La sostanza dei sogni

Forse è naturale che i rari sogni in cui entri – che sono anche i pochissimi di cui conservo almeno qualche sfocata immagine, qualche parola, ombre quasi impalpabili ma persistenti – non vengano nei momenti in cui più lo desidero, ma quando ne ho davvero, davvero necessità, un bisogno fisico, quasi per sopravvivere. Proprio allora, quando la fatica sarebbe davvero insopportabile senza qualcosa o qualcuno che porti un vento di leggerezza, sei sempre tu a ricordarmi quello che so, con ironia gentile, con quel sorriso che mi lascia senza difese. “Alla stessa destinazione si può arrivare da tante strade diverse”. Questa, più o meno, l’idea che il te del mio sogno ha espresso la scorsa notte. Certo che sono d’accordo, sono parole mie, almeno per metà. Sono certa che tu non solo le hai pensate, ma avresti saputo renderle molto più belle, ci avresti sperimentato sopra, costruito materiale per riderne, le avresti rese rotonde, perfette, indimenticabili, con quel rigore che mettevi nelle improvvisazioni, e no, lo so che non è affatto una contraddizione, credimi.

Sarà un caso, ma oggi sembra tutto diverso. Tutto quello che ieri era insormontabile, oggi appare ridimensionato. Oggi sono stata contenta di quello che è successo, delle parole e dei silenzi, della complicità e del rispetto degli spazi. Oggi sono stata me stessa.

Comunque sì, è ancora così, parto da te per riflettere, picchiarmi con le mie incoerenze, immaginare altri scenari, recitare, a volte, perché lo sanno, i poeti e gli artisti, che attraverso la finzione è più facile arrivare alle verità più lontane, dense e profonde. Parto da te per rimestare i pensieri, che serve sempre. Alla fine, quello che rimane di ciò che ho forse solo creduto di vedere e sentire, è che tu in quel momento non eri una semplice figura, ma vita e presenza. Un’impressione notturna, ma se noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora anche questo fa parte della mia sostanza, di quello che sono.

Solitudini

Perché è così dura stare vicino alle persone che ami nei momenti difficili? Perché quando la sofferenza è più forte tendiamo a respingere tutti, fino a crearci il deserto intorno? Perché si crede a volte che autonomia significhi combattere da soli e non aver bisogno di nessuno? Dimmelo tu, mio amato, che lo hai scoperto sulla tua pelle e hai saputo parlarne, non da esperto o terapeuta, ma da uomo. Ho nel cuore le tue parole sulla solitudine, quella cercata, voluta, preziosissima e irrinunciabile, e quella subita, che resta in scie di dolore e non si cancella mai davvero, ma a cui puoi attingere per rendere la tua vita e quella degli altri più intensa e vera.

Accidia (un esperimento)

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Lentamente lascio che la strada mi porti. Non ho meta né desiderio di guardarmi intorno. L’indifferenza ti salva, ti preserva. Lascio che i pensieri mi scivolino via dalla mente, perché anche i pensieri possono far male. Per vivere bisogna cercare e io non voglio cercare niente. Ah, poter scomparire, così, semplicemente, senza uccidersi né morire, perché anche quella, dopotutto, sarebbe un’azione. Io vorrei solo non esserci. Esserci è dolore, così fingo di essere già scomparsa, dissolta nella sabbia, avvolta in una sciarpa di foglie cadute, confusa in mezzo all’eco delle voci, senza sangue né linfa. Il nulla.

C’è stato un tempo in cui le cose potevano farmi male, i piedi portavano i segni del cammino, veri e propri tagli, a volte, e io ero capace addirittura di amarli, quei tagli, tanto quanto amavo il primo raggio di sole tra le querce del giardino all’alba, le rotaie della piccola stazione in cui passavano due treni al giorno, che da bambina sognavo di prendere senza leggere la destinazione, il colore blu in tutte le sue sfumature, le valigie, i gelati, respirare nella pioggia. La vita, allora, mi camminava dentro. Oggi la guardo passarmi accanto, la osservo con distacco, non provo più niente per lei.

