Udite udite

Vedete che funziona, è meglio di un incantesimo…

Ho scritto dei miei progetti, ho dato loro un ordine anche secondo la semplicità di realizzazione e… magia… il primo è in parte già concretizzato. Ho già pronto un pdf, del tutto artigianale ma comunque fatto con affetto, che raccoglie gli articoli che avevo postato finora sull’eroe nei miti (l’introduzione, il primo capitolo sull’eroe sciamano e il secondo sui miti greci).

Chi lo vuole non ha che da chiedere, posso inviarvelo per email, magari metto un link anche qui, è del tutto gratuito ma, eccezionalmente, protetto da password. Del resto io per pigrizia non ho ancora fatto la pagina dei diritti d’autore (forse sarebbe il caso che le dessi priorità?) ma mi sembra scontato, tutto quello che pubblico è frutto della mia testa balzana (a meno che non sia specificato diversamente). Ovvio che mi faccia un immenso piacere se circola: reblog, recensioni, citazioni, disegni a tema, ricette gastronomiche che si ispirino ai miei post, va bene tutto, anzi, adoro tutto, ma tanto di più se citate la fonte (la sorgente, la polla, il rubinetto, insomma, ci siamo capiti).

Poi restate sintonizzati perché sono in arrivo altre novità (forse): una o due giornate a settimana fisse per il romanzo, una per i post sull’adozione, una per il seguito dei post sui miti. Il resto (poesie, racconti, citazioni, libri, musica ecc.) continuerà penso a essere postato random. Non pretendete troppo, via su, siete incontentabili! Quelle sono cose che devono seguire l’estro del momento 😀

 

Ettore (da IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

hector_astyanax_mn_jatta

           Sebbene l’Iliade sia un poema greco, che vede la guerra di Troia dalla parte dei vincitori, tuttavia non mancano descrizioni dei vinti altrettanto accuratamente caratterizzate ed emotivamente intense di quelle dedicate agli eroi Greci. Forse anche questo è un segno di quel desiderio di pace che come è stato detto più volte, sembra pervadere l’opera. Un desiderio forse riferito al presente, al momento in cui il poema venne scritto, probabilmente molti secoli più tardi rispetto agli eventi narrati.

            Omero canta la gloria della battaglia, il coraggio degli eroi, ma ha in cuore anche lo spreco di tante vite, lo strazio dei genitori e delle spose, e non  sembra affatto, in questo, fare alcuna differenza tra i Greci e i Troiani. In lui è la negazione del concetto di “nemico”: un concetto che perde interamente il suo senso in una comune umanità nella quale le doti e i vizi individuali, la lealtà, la solidarietà verso la propria gente, il coraggio e la generosità, o al contrario, la vigliaccheria, l’arroganza, l’avidità dei singoli appartengono agli uni come agli altri.

            Ettore ne è uno straordinario esempio. Ettore il sostegno, o colui che resiste è la guida dell’esercito troiano. Pare quasi che nelle sue mani sia il destino della città, tanto che secondo Omero il figlio di Ettore, chiamato Scamandrio, era soprannominato Astianatte (difensore della città) perché Ettore salvava Ilio lui solo”[1].

            Eppure Ettore non aveva voluto questa guerra: più volte la chiama “l’odiosa battaglia”. Suo fratello Paride ne era stato la causa, con il rapimento di Elena, ed invano Ettore aveva inizialmente consigliato ai suoi la restituzione della donna per evitare lo scontro sanguinoso. In più di una occasione nel poema lo sdegno nei confronti di Paride si mostra così acceso da sconfinare in una collera violenta: come quando lo vede sottrarsi allo scontro con Menelao, e lo apostrofa con parole durissime:

Paride maledetto, bellimbusto, donnaiuolo, seduttore,
ah non fossi mai nato, o morto senza nozze!
Sì, vorrei proprio questo, questo sarebbe meglio,
piuttosto ch’esser così, vergogna e obbrobrio degli altri…
Ahi! certo sghignazzano gli Achei dai lunghi capelli:
credevan che fosse gagliardo il capo, perché bellezza
è nell’aspetto, ma forza in cuore non c’è, non valore.
E tu così vile, su navi che vanno pel mare,
fatto viaggio per mare, raccolti compagni fedeli,
vissuto fra stranieri, portasti via bella donna
da una terra lontana, nuora d’uomini bellicosi,
al padre tuo grave danno e alla città e a tutto il popolo,
e godimento ai nemici, e infamia per te?
E non affronterai Menelao caro ad Ares?
Almeno saprai di che uomo hai la sposa fiorente!
E non ti salveranno la cetra e i doni d’Afrodite,
la chioma o la bellezza, quando rotolerai nella polvere.
Ma sono molto paurosi i Troiani, o da tempo
vestivi chitone di pietre per tutto il male che hai fatto!
[1]

[1]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

            E più avanti, quando i Troiani sfiniti venivano massacrati dai Greci guidati da Diomede, di nuovo Ettore s’infuria vedendo il fratello restare al sicuro in casa con Elena, e lo esorta a combattere: “… per te strepito e guerra/ circondano questa città; anche tu con un altro l’avresti/ se lo vedessi lasciare l’odiosa battaglia; / ma levati su, che presto la rocca non crolli nel fuoco nemico[3].

