte e una coda che non finiva mai. Era talmente orrendo che solo a guardarlo rabbrividivano anche i serpenti, e le pietre diventavano molli come mozzarelle.

– Cosa fai qui? – chiese con un vocione che non prometteva niente di buono.

– Niente, mangio e bevo e dormo, come tutti, senza dar fastidio a nessuno.

– Dai fastidio a me, ragazzetto impertinente – ribatté il gigante.

– E tu chi sei? – chiese Belfiore.

– Sono il Gigantesco Gigante, e sono il padrone di questo castello, dove tu sei entrato senza chiedere permesso. Chi ti ha detto che potevi venire qui a fare i tuoi comodi?

Il giovane stava quasi per rispondere, istintivamente, “la principessa Fiordimaggio”, ma si ricordò in tempo che non doveva fare il suo nome, e così rispose:

– Nessuno me lo ha detto, il posto mi è piaciuto, avevo fame e sete e c’erano cose buone da mangiare e da bere, avevo sonno e c’erano letti morbidi dove dormire, così sono entrato.

– E allora, se è tua abitudine entrare senza invito dove ti pare e piace, è ora che qualcuno ti dia una lezione! – Il Gigantesco Gigante prese il povero giovane per i piedi e se lo trascinò dietro come se fosse stato un fuscelletto. Si mise a correre su una strada piena di sassi, e Belfiore sempre dietro, tutto ammaccato e dolorante. Ma dove il Gigantesco Gigante lo portò c’era un enorme pentolone che bolliva sul fuoco, e fece per infilarcelo dentro.

– Ti mangerò in un solo boccone, lessato e condito per benino – disse, quand’ecco, oh meraviglia! da chissà dove venne fuori una strana creatura, con la testa di un uomo, ma leone dalle spalle in giù. Con una zampata lo strano essere uccise il Gigante. Poi disse a Belfiore:

– Adesso tagliagli la coda, e tienila con te. – Dopodiché scomparve nel nulla.

Belfiore tagliò la coda del Gigante e se la mise in tasca, poi tornò al palazzo, mangiò, bevve e dormì.

Ma prima che scoccasse l’ultimo rintocco della mezzanotte, sentì bussare al portone del castello.

– Chi è? – chiese.

– Aprimi, per carità – disse una vocina esile. – Qui fuori piove e tira vento ed io sono una creatura debole e indifesa, se non acconsentirai a farmi entrare morirò, e la mia morte ti porterà sfortuna.

Belfiore era un ragazzo generoso, e non ci pensò su due volte. Aprì il pesante portone, e dall’oscurità venne fuori un Subdolo Serpente.

– Grazie, mio buon amico. Ma adesso ti prego, lascia che mi metta accanto al fuoco per scaldarmi un po’, e dammi qualcosa da mangiare per rifocillarmi.

Di nuovo, il giovane acconsentì. Con delle coperte fece un giaciglio e lo mise accanto al fuoco, poi prese dell’erba fresca destinata alle vacche e alle pecore, e gliene diede una buona quantità.

Appena l’animale si fu scaldato ed ebbe mangiato, gli disse:

– Sono venuto a cercarti perché devo portarti un messaggio. Purtroppo i tuoi genitori sono molto malati, e solo tu puoi salvarli, però per contrastare la magia che li sta uccidendo, l’unica cosa che serve è il nome della Principessa che vive in questo castello. Tu pronuncia quel nome tre volte, e loro guariranno.

Il giovane esitò. Se fosse stato vero, se quello che diceva il Serpente non faceva parte della magia della Strega dei Boschi, e lui non avesse parlato, sarebbe stato responsabile della morte di suo padre e sua madre. Come avrebbe potuto vivere con quel rimorso? Ma se avesse pronunciato il suo nome, probabilmente avrebbe sacrificato la Principessa, e questo non voleva farlo. Ma mentre pensava così, guardò negli occhi il Serpente e vide la luce malvagia che li accendeva. Allora capì, e disse:

– Non dirò mai quel nome!

Allora il serpente si gettò nel fuoco, e dalle fiamme venne fuori un essere spaventoso, con enormi occhi da scarafaggio, ali di pipistrello, un gigantesco corpo peloso e colossali zampe di pietra.

Il mostro si lanciò addosso a Belfiore che fece appena in tempo a schivarlo.

– Bella gratitudine, la tua! – commentò il giovane.

– Io sono la moglie del Gigantesco Gigante, questo castello era nostro, tu sei entrato qui senza bussare e senza chiedere permesso, e hai ucciso il Gigante, e adesso io ucciderò te!

Quell’essere orrendo era dotato di una forza sovrumana, sollevò Belfiore come se fosse stato una piuma e lo fece roteare in aria una volta, due, tre, dieci, fino a fargli girare la testa. Poi lo portò al fiume, e gli disse:

– Adesso ti annegherò come un topo, e diventerai pasto per i pesci, a meno che tu non mi dica il motivo per cui sei entrato nel mio castello.

Ma Belfiore non poteva dir nulla senza tradire la Principessa, e così tacque, e stava per essere gettato in acqua quando d’improvviso, ecco ricomparire il suo aiutante della volta prima, un po’ uomo un po’ leone, ma questa volta anche le spalle e le braccia erano quelle di un uomo. Nelle braccia, la creatura aveva una clava, e con quella tagliò la testa al mostro, poi disse a Belfiore:

– Tagliale le ali, e tienile con te. – poi scomparve un’altra volta.

Belfiore prese le ali del mostro e se le mise in tasca, poi andò a mangiare, bere e dormire preparandosi a quello che sarebbe successo la notte dopo.

La terza notte, appena prima che la campana finisse di suonare la mezzanotte il giovane sentì latrare il cane, che era nella sua cuccia in giardino, e udì un urlo straziante.

Subito si alzò e andò a vedere che cosa stava accadendo. Nel buio, vide che il cane stava per mordere una fanciulla che si ritraeva terrorizzata. Stupito, ordinò all’animale di lasciar stare la ragazza, e quello ubbidì, ma sempre ringhiando.

– Mi dispiace – disse. – Non so che cosa gli sia preso, di solito non fa così. Venite dentro, se volete, così potrete riposarvi un po’ e riprendervi dallo spavento. Ma ditemi, chi siete?

– Mi chiamano la Dolce Donzella, e abito nella foresta, e voi?

Belfiore le disse il suo nome e le raccontò la sua storia, ma proprio all’ultimo momento ricordò di non parlare della principessa Fiordimaggio.

– E come siete arrivato fino a questo castello? Che io sappia non è facile da raggiungere, e solo i prescelti vi possono accedere.

