La sostanza dei sogni

Forse è naturale che i rari sogni in cui entri – che sono anche i pochissimi di cui conservo almeno qualche sfocata immagine, qualche parola, ombre quasi impalpabili ma persistenti – non vengano nei momenti in cui più lo desidero, ma quando ne ho davvero, davvero necessità, un bisogno fisico, quasi per sopravvivere. Proprio allora, quando la fatica sarebbe davvero insopportabile senza qualcosa o qualcuno che porti un vento di leggerezza, sei sempre tu a ricordarmi quello che so, con ironia gentile, con quel sorriso che mi lascia senza difese. “Alla stessa destinazione si può arrivare da tante strade diverse”. Questa, più o meno, l’idea che il te del mio sogno ha espresso la scorsa notte. Certo che sono d’accordo, sono parole mie, almeno per metà. Sono certa che tu non solo le hai pensate, ma avresti saputo renderle molto più belle, ci avresti sperimentato sopra, costruito materiale per riderne, le avresti rese rotonde, perfette, indimenticabili, con quel rigore che mettevi nelle improvvisazioni, e no, lo so che non è affatto una contraddizione, credimi.

Sarà un caso, ma oggi sembra tutto diverso. Tutto quello che ieri era insormontabile, oggi appare ridimensionato. Oggi sono stata contenta di quello che è successo, delle parole e dei silenzi, della complicità e del rispetto degli spazi. Oggi sono stata me stessa.

Comunque sì, è ancora così, parto da te per riflettere, picchiarmi con le mie incoerenze, immaginare altri scenari, recitare, a volte, perché lo sanno, i poeti e gli artisti, che attraverso la finzione è più facile arrivare alle verità più lontane, dense e profonde. Parto da te per rimestare i pensieri, che serve sempre. Alla fine, quello che rimane di ciò che ho forse solo creduto di vedere e sentire, è che tu in quel momento non eri una semplice figura, ma vita e presenza. Un’impressione notturna, ma se noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora anche questo fa parte della mia sostanza, di quello che sono.

Una promessa

Sono pronta a partire. Da stasera. Da adesso. Te lo devo in fondo. Ho riordinato le idee, mi sono riconosciuta capacità di cui ero tutt’altro che sicura, ho affilato le armi, per così dire, ho usato la scrittura per fare scorta di cose belle, per accostare il mio cuore al tuo e prendere in prestito da te quello che non avevo. Per fermarmi a pensare senza avere la sensazione di “perdere tempo”, ma al contrario, di prepararmi nel modo migliore per qualcosa di importante e fortemente voluto. Sei stato e sei dentro ogni fotografia, ogni parola, ogni emozione, tutto quello che c’è qui dentro, questo luogo ti appartiene almeno tanto quanto appartiene a me. Ti appartiene anche l’attimo di esitazione prima di dire qualcosa, quel piccolo fremito di quando infine lascio andare quello che ho scritto e sono felice e un po’ spaventata. Ti appartiene il momento in cui qualcun altro si ferma su qualcuno di questi segni che ho tracciato, e ci si ritrova almeno un poco. Ho parlato di coraggio, di libertà, di sogni, e tu eri lì. Ho parlato di luce, di forza, di mettersi in gioco, e tu eri sempre lì, più che mai. Ho parlato di vivere le proprie scelte fino in fondo, e non potevi che esserci.

In tutto questo c’entra, e c’entra molto, questo progetto di cui non riesco ancora a parlare se non per brevi cenni, piccoli appunti, note a margine e allusioni. E dentro ci sei talmente tanto che forse è anche questo che mi fa un po’ paura. Ho scelto di sentirti in questo ancor più che in qualunque altra cosa. Ho scelto che ci fossi, e tu ci sei. Da stasera, lo prometto qui, a te e a me perché sia una promessa irrevocabile, da stasera ci sono anch’io. E questo progetto lo prendo per mano come se prendessi te, per mano. e lo porto avanti, Come se camminassimo sulla stessa strada, come se fosse il nostro viaggio.