            Ma la collera di Ettore è profondamente diversa dall’ira funesta di Achille. Questa, sebbene giustificata, e non solo dall’offesa all’orgoglio e ai sentimenti dovuta alla perdita di Briseide, ma in primo luogo dall’arroganza di Agamennone, finisce tuttavia per apparire insensata, priva di un limite ragionevole. Nella sua furia Achille si disinteressa perfino del destino dei propri compagni, che la sua assenza lascerà preda di un inevitabile massacro. La collera di Ettore contro Paride deriva al contrario dalla preoccupazione per la propria gente, per i propri cari.

            In entrambe le occasioni Paride ammette che i rimproveri del fratello sono giustificati: “poiché secondo giustizia m’assali, non contro giustizia…”, e proprio per questo accetta, sia pure malvolentieri, di combattere.

            D’altra parte, in quanto più forte tra tutti gli eroi Troiani, Ettore fa in un certo senso da contrappunto ad Achille, quasi ne fosse una sorta di doppio. Ettore ha quasi la stessa forza, ha la stessa franchezza, la stessa capacità, soprattutto, di chiamare le cose con il proprio nome, di non fuggire davanti alla verità, per quanto dolorosa possa essere. Ed essendo ciascuno il “doppio” dell’altro, Achille ad Ettore sono strettamente legati nel proprio destino: Ettore sa, o intuisce, che Achille lo ucciderà, e ad Achille è stato predetto che alla morte di Ettore seguirà a breve la sua.

            La cosa forse più straordinaria di Ettore, tuttavia, è che egli abbia coniugato in sé, cosa molto rara per un eroe, soprattutto un eroe della mitologia greca, le virtù “guerresche”, il coraggio e la forza, con una capacità di mostrare i propri sentimenti, di lasciarsi andare a gesti di profonda tenerezza nei confronti della sua sposa e del piccolo Astianatte. Questi due aspetti convivono senza che l’uno prevalga sull’altro, senza che nessuno dei due sminuisca in alcun modo l’altro.

            In questo i due eroi sono profondamente diversi: che Achille sia capace di grandi passioni, di grandi affetti lo sappiamo; ed è confermato dal fatto che Briseide non voglia staccarsi da lui, che le schiave da lui conquistate piangano con lui la morte di Patroclo. Achille non è affatto inumano,  ma il dolore che egli prova, per la perdita di Briseide come per la morte di Patroclo, si trasforma in una sorta di furia cieca, nefasta non solo per gli altri, ma anche per lui stesso, che quasi lo rende nella nostra memoria, davvero inumano. Quando si accinge a vendicare la morte di Patroclo uccidendo Ettore, la madre tenta di dissuaderlo ricordandogli che morto Ettore, egli non sopravviverà che pochi giorni. “Potessi morire anche adesso”, risponde Achille, “poiché non dovevo all’amico portare soccorso in morte; molto lontano dalla patria è morto; e io gli sono mancato, difensore del male”. E’ il riconoscimento del proprio errore, delle terribili conseguenze che la sua collera verso Agamennone ha avuto per Patroclo ma anche per tanti altri suoi compagni. Ma è anche la noncuranza per la propria vita, che deriva in Achille da un’istintività quasi priva di freni. Poco dopo egli afferma di voler gettare nella disperazione le donne di Ilio: “… ma adesso voglio aver gloria; e ognuna delle Troiane, delle altocinte Dardanidi con tutte e due le mani sulle tenere guance asciugando le lacrime voglio far singhiozzare”. E sebbene abbia appena compreso quali spaventose conseguenze possano derivare da una collera violenta, si abbandonerà alla stessa collera al momento dell’uccisione di Ettore, il cui corpo trascinerà nella polvere intorno alla tomba di Patroclo, per sfregio e per vendetta, fino a rischiare lo sdegno degli dèi.