Belfiore stava per chiedere chi fossero i prescelti, e per che cosa fossero stati prescelti, ma capì che sarebbe andato a finire in discorsi pericolosi, che avrebbe rischiato di tradire il suo segreto, così disse solo:

– Ero a caccia, e inseguivo una lepre, non mi sono accorto che mi stavo allontanando, così mi sono perso, e quando si è fatta notte ho visto questo bel palazzo e ho deciso di entrare.

La Dolce Donzella non disse nulla e lo seguì nel palazzo.

Trascorsero un’ora piacevolmente, chiacchierando, scherzando e ridendo, poi, con uno sguardo malizioso, la Donzella disse a Belfiore:

– Senti, Belfiore, io però non ci credo mica tanto a quella storia della lepre. A me puoi dirlo, ormai siamo amici.

Belfiore sotto lo sguardo di quei begli occhi neri si sentiva sciogliere, e quasi quasi le avrebbe detto tutto, ma una promessa era una promessa.

– No, devi credermi Dolce Donzella, tutto è andato proprio come ho detto io.

La Donzella non disse niente, ma per un’altra ora gli fece mille complimenti, moine e carezze, tanto che il povero giovane stava andando in confusione, gli girava la testa e non capiva più niente.

– Ma sei proprio sicuro che non vuoi raccontarmi come è andata? Io sono terribilmente curiosa di tutto quello che ti riguarda, sei così bello, e coraggioso, e gentile…

Belfiore, un po’ per i complimenti, un po’ per quelle moine era diventato tutto rosso come un peperone e non sapeva più in che mondo si trovasse, ma di tradire un segreto non ne voleva sapere.

– Mia bellissima Dolce Donzella, mi dispiace che tu non ti fidi di me, ma cosa vuoi che ti dica? Ti ho raccontato la verità

Ancora una volta, la Donzella non disse niente, ma preparò da bere per tutti e due, solo che nella bevanda del principe aveva messo una droga che faceva dire anche quello che non si voleva.

Il principe però non aveva nessuna voglia di bere, ma la Dolce Donzella si infuriò tanto per il suo rifiuto, che lui cominciò a sospettare qualcosa, allora finse di bere ma gettò tutto il contenuto del bicchiere in un vaso di fiori dietro di sé. Poi la principessa si sdraiò accanto a lui, e trascorsero insieme ancora del tempo, ma quando la terza ora fu quasi scaduta, la Donzella vide che non succedeva niente, il principe continuava a tacere, e allora si arrabbiò moltissimo, e gli disse:

– Se vorrai rivedermi ancora, dovrai rivelarmi la verità, altrimenti scomparirò per sempre dalla tua vita!

Belfiore stava quasi per cedere, la Dolce Donzella era incantevole, e volentieri egli avrebbe dimenticato tra le sue braccia tutti i suoi segreti e le sue promesse, ma proprio quando stava per parlare, vide negli occhi della giovane uno scintillio giallo che non gli piacque affatto, e così disse:

– Mi dispiacerà non rivederti, ma non posso dirti nulla di più di quanto ti ho già detto.

In quell’istante, la Dolce Donzella scomparve e si trasformò nella Strega dei Boschi, un essere ripugnante che somigliava ad un immenso albero, ma un albero bruttissimo. I capelli erano come una folta chioma verde, il corpo dritto come un tronco, e aveva dodici braccia come rami adunchi e spinosi. Il principe fece un balzo indietro.

– Ah, però! – disse. – Al buio mi eri sembrata più bella!

A quelle parole beffarde, la furia della Strega si scatenò in una danza feroce, cantando una canzone di malaugurio:

“Fulmini di Fuoco, inceneritelo, Pioggia Scrosciante, frustalo, Vento Vorticoso, trascinalo lontano, Freddo Glaciale, trasformalo in una statua di ghiaccio!

Con questa danza e questa canzone la Strega provocò l’uragano più violento che si possa immaginare. L’acqua sferzava Belfiore come un giunco, i fulmini gli saettavano intorno, minacciando di bruciarlo tra le loro fiamme, vortici di vento implacabile lo trascinavano qua e là, e infine un gelo intenso lo avvolse, intorpidendogli le membra, fino a che fu quasi assiderato. Però, appena un attimo prima di soccombere, riuscì a strappare una ciocca dei capelli della Strega.

Allora, ecco che comparve un uomo, che aveva le zampe e la coda di un leone. L’uomo lottò con la strega, con le zampe le graffiò tutto il corpo, ma non poteva ucciderla.

La strega scoppiò in  una risata malvagia.

– Per uccidermi dovrete bruciare il noce che si trova in mezzo alla foresta, da quel noce uscirà un’aquila con un uovo nel becco, voi dovrete sottrarle quell’uovo e romperlo, dall’uovo uscirà una tartaruga, e col suo guscio dovrete fabbricare un arco e una freccia, e con quelli potrete uccidermi. Vi sembra un compito facile?

Dicendo così, la Strega rivolse fulmini, pioggia, vento e gelo contro l’uomo-leone, ma così liberò Belfiore, che si sentì più forte, e subito prese la coda del Gigante, la incendiò con un fulmine, e corse in mezzo alla foresta per ardere il noce. La Strega cominciò a sentirsi un po’ intorpidita, e il violento uragano si fece un po’ meno forte. Dal noce uscì un’aquila con un uovo nel becco, Belfiore prese le ali di pipistrello del secondo mostro, se le legò sulla schiena e riuscì a raggiungere l’aquila e afferrare l’uovo che aveva nel becco. La Strega aveva le convulsioni e il mal di pancia, e ormai l’uragano era diventato una pioggerella sottile tanto che il povero uomo-leone si sentì quasi rivivere. Belfiore ruppe l’uovo, e ne uscì una tartaruga. Con i capelli della Strega, il giovane divise l’animale dal suo guscio, fabbricò un arco e una freccia e tornò indietro. Non appena la freccia scoccata dall’arco raggiunse la Strega, quella morì, e il giovane con le zampe e la coda di leone si trasformò in un uomo dalla testa ai piedi. Allora anche la Principessa Fiordimaggio uscì dal castello per ringraziare Belfiore, perché ormai sarebbe rimasta una Principessa sia di giorno che di notte, e nessuno più sarebbe fuggito davanti a lei.

– Senti, per ricompensarti di quello che hai fatto per noi, voglio farti un dono – disse il giovane che era stato leone. Ti darò questo orologio fatato, che risponde a qualsiasi domanda tu possa fargli.

Belfiore lo ringraziò e si rimise in cammino, perché ancora doveva trovare il regno del Mago del Fiume e aiutare tutte quelle persone che erano state trasformate in cavalli, compreso suo fratello Giovanni.

Per provare le virtù del suo dono, gli chiese la strada per arrivare al Regno del Fiume, e sul quadrante dell’orologio, al posto dell’ora apparve una freccia che indicava la via. Il ragazzo capì che doveva seguirla, e così fece.