Tra quella che tanti anni fa era la mia casa e le altre quattro o cinque vicine si era creato un minuscolo triangolo, una specie di cortiletto, che ad ogni temporale si impregnava d’acqua, e anche dopo che le pozzanghere si erano fatte via via meno profonde, fino a divenire semplici chiazze umide, per molti mesi tutto il fondo manteneva l’aspetto lucido e scuro del cemento bagnato. Era riparato sui quattro lati dagli alti muri delle case intorno e la luce diretta non lo colpiva mai, né era mai battuto dal vento, o esposto al caldo o al freddo.

Adesso le case intorno non esistono più. Il pavimento del triangolo è asciutto, senza una goccia d’acqua, e luminoso, luminoso in maniera totale, assoluta, non un filo d’ombra, una sfumatura. Uniformemente, disperatamente asciutto e luminoso. Una colonia di formiche si è appropriata degli spazi, vanno avanti e indietro, talvolta in file ordinate, altre volte invece si spandono un po’ dappertutto. Non ci sono briciole da raccogliere, né insetti, o piante, o persone. Niente. Non le vedo portare cibo da qualche parte, non so cosa cerchino, né se cerchino qualcosa. Sto per ore distesa sui gomiti, a guardare i loro piccolissimi corpi neri che coprono zone sempre più vaste. Quella luce disperata in alto, e guardando in basso, invece, quel nero che si estende. Non ho altro da fare. Quelle formiche sono come le persone che un tempo conoscevo. Cercano una linea retta, una geometria che dia senso al loro movimento, poi rinunciano. Nel loro agitarsi torna il caso. Il caos. Questione di anagrammi. Quante saranno? Centinaia? Migliaia forse.

Dopo i tre, quattro zeri qualunque cosa diventa statistica, anche le persone. Non siamo veramente in grado di concepire, con la nostra mente, la reale differenza tra mille, centomila o cento milioni. Prima li contavamo, i bambini in agonia, anche quelli lontani, che passavano attraverso le immagini e non entravano davvero in casa nostra, ma in qualche misura ci appartenevano. Ho smesso di contare, ormai. Tanto tutto è morto, intorno a me e dentro di me.

Non di rado la notte tremavo, con una violenza che mi spaccava il sonno, quel po’ di sonno che riuscivo a rubare, a volte pochi istanti soltanto, interrotti da un silenzio cosi letale da svegliarmi. Un silenzio che mi entrava nei timpani a tradimento, più doloroso di qualunque suono. Dicono che non potrai mai più liberarti dell’ombra di tutto ciò che rifiuti. Se allontani la pena, se nascondi la paura, la tua vita non sarà che dolore e paura. Io so che non è vero. Quei bambini dilaniati nel mio giardino non erano i miei figli, perché dovrei curarmi di loro? L’uomo che hanno trascinato per i piedi, umiliato e sconfitto, non era niente per me. Ho rinunciato a tutto, perché non c’è niente di peggio dei sentimenti. Uno dipende dall’altro. Se ami, hai paura della perdita. La felicità non può esistere senza l’abisso, né la serenità senza il vortice e l’uragano. Infinitamente meglio il nulla. È meglio non cercare un significato.

L’insensibilità ha la grazia del vuoto, di un’assenza che non diventa mancanza. Non c’è nessuno a cui vorrei mancare, nessuno che mi manca. Come un cecchino contemplo la morte dall’alto, con l’esperta cura dei dettagli di chi conosce il mestiere. A quale angolatura sarà puntata l’arma? A chi toccherà questa volta? Fotografo la morte con lo sguardo, senza che possa toccarmi in alcun modo, vedo soltanto la tecnica inimitabile dell’orrore, il suo tempismo perfetto, ma non mi riguarda, non sono vittima né carnefice, né tantomeno intendo mettermi contro qualcosa o qualcuno. È facile affrontare il pericolo, quando ti importa di qualcosa; ma quando tutto è indifferente, non esiste più un pericolo da affrontare, né una speranza. Non c’è più inizio, né fine. Tutto è spento, dimenticato; qui non c’è più nessuno, nemmeno io. Le formiche si appropriano anche del mio spazio, mi camminano addosso, non m’importa, ho smesso anche di tremare di notte. Sono libera. Ero carne, oggi sono pietra.