            Ben diverso è l’atteggiamento di Ettore. Egli non è affatto incurante della propria vita, anche perché è ben consapevole di quanto essa sia importante anche per altre persone: il coraggio gli deriva dalla consapevolezza che non si può sfuggire al proprio destino, e che proprio l’affetto, la fiducia che gli altri hanno in lui, gli impongono di non venire meno al suo ruolo di custode dell’altrui sicurezza. Così, se pure egli è violento in battaglia (più volte Omero lo chiama “massacratore”, e alla sua morte Andromaca ricorda, come se parlasse ad Astianatte, che “Non era dolce, no, il padre tuo nella carneficina paurosa”), tuttavia nella memoria la forza, l’ardimento, rimangono inscindibilmente legate alla dolcezza del carattere, alla generosità, ad una certa fiducia nella vita che gli consente di affrontare le situazioni più difficili. Ed è questo che ne fa uno degli eroi più amati non solo della mitologia greca, ma della letteratura di ogni tempo.

            Uno dei libri del poema è dedicato ad un colloquio tra Ettore e Andromaca, così dolce, commovente e intriso di umanità da costituire una rappresentazione universale dei sentimenti di un soldato che rivede la propria famiglia e non sa se sarà l’ultima volta:

Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella/
portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino,
il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella.

Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio:
ma Andromaca gli si fece vicino piangendo,
e gli prese la mano, disse parole, parlò così:
‘Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione/
del figlio così piccino, di me sciagurata/che vedova presto
sarò, presto t’uccideranno gli Achei,
balzandoti contro tutti: oh, meglio per me
scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra
dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai
….

            Per Andromaca, privata a causa della guerra dei genitori e di tutti i fratelli, Ettore è anche “padre e nobile madre e fratello”, oltre che marito, ella non ha più altri che lui.

E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse:
“Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo
rossore dei Teucri, delle Troiane lungo peplo,
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a esser forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,
e non per i fratelli, che molti e gagliardi
cadranno nella polvere per mano dei nemici,
quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo,
trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti

            Ettore presagisce che morto lui, e caduta Ilio, Andromaca certo andrà schiava a qualcuno dei nemici: e solo per non vedere il suo dolore, egli si augura di essere già morto, prima che ciò avvenga:

Morto, però, m’imprigioni la terra su me riversata
prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!”
E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della balia bella cintura
si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra:
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò tra le braccia,

… mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:
“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!
nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;
ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,
sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato”.

            Questo comportamento di Ettore con il bimbo spaventato dall’elmo, pieno di sorridente tenerezza, e il gesto verso Andromaca, ne mettono in mostra il lato gentile, la comprensione che egli ha verso tutti: perfino con Elena, che tutti disprezzano, e che ne confermerà, nel lamento funebre, questo aspetto che lo ha posto nel cuore  di tanti:

Ettore, tra tutti i cognati il più caro al mio cuore,
ah, il mio sposo è Alessandro simile ai numi,
che m’ha condotto a Troia; ma fossi morta prima.
E’ questo, ormai, il ventesimo anno
da che partii di laggiù, lasciai la mia patria,
e mai ho udito da te mala parola o disprezzo;
anzi, se qualcun altro mi rimbrottava in casa

tu con parole calmandoli li trattenevi,
con la dolcezza tua, con le tue dolci parole.

            Altri indizi sul carattere e sull’umanità di Ettore ci vengono dalla descrizione del duello con Aiace: era stato lo stesso Ettore a sfidare gli Achei, che erano rimasti incerti: “di rifiutare arrossivano e d’accettare temevano[4]”. Alla fine, incitati dalle dure parole del saggio ma anziano Nestore, nove tra i Greci si fanno avanti: e sarà appunto Aiace Telamonio ad essere estratto a sorte. Ettore non è fatto di ferro come Achille, e di fronte ad Aiace gigante, la rocca degli Achei, per un attimo persino lui resta sgomento: “ma non poteva nascondersi più, né tirarsi/ indietro, tra la folla, lui che sfidò la battaglia”. Il combattimento che segue è violento, nessuna delle due parti risparmia i colpi, fino a che Zeus manda i suoi messaggeri ad esortare i due eroi a cessare temporaneamente le ostilità, poiché è ormai vicina la notte. La risposta di Ettore è emblematica:

«Aiace, un dio t’ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l’asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
E dunque tu rallegra presso le navi gli Achei,
soprattutto gli amici e i compagni che hai;
e io nella grande città del sire Priamo
rallegrerò i Troiani e le Troiane lunghi pepli,
che a render grazie per me nel tempio dei numi entreranno.
E diamo entrambi nobili doni uno all’altro
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei:
“Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici”».

            C’è tutto Ettore in queste parole: l’obbedienza al volere degli dei, il rispetto per l’avversario, il disprezzo per la guerra cui, essendo costretto, partecipa senza tirarsi indietro, ma che resta qualcosa che “divora il cuore”, la capacità di pensare all’affetto dei compagni dell’uno e dell’altro, alla gioia che proveranno sapendoli vivi. Egli deve combattere Aiace in quanto “nemico”, ma in quanto uomo ne onora le qualità che lo rendono grande, e vorrebbe potergli essere, invece, amico.

