La ragazza delle montagne – Capitolo 15

VI

La mattina dopo Lewis mandò Drouillard e Shields a caccia, e chiese agli Indiani di restare al campo, e più in silenzio possibile, temendo che il rumore e il numero di tanti cavalieri spaventasse la selvaggina. Non gli era venuto in mente che questa potesse essere interpretata come una richiesta sospetta, risvegliando i dubbi così faticosamente acquietati. Subito, alcuni giovani si allontanarono, galoppando fino a raggiungere i due uomini, seguendoli poi costantemente come ombre.
Nel frattempo, Lewis, Cameahwait e gli altri proseguivano il cammino sulla pianura. Avevano appena oltrepassato una strettoia tra le valli – luogo ideale per un’imboscata, in effetti – quando uno dei giovani che avevano seguito i cacciatori tornò indietro al galoppo di gran carriera, spronando il cavallo con dei gran colpi di frusta. Il Capo si arrestò, con aria preoccupata. Lewis, a sua volta, fu assalito dall’ansia. Se per disgrazia qualcuno dei nemici degli Scioscioni si fosse trovato lì proprio in quel momento, la circostanza di certo non sarebbe stata interpretata come una semplice coincidenza.
Fortunatamente, si trattava di tutt’altro: il giovane riferì che i due cacciatori avevano ucciso un cervo, e che c’era di che banchettare per tutti.
In un attimo, la marcia relativamente ordinata si trasformò in una corsa sfrenata e selvaggia, polvere e scalpitare di zoccoli e grida di esultanza.
Come i suoi compagni, l’uomo che era a cavallo con Lewis si diede a frustare l’animale con tale veemenza che il povero Lewis, che montava senza sella, sobbalzava e rimbalzava di continuo. Gli chiese di rallentare un po’ i colpi, almeno, ma l’uomo era così impaziente che preferì scendere da cavallo e correre a piedi, benché fossero ancora distanti almeno due chilometri.
Quando arrivarono dove si trovava il cervo, i Nativi si avventarono sulla carne, strappando con le mani pezzi di carne e divorandoli crudi. Diversi di loro erano riusciti ad accaparrarsi bocconi di fegato, trippe, reni e intestini, e rivoli di sangue scendevano dagli angoli delle loro bocche. Se l’appetito di Lewis non fosse stato più forte di certe sottigliezze, per un bel pezzo sicuramente non sarebbe più stato in grado di mangiare.
Lui e i suoi uomini avevano provato sulla loro pelle cosa significava la fame, ma solo per un breve periodo della loro vita; per quei poveri diavoli, pensò, la fame era normale, li accompagnava per tutta la vita. La scena si ripeté praticamente identica con un secondo cervo che Drouillard aveva ucciso e lasciato lì per loro; e quando all’ora di pranzo Drouillard li raggiunse con un terzo cervo, ancora una volta, tolta la porzione che Lewis tenne per il suo gruppo, Cameahwait e i suoi mangiarono tutto, compresa la parte morbida presente all’interno degli zoccoli.

Nel pomeriggio, durante un’altra sosta, Lewis rispiegò a Cameahwait in dettaglio il luogo preciso dove avrebbero incontrato Clark e il tragitto per arrivarci. Il Capo, con fare solenne, coprì il collo e le spalle di Lewis e dei suoi con gli splendidi scialli che egli già aveva avuto modo di notare con ammirazione. Capì subito che lo scopo era quello di mimetizzarli, e la ragione era sempre la stessa, ossia il timore dei loro nemici. Con la sua camicia di pelle di daino, scarmigliato, la pelle dorata dal sole, non era necessario nient’altro per dare a Lewis in tutto e per tutto l’aspetto di un Indiano. Gli altri uomini seguirono il suo esempio e presto la trasformazione fu completa.
Quando non erano ormai a più di tre, quattro chilometri dal bivio di Beaverhead, dove Clark avrebbe dovuto attenderli, divenne chiaro che il Capitano non c’era.
Gli uomini di Cameahwait rallentarono, perplessi e di nuovo diffidenti. Sui volti di qualcuno, il dubbio e l’incertezza andavano lasciando il posto a un’espressione vagamente minacciosa. Lewis pensò che una volta che si fossero fermati del tutto, lui e i suoi uomini sarebbero stati in serio pericolo.
Senza avere la minima idea di cosa fare, ma determinato a recuperare la loro fiducia a qualunque costo, Lewis agì col coraggio della disperazione: diede a Cameahwait la sua pistola e gli disse che se i loro nemici fossero usciti dai cespugli, avrebbe potuto usarla per difendersi. «Io non ho paura di morire», aggiunse. «Se vi convincerete che vi abbiamo ingannato, potrete fare di quella pistola l’uso che volete».
Gli altri seguirono quella mossa audace, consegnando a loro volta le pistole ai Nativi. Avendo sopito i loro timori, almeno per il momento, Lewis cercò di pensare rapidamente a un modo per tranquillizzarli un po’ più a lungo.
Gli venne in mente un foglio con certi appunti che aveva lasciato lì vicino per Clark, e mandò Drouillard con uno degli Indiani a prenderlo. Disse poi a Cameahwait che il biglietto proveniva da Clark, il quale lo avvertiva che erano stati rallentati dalla difficoltà di navigare il fiume Jefferson, e si trovavano al momento appena oltre le montagne. Propose che uno dei loro guerrieri andasse in esplorazione, con uno dei suoi uomini, mentre egli sarebbe rimasto, insieme agli altri due membri della spedizione che erano con lui. Compresero subito, senza bisogno che lo specificasse, che in questo modo, egli si stava offrendo come ostaggio. Detestava mentire, e anche questo piccolo stratagemma, giustificato dalle circostanze, lo metteva a disagio; esporre sé stesso significava tra l’altro una promessa, un impegno personale a garantire gli scopi pacifici della spedizione, su cui così spesso aveva insistito.
Il piano fu accettato, tuttavia, benché la maggior parte dei Nativi sembrasse soddisfatta, alcuni sottolineavano che “gli Americani” continuavano a raccontare storie diverse, e accusavano il Capo Cameahwait di esporli a gravi pericoli senza ragione.
Lewis sapeva che se i Nativi fossero andati via, si sarebbero immediatamente dispersi e nascosti tra le montagne, dove sarebbe stato impossibile trovarli. La sua speranza di ottenere dei cavalli e proseguire la spedizione avrebbe rischiato, ancora una volta, di andare in fumo.
In preda a sua volta a mille pensieri e mille domande sul destino di Clark e del resto del gruppo, Lewis usò tutte le sue risorse per mostrarsi perfettamente tranquillo. Intorno al fuoco acceso con rami di salice, Cameahwait e altri cinque o sei uomini sedettero ad ascoltare, mentre egli raccontava di Sacagawea, la ragazza della loro Nazione che avrebbe fatto da interprete, e del suo coraggio; e di York dalla pelle scura come il noce degli Stati del nordest; e di tutto il cibo e gli oggetti che al loro ritorno la spedizione avrebbe loro portato come compenso per i cavalli.
Nessuno di loro dormì molto, quella notte. Non i Nativi, molti dei quali si erano rifiutati di avvicinarsi all’improvvisato accampamento e al fuoco di Lewis, nascondendosi tra i salici, evidentemente ancora timorosi di un attacco notturno. Non Lewis, i cui pensieri erano interamente occupati dal destino della spedizione, che per lui aveva sempre avuto almeno tanta importanza quanto la sua stessa vita.

Di stanchezza e polpettoni

Volevo vedere Dinner at Eight, uno degli ultimi film del 1933 che ritengo da non perdere, tenuto conto che purtroppo King KongDuck Soup, ovvero La guerra lampo dei Fratelli Marx, sono fuori dalla mia portata, perché non si trovano su Internet e non mi attirano tanto da comprarli, solo che di nuovo sono stanchissima. È un periodo che ho sempre sonno e sempre fame. Del resto, sto lavorando molto, dopo una pausa un po’ “molla”, e quando le consegne si accavallano, subentra un po’ di ansia. Aggiungeteci i problemi adolescenziali dei figli e un polpettone di verza, patate e mortadella…

Ieri sera, a dire la verità, chiacchierando fuori con un’amica ho fatto abbastanza tardi e sarei andata avanti ancora un bel po’. Ma per la prima volta in vita mia, dormo sonni abbastanza agitati, mi sveglio almeno una volta a notte e non è da me. Così a concentrarmi sul film non riesco, andare a dormire ancora non posso, la lavatrice l’ho già impostata, che faccio? Proverò a scrivere della mia fanciulla e del suo esploratore. Spero di farcela, scrivere può essere sfiancante o una fonte di energia, secondo i momenti e le circostanze.

Intanto qui posto la ricetta del polpettone, spero che siate interessati, e in più serve a me, perché è piaciuto molto e voglio ricordarmi cosa ci ho messo, visto che cambio tutte le volte…

Allora, ho soffritto due piccolissime verze coltivate da noi (penso che valgano come mezza verza di quelle normali, ma erano veramente buone) in una cipolla, due spicchi d’aglio, un pezzo di gambo di sedano e mezza carota (una piccola andrebbe bene lo stesso, quella era grande). Ho aggiunto un po’ di vino bianco e della maggiorana (e sale e pepe), ho fatto andare il tutto per una ventina di minuti, poi ho aggiunto un etto abbondante di mortadella tritata, e dopo poco ho spento. Nel frattempo ho bollito in acqua salata 5 o 6 patate (sempre delle nostre, ma non è indispensabile), sbucciate e tagliate a pezzi per far prima. Ho versato la verza e la mortadella in una coppa, ho aggiunto le patate, schiacciandole con una forchetta, poi due uova, un po’ di pangrattato e del formaggio grattugiato. Ho messo il tutto in teglia, appianandolo con la forchetta, e sopra ho grattugiato dell’altro pane. Infine, un po’ d’olio e sale sparso in superficie, e informato per circa mezzora a 160-170 gradi (in forno ventilato), più dieci minuti col grill per la doratura. Niente foto, purtroppo, cercherò di far meglio la prossima volta!