Un bisogno infinito di mare

Ho un bisogno infinito di mare, il bisogno di sedermi in un luogo dove si senta forte la tua presenza, e non esiste un posto così che non sia legato al mare. Ho bisogno di vivere a fondo il rimescolio che sento nelle viscere ogni volta che ti guardo. Sono in gabbia, una gabbia di non-senso. So che con il senso c’entri sempre tu, ma non so come, né dove cercarti quando, come adesso, sembra che il tuo viso si faccia più vago e il ricordo si allontani. Le parole? Oh, ma le tue parole le conosco quasi a memoria, compresi gli intercalari, e l’espressione che hai quando li pronunci. Quindi evidentemente non si tratta di questo. Ho ripreso a leggere, è tanto che volevo e pensavo servisse anche a questo, a ritrovare un senso, ma forse ho sbagliato libro. Quello che ho preso – che mi ha chiamato dallo scaffale, direbbe qualcuno, perché l’ho notato in mezzo agli altri e scelto d’istinto – è un libro sulla mancanza di senso. È un libro che la mancanza di senso te la fa respirare, vedere, udire, assaporare. Dicevo tempo fa che forse un senso non serve, che sta semplicemente nell’esserci. Ma non riesco a smettere di cercarlo. Vivo nei sogni, mentre tu hai vissuto i tuoi sogni, Sono sempre scissa, tra fuga dal mondo e voglia di starci dentro più che mai, tra l’insofferenza per la solitudine, la voglia di stare in mezzo agli altri, e l’amore per la solitudine, il bisogno di stare con me  stessa e con poche persone ben scelte; tra cuore e mente, tra istinto e razionalità, tra rabbia e dolcezza, tra severità e indulgenza; tra la scarsa voglia di litigare e la crescente consapevolezza che per il quieto vivere finiamo per ingoiare rospi che alla lunga ci distruggono il fegato; tra paura e coraggio; tra il desiderio di punti fermi e quello di non averne neanche uno; e tra tanti amori, nessuno dei quali è meno prezioso degli altri. Ho bisogno di mare, ho bisogno di risposte su di me che vengano ascoltandomi mentre guardo le vele e mi immagino in viaggio, perché devo vivere, scegliere un sogno e viverlo fino in fondo. Ho pensato una piccola cosa, un minuscolo atto di ribellione, di incoscienza, di anticonformismo. Ma proprio minuscolo. Non per me, però, per me non è così minuscolo. E non so se ne avrò il coraggio. Ora che viene l’estate e non c’è bisogno di essere seri, ora che compio cinquant’anni e tanta voglia di allegria, ora che continuo ad avere cinquanta progetti in mente ma finalmente ne ho completato almeno uno di quelli tosti, di quelli che per una vita mi sono sembrati desideri campati per aria e nulla più. Partire da lì per scompigliare il mio mondo un altro po’, perché alla fine è sempre lì che sei, è sempre lì il senso. Non chiedersi più cosa penseranno gli altri, ma fare quello che si sente e basta, che se qualcuno ha voglia di criticare, un modo lo trova comunque, e piacere a tutti non si può. Forse non è poi una sfortuna.