            Cosa hanno in comune questi personaggi così profondamente diversi? Gli eroi greci sono quasi tutti “eroi culturali”, cioè fondatori di stirpi e civiltà. La loro grandezza, il motivo della venerazione di cui sono oggetto, è il fatto che siano stati i capostipiti di quegli Elleni che appunto li celebrano. Ma questo non toglie nulla alla loro umanità, i dubbi, i contrasti, le paure sono quelle di qualunque uomo. Le menzogne di Odisseo, il tradimento e la doppiezza fanno parte di lui come la sua pazienza, la sua sete di sapere, l’amore per la moglie. Lo detestiamo per la crudeltà contro Palamede, per le arti subdole che non può fare a meno di usare, ma lo amiamo per la nostalgia di esule e la forza disperata con cui tenta, contro ogni saggezza, di salvare i compagni che non possono nessere salvati. L’orgoglio e la furia devastatrice di Achille non rendono meno grande il suo coraggio, la generosità, il carattere sincero e leale, fino a divenire il simbolo stesso della verità e della prevalenza dell’unicità individuale sulla sostituibilità indistinta. Comprendiamo perché, quando Agamennone gli sottrae l’amata Briseide, egli si chiude nella sua muta offesa, insensibile al massacro degli amici, tornando a combattere solo quando viene ferito nei suoi personali affetti dalla morte dell’amico fraterno, ma non gli possiamo perdonare lo strazio del giovanissimo Troilo, o il sacrificio dei dodici giovani Troiani sulla tomba di Patroclo. Di Eracle ammiriamo la forza con cui torna ogni giorno a combattere la lotta per la sopravvivenza, ma non possiamo non temere la sua follia distruttrice. Gli orrori commessi da tutti loro non sono forse il contrappunto della lotta che tutti sostengono con le forze oscure dell’inferno che sono nella loro anima prima ancora che nel regno sotterraneo di Ades?

            Ciascuno di questi eroi è profondamente diverso dall’altro. Il rassegnato, paziente Eracle che si adatta al suo destino senza averlo mai cercato, il servitore delle donne, è diverso dallo sconsiderato, temerario Teseo, seduttore inveterato, quanto il saggio ma collerico Edipo, signore della parola, era diverso dal dolce Orfeo, incantatore di mostri.

            Eppure non c’è uno solo tra questi eroi che non sia legato alla morte, spesso fin dalla nascita e dal nome che viene loro imposto. Non c’è uno solo di essi che non debba sconfiggere una qualche forma mostruosa di morte, che non debba recarsi, se non proprio agli inferi, in un misterioso regno di confine il cui rapporto con l’Ade è del tutto evidente.

            L’eroe greco è pienamente uomo, il suo marchio non è diverso in fondo dal marchio dell’eroe della fiaba, la sua eccezionalità è dovuta a nient’altro che al fatto di aver preso in mano la propria vita, sconfiggendo  la paura della morte, che diventa altrimenti paura delle emozioni, e dunque della vita.

[1]Omero, Iliade, op. cit., p. 219

[2]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

[3]Ibidem, Libro VI, v. 328-331, pag. 215

[4]Omero, op. cit., Libro VII, pag. 231 e ss.

Diomede, Aiace Telamonio e Aiace Oileo, Filottete – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

filottete_morente-olio

      Filottete, Vincenzo Baldacci

             Tra i più forti combattenti greci c’erano anche tre guerrieri quasi selvaggi, Diomede, e  due Aiace.

            Diomede era figlio di quel Tideo che godeva della protezione di Atena e avrebbe potuto diventare immortale, se non si fosse reso indegno della dea succhiando in punto di morte il cervello del nemico che lo aveva ucciso. Suo figlio divenne il prediletto di Atena, ma non era tanto diverso dal padre. Il suo carattere acceso e la sua forza possente lo fecero rivaleggiare addirittura con Ares, che trafisse con la sua lancia (si è detto che gli dei, se non potevano morire, potevano comunque essere feriti e soffrirne).

            Diomede aveva lasciato per andare in guerra la moglie Egilea, che presto si consolò dell’abbandono con un amante, e forse, si dice, cacciò Diomede da Argo. Secondo altri Diomede evitò di passare per Argo, e si recò direttamente nell’Italia meridionale, dove ebbe un culto nelle isole che oggi sono chiamate Tremiti[1].

            Abbiamo incontrato Aiace Telamonio come rivale di Odisseo nella lotta per le armi di Achille. Simile a un gigante nella statura, con uno scudo “alto come una torre”, Aiace combatteva ancora come gli Eroi del tempo antico, lanciando pietre. Si diceva che il nome gli fosse stato dato da Eracle quando, ospite di Telamone, aveva chiesto a Zeus di concedergli un figlio invulnerabile e coraggioso. In segno di accoglimento della richiesta, Zeus aveva fatto avvicinare in volo la sua aquila, aietòs, e per questo Eracle disse a Telamone che il figlio avrebbe dovuto chiamarsi Aiace.