Belfiore – Seconda Parte

Invece, i cavalli continuarono a galoppare sott’acqua come fossero stati nel loro ambiente naturale, e presto giunsero ad uno straordinario palazzo, immensamente più ricco e splendido di qualunque castello il giovane avesse mai visto. Era tutto di cristallo e risplendeva di luce come se fosse stato in pieno sole. Dentro non c’erano altro che cavalli. Cavalli nelle stalle, cavalli che pulivano le stanze, cavalli nelle cucine. Un cavallo aveva loro aperto la porta e li aveva introdotti, annunciandoli poi ad un altro cavallo più grande ed evidentemente più importante, che a sua volta li aveva accompagnati da quello che sembrava il Re di quello strano luogo.

Quando furono in sua presenza, i cavalli che avevano accompagnato il giovane raccontarono ciò che era accaduto vicino al fiume, e il Re lo guardò accigliato.

– Ah, così si è comportato? – Disse, in tono che fece gelare il sangue nelle vene al malcapitato. Poi si rivolse a lui. – Ebbene, allora ti porrò tre domande. Dovrai indovinare il nome di questo luogo, il mio nome e il nome di mia figlia. Ti do’ tre giorni di tempo, e se allo scadere di questo termine non saprai rispondere verrai tramutato in cavallo.

Il giovane venne poi accompagnato in una stanza riccamente adornata, e colma di ogni ben di dio, ma tanta era la sua disperazione che non poté toccare nulla, né gioire della bellezza che lo circondava. Come avrebbe mai potuto conoscere le risposte a quelle domande? Non solo non era mai stato prima in quel luogo, ma non ne aveva mai neppure udito parlare, ignorava del tutto la sua stessa esistenza.

Il giorno dopo venne ricondotto alla presenza del Re, che gli chiese:

– Ebbene? Hai la risposta alle mie domande?

– No. Maestà – rispose il giovane, che si stava pentendo amaramente dell’atteggiamento sprezzante che aveva tenuto prima.

Lo riportarono allora nella sua stanza, ma ancora una volta egli passò l’intera giornata e la notte a piangere senza pensare a come avrebbe potuto risolvere il suo problema. E la stessa cosa accadde il secondo giorno e il terzo giorno, e così alla fine egli venne trasformato in cavallo.

Ora però avevo dimenticato di dirvi che prima di partire il giovane aveva lasciato al fratello minore una clessidra magica. Fino a quando egli fosse stato in salute e non si fosse trovato in pericolo, la clessidra sarebbe rimasta sempre nella stessa posizione, la parte piena di sabbia in basso. Ma se gli fosse accaduto qualcosa, la clessidra si sarebbe girata da sola e la sabbia avrebbe cominciato a riversarsi dall’altra parte. Quando questa si fosse completamente riempita, ciò avrebbe significato che egli era morto.

Naturalmente Belfiore tutti i giorni guardava la clessidra e la trovava sempre nella stessa posizione. Ma un giorno l’aveva trovata voltata, ciò era accaduto proprio mentre il giovane veniva condotto al palazzo del Re dei cavalli. Dopo tre giorni trovò che la sabbia si era trasferita quasi completamente dalla parte opposta della clessidra, e allora disse a suo padre che voleva partire e andare a cercare suo fratello. Il re smosse i mari e le montagne, proibì e minacciò e pregò e pianse, poiché se anche quell’ultimo suo figlio, il suo prediletto, fosse morto la vita per lui non avrebbe avuto più alcun senso. Ma a nulla valsero preghiere o minacce, lacrime o divieti.

Belfiore partì, e cammina cammina giunse anche lui all’incrocio delle tre strade da cui i suoi fratelli erano passati prima di lui.

“Probabilmente”, pensò, conoscendo i due fratelli maggiori, “Pietro avrà preso la strada in discesa, e se seguissi anch’io quella strada, forse scoprirei il modo di salvarlo; tuttavia quasi certamente Giovanni avrà preso la strada di mezzo, e se io facessi lo stesso, forse lo ritroverei. Nell’incertezza, meglio prendere la terza strada, sperando che si riunisca presto o tardi alle altre”.

Così, presa la sua decisione non stette più tanto a pensarci su, e anche se la salita era ripida e faticosa, e le spine gli martoriavano le gambe, non perse tempo a lamentarsi. Andando avanti, vide che dopo un po’ la salita cominciava ad attenuarsi, le piante spinose sparivano, e presto si accorse di camminare su una comoda strada larga e pianeggiante, costeggiata da file di bellissimi alberi secolari  che con i loro rami lunghi e fronzuti gli facevano gentilmente ombra. Dinanzi a lui si estendevano prati pieni di fiori, e gli animali gli si facevano intorno senza fargli male e senza fuggire.

– Che luogo meraviglioso – disse ad alta voce. – Gli alberi e gli animali sono così gentili con me, eppure io non posso dar loro in cambio nulla. Se potessero sentirmi, gli direi che per la loro gentilezza, io farei tutto ciò che posso per dar loro qualunque cosa chiedessero.

Non aveva finito di dire così, che gli si avvicinarono un leone, un cavallo e un drago.

– Bada bene, non fare promesse se non hai dentro te la ferma intenzione di mantenerle. – disse il leone.

– E anche se avessi l’intenzione, potrebbe mancarti il coraggio – gli fece eco il cavallo.

– E anche se avessi il coraggio, ancora non è detto che tu possa riuscire contro le forze della Magia Nera. – Continuò il Drago.

Il giovane aveva un po’ paura, quei tre animali erano enormi, e non sembravano proprio così gentili e inoffensivi come tutti gli altri, però si fece coraggio, e disse:

– Ho promesso di fare tutto ciò che posso, e questo farò. Se avete qualcosa da chiedermi, non esitate. La mia promessa è sincera, e ci metterò tutto il mio coraggio, ma se poi non dovessi riuscire, pazienza, non sarà certo per non aver tentato con tutto il cuore.

– Parli bene – ribatté il leone – ma sappi che contro la Magia Nera non c’è da scherzare. La Strega dei Boschi ha trasformato me e mia sorella Fiordimaggio in leoni, e solo di notte possiamo riprendere le nostre sembianze umane. Quello che ti chiedo è di togliere l’incantesimo, ma se non dovessi riuscirci, la strega ti ucciderà, e se non lo farà lei, sarò io a divorarti.