Una promessa

Sono pronta a partire. Da stasera. Da adesso. Te lo devo in fondo. Ho riordinato le idee, mi sono riconosciuta capacità di cui ero tutt’altro che sicura, ho affilato le armi, per così dire, ho usato la scrittura per fare scorta di cose belle, per accostare il mio cuore al tuo e prendere in prestito da te quello che non avevo. Per fermarmi a pensare senza avere la sensazione di “perdere tempo”, ma al contrario, di prepararmi nel modo migliore per qualcosa di importante e fortemente voluto. Sei stato e sei dentro ogni fotografia, ogni parola, ogni emozione, tutto quello che c’è qui dentro, questo luogo ti appartiene almeno tanto quanto appartiene a me. Ti appartiene anche l’attimo di esitazione prima di dire qualcosa, quel piccolo fremito di quando infine lascio andare quello che ho scritto e sono felice e un po’ spaventata. Ti appartiene il momento in cui qualcun altro si ferma su qualcuno di questi segni che ho tracciato, e ci si ritrova almeno un poco. Ho parlato di coraggio, di libertà, di sogni, e tu eri lì. Ho parlato di luce, di forza, di mettersi in gioco, e tu eri sempre lì, più che mai. Ho parlato di vivere le proprie scelte fino in fondo, e non potevi che esserci.

In tutto questo c’entra, e c’entra molto, questo progetto di cui non riesco ancora a parlare se non per brevi cenni, piccoli appunti, note a margine e allusioni. E dentro ci sei talmente tanto che forse è anche questo che mi fa un po’ paura. Ho scelto di sentirti in questo ancor più che in qualunque altra cosa. Ho scelto che ci fossi, e tu ci sei. Da stasera, lo prometto qui, a te e a me perché sia una promessa irrevocabile, da stasera ci sono anch’io. E questo progetto lo prendo per mano come se prendessi te, per mano. e lo porto avanti, Come se camminassimo sulla stessa strada, come se fosse il nostro viaggio.

Quello che manca, quello che resta / What is missing, what is left

Vedi, gli anni poi passano sempre, anche dopo quegli istanti in cui qualcosa si ferma, si interrompe e crediamo forse sia il tempo, e lo sappiamo in realtà che il tempo passa, ma d’improvviso questo torna a stupirci, come se avvertissimo solo allora l’incongruità: lo abbiamo inventato noi, eppure prosegue per la sua strada, quando è il nostro cuore a essere rimasto, più o meno a lungo, immobile.

Del resto lo so che anche il mio cuore ha continuato a battere benché lo credessi fermo, e il mio tempo è prezioso adesso quanto lo era prima. Di più, forse, perché il valore delle cose lo impariamo a caro prezzo, perdendo ogni volta dei pezzi per ritrovarne di diversi in altri luoghi. Posso aver mancato un battito, un respiro, aver perduto magari il fiato per un po’, ma la vita, quella non l’ho mancata. Cosa mi hai insegnato? Tutto, anche questo.

Oggi è un anno che hai deciso di andar via e ancora sei dentro i mei pensieri con la forza dell’uragano che eri, meraviglioso uragano che scuoteva la nostra quiete in mille modi diversi senza mai far male, insegnandoci che si possono dire le peggiori verità con dolcezza, che essere onesti non richiede necessariamente crudeltà, e che l’unico compromesso accettabile è quello che permette di non far soffrire qualcun altro.

Da te ho imparato che si può essere pienamente consapevoli della violenza del mondo, e non per questo smettere di avere fiducia nelle possibilità di riscatto delle persone. Che si può pensare al passato e vivere nel presente. Che si può ridere dei nostri difetti non per senso di superiorità, ma per empatia. Che si può ridere e far ridere per rendere migliore la vita. Che un uomo può essere sentimentale senza perdere un grammo di virilità. Che le nostre abitudini possono essere, agli occhi di un altro, tanto strane quanto possano sembrarci le sue (Mindy: You know, I still can’t get over this. I’m sitting here having breakfast with a being from another planet. MorkWhat a coincidence. So am I.).

Che bisogna sempre giocare, anche quando si pensa di aver perso in partenza e le condizioni del campo sono improponibili.

Che dobbiamo sempre chiederci il perché delle abitudini e delle idee e più sono incrostate nella tradizione millenaria, più dobbiamo farlo. Sedersi a testa in giù o salire su un tavolo non sono che modi per dire tutto questo senza parole. E a te che sapevi sparar fuori parole alla velocità della luce, ne servivano in realtà pochissime, come a tutti i grandi uomini, per dire quello che non sapevamo di sapere già e far cadere tutti gli inutili veli con cui lo coprivamo.

La vita è buffa, e non devo certo venirlo a dire a te. E’ buffa e solo chi sa quanto possa essere incredibilmente bella e l’ha amata sempre senza mai tradirla, sa che si può accettarne la fine senza smettere neanche allora di amarla, perché si può essere vivi solo finché si è liberi. Poi naturalmente vengono fuori le solite banalità sul lato oscuro dei comici, sulla tristezza nascosta dei clown, e via così. Come se il lato oscuro non ci fosse in tutti noi. E come se l’unico aspetto tuo che noi abbiamo visto, fosse quello comico. Non ho proprio capito come si potesse vedere un clown, in te. Tutto avrei pensato, tranne che quello.

E del resto, tu anche.

In un’intervista hai preso in giro quel luogo comune, in quel modo che prendevi talvolta quando facevi dell’ironia gentile sulle cose serie, così dolce e pacato da essere quasi poetico. ‘The idea of the sad clown thing, I think it’s the idea of, you know, all of a sudden you be funny and then that moment of tenderness. But sometimes you have to be very careful that it doesn’t go into saccharine or too much sentimental. If you keep it real… That’s what makes it work. And if the show works on that level, I think the sad clown or the somewhat melancholy clown or the melancholy mime which sits next to the sad clown — he’s in a box with a window, looking out.’

Eppure vedi, ci casco anch’io nei cliché. ‘andar via’, ‘accettare la fine della vita’, qualunque cosa pur di non scrivere quella parola che tanto ci spaventa perché ci dice, duramente e senza sconti, che una persona davvero ‘non c’è più’, non è in un luogo che pur lontano, possa comunque sembrare raggiungibile. L’idea che da qualche parte tu comunque fossi lì e continuassi a creare, a parlarci di noi, a metterci di fronte all’assurdità delle cose normali, mi rassicurava. Ci saresti sempre stato, pensavo, a farmi capire le cose che non capivo, a sbeffeggiare il potere e difendere l’umanità di tutti, a mettere a posto con una battuta quintali di prosopopea e di retorica di chi crede di saper nascondere bene la meschinità del suo avere sempre ragione. Un giorno sarei venuta a trovarti, a vedere lo spettacolo che stavi portando in giro, avrei trovato il modo di vederti dal vivo, avrei sentito il tuo odore e magari ti avrei stretto la mano (ok, beh, andavo anche più in là, ma questo non ha importanza, qui). Ti avrei messo definitivamente tra le cose più reali della mia vita, al posto che ti era sempre spettato di diritto, in mezzo a quello che avevo di più vero e di più vivo.

E invece, hai deciso di morire.

Non so nulla di questo. Ma per tutto quello che ho detto, credo sia stata una scelta consapevole. Ho letto cose diverse, ma a pensarti vittima, schiacciato da qualcosa che ti aveva sottratto la capacità di intendere e volere e aveva deciso per te, io non ci riesco. Tu? Difficile crederlo. Tu, Genio non imbottigliabile, hai sempre inteso, e voluto, infinitamente più degli altri, secondo me. Ho sempre pensato che dietro la timidezza, evidente nonostante l’infinita energia e una capacità comunicativa senza uguali, tu avessi la volontà più ferrea che si potesse immaginare.

E visto che nella tua testa non c’è nessuno di noi, piuttosto che in un annientamento della tua ragione, trovo maggior conforto a pensare che abbia deciso la tua morte come hai deciso la tua vita. Che abbia ben ponderato quello che avrebbe significato, per te e per gli altri, vivere senza tanto di quello che aveva reso quella vita significativa, importante, per te e per quello che eri e per come eri. E che abbia considerato che ne era valsa la pena sempre, ma ora non più. Che dopotutto, te la eri goduta, e tanto, e che poteva bastare. E gli altri pensassero un po’ quello che volevano, tanto tu, comunque fosse, avevi fatto ancora una volta quello che ritenevi giusto, e il resto non aveva importanza. ‘He was a comedian. […] Of course I’m very sad, but he lived on his own terms, even to the end’ (Da “Moscow on the Hudson”).