            Questo Aiace avrebbe dovuto diventare famoso come nemico di Odisseo, e suo rivale per la conquista delle armi di Achille dopo la morte dell’eroe, armi che avrebbero dovuto andare a colui che tra i Greci aveva maggiormente contribuito alla vittoria. Quando venne prescelto Odisseo, Aiace, dal carattere impetuoso e portato agli eccessi sempre, si infuriò al punto da impazzire e uccidersi.

            Ben diverso era l’altro Aiace, l’empio figlio di Oileo, che non si curava degli dei e meno ancora degli uomini e dei loro culti sacri. Quando Troia cadde, egli inseguì Cassandra per violentarla, e la giovane si rifugiò presso la statua della dea Atena. Sprezzante, egli rovesciò la statua e avrebbe certamente portato a termine il suo intento se gli stessi Greci, inorriditi, non lo avessero fermato. Per questo, durante il ritorno in Grecia, la nave di Aiace affondò. Poseidone fece in modo che Aiace raggiungesse a nuoto gli scogli vicini. Ma, ancora una volta stolto nel suo smisurato orgoglio, Aiace si vantò di essersi salvato contro il volere degli dei. Allora il dio del mare fece crollare le rocce ed egli annegò.

            Filottete era invece l’eroe al quale Eracle aveva donato il suo arco perché egli solo aveva avuto il coraggio di porlo sulla pira quando, in preda a sofferenze inumane per aver indossato la tunica di Nesso, l’eroe aveva invano supplicato i suoi amici di farlo. Quell’arco avrebbe avuto una parte essenziale nella sconfitta di Troia.

            Tuttavia, quando Filottete guidò i compagni greci a Crise, primo confine di Troia, e li guidò all’altare della dea che portava lo stesso nome, compagna di culto di Apollo su quell’isola vulcanica, la dea inviò il serpente a lei sacro, custode del tempio, a mordere al piede Filottete, causandogli una ferita purulenta che non guariva mai, e il cui fetore indusse i compagni greci a lasciare l’eroe sull’isola,

            Molto tempo dopo, quando Achille già era morto per mano di Paride, e la guerra infuriava con esiti ancora incerti, Odisseo si recò con Diomede per convincere Filottete a unirsi a loro, poiché secondo l’oracolo solo la sua presenza avrebbe consentito che infine le mura di Troia cadessero.

            Naturalmente, non fu facile convincere l’eroe ad aiutare i compagni che lo avevano abbandonato e tradito tanti anni prima. Fu necessaria l’apparizione di Eracle stesso a persuaderlo, dopodiché egli venne guarito da Macaone, il medico meraviglioso, figlio di Asclepio. Allora la freccia infallibile di Filottete abbatté il principe Paride, e fu per Troia l’inizio della rovina.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 510

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle, Parte II

Immagine dal web

Immagine dal web

Avendo ormai terminato le dodici fatiche previste (in origine erano dieci, ma come si è detto Euristeo ne aveva invalidate due), Eracle dovette tuttavia affrontare altre durissime prove. Secondo Euripide, fu dopo il suo ritorno dagli inferi che, profondamente cambiato, Eracle fu assalito da Lyssa, la follia, uccise i suoi figli e la moglie Megara. In quel caso le sue dodici fatiche avrebbero avuto un’altra motivazione, forse un prezzo da pagare per poter entrare nel regno del cugino Euristeo. Per Euripide è proprio con la follia che Eracle paga il prezzo della sua natura divina: la follia che egli non merita e che subisce unicamente a causa della cieca gelosia di Era. Tanto che perfino la stessa Lyssa, ironicamente più saggia della grande dea, esegue malvolentieri gli ordini recati dalla messaggera degli dèi Iris, portatrice della volontà di Era:

Voglio dunque esortare Era, prima di vederla cadere in errore, e anche te, se mai diate retta ai miei consigli. L’uomo nella cui casa mi introduci è tutt’altro che oscuro sulla terra e fra gli dèi: ha bonificato le regioni inaccessibili e le terre inospitali e, da solo, ha ripristinato il culto divino che era messo in pericolo da uomini empi; non vi consiglio dunque di tramare una così grave sciagura”.