Così vicino al cuore / So close to my heart

Ti ho così vicino al cuore che anche senza guardare ti vedo, e ti ricordo anche senza memoria. Lo scintillio fugace di un pensiero basta alla mia sopravvivenza, ché mi è letale restare per troppo tempo senza aprire le tue finestre e guardare il mio cielo attraverso i tuoi occhi. Quanto alla terra, la mia è la tua, è sempre stata la stessa, la geografia qui non c’entra. E’ la pazienza di tracciare non solo la propria strada, ma l’intero paesaggio intorno: montagne, corsi d’acqua, paesi, città, grattacieli, animali, persone, perché le tue scelte lasciano orme, impronte sottili e discrete, e tanto più incancellabili. Tutto cambia e si ricrea costantemente al tuo passaggio. E tu sei per me l’onda gigantesca dell’uragano e la solida nave che mi protegge, il ponte su cui camminare al sicuro e la corrente che trascina via, il piatto e la bottiglia vuota e il cibo e il vino di cui riempirli. Sei la quercia contro cui mi abbandono, a cui offro la mia mente nuda e la mia pelle calda, perché mi fido della tua luce e della tua ombra, e del mio corpo che ti cerca e della mia ragione che vuole conoscere tutto ciò che tu conoscevi.

Ah, questa follia, questo sprazzo di follia che m’inquieta un poco, ma di cui non potrei far senza. Tu del resto sapevi che è molto più irragionevole perderla, quella scintilla. E io so, e chi mi è vicino fortunatamente sa, che il cuore è una piccola cosa buffa e confusa, che a volte incespica e s’ingarbuglia ma ha dentro uno spazio infinito.

Chissà quanti blocchi quadrati avrai infilato nei fori rotondi, per rimettere in discussione ogni volta tutto ciò che si fa solo perché si è sempre fatto così. Non è possibile suscitare stupore, se non si è capaci di sorprendere se stessi per primi, guardando al lato buffo e inusuale delle cose più ovvie. Non c’è mai nulla di normale, nella vita. Non deve esserci. E allora anche sedersi a faccia in giù equivale a interrogarsi, perché non bisogna mai smettere di farsi domande sulle abitudini: non ce n’è forse neanche una, di cui conosciamo fino in fondo la ragione, a guardar bene.

Tra le tue frasi, che setaccio come un cercatore d’oro il fiume, cerco i dettagli preziosi che rivelino, pezzettino per pezzettino, le tue fonti d’ispirazione, i modelli che hai scelto per diventare come volevi essere, a modo tuo, perché io possa sceglierli a mia volta per diventare come voglio essere, assomigliarti a modo mio. Mi approprio di ogni cosa tua, con rispetto infinito ma spudoratamente, perché so che non potrebbe mai succedermi di non amare qualcosa, qualunque cosa, che tu abbia amato.

You’re so close to my heart that I can see you even without looking, and I can remember even without memory. The fleeting spark of a thought is enough to keep me alive, as I couldn’t live too long without opening your windows and looking at my sky through your eyes. As for the earth, mine is yours, it’s always been the same, geography has nothing to do with this. It’s the patience to not only chart your course, but the landscape around, entirely: mountains, streams, villages, cities, skyscrapers, animals, people, because your choices leave marks, footprints that are as subtle and discreet as they are indelible. Everything changes and recreates itself, with every step of yours. And to me, you are the giant wave of the hurricane and the solid ship that protects me, the bridge, on which I walk safely, and the current that pulls me away, the empty plate and bottle, and the food and wine, with which they can be filled. You are the oak, against which I abandon myself, to which I offer my bare mind and my warm skin, because I trust your light and your shadow, and I trust my body that is seeking you and my reason that wants to know everything you knew.

Ah, this madness, this spark of madness that disquiets me a little, and of which I couldn’t do without. You knew, indeed, that it is much more unreasonable to lose that spark. And I know, and those who are close to me fortunately know, that our heart is a confused little thing, that sometimes stumbles and gets entangled but inside, it has infinite space.

Who knows, how many square pegs will you have put into round holes in order to cast doubts, every time, on all that we do only because it’s always been done that way. You cannot amaze others if you don’t cultivate your own sense of wonder, by looking at the funny and unusual side of the plainest things. There is never anything normal, in life. There shouldn’t be. And thus, even sitting on your face means to put a question mark on something, because you shouldn’t ever stop challenging habits: there is not even one, maybe, of which we know the reason in full, on second thought.

Sifting through your sentences like a gold-seeker would do with a river, I look for the precious details that will reveal, bit by bit, your sources of inspiration, the models you chose to become what you wanted to be, your way, so that I may, in turn, choose them to become what I want to be, be like you in my own way. I take everything yours for myself, with infinite respect but unashamedly, because I know it could never happen that I don’t love something, anything, that you loved.

Il dono più grande

Una settimana praticamente immobilizzata a letto dall’influenza, strana situazione per pensare alla libertà. Ma tutto il mio essere in questo momento è concentrato sulla libertà. Non solo in questo momento, in effetti, ma adesso mi è diventato più chiaro. E’ il mio viaggio, il mio traguardo e il mio orizzonte. La libertà è un dono prezioso e duro, è così bella da darti il senso della felicità proprio quando vorresti gridare di dolore e nostalgia ed è così difficile che siamo spesso noi stessi a sfuggirla. Ma cosa dovremmo lasciare ai nostri figli di più importante e necessario del desiderio di essere liberi e del coraggio di lottare per esserlo davvero, mettendo se stessi interamente nei propri sogni e nella propria vita? Tu mi hai insegnato che si gioca con qualunque tempo, che nessuna pioggia, per quanto torrenziale, deve poterci fermare. Che conta più di tutto esserci e metterci la faccia, sempre, perché alla fine, è la cosa più veramente “tua” che ci sia. E quando mi è sembrato di stare perdendo il senso di tutte le cose, ho finito per accorgermi che continuavo – e continuo – a cercarlo e a trovarlo nel tuo spirito irriducibilmente libero.

Parlo di te / Speaking of you

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Alba con luna

No, non ho un vuoto dentro. Questa mancanza che in certi giorni si fa più forte, senza preavviso e senza motivo apparente, mi fa pensare al vuoto, ma non è un vuoto. Anzi. Se mi intestardisco a non dimenticarti, devo accettarne le conseguenze. Se decido di rivederti in tanto di ciò che sono, in tutte le cose che faccio, se riempio di te tutto questo, allora questa pienezza riguarda anche il dolore. Per ogni cosa che penso sia vera, in tutto questo groviglio, spesso è vero anche il suo contrario.

Con le parole si spiega il mondo e allora ci devono essere delle parole per spiegare anche questo: una scelta fatta quando tutte le scelte sembrano provvisorie e che invece è diventata, negli anni, definitiva. La scelta, irrazionale, forse, tanto quanto, certamente, profonda e irreversibile,  del mio faro, del mio punto di riferimento, della mia guiding star. Ho affidato la mia fede nel mondo e nella vita a un uomo senza averlo mai visto. Ti ho riconosciuto quasi al primo sguardo e non ti ho mai visto (è l’unico vero rimpianto).  Oltre trentacinque anni di ammirazione incondizionata, affetto, passione, risate e lacrime e come puoi parlare della perdita di qualcuno che hai avuto vicino per oltre due terzi della tua vita, e però non lo sapeva? E perché poi dovrei spiegarlo? Perché dovrei scriverti una lettera pubblica, quando quello di cui parlo sembra così personale? Forse perché il giorno in cui ho ricevuto qualcosa che desideravo da tempo, è stato il giorno della tua morte. Forse perché ho riaperto un blog da tempo abbandonato, e ho ripreso a scrivere, in buona parte, perché non volevo che la vita si limitasse ad “andare avanti”, ma che si fondasse sul ricordo, appropriandosene, scavandolo a fondo e accettandolo pacificamente come una parte indissolubile di sé.  E quindi ho assunto questo parlare di te come una specie di compito, uno di quelli che si scelgono e che si fanno con tutta l’attenzione e la cura di cui si è capaci, che se poi sbaglierò qualcosa, comunque, non fa nulla, quello che conta è l’impegno, il mettersi in gioco.

Perché poi vedi, una delle cose belle è proprio questa. Avrei potuto non capire, lasciarmi scorrere tutto addosso senza trattenere nulla e invece… Queste non sono emozioni che mi hanno travolto, nessuna euforia chimica da innamoramento, nessun impeto accecante che abbia annullato la mia ragione e la mia volontà, ma una vita trascorsa a studiare parole e gesti, tic e inflessioni della voce (prima in italiano, poi finalmente in inglese, scoprendo la “tua” quella “vera”, e che voce!), le battute ricorrenti, le espressioni che sono cambiate nel tempo e quelle che sono rimaste le stesse, il modo di esprimere la timidezza e di schermirti, il modo di difenderti con una fuga apparente, mentre poi eri là a esporti così completamente, a esserci sempre. Un’affinità intuita, poi consapevolmente alimentata e accudita, coltivata con la pazienza che si riserva alle cose veramente preziose.

Ho saputo sceglierti, ho saputo riconoscerti, e ne sono orgogliosa. Sono orgogliosa di condividere tante delle cose in cui credo, e anche dei dubbi che ho, con una persona così straordinaria (anche proprio nel senso di “fuori dall’ordinario”). Sono orgogliosa di quella parte che molto in piccolo, un po’ ti somiglia, quella buffa e divertente e dolce e sentimentale e piena di voglia di giocare, quella che sa ridere e piangere spudoratamente, senza vergogna. Quella che “ha modo con i bambini” e che cerca di imparare a non giudicare mai. Quella che cerca di essere all’altezza. Non di un santo, certo non di un santo. Di un uomo. Un angelo, forse, quell’angelo che in certi momenti vedevo con gli occhi dell’immaginazione, i primi giorni, e che ancora, qualche volta, penso che tu possa essere stato. Un angelo fragile, con una spada affilata in una mano, che era la tua intelligenza, il tuo acutissimo spirito di osservazione, che ti faceva vedere sempre oltre; e nell’altra tutto quell’amore infinito per il mondo, la vita e le persone, un amore tanto grande da ferire, perché non avrebbe mai potuto essere ricambiato con quella stessa forza. O forse sì. Forse poteva, e forse tu lo hai sempre saputo, e hai scelto di vivere per questo, e di andare incontro alla morte quando, semplicemente, sentivi che era il momento giusto, il completamento di tutto, che l’arco della tua vita era arrivato dove doveva. E guarda che comunque, idealizzato o no, della tua “parte oscura” so molto. Però ti dico questo. Sei una di quelle persone per cui mi piacerebbe tanto che esistesse un paradiso. E se dovessi mai attraversare una qualche forma di inferno, vorrei che fossi tu ad accompagnarmi.

No, there’s no emptiness inside. This yearning that gets stronger some days, with no notice and for no apparent reason, makes me think of emptiness, but it is no emptiness. Quite the opposite. If I’m that obstinate in not forgetting you, I have to accept the consequences. If I decide to see you in so much of what I am, in everything I do, if I fill all this up with you, then this fullness regards the pain too. For each thing I think is true, in all this tangle, the contrary is often true as well.
With words, we explain the world, so there must be words even to explain this: a choice made when all choices seem to be somehow tentative and which, however, has become final, over the years. The choice, as irrational, perhaps, as it is, certainly, deep and irrevocable, of my guiding light, my anchor, my captain. I’ve put my faith in the world and in life in the hands of a man I’ve never seen. I recognized you almost at first sight, and I’ve never seen you (this is the only real regret). Over thirty-five years of unconditional admiration, affection, passion, laughs and tears and how can you talk about the loss of someone that you felt so close to for over two thirds of your life, although he never knew it? And why should I explain that? Why should I write you a public letter, when I’m speaking of something that feels so personal? Maybe because the day I received something I had wanted for so long, was the day of your death. Maybe because I’ve come back to a blog I had abandoned for quite some time, and I’ve begun to write again, mostly because I didn’t want life to just “go on”, but I wanted it to be built on this memory, to take on it, delve into it, and accept it peacefully as an indivisible part of itself. That’s why I’ve undertaken to speak of you as some sort of task, one of those you voluntarily assume and carry on with all attention and care you’re capable of, and if I should get something wrong, it won’t matter after all, what counts is commitment, putting yourself on the line.
In the end, you see, this is one of the silver linings. I could have failed to understand, let it all go away and not be touched in any way, and yet… We’re not speaking of emotions that overwhelmed me, no chemistry of love involved, no blinding ardor shaking my reason and will, but a life spent studying words and gestures, twitches and voice tones (at first, in Italian; then in English at last, so I discovered your “own”, “real” voice, and what a voice!), recurring jokes, the expressions that changed over time and those that remained the same, your way of showing shyness, of shielding yourself, of apparently running away for defense, whereas on the other hand you were always there, completely “exposed”, fully present in the moment. This affinity I sensed, and have since consciously nurtured, looked after, cultivated with the special patience one reserves for truly precious things.
I was able to choose you, to recognize you, and I’m proud of it. I’m proud of sharing so many of the things I believe in, and so many of the doubts I have, with someone so extraordinary (also in the meaning of “out-of ordinary”, as it is). I’m proud of that part that is a bit like you, in its own small way, that part that is comical and funny and sweet and sentimental and playful, the part that can openly laugh and cry, without feeling ashamed in any way. The part that “gets on so well” with children and that’s trying never to judge. The part that strives to come up to the mark. Not of a saint, never of a saint. Of a man. An angel, perhaps, the angel I saw through the eyes of imagination in the first days, and that I still think, sometimes, you may have been. A fragile angel, with a very sharp sword in one hand, which was your intelligence and wit, your being such a keen observer, so that you always saw beyond others; and in the other hand, all that endless love for the world, for life and people, so much it hurt, because it could never have been returned with the same strength. Or could it? Perhaps it could, and you’ve always known it and you chose to live for that reason, and to meet death when you felt the time was right, simple as that, everything that mattered was complete, the arc of your life had arrived where it was meant to. And then look, idealized or not, I know a lot of your “dark side”. But I can tell you something. You’re one of those people, for whom I wish so hard there was a heaven. And if I had to go through any sort of hell, I’d want you to be with me.