Naturalmente, è solo una mia impressione, vale come quella di chiunque non ti conoscesse da vicino. Ma questo penso, sulla base di tutti questi anni in cui ho seguito per quanto potevo tutto quello che facevi e dicevi. E allora mi è venuta questa idea, non so quanto stupida, inadeguata, persino immorale magari, ma ho pensato, se avessi avuto l’immensa fortuna di conoscerti da vicino, di essere qualcuno che ti voleva bene, e a cui tu volevi bene, avrei voluto avere la forza di dirti ok, se hai deciso di andare via, la scelta non può che essere solo tua, sei tu a sapere quando hai vissuto davvero fino all’orlo, e se hai sempre deciso della tua vita, forse è giusto che decida anche la tua morte. Solo lascia che ti tenga abbracciato fino all’ultimo, perché dopotutto forse non è così inevitabile morire da soli. Chi ha dato tutto merita tutto.

E così, continuo a tenere con me la parte viva, sorprendendomi, qualche volta, ma a volte no, che sia successo davvero quello che speravo, cioè che il tempo non abbia sbiadito nulla del ricordo, anzi. Forse perché è una memoria che mi sono scelta e che per questo continuo a scegliere ogni giorno, perché tiene in vita il mio tempo, i miei sogni, la parte migliore di me e del mio mondo. Ho detto che avrei custodito questo ricordo, ma neppure io ero certa fino in fondo che avrei continuato a farlo per tanto tempo. Qualcuno sicuramente pensa che sia assurdo, per una persona che neanche conosco. Ma il bello di invecchiare, per quanto possa far paura, e credo che anche questo tu lo sapessi, è che ti puoi permettere finalmente di non curarti di nulla che non sia quello che conta veramente per te, cioè quello che senti dentro. Del giudizio degli altri, poi, men che meno. E non per presunzione, ma per rispetto.

E quindi questo è tutto tranne che un saluto definitivo, e penso che negli anni a venire, finché ci sarò, più che l’anniversario della tua morte, ricorderò semmai quello della tua nascita. O di un film che hai fatto. O di uno show. O di un’intervista che ho amato particolarmente, magari. Perché è la vita che conta, e non il fatto che poi finisca. E anche questo, lo sai bene, l’ho imparato da te.

What makes me happy? My family, work and, I think, being around, you know, and creating.’

Lo scorso ottobre scrivevo queste cose:

Io che sono insofferente verso guru, capi carismatici (capi in genere, direi) e uomini della provvidenza di ogni specie, penso che sia importante scegliersi un Maestro, qualcuno con cui costruire la nostra personalissima strada. Io ho avuto la fortuna di scegliere quello che è sempre stato il migliore per me. Uno che ha reso più leggera la mia vita nei momenti pesanti. Un uomo nel quale credevo da ragazzina ingenua e nel quale posso credere ancora oggi (che non è scontato). Uno talmente grande, che quando mi manca di più, è nelle cose che ha lasciato che cerco conforto, e lo trovo sempre.

E’ bello che questo sia ancora vero adesso. E’ bello pensare che sarà vero fino a che avrò respiro.

You see, years will always go by, even after those instants in which something stops moving, and we think it may be time. Sure enough, we know time goes by; nevertheless, in certain moments, we are taken by surprise, as though only then feeling the inconsistency: we have invented time, and yet it carries on along its own way, when it is our heart that stands still for a while.

Indeed, I know that my heart too has continued to beat, although I thought it was not, and my time is precious now as it was before. Even more, because we learn the value of things at a high price, by losing pieces of ourselves every time, and finding different ones elsewhere. I may have missed a beat, I may have lost my breath, momentarily, but life, I haven’t missed that. What have you taught me? Everything, including this.