Proprio nel momento in cui sta per compiere il più orribile delitto della sua vita, viene confermato il ruolo di Eracle come protettore dell’umanità e del culto divino! e proprio dall’incarnazione della sua follia, quella che lo accecherà, rendendolo strumento di una strage voluta dagli dèi senza alcuna ragione di giustizia. Quale miglior prova della sua innocenza? L’eroe di Euripide non è l’uomo arrogante, accecato dalla mania di grandezza, che attira su di sé lo sdegno divino; al contrario, sono gli dèi ad essere oggetto di critica. Anche qui, tuttavia, viene adombrata una ragione diversa:

Nel massacro opera della sua stessa mano, sappia qual’è l’odio che Era nutre per lui e conosca anche il mio; altrimenti gli dèi non varranno più nulla e il potere dei mortali sarà grande, se lui non sconta un castigo[1].

Nelle parole della  si manifesta l’idea che proprio la grandezza di Eracle, più che la sua nascita illegittima, sia la causa scatenante della gelosia di Era. E allora si potrebbe pensare che Zeus, il grande assente, non protegga suo figlio perché, dopotutto, condivide quella gelosia per gli uomini troppo vicini all’immortalità. Non dimentichiamo che si tratta dello stesso Zeus che scatenerà la guerra di Troia come un mezzo per distruggere la stirpe degli eroi di discendenza divina, lasciandone solo il ricordo nella poesia.

            Per piegare Eracle gli dei scelgono appunto la sua qualità “sovrumana”, la sua forza, che diventa strumento della distruzione di coloro che egli maggiormente ama. E’ questa la ragione per cui, come abbiamo visto, Eracle rinuncia ai suoi tratti divini: all’eroismo della forza giovanile viene in un certo senso contrapposta un’altra forma di eroismo, molto meno visibile, nelle parole che lo stesso Eracle pronuncia dopo il massacro, al termine della tragedia: “è insensato chi antepone la ricchezza o la forza ai suoi amici”: è Teseo che lo sostiene, anche dopo l’ignominioso delitto, senza il timore di “contaminazione” che il popolo attribuiva all’autore di un crimine. E’ lo stesso atteggiamento di lealtà totale, di affetto senza cedimenti che già si era visto in Anfitrione, ma Teseo non è un parente. Sembra qui prospettarsi una scala di valori in cui l’amicizia, l’affetto, sia che provenga da un parente o da un “estraneo” è il bene più grande, l’unico che possa sottrarre Eracle al senso di annientamento che lo spingerebbe al suicidio. E questo affetto, la phylia che antepone ad ogni rischio per sé la protezione dei propri amici sembra una forma di eroismo estremamente “moderna”. Forse anche improntate ad una razionalizzazione del “superstizioso” timore popolare legato alla contaminazione, le parole di Teseo sembrano comunque ribadire che anche se dalla sua solidarietà dovesse derivare qualcosa di male, nondimeno egli aiuterebbe comunque l’amico:

“Perché agitando la mano mi segnali il tuo terrore? Forse perché la contaminazione non mi arrivi con le tue parole? Non mi preoccupa per nulla condividere con te la sfortuna: in altri tempi ho diviso la buona sorte”[2].

Oltre ad essere innovativa e affascinante, questa rappresentazione sembra anche dare una spiegazione molto vera e reale della follia di Eracle: infatti è difficile credere, anche per un eroe del suo calibro, che egli potesse lottare col signore delle tenebre senza alcuna conseguenza. Ma le tante guerre che combatté e gli assassini che commise dopo, alcuni dei quali non  certo onorevoli, furono anch’essi frutto di una sorta di follia. Sembra allora più coerente pensare ad un Eracle che, pur avendo combattuto tanto a lungo contro le forze oscure che lo perseguitavano, e pur avendo tante volte vinto, dovesse ancora soffrire per molti anni le conseguenze della sua natura incontrollata, fino a un’apoteosi finale nella conquista di un’essenza divina che potrebbe allora assumere, non diversamente dalla conquista del trono dell’eroe delle fiabe, il senso di una conquistata maturità, di quella che Bettelheim chiamava una “superiore umanità”.

Ma c’è un altro aspetto che emerge con chiarezza nella tragedia di Euripide forse più che nei precedenti miti. Certo, Eracle è sempre stato “unico”, come tutti gli altri eroi, tutti caratterizzati da un segno distintivo, un “marchio” che, anche quando non è “fisico” (come la stella in fronte di tanti eroi delle fiabe) è certamente morale: la furia, il coraggio, l’intelligenza, l’astuzia. Ma è qui che viene fuori in tutta la sua forza la solitudine, che non sempre viene associata a Eracle. Troppo spesso l’eroe viene rappresentato nel suo massimo splendore, con la sua incrollabile forza fisica, la determinazione, la sicurezza di sé che sembrano escludere ogni fragilità. Invece Euripide lo rappresenta nella sua più tremenda debolezza, nel suo destino di reietto, di uomo contaminato che “è diviso tra la cerchia degli intimi che condivide il suo marchio d’infamia e la società in generale che lo teme e lo rifiuta”[3]. A questa debolezza Euripide non contrappone più la forza semidivina dell’eroe, ma la ricerca tutta umana della dignità perduta. La pazienza, la rassegnazione, il recupero dei valori di solidarietà e compassione cui si faceva cenno prima. La solitudine estrema di chi ha varcato il confine tra umano e divino non può essere superata con la pacificazione tra gli opposti, con le qualità che rendono l’eroe diverso dagli altri, ma al contrario, solo con il recupero del rapporto con gli altri uomini, grazie a ciò che lo accomuna a loro. E infatti, contrariamente a quanto vorrebbe Teseo, che vede le lacrime dell’amico come contrastanti con il prestigio e la virilità dell’eroe, Eracle non rinnega più nulla di ciò che è umano. E non ritiene affatto incompatibile con la dignità, ma anzi, parte di essa, tanto il coraggio di continuare a vivere, quanto l’esprimere col pianto la pietas che ancora lo lega ai suoi cari che ama, e che ha assassinato senza colpa[4].