– Quanto a me – disse il cavallo – il Mago del Fiume ha trasformato in cavallo non solo me, ma tutto il mio popolo. Io ero il re, e adesso tutti i miei sudditi, dal Gran Ciambellano allo spazzacamino, sono tutti finiti in fondo all’oceano, tutti agli ordini del Mago del Fiume. Ti posso assicurare che il Mago del Fiume è peggio della Strega dei Boschi, e se lei non ti ucciderà, sarà lui a farlo, e se dovessi sfuggire anche a lui, io stesso ti schiaccerò sotto i miei zoccoli, se non riuscirai a riportarmi il mio popolo.

– Io invece ho perduto la mia sposa – disse il Drago. – Il Re del Fuoco mi ha trasformato in Drago e me l’ha rapita, e adesso la tiene prigioniera nel suo palazzo in fondo al Grande Vulcano. Il Re del Fuoco è molto peggio della Strega dei Boschi e del Mago del Fiume messi insieme, e anche se tu dovessi scampare alla loro furia, lui ti distruggerebbe, e se non fosse lui a farlo, sarò io a bruciarti con le fiamme che escono dalle mie fauci, se non mi riporti indietro la Principessa delle Rose.

Chiunque altro si sarebbe pentito di aver fatto quella promessa avventata, ma non Belfiore. Lui non perse tempo a pentirsi, chiese la strada per trovare la Strega dei Boschi, e avuta l’indicazione si incamminò.

Camminò e camminò, senza quasi fermarsi, protetto dall’ombra degli alberi. Gli animali gli portavano bacche e noci per sfamarsi e gli facevano letti di foglie per riposare un’ora ogni tanto, quando era proprio sfinito. Per dissetarsi beveva acqua di fonte. Ma dopo sette giorni e sette notti di cammino, crollò addormentato così come si trovava, sulla nuda terra, senza aver né mangiato né bevuto, tanto era esausto.

Al suo risveglio, vide accanto a sé un leone, e balzò in piedi, temendo che fosse venuto a divorarlo, vedendolo dormire. Ma questo era un altro leone, infatti sebbene fosse una bestia imponente, era più piccolo dell’altro e tutto bianco. Il ragazzo pensò che forse poteva essere la sorella del leone del bosco, e prese ad inseguire l’animale, ma più lui correva, più quello si allontanava. Ad un tratto scomparve, e il ragazzo, disperato, non sapeva più dove cercarlo, ma ecco che si trovò davanti ad un magnifico castello, con un bellissimo giardino, e nel giardino c’era la fanciulla più bella che avesse mai visto che lo aspettava.

– Sono io Fiordimaggio – gli disse. – E’ stata la Strega dei Boschi a trasformarmi così. Devi sapere che io sono la sposa di tuo fratello Pietro, che è giunto qui prima di te. Lui avrebbe potuto salvarmi, ma non ne è stato capace. Se tu riuscissi a non parlare di me con nessuno per tre giorni e tre notti, qualunque cosa accada, mio fratello ed io saremmo liberati dall’incantesimo, e la Strega del Bosco morirebbe, ed anche tuo fratello sarebbe salvo. Bada però, che in questo tempo potranno accadere cose spaventose, e tu potrai trovarti in grave pericolo, ma non dovrai fare il mio nome, e neppure menzionare di avermi incontrato, altrimenti tutto sarà vano. Credi di avere abbastanza coraggio per riuscire?

– Ho certamente il coraggio per tentare – disse il giovane. – Non sapendo quali pericoli mi aspettano, non posso promettere di riuscire, ma il desiderio di salvare voi e mio fratello è forte, e se posso manterrò il cuore saldo

Ettore (da IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

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           Sebbene l’Iliade sia un poema greco, che vede la guerra di Troia dalla parte dei vincitori, tuttavia non mancano descrizioni dei vinti altrettanto accuratamente caratterizzate ed emotivamente intense di quelle dedicate agli eroi Greci. Forse anche questo è un segno di quel desiderio di pace che come è stato detto più volte, sembra pervadere l’opera. Un desiderio forse riferito al presente, al momento in cui il poema venne scritto, probabilmente molti secoli più tardi rispetto agli eventi narrati.

            Omero canta la gloria della battaglia, il coraggio degli eroi, ma ha in cuore anche lo spreco di tante vite, lo strazio dei genitori e delle spose, e non  sembra affatto, in questo, fare alcuna differenza tra i Greci e i Troiani. In lui è la negazione del concetto di “nemico”: un concetto che perde interamente il suo senso in una comune umanità nella quale le doti e i vizi individuali, la lealtà, la solidarietà verso la propria gente, il coraggio e la generosità, o al contrario, la vigliaccheria, l’arroganza, l’avidità dei singoli appartengono agli uni come agli altri.

            Ettore ne è uno straordinario esempio. Ettore il sostegno, o colui che resiste è la guida dell’esercito troiano. Pare quasi che nelle sue mani sia il destino della città, tanto che secondo Omero il figlio di Ettore, chiamato Scamandrio, era soprannominato Astianatte (difensore della città) perché Ettore salvava Ilio lui solo”[1].

            Eppure Ettore non aveva voluto questa guerra: più volte la chiama “l’odiosa battaglia”. Suo fratello Paride ne era stato la causa, con il rapimento di Elena, ed invano Ettore aveva inizialmente consigliato ai suoi la restituzione della donna per evitare lo scontro sanguinoso. In più di una occasione nel poema lo sdegno nei confronti di Paride si mostra così acceso da sconfinare in una collera violenta: come quando lo vede sottrarsi allo scontro con Menelao, e lo apostrofa con parole durissime:

Paride maledetto, bellimbusto, donnaiuolo, seduttore,
ah non fossi mai nato, o morto senza nozze!
Sì, vorrei proprio questo, questo sarebbe meglio,
piuttosto ch’esser così, vergogna e obbrobrio degli altri…
Ahi! certo sghignazzano gli Achei dai lunghi capelli:
credevan che fosse gagliardo il capo, perché bellezza
è nell’aspetto, ma forza in cuore non c’è, non valore.
E tu così vile, su navi che vanno pel mare,
fatto viaggio per mare, raccolti compagni fedeli,
vissuto fra stranieri, portasti via bella donna
da una terra lontana, nuora d’uomini bellicosi,
al padre tuo grave danno e alla città e a tutto il popolo,
e godimento ai nemici, e infamia per te?
E non affronterai Menelao caro ad Ares?
Almeno saprai di che uomo hai la sposa fiorente!
E non ti salveranno la cetra e i doni d’Afrodite,
la chioma o la bellezza, quando rotolerai nella polvere.
Ma sono molto paurosi i Troiani, o da tempo
vestivi chitone di pietre per tutto il male che hai fatto!
[1]

[1]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

            E più avanti, quando i Troiani sfiniti venivano massacrati dai Greci guidati da Diomede, di nuovo Ettore s’infuria vedendo il fratello restare al sicuro in casa con Elena, e lo esorta a combattere: “… per te strepito e guerra/ circondano questa città; anche tu con un altro l’avresti/ se lo vedessi lasciare l’odiosa battaglia; / ma levati su, che presto la rocca non crolli nel fuoco nemico[3].

            Ma la collera di Ettore è profondamente diversa dall’ira funesta di Achille. Questa, sebbene giustificata, e non solo dall’offesa all’orgoglio e ai sentimenti dovuta alla perdita di Briseide, ma in primo luogo dall’arroganza di Agamennone, finisce tuttavia per apparire insensata, priva di un limite ragionevole. Nella sua furia Achille si disinteressa perfino del destino dei propri compagni, che la sua assenza lascerà preda di un inevitabile massacro. La collera di Ettore contro Paride deriva al contrario dalla preoccupazione per la propria gente, per i propri cari.

            In entrambe le occasioni Paride ammette che i rimproveri del fratello sono giustificati: “poiché secondo giustizia m’assali, non contro giustizia…”, e proprio per questo accetta, sia pure malvolentieri, di combattere.

            D’altra parte, in quanto più forte tra tutti gli eroi Troiani, Ettore fa in un certo senso da contrappunto ad Achille, quasi ne fosse una sorta di doppio. Ettore ha quasi la stessa forza, ha la stessa franchezza, la stessa capacità, soprattutto, di chiamare le cose con il proprio nome, di non fuggire davanti alla verità, per quanto dolorosa possa essere. Ed essendo ciascuno il “doppio” dell’altro, Achille ad Ettore sono strettamente legati nel proprio destino: Ettore sa, o intuisce, che Achille lo ucciderà, e ad Achille è stato predetto che alla morte di Ettore seguirà a breve la sua.

            La cosa forse più straordinaria di Ettore, tuttavia, è che egli abbia coniugato in sé, cosa molto rara per un eroe, soprattutto un eroe della mitologia greca, le virtù “guerresche”, il coraggio e la forza, con una capacità di mostrare i propri sentimenti, di lasciarsi andare a gesti di profonda tenerezza nei confronti della sua sposa e del piccolo Astianatte. Questi due aspetti convivono senza che l’uno prevalga sull’altro, senza che nessuno dei due sminuisca in alcun modo l’altro.

            In questo i due eroi sono profondamente diversi: che Achille sia capace di grandi passioni, di grandi affetti lo sappiamo; ed è confermato dal fatto che Briseide non voglia staccarsi da lui, che le schiave da lui conquistate piangano con lui la morte di Patroclo. Achille non è affatto inumano,  ma il dolore che egli prova, per la perdita di Briseide come per la morte di Patroclo, si trasforma in una sorta di furia cieca, nefasta non solo per gli altri, ma anche per lui stesso, che quasi lo rende nella nostra memoria, davvero inumano. Quando si accinge a vendicare la morte di Patroclo uccidendo Ettore, la madre tenta di dissuaderlo ricordandogli che morto Ettore, egli non sopravviverà che pochi giorni. “Potessi morire anche adesso”, risponde Achille, “poiché non dovevo all’amico portare soccorso in morte; molto lontano dalla patria è morto; e io gli sono mancato, difensore del male”. E’ il riconoscimento del proprio errore, delle terribili conseguenze che la sua collera verso Agamennone ha avuto per Patroclo ma anche per tanti altri suoi compagni. Ma è anche la noncuranza per la propria vita, che deriva in Achille da un’istintività quasi priva di freni. Poco dopo egli afferma di voler gettare nella disperazione le donne di Ilio: “… ma adesso voglio aver gloria; e ognuna delle Troiane, delle altocinte Dardanidi con tutte e due le mani sulle tenere guance asciugando le lacrime voglio far singhiozzare”. E sebbene abbia appena compreso quali spaventose conseguenze possano derivare da una collera violenta, si abbandonerà alla stessa collera al momento dell’uccisione di Ettore, il cui corpo trascinerà nella polvere intorno alla tomba di Patroclo, per sfregio e per vendetta, fino a rischiare lo sdegno degli dèi.

            Ben diverso è l’atteggiamento di Ettore. Egli non è affatto incurante della propria vita, anche perché è ben consapevole di quanto essa sia importante anche per altre persone: il coraggio gli deriva dalla consapevolezza che non si può sfuggire al proprio destino, e che proprio l’affetto, la fiducia che gli altri hanno in lui, gli impongono di non venire meno al suo ruolo di custode dell’altrui sicurezza. Così, se pure egli è violento in battaglia (più volte Omero lo chiama “massacratore”, e alla sua morte Andromaca ricorda, come se parlasse ad Astianatte, che “Non era dolce, no, il padre tuo nella carneficina paurosa”), tuttavia nella memoria la forza, l’ardimento, rimangono inscindibilmente legate alla dolcezza del carattere, alla generosità, ad una certa fiducia nella vita che gli consente di affrontare le situazioni più difficili. Ed è questo che ne fa uno degli eroi più amati non solo della mitologia greca, ma della letteratura di ogni tempo.

            Uno dei libri del poema è dedicato ad un colloquio tra Ettore e Andromaca, così dolce, commovente e intriso di umanità da costituire una rappresentazione universale dei sentimenti di un soldato che rivede la propria famiglia e non sa se sarà l’ultima volta:

Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella/
portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino,
il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella.

Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio:
ma Andromaca gli si fece vicino piangendo,
e gli prese la mano, disse parole, parlò così:
‘Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione/
del figlio così piccino, di me sciagurata/che vedova presto
sarò, presto t’uccideranno gli Achei,
balzandoti contro tutti: oh, meglio per me
scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra
dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai
….

            Per Andromaca, privata a causa della guerra dei genitori e di tutti i fratelli, Ettore è anche “padre e nobile madre e fratello”, oltre che marito, ella non ha più altri che lui.

E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse:
“Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo
rossore dei Teucri, delle Troiane lungo peplo,
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a esser forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,
e non per i fratelli, che molti e gagliardi
cadranno nella polvere per mano dei nemici,
quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo,
trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti

            Ettore presagisce che morto lui, e caduta Ilio, Andromaca certo andrà schiava a qualcuno dei nemici: e solo per non vedere il suo dolore, egli si augura di essere già morto, prima che ciò avvenga:

Morto, però, m’imprigioni la terra su me riversata
prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!”
E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della balia bella cintura
si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra:
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò tra le braccia,

… mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:
“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!
nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;
ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,
sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato”.