It is a year now since you decided to go away and you are still in my thoughts with the strength of the hurricane you were. An amazing hurricane, that shattered our quietness in a thousand ways without ever hurting us, teaching us that the worst truths can be said gently, that being honest does not necessarily mean being cruel, and that the only acceptable compromise is one that allows you to prevent the suffering of other people.

From you, I have learnt that one can be fully aware of the violence of the world, and yet never lose faith in the possibility of redemption of each person. That one can live in the present while thinking about the past. That we can laugh of our defects, not out of a sense of superiority, but out of warmth and empathy. That one can laugh and make others laugh to make life better. That a man can be sentimental without losing an ounce of virility. That our habits can be, in the eyes of another person, as odd as theirs can appear to us (Mindy: You know, I still can’t get over this. I’m sitting here having breakfast with a being from another planet. MorkWhat a coincidence. So am I.).

That we should always play, when the conditions of the field are insane, and the match may seem to be lost from the beginning.

That we should always ask ourselves the reasons of our habits and ideas, and the more encrusted they are with millenary tradition, the more we should do it. Sitting on your head or climbing on a table are just a way to say all this without words. And while you could shoot words at light speed, you only needed very few, like all great people, to say what we already knew – but were unaware of – and lift all the unnecessary veils with which we covered it.

Life is funny, I needn’t tell you that, obviously. It’s funny, and only someone who knows how immensely beautiful it can be, and has always loved it without ever betraying it, knows that you can accept its end and even then, not stop loving it, because you can only be alive if you are free. Then, of course, the usual platitudes come out, the dark side of comedians, the hidden sadness of clowns, and all that. As if the dark side was not in each one of us. And as if the only aspect we could see in you was the comedian. It just beats me that you could be seen as a clown. Anything but that, I’d have thought.

And indeed, you too.

You made fun of that stereotype in an interview, in that way you could take at times, when your irony addressed something really serious: so gentle and sweet as to be almost poetic. ‘The idea of the sad clown thing, I think it’s the idea of, you know, all of a sudden you be funny and then that moment of tenderness. But sometimes you have to be very careful that it doesn’t go into saccharine or too much sentimental. If you keep it real… That’s what makes it work. And if the show works on that level, I think the sad clown or the somewhat melancholy clown or the melancholy mime which sits next to the sad clown — he’s in a box with a window, looking out.’

But you see, I slip into clichés myself. ‘Go away’, ‘accept the end of life’, anything to avoid writing the word that frightens us so much, because it tells us, in an unmitigated, blunt way, that someone indeed is no longer there, is not in any place that may be far away but somehow reachable nonetheless. Just the idea of you being around somewhere and continuing to create, to speak of us, to make us face the absurdity of normal things, it reassured me. You would always be there, I thought, to make me understand what I didn’t understand, to jeer at power and defend the humanity of everyone, to scale down with just one joke the incredible amounts of haughtiness and rhetoric of those who believe they have hidden well enough the meanness of their being always right. One day I would come to your town, I’d see the show you were touring, find a way to see you live, smell your scent, shake hands with you maybe (ok, I went further than that, but this does not matter here). I’d finally put you among the most real things in my life, in the place that has always been yours by right, amidst all I had that was most alive and most true.

But you decided to die.

I know nothing about this, but in light of everything I’ve said, I am convinced it was a voluntary choice. I have read otherwise, but to think of you as a victim, crushed by something beyond your control that decided for you, well, I just can’t. You? It really is hard to believe. You, the Genie that could not be locked into any lamp, you have been aware of your wishes, and lived as you wished, in my opinion, infinitely more than anyone else. I have always thought that behind your shyness, apparent despite your endless energy and unmatched communicativeness, you had an iron will, the strongest one could imagine.

And seeing that none of us is inside your head, rather than in the annihilation of your reason, I find greater comfort thinking that you might have decided your death just as you decided your life. That you thoroughly weighed what would mean, for you and for those around you, to live without so much of what had made your life significant, important, for you and for what you were and for how you were. That you considered that it had always been worth the while, but not anymore. That after all, you had had fun, a lot of it, and now you could call it a day. As for the others, let them think what they would, for happen what may, you did, once again, what you felt right, and nothing else mattered. ‘He was a comedian. […] Of course I’m very sad, but he lived on his own terms, even to the end’ (From “Moscow on the Hudson”).

Of course, it’s just my feeling, it counts for no more than that of anyone who didn’t know you closely. But this is what I think, based on all these years in which I have followed, as far as I could, everything you said and did. And this idea has come to my mind, I don’t know whether it may be stupid, inadequate, even immoral, maybe, but I’ve thought, had I be so immensely lucky as to actually know you closely and be someone you cared for, and who cared for you, I’d have wished to be strong enough as to tell you ok, the decision must be yours and no one else’s. You alone can know when you’ve lived your life to the brim, and if you have always chosen how to live, it may be only right that you should decide on your death too. Only, please let me hold you till the end, because after all, perhaps it is not so necessary to die alone. Someone who has given everything deserves everything.

So, I keep the living part with me and I am surprised sometimes, but other times I am not, that what I hoped has indeed happened, I mean that time would not diminish the memory in any way. It may be because this is a memory I’ve chosen myself and for this reason I keep choosing it day by day, because it keeps my time alive, my dreams, the best part of myself and of my world. I said I would cherish it, but even I wasn’t certain I would do it for so long. Someone will certainly think it’s madness, for a person I haven’t even ever met. But the best part of getting older, frightening as it may be, and I think you knew this as well, is that you can afford at last not to care about anything but what really matters for you, that is, what you feel inside. And least of all, of being judged. Not out of arrogance. Out of respect.

Therefore, this is all but a final goodbye, and I’m sure in the years to come, until I’m around, rather than the anniversary of your death, I’ll celebrate that of your birth. Or of a movie you acted in. Or of one of your shows. Or of an interview I’m especially fond of. Because it’s life that counts, not the fact that it ends sooner or later. And this, as you very well know, is another thing I’ve learnt from you.

What makes me happy? My family, work and, I think, being around, you know, and creating.’

Last October, I wrote this:

I am averse to gurus, charismatic leaders (leaders in general, more often than not) and all sorts of men of destiny, and yet I think it’s important to find a Maestro, a guiding star, someone to help you plan your very personal route. I was lucky to choose the one that has always been the best for me, someone who made my life lighter, when it was heavy, a man I believed in when I was a little naive girl and i believe in now (not something to be taken for granted). Someone so great that when I miss him most, It’s in what he left behind that I look for comfort, and always find it.

It’s good that this is still true now. It’s good to think it will true as long as I have breath.

Let’s look at the bright side / il lato buono

Quest’anno, e particolarmente gli ultimi 30-40 giorni, diciamo, hanno messo la mia forza e la mia energia a dura prova. Dicono che io, sotto un’apparenza talvolta fragile, sia molto forte e quasi instancabile. In buona parte è vero e mi rendo anche conto che nei momenti difficili spesso chiunque di noi scopre in sé risorse insospettate, anche se a volte verrebbe da pensare che vorresti poterti lasciar andare un po’ di più, non avere sempre tutta questa resistenza da dover mettere in gioco. Ma è già qualcosa averla. E in questi giorni, in cui sono spesso in questi splendidi luoghi, per un motivo che non è quello che potrei sperare, cerco comunque di far tesoro di tutta la luce che vedo. E di trovare il lato positivo, a costo di scavare tra le pietre a mani nude.

This year, especially, I would say, the last 30-40 days, have strained my strength and energy to the limit. Many say that while I may appear somehow frail-looking, I’m quite strong, almost tireless. This is largely true, and I also realize that at difficult times, any of us may often discover unsuspected resources inside, even though sometimes you might think you’d like to let go a little bit, not having to show all this resilience all the time. But having it is something at least. And in these days, when I’m often in these amazing places, although not for the reason I would have liked, I try to cherish all the light I see. And to find the bright side, even if it means digging through stone with bare hands.