La tragedia di Euripide si chiude qui, con la partenza dell’eroe per Atene con l’amico Teseo, ma Eracle era ancora destinato, anche dopo aver terminato la sua ultima fatica, ad altre grandi imprese, ad altre umiliazioni, ad altri passaggi attraverso crisi di furia simile alla pazzia.

A Ecalia egli partecipò a una gara di tiro con l’arco indetta dal re per dare in sposa la figlia Iole, e la vinse, ma il re non volle mantenere l’impegno, proprio perché in precedenza Eracle aveva ucciso la moglie Megara (o secondo un’altra versione dopo aver ucciso i figli l’aveva data in sposa al nipote Iolao). Eracle, furioso, se ne andò, ma venne scoperta la mancanza di alcuni armenti del re che, si sarebbe scoperto poi, erano stati rubati da Autolico. Il figlio del re Ifito andò a cercare Eracle per pregarlo di aiutarlo a ritrovare le bestie, ma egli pensò che il ragazzo lo sospettasse del furto, e lo gettò dalle mura della città, provocandone la morte, benché fosse suo ospite, e così macchiandosi di un crimine molto grave agli occhi degli dei[5].

Nuovamente in preda alla follia, dovette servire ancora per tre anni presso la regina Onfale di Lidia, che secondo alcuni gli diede anche un figlio. Ma si diceva anche che presso di lei egli fosse stato costretto a indossare vesti femminili e compiere lavori da donna, o comunque imprese di poco conto. Una ulteriore umiliazione, o una ulteriore dimostrazione della grandezza di Eracle e a un tempo del suo carattere così umano, nonostante la sua asserita natura divina? Poiché egli non solo non si sottraeva a quelle piccole meschinità che altri avrebbero disdegnato, ma addirittura acconsentiva a lasciarsi prendere in giro, ridendone a sua volta. Questo accadde quando su ordine della regina Onfale egli andò a catturare i cercopi, strani esseri simili a scimmie, furfanti bugiardi e ladri che erano la disperazione degli uomini. Quando essi cercarono di rubargli le armi mentre dormiva, l’eroe si svegliò, li appese per i piedi ad un bastone e li portò dietro di sé “come due secchi”[6]. Nonostante la scomoda posizione i due fratelli, ricordando l’ammonimento della madre a guardarsi da uno che aveva “il posteriore nero”, si misero a ridere. Eracle si fece dire il motivo della loro allegria, e scoppiò a ridere anche lui. Ed ecco che allora questo eroe eccessivo, violento, quasi terrificante, subisce d’improvviso un rassicurante ridimensionamento, e acquista un carattere che pochissimi altri eroi avevano avuto prima di lui, e pochissimi avrebbero avuto in seguito: ci diventa simpatico. Questo eroe divino che lotta e vince la morte sotto i suoi molteplici aspetti ridiventa il buffo gigante che ama mangiare bene e bere vino e godersi la vita. Persino quando sottrae la dolce Alcesti a Thanatos, immaginarlo in questa rissa a pugni nudi con lo “scheletro con la falce” suona un’impresa magnifica ma anche grottesca, quasi buffa.

Sempre per ordine di Onfale, Eracle lavorò presso Sileo, che rendeva schiavi gli stranieri spogliandoli di ogni loro avere e costringendoli a lavorare nella sua vigna. Eracle stesso venne forse da lui acquistato come schiavo, ma quando gli venne messa in mano la zappa, egli sradicò tutte le viti e le usò per accendere il fuoco e arrostirsi la carne per un banchetto; poi prese il vino migliore dalla cantina e scardinò la porta per usarla come tavola. Quando Sileo vide quella rovina e si adirò, Eracle lo invitò a pranzare insieme a lui. L’uomo allora, infuriato, prese a bestemmiare e per questo rimase ucciso. Sembra che Eracle facesse di sua figlia una delle proprie mogli, ma alla sua partenza la fanciulla si sarebbe uccisa, ed egli tornando qualche tempo dopo l’avrebbe trovata morta.

Benché Eracle abbia amato nella sua vita molte donne, di lui non si parla mai come di un rapitore, di un seduttore: accadde anche che egli portasse via una fanciulla come un Teseo, poniamo: lo fece con Auge, con Iole. Ma si trattò di episodi particolari: colui che venne definito il “servo delle donne” le amò probabilmente tutte con uguale passione e devozione.

Una volta terminato anche il periodo di servitù presso Onfale, l’eroe si dedicò a dar battaglia a coloro che in vario modo gli avevano fatto del male, tra cui Laomedonte, re di Troia, al quale dopo l’avventura della cintura di Ippolita, sulla strada del ritorno Eracle aveva salvato la figlia da un mostro marino. Il re gli aveva promesso in cambio le cavalle che Zeus gli aveva donato, ma poi aveva rifiutato di dargliele. Eracle tornò a Troia con Telamone e uccise Laomedonte e tutti i suoi figli tranne Podarce, che la sorella Esione riscattò in cambio del suo velo, e Titone. Podarce rimase re di Troia col nome di Priamo (“compero”), proprio per il fatto che era stato riscattato. Esione venne data in sposa a Telamone e gli diede il figlio Teucro (da cui i Troiani vennero chiamati anche Teucri).

Dopo aver vinto anche gli Spartani e aver sedotto Auge, che gli diede il figlio Telefo, Eracle ricordò la promessa che aveva fatto a Meleagro, e si recò a Calidone, dove regnava Eneo. Per averla in sposa sconfisse il dio del fiume Achelòo, pure un pretendente della fanciulla che da quel giorno ebbe un solo corno sulla fronte. Il racconto lo fa il fiume stesso a Teseo, di ritorno dopo l’impresa del cinghiale di Calidone: “la sconfitta non fu tanto un’onta quanto fu un onore combattere, e molto mi consola la grandezza di chi mi vinse”[7]. Auge diede ad Eracle due figli, e un altro figlio egli lo ebbe dalla figlia di Fileo, Astioca. Un giorno, forse per un incidente, Eracle uccise uno dei figli di Eneo e ancora una volta volle espiare recandosi in esilio. Deianira lo accompagnò (secondo altre versioni questo episodio si verificò invece appena dopo che Eracle ebbe conquistato Deianira, mentre la conduceva con sé). Giunti al fiume Eveno in piena, il centauro Nesso si offrì di traghettare Deianira, poi cercò di violentarla: allora Eracle con una freccia avvelenata uccise Nesso che, morendo, disse a Deianira di conservare il sangue della sua ferita per farne un filtro d’amore, da usare se un giorno Eracle si fosse stancato di lei.

Dopo aver compiuto altre imprese, Eracle decise di vendicarsi di Eurito, padre di Iole. Lo affrontò con l’esercito, lo uccise e fece di Iole la sua amante. Poi decise di offrire un sacrificio a Zeus e fece inviare a Deianira un messaggero perché gli inviasse una tunica pulita. Temendo che il suo sposo le preferisse Iole, Deianira gli inviò una tunica impregnata del sangue di Nesso, e quando l’eroe la indossò, essa gli bruciò le carni: infatti a Eracle era stato predetto che non sarebbe morto per mano di un vivo, e Nesso a quel tempo era morto da molti anni. Deianira, scoprendo di essere stata ingannata, si uccise. Eracle si fece erigere una pira e scomparve tra le fiamme: era infatti stato assunto sull’Olimpo, dove si riconciliò con Era ed ebbe in sposa sua figlia Ebe. Solo la sua ombra rimase agli inferi, dove più tardi incontrò Odisseo. Anche in cielo Zeus aveva voluto eternare il ricordo delle fatiche del figlio, nella costellazione del Sagittario, dove lo si vede inginocchiato sempre nell’atto di scoccare una freccia.

[1]Euripide, Eracle, cit., p. 205-207

[2]Ibidem, p. 253

[3]R. Parker, Miasma, cit. in M. Serena Mirto, op. cit., p. 43-44

[4]M. Serena Mirto, op. cit., p. 47, ed Euripide, Eracle, op. cit. p 279-281

[5] E’ Apollodoro a parlare di questo come di un nuovo episodio della follia di Eracle. La versione di Omero, nell’Iliade, è molto meno favorevole all’eroe, sostenendo che egli uccise Ifito, che tra l’altro in precedenza aveva preso le sue parti contro il padre, perché aveva egli stesso le bestie,  comprate da Autolico.

[6]K. Kerényi, op. cit., p. 401

[7] Ovidio, op. cit., p. 343