            Questo comportamento di Ettore con il bimbo spaventato dall’elmo, pieno di sorridente tenerezza, e il gesto verso Andromaca, ne mettono in mostra il lato gentile, la comprensione che egli ha verso tutti: perfino con Elena, che tutti disprezzano, e che ne confermerà, nel lamento funebre, questo aspetto che lo ha posto nel cuore  di tanti:

Ettore, tra tutti i cognati il più caro al mio cuore,
ah, il mio sposo è Alessandro simile ai numi,
che m’ha condotto a Troia; ma fossi morta prima.
E’ questo, ormai, il ventesimo anno
da che partii di laggiù, lasciai la mia patria,
e mai ho udito da te mala parola o disprezzo;
anzi, se qualcun altro mi rimbrottava in casa

tu con parole calmandoli li trattenevi,
con la dolcezza tua, con le tue dolci parole.

            Altri indizi sul carattere e sull’umanità di Ettore ci vengono dalla descrizione del duello con Aiace: era stato lo stesso Ettore a sfidare gli Achei, che erano rimasti incerti: “di rifiutare arrossivano e d’accettare temevano[4]”. Alla fine, incitati dalle dure parole del saggio ma anziano Nestore, nove tra i Greci si fanno avanti: e sarà appunto Aiace Telamonio ad essere estratto a sorte. Ettore non è fatto di ferro come Achille, e di fronte ad Aiace gigante, la rocca degli Achei, per un attimo persino lui resta sgomento: “ma non poteva nascondersi più, né tirarsi/ indietro, tra la folla, lui che sfidò la battaglia”. Il combattimento che segue è violento, nessuna delle due parti risparmia i colpi, fino a che Zeus manda i suoi messaggeri ad esortare i due eroi a cessare temporaneamente le ostilità, poiché è ormai vicina la notte. La risposta di Ettore è emblematica:

«Aiace, un dio t’ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l’asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
E dunque tu rallegra presso le navi gli Achei,
soprattutto gli amici e i compagni che hai;
e io nella grande città del sire Priamo
rallegrerò i Troiani e le Troiane lunghi pepli,
che a render grazie per me nel tempio dei numi entreranno.
E diamo entrambi nobili doni uno all’altro
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei:
“Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici”».

            C’è tutto Ettore in queste parole: l’obbedienza al volere degli dei, il rispetto per l’avversario, il disprezzo per la guerra cui, essendo costretto, partecipa senza tirarsi indietro, ma che resta qualcosa che “divora il cuore”, la capacità di pensare all’affetto dei compagni dell’uno e dell’altro, alla gioia che proveranno sapendoli vivi. Egli deve combattere Aiace in quanto “nemico”, ma in quanto uomo ne onora le qualità che lo rendono grande, e vorrebbe potergli essere, invece, amico.

            Cosa hanno in comune questi personaggi così profondamente diversi? Gli eroi greci sono quasi tutti “eroi culturali”, cioè fondatori di stirpi e civiltà. La loro grandezza, il motivo della venerazione di cui sono oggetto, è il fatto che siano stati i capostipiti di quegli Elleni che appunto li celebrano. Ma questo non toglie nulla alla loro umanità, i dubbi, i contrasti, le paure sono quelle di qualunque uomo. Le menzogne di Odisseo, il tradimento e la doppiezza fanno parte di lui come la sua pazienza, la sua sete di sapere, l’amore per la moglie. Lo detestiamo per la crudeltà contro Palamede, per le arti subdole che non può fare a meno di usare, ma lo amiamo per la nostalgia di esule e la forza disperata con cui tenta, contro ogni saggezza, di salvare i compagni che non possono nessere salvati. L’orgoglio e la furia devastatrice di Achille non rendono meno grande il suo coraggio, la generosità, il carattere sincero e leale, fino a divenire il simbolo stesso della verità e della prevalenza dell’unicità individuale sulla sostituibilità indistinta. Comprendiamo perché, quando Agamennone gli sottrae l’amata Briseide, egli si chiude nella sua muta offesa, insensibile al massacro degli amici, tornando a combattere solo quando viene ferito nei suoi personali affetti dalla morte dell’amico fraterno, ma non gli possiamo perdonare lo strazio del giovanissimo Troilo, o il sacrificio dei dodici giovani Troiani sulla tomba di Patroclo. Di Eracle ammiriamo la forza con cui torna ogni giorno a combattere la lotta per la sopravvivenza, ma non possiamo non temere la sua follia distruttrice. Gli orrori commessi da tutti loro non sono forse il contrappunto della lotta che tutti sostengono con le forze oscure dell’inferno che sono nella loro anima prima ancora che nel regno sotterraneo di Ades?

            Ciascuno di questi eroi è profondamente diverso dall’altro. Il rassegnato, paziente Eracle che si adatta al suo destino senza averlo mai cercato, il servitore delle donne, è diverso dallo sconsiderato, temerario Teseo, seduttore inveterato, quanto il saggio ma collerico Edipo, signore della parola, era diverso dal dolce Orfeo, incantatore di mostri.

            Eppure non c’è uno solo tra questi eroi che non sia legato alla morte, spesso fin dalla nascita e dal nome che viene loro imposto. Non c’è uno solo di essi che non debba sconfiggere una qualche forma mostruosa di morte, che non debba recarsi, se non proprio agli inferi, in un misterioso regno di confine il cui rapporto con l’Ade è del tutto evidente.

            L’eroe greco è pienamente uomo, il suo marchio non è diverso in fondo dal marchio dell’eroe della fiaba, la sua eccezionalità è dovuta a nient’altro che al fatto di aver preso in mano la propria vita, sconfiggendo  la paura della morte, che diventa altrimenti paura delle emozioni, e dunque della vita.

[1]Omero, Iliade, op. cit., p. 219

[2]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

[3]Ibidem, Libro VI, v. 328-331, pag. 215

[4]Omero, op. cit., Libro VII, pag. 231 e ss.

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Gli eroi della Guerra di Troia

 

La Guerra di Troia, voluta dagli dei per esaltare la schiatta degli eroi greci nel momento stesso della loro distruzione, scoppiò a causa di un uomo, ma un uomo che era stato guidato dagli dei a compiere quella nefasta azione.

Paride, figlio del re di Troia Priamo, era stato allevato come un pastore dopo che i genitori lo avevano abbandonato sul monte Ida, proprio perché era stato loro predetto che il ragazzo sarebbe stato causa della distruzione del loro regno.

A lui gli dei diedero l’incarico, una volta divenuto uomo, di scegliere tra le tre grandi dee, Era, Atena e Afrodite, quale fosse la più bella. E non si trattava in realtà di un giudizio sulle attrattive erotiche, delle quali Afrodite era regina indiscussa. La scelta riguardava piuttosto i doni che le dee avevano proposto al giovane principe: Atena gli avrebbe offerto la grandezza nelle battaglie, l’eroismo; Era la signoria sull’Asia e sull’Europa; Afrodite l’amore di Elena, moglie del re greco Menelao, la più bella tra le donne di ogni tempo, che si diceva figlia di Zeus. Alla guerra e al regno Paride preferì l’amore, e appena ne ebbe l’occasione rapì la sposa di Menelao, scatenando così quella guerra che, come l’oracolo aveva predetto, sarebbe stata causa di orrore e di morte non solo tra i Troiani, ma anche tra i Greci. Da tanta rovina si sarebbero salvati i meno eroici tra tutti coloro che vi avevano preso parte: Enea fra i Troiani, molto più noto come fondatore di stirpi che come guerriero; e tra i Greci  l’astuto e “domestico” Odisseo, e il paziente, mite Menelao, che non riuscì ad uccidere l’amata moglie neppure nel momento della maggior furia e rimase con lei “compagno obbediente di una moglie divina” che lo avrebbe portato ancora vivente negli Elisi[1].

Agamennone, il capo dell’esercito greco, sopravvisse alla guerra solo per essere massacrato, appena giunto a casa, dalla moglie Clitemnestra. Questa aveva fatto del vile Egisto il suo amante, e inoltre non aveva mai perdonato al marito l’inganno con cui le aveva tolto la figlia Ifigenia. Era stato, naturalmente, Odisseo l’artefice della crudele menzogna. L’indovino Calcante aveva detto che per placare l’ira di Artemide, offesa dallo stesso Agamennone, e far partire le navi rimaste bloccate in una bonaccia senza un filo di vento, egli avrebbe dovuto sacrificare la figlia. Così venne detto a Clitemnestra che la fanciulla doveva venire data in sposa ad Achille (il quale, quando lo seppe, ebbe uno dei suoi accessi di ira, e già come è noto non provava certo un grande affetto per Agamennone). Si disse poi che Artemide avesse salvato la giovane, sostituendola al momento dell’uccisione con una cerva e facendo di lei una sua sacerdotessa. Ma certo per Clitemnestra la figlia era perduta, e la madre ferita divenne un’assassina sanguinaria, capace di colpire tre volte con l’ascia lo sposo a tradimento, quando non poteva difendersi.

Le storie successive, che non fanno parte della guerra di Troia, ci sono state tramandate soprattutto dai grandi tragediografi: Oreste, figlio di Clitemnestra, ancora bambino, sarebbe forse stato a sua volta ucciso dalla madre inferocita, se la sorella Elettra non lo avesse salvato. Più tardi avrebbe vendicato il padre, uccidendo sia la propria madre, sia il suo amante Egisto. Per molto tempo Oreste, nonostante avesse ricevuto da Apollo l’ordine di vendicare il padre, sarebbe stato perseguitato, come omicida, dalle Erinni. Fino a che un giorno gli venne detto di recarsi in Tauride a prendere la statua di Artemide. Di questa statua Ifigenia era divenuta la sacerdotessa e la custode. Così Oreste, con l’amico Pilade, era stato in realtà mandato a sua insaputa proprio dalla sorella. Quando avvenne il riconoscimento, e la sacerdotessa tornò in patria, poté avvenire il perdono definitivo, e così Menelao e Oreste, benché colpiti dalla maledizione della stirpe di Atreo, furono anche coloro che vi posero fine.

Ma tutto questo naturalmente sarebbe avvenuto molto tempo dopo. All’epoca della guerra di Troia Agamennone era solo un guerriero potente e presuntuoso, arrogante perfino con gli dei, ciò che in più di una occasione sarebbe stata causa della morte di tanti suoi compagni.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 512

Orfeo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nelle fiabe)

Immagine dal web

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            Meno forte di Eracle, meno coraggioso di Achille, meno astuto di Ulisse, meno desideroso di gloria di Teseo, Orfeo potrebbe sembrare una figura di scarso rilievo nella mitologia greca. Spesso viene ricordato per le due caratteristiche che più lo rendevano lontano dagli altri eroi: la musica straordinaria che sapeva tirar fuori dalla sua cetra, e l’amore appassionato per Euridice, che – ed ecco l’elemento eroico – lo avrebbe condotto a varcare per lei la soglia degli inferi.

            Dunque Orfeo, come Eracle, come Teseo, come Giasone, come, più tardi, Odisseo, scende nel regno di Ades, ma diversamente da tutti gli altri eroi non lo fa per vincere un mostro uscito dagli incubi della sua natura selvaggia, ma per amore. E non si fa strada in quel regno triste né con la violenza, né con l’astuzia, ma con la musica della sua cetra, che incantava gli animali, gli alberi e perfino le pietre. Egli solo, tra tutti gli eroi greci, riuscì a domare col suo canto quanto vi era di più selvaggio: le creature che regnavano sulla Morte[1]. Del resto lo si diceva figlio di Calliope “dalla bella voce”, la musa della poesia epica: e questo, ci dice Ovidio, fu ciò che egli disse:

O dèi del mondo che sta sottoterra, dove tutti veniamo a ricadere, noi mortali creature, senza distinzione, se posso parlare e se mi permettete di dire la verità, senza i rigiri di chi dice il falso, io non sono disceso qui per visitare il Tartaro buio, né per incatenare i tre colli ammantati di serpenti del mostro della stirpe di Medusa […] e se non è menzogna quanto si narra di un antico ratto, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per i silenzi di questo immenso regno dell’abisso, vi prego, ritessete il filo prematuramente spezzato della vita di Euridice! […]. Qui tutti siamo diretti, questa è l’ultima nostra dimora, e il vostro dominio sul genere umano non ha poi più fine. Anche costei sarà vostra quando avrà compiuto fino in fondo il giusto percorso della sua vita: vi prego solo di ridarmela in prestito. Ma se il destino mi nega questa grazia per la mia consorte, io non voglio riandarmene, no. Così godrete della morte di due!”

             E a questo canto, accompagnato dall’incomparabile suono della sua lira, tutto per un momento si ferma in quel luogo che non conosce la pietà e perfino le anime più perverse, tormentate dai supplizi peggiori, hanno un momento di pace:

Tàntalo non cercò di afferrare l’acqua che rifluendo gli sfuggiva, e la ruota di Issìone si arrestò, attonita … e tu, Sìsifo, ti sedesti sul tuo macigno. Si narra che allora per la prima volta s’inumidirono le guance alle Furie, commosse dal canto[2]

Certo, il suo era un desiderio impossibile: solo Eracle, l’unico tra coloro che vantavano origini divine che potesse davvero definirsi, senza eccesso di autoesaltazione, un semidio, aveva potuto tanto: riportare una donna dal regno dei morti. Ma Euridice resta nella nostra memoria non tanto per il suo legame con gli inferi (è solo una delle tante fanciulle amate da eroi il cui nome già ne rivelasse questo ambiguo rapporto), quanto perché fu lei l’unica tra queste donne per cui un uomo arrivasse, senza nessun altro motivo che l’amore, senza sogni di gloria né di saggezza, a passare anche il confine della vita.

            Si sa perché Orfeo fallì nella sua impresa, quando già sembrava compiuta: il suo canto aveva addolcito Persefone al punto da consentirgli di portare con sé la moglie, purché non si voltasse a guardarla prima di essere tornato sulla terra. Era questa la condizione che più di tutte distingueva il regno dei morti da quello dei vivi: i morti non potevano essere visti, come non potevano essere visti i loro sovrani: e i sacrifici agli dei dell’Ade erano fatti col viso rivolto dall’altra parte.

            Ma Orfeo non resse a quella prova. Si dice che avesse creduto di udire la voce della sposa in pericolo che lo chiamava, e per questo si voltò e la perse per sempre. Ma non c’è bisogno di una ragione particolare. Egli aveva potuto, con lo strumento donatogli da Apollo, incantare per un momento quelle forze oscure, perfino interrompere il tormento delle anime dei titani e degli uomini invisi agli dei. Ma strappare un morto al suo destino, questo non poteva farlo, forse neppure Persefone, per quanto provasse pena per quell’amore così grande, avrebbe potuto concederglielo.

            Ciò che Orfeo riportò da quella discesa furono i misteri, i riti orfici, la conoscenza dei segreti che non aveva desiderato, che non erano mai stati lo scopo del suo viaggio e che pure aveva appreso da Persefone. Quei misteri sarebbero anche stati la causa della sua morte. Orfeo era sicuramente “apollineo” nella sua natura, un conciliatore di opposti: legato alle muse più di qualunque altro prima e dopo di lui, portatore dell’armonia dove non c’erano che contrasti selvaggi, colui che aveva ricevuto in dono la cetra del dio, e dopo il quale la cetra sarebbe scomparsa tra le costellazioni celesti, perché nessun altro avrebbe potuto suonarla. Ma era divenuto il cantore dei misteri di Dioniso[3], e la sua fu una fine dionisiaca, e non apollinea.

            Si dice che dopo la morte di Euridice egli non avesse più voluto amare alcuna altra donna, e si circondasse di giovani uomini, ai quali trasmetteva la conoscenza dei misteri. Forse per questo, le donne lo presero in odio: e una volta, durante la celebrazione dei misteri, lo assalirono e lo fecero a pezzi. Secondo la versione più comune, la testa venne gettata nel fiume Ebro insieme alla cetra, e finì a Lesbo, l’isola dove la poesia è sovrana. Ma ancora più suggestivo è, tra i racconti legati alla sua morte, quello che voleva che la testa, gettata in mare, fosse stata portata dalla corrente fino a Smirne, alla foce del fiume Melete, dal quale sarebbe un giorno nato Omero.

            La scena della morte di Orfeo, in Ovidio, è bellissima: sembra quasi che l’umanità, che più volte traspare dietro l’ironia, trovi la sua massima espressione quando egli parla di un altro poeta: come nell’immagine del sasso che

“[…] mentre ancora vola, rimane estasiato dai soavi concenti della voce e della lira, e gli cade dinanzi ai piedi, quasi a chieder perdono di quell’ardire folle

Ma la furia delle Baccanti non si placa, il clamore delle loro urla, dei tamburelli, dei flauti sovrasta il suono della lira:

Allora le Baccanti dapprima fecero strage degli innumerevoli volatili, ancora incantati dalla voce del cantore, e dei serpenti e delle schiere di quadrupedi che erano la dimostrazione vivente della grandezza di Orfeo. Poi con le mani grondanti di sangue si rivolsero direttamente contro di lui, accalcandosi come gli uccelli se vedono svolazzare di giorno il rapace notturno. E il poeta pareva il cervo destinato a perire al mattino nell’arena, nel chiuso dell’anfiteatro, preda dei cani”.

            Alcuni contadini che stavano là svolgendo il loro lavoro fuggono spaventati dalla scena, lasciando gli attrezzi :

  “… e per la campagna divenuta di colpo deserta rimasero sparsi sarchielli e pesanti rastrelli e lunghe zappe. Le forsennate si precipitarono a prendere questi oggetti, e fatti a pezzi i buoi che le minacciavano con le corna, tornarono di corsa a uccidere il poeta che, protendendo le braccia, per la prima volta pronunciava parole senza effetto e nulla riusciva ad ammaliare con la voce. Lo ammazzarono, sacrileghe, e da quella bocca ascoltata perfino dai sassi e compresa dalle bestie commosse, o Giove! L’anima si disperse, con l’ultimo respiro, nel vento.

                Gli uccelli afflitti ti piansero, Orfeo, ti piansero le schiere di animali selvatici, e i sassi duri, e le selve che spesso avevano seguito il tuo canto: gli alberi, deposte le loro chiome, rimasero rasi, in segno di lutto. E dicono anche che i fiumi crebbero a furia di piangere, e che le Naiadi e le Drìadi misero manti neri sui loro veli e andarono con i capelli scompigliati.

 […] Qui [sulle coste di Lesbo], un feroce serpente si avventa contro la testa sbattuta su quella spiaggia straniera, contro i capelli grondanti di stille rugiadose; ma all’ultimo istante Febo interviene, e blocca il serpente che si appresta a mordere, congelandone in pietra le fauci spalancate, indurendolo così com’è, a bocca aperta.

L’ombra di Orfeo discende sottoterra. Egli riconosce uno per uno i luoghi che ha già visto una volta e, cercandola per i campi delle anime pie, ritrova Euridice, e la abbraccia appassionatamente. E qui passeggiano insieme: a volte, accanto; a volte, lei lo precede e lui la segue; altre volte è Orfeo che cammina davanti, e ormai senza paura di perderla, si gira indietro a guardare la sua Euridice.”

            Per punire le donne di quel misfatto, Bacco (Dioniso) le trasforma in alberi:

Come l’uccello che posa la zampa sulla rete astutamente mascherata dal cacciatore, sentendosi preso si dibatte e agitandosi convulsamente non fa che stringere le maglie, così ognuna di esse ritrovandosi immobilizzata e confitta nel terreno cerca invano, atterrita, di fuggire, ma la radice flessibile la trattiene e ne frena gli scatti. Mentre si chiede dove siano le dita, dove i piedi e le unghie, ognuna vede legno salire su per i lisci polpacci, e tentando di percuotersi la coscia in segno di dolore, picchia su del legno. Anche il petto diventa legno, legno sono le spalle, e le braccia tese le prenderesti per rami veri, e non ti sbaglieresti[4].

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 472

[2] Ovidio, op. cit., p. 388-89

[3] Ovidio, op. cit., p. 429

[4] Ovidio, op. cit., pp. 427-431