Crisi (vogliononvogliopossononposso)

Tra ieri sera e stamattina sono andata un po’ in crisi. Ci si sono messe un po’ di cose, la rinuncia definitiva al nuovo ufficio per ragioni di costi, l’esigenza, non sempre rispettata, che il mio lavoro venga riconosciuto in famiglia, certe critiche che non mando giù, metteteci anche l’età, un libro di poesie che avrebbe dovuto essere pubblicato questo mese ma mi sa che non vedrà la luce per un bel pezzo, e poi quest’altro libro che adesso sembra “non volermi lasciar andare”, mentre io ero propensa a ritenerlo finito, chiuso, e tornarci sopra ancora è un’esperienza intensa, forse preziosa ma non semplice.

Comunque, quando si dice che le crisi possono essere fertili, qualche volta è vero. E poi mi godo il felice momento con i ragazzi, il grande che ha passato l’esame di teoria per la patente e ha iniziato le guide, il “piccolo” che è più affettuoso che mai e inizia a guardarsi intorno per capire la persona che vorrebbe diventare, avendo un po’ più l’idea che può farcela.

Tanto che pensavo, e se ci rinunciassi del tutto? Non a scrivere, ovviamente (non potrei mai), ma a pubblicare. Se tornassi a scrivere solo per me e per chi ha voglia di leggere, senza questi stress, questi sbalzi d’umore, queste paturnie? Con maggiore libertà e forse maggiore freschezza?

In realtà, passato il momento di sconforto, è tornata l’idea di continuare a provarci, e vada come vada, però uff, che patema, come se non bastassero gli squilibri ormonali (che in realtà secondo me non ho affatto, è tutta solo tensione da celafarònoncelafaròvogliononvogliopossononpossodevo)…

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Robin’s Monday, la strada per la felicità

L’unica strada per la felicità è capire che non c’è nessuna strada per la felicità

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Il mio film di Natale? Merry Friggin’ Christmas. Il titolo, già di per sé eufemistico  – e sono certa che Robin non si sarebbe sentito affatto in imbarazzo a usare il non eufemistico fucking, con Dio ha sempre avuto quel rapporto franco, affettuosamente ironico, empatico e del tutto privo di inibizioni che credo avesse con chiunque (al netto della timidezza), e più ancora con chi gli era veramente caro – è tradotto in italiano in modo ancor più eufemistico come Natale con i tuoi. 

Il film racconta della riunione natalizia di una famiglia alquanto disfunzionale, e benché non manchi una certa dose finale di buoni sentimenti, apprezzo il suo essere, per la maggior parte del tempo, onesto e per nulla sdolcinato. Del resto si può facilmente intuire che passato il Natale, la famiglia resterà disfunzionale come sempre, ma come diceva Robin, appunto, c’è un lato disfunzionale in tutte le famiglie e in ognuno di noi, e va bene così. Se si capisce che non c’è una strada per la felicità, ossia, che ognuno può solo cercare di vivere al meglio possibile a modo suo, e che nessuno deve pretendere di conoscere l’unico tragitto possibile, si può poi voler bene davvero, ed è solo da lì che la felicità si può costruire. Spaccandosi la schiena per farlo, beninteso, ma a cercare di fingere ci si spacca la schiena lo stesso, e non serve a niente.

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Lo so, è esagerato, non c’entra, è un paragone che non sta in piedi. Ma le critiche alla (vergognosa? si può dire?) campagna pro-fertilità che ho letto in questi giorni hanno più di un difetto: sono intelligenti, ironiche, ragionate, moderne. Quindi non credo che possano aver presa su persone capaci di ideare questo tipo di pubblicità-regresso. Appena ho visto manifesti e slogan, l’accostamento nella mia testa è scattato immediatamente. Per una volta, reagisco di pancia e posto, con tutte le iper-semplificazioni del caso e senza filtri.

Comunque la campagna ha già ottenuto almeno un risultato, quello di spostare l’attenzione da altri temi più urgenti, più importanti e che non si possono risolvere con qualche slogan improvvisato e un paio di foto dalla rassicurante aria un po’ antiquata (tipo le orecchiette della nonna, per dire, i campi verdi e le spighe di grano stampate su una confezione di pappa bell’e pronta).

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Una cosa non capisco: questa nostra società che ci piace tanto poco è il risultato del modo in cui ci hanno cresciuti i nostri genitori, nonni e bisnonni e vari antenati ai quali possiamo risalire. Perché ci intestardiamo a credere che i buoni, vecchi valori tradizionali fossero meglio, che ci fosse più umanità, che i tempi irrimediabilmente peggiorino? Tralasciamo il fatto che i nostri ascendenti vicini e lontani hanno causato o partecipato a un bel numero di guerre, alcune delle quali di crudeltà inusitata; e tralasciamo anche le dittature che hanno funestato la vita di alcuni, ma nelle quali tanti altri hanno vissuto tranquilli come i famosi topi nel formaggio. A parte questo, dicevo, dobbiamo alla indiscussa autorità della cinghia un bel numero di danni, e altri danni li dobbiamo a quel principio per cui quello che fai bene è tuo dovere, ti punisco per quello che fai male, per cui non aspettarti lodi, mai.

Ci mancano dei punti fermi, questo è vero, e quindi non li sappiamo trasmettere. Ci pensavo in questi giorni perché non riesco a trasmettere ai miei figli (l’Orso Grande in particolare, perché la Bertuccia Piccola queste cose le ha dentro, per fortuna sua) l’impegno, il tempo da dedicare alle cose, la voglia di fare, ma prima di tutto questo l’entusiasmo, da cui nasce tutto il resto. E viceversa, veramente, perché è un circolo virtuoso, se una cosa ti piace le dedichi tempo e impegno, e quel tempo, quell’impegno, trasformano il piacere in passione, in entusiasmo. L’atarassia io non la concepisco, forse già l’ho detto, senza passione non potrei ma soprattutto non vorrei vivere. In pratica, so che il modo in cui si educava ai beati tempi era tutt’altro che perfetto, e non ho ancora trovato una valida alternativa.

Penso che sia questa una possibile causa comune del nostro malessere, in realtà. Siamo consapevoli che “questa è casa mia e qui comando io”, “ti ho fatto e ti disfo” e i vari “sguardi che non ammettono repliche”, prima ancora di essere non più proponibili, erano sbagliati in partenza. Li abbiamo contestati, discussi, sezionati e rigettati, e adesso ci tocca trovare qualcosa di meglio. Che è una bella fatica. Qui torniamo al punto di partenza: senza fatica, senza impegno, senza tempo dedicato, è possibile arrivare a qualcosa di buono?

Queste parole scrivevo ieri mattina, dopo una discussione di quelle toste (diciamo pure quasi un litigio) col figlio grande, con tanto di parole dure, da parte di uno e dell’altro. Ho pensato che quando sgridiamo un ragazzo adolescente o anche oltre (sui diciotto anni, poco più poco meno), lui/lei tende a mettersi sulle difensive e diventare aggressivo(a). Noi diamo la colpa all’età, alla fase particolare, gli ormoni, la crescita, e sarà tutto vero. Però mi sono resa conto che criticare è spesso più facile che trovare cose positive da dire, anche quando si è convinti che sottolineare il buono sia meglio che evidenziare ciò che non va. A me, almeno, succede. E ho riflettuto che non di rado siamo noi i primi a essere in certa misura aggressivi. E anche che spesso la nostra rabbia di adulti nasconde sia un dolore, sia un senso di inadeguatezza, e per questo non “funziona”. Perché forse, pensavo, gridiamo quando non riusciamo a farci ascoltare, quando, di fatto, ci sentiamo deboli.

Dopo quella “lite” qualcosa di positivo è scattato. In entrambi. E’ come se un piccolo pezzo di muro si fosse sgretolato. Mi sono un po’ lasciata andare, ho spiegato proprio questa mia difficoltà. Quando gli dico che buttano via la vita stando attaccati alla tv tutto il pomeriggio (sì, alla fine quasi sempre quello è l’oggetto del contendere), ho detto, non intendo che la buttano via in assoluto. Ma la vita è bellissima, qualche volta faticosa, dolorosa, difficile, ci sono cose che facciamo perché dobbiamo farle e non perché vogliamo, tutto vero. Ma  resta bellissima, se facciamo in modo che lo sia. E ho parlato, anche con loro, ma molto brevemente, due o tre frasi appena, di quelle mie idee che ho su entusiasmo, passione, fare cose con le proprie risorse.

Mentre lo dicevo a loro, ho sentito che ci credevo profondamente. E loro mi hanno ascoltato, e ho visto la loro espressione cambiare, aprirsi, e dopo Orsogrande ha cominciato a raccontarmi piccole cose, a interessarsi a quello che faccio. Granellini, ma ci sono. E in fondo, va detto anche, la lite era stata una lite tra genitori e figli, senza ulteriori qualificazioni, e anche questo è importante. Perché a volte ci si blocca al pensiero che loro sono adottati, hanno sofferto, che certe cose potrebbero prenderle male, che se gli dici… poi pensano… E invece la cosa bella è essere se stessi nelle risate, nelle arrabbiature, nella tristezza e nell’amore e loro lo sanno. E mi sono resa conto che anche quando mi sento un po’ goffa e penso che vorrei cambiare, poi in realtà dentro di me so che mi voglio bene, anche perché i miei principi sono realmente miei, e penso che sia vero per entrambi, come genitori, e che è quello l’importante. Anche se a volte non è facile comunicarli, ce li abbiamo dentro l’anima, e quindi non serve il “perché lo dico io”, ma serve il “perché è questo che migliora la tua vita e quella degli altri”. La strada è tutta da costruire, tra contestazioni, porticine che si aprono e si richiudono e poi si riaprono di nuovo. Si continua a cercare, che poi è l’essenza della vita, dopotutto, no?

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Ieri sera, devo dirlo, ho un po’ sclerato. Sì, lo so, capita più o meno a tutti e quando ci si confronta su queste cose ci si sente meno soli perché presto o tardi il nostro lato più da strega o da orco emerge, specialmente con gli adolescenti.

Quando ti prepari per l’adozione ti fanno moltissimi discorsi sulla responsabilità, sul fatto che questi ragazzi, specie se arrivati già abbastanza grandi (come ormai è la regola) hanno storie dietro le spalle di cui bisogna sempre tenere conto, perché poi ti metteranno alla prova e tu, a quella prova, dovrai reggere.

Poi, qualche tempo fa, hanno detto che forse hanno talmente sottolineato questo aspetto da farci sentire “fin troppo” responsabili. Responsabili di tutto, sempre. Con quell’idea che bisogna arrivare a tutto, mentre a tutto non si arriva, mai.

E insomma, comunque ieri sera il mio lato isterico si è preso tutto lo spazio che di solito non gli lascio perché? Perché non mi sentivo abbastanza considerata. Dopo ovviamente stavo (molto) peggio di prima e direi che la mia considerazione non era messa meglio di me. Il fatto è che ancora cerco un po’ troppe conferme. Ho detto qualche tempo fa che non sono nata per essere autorevole e forse non devo sforzarmi esageratamente per esserlo. Forse è così, in effetti, ma la convinzione che quello che diciamo ha un valore, quella non deve essere messa in discussione. Per timore dei conflitti, io a volte non mi faccio valere e questo non vale solo in famiglia ovviamente.

Dopo ho trovato un modo credo un po’ migliore, ho parlato con la Bertuccia e lui si è tranquillizzato, ha capito che non stavo affermando una mia presunta superiorità morale, ma che i genitori devono fare i genitori, e i figli devono fare i figli, che l’organizzazione della casa (orari del sonno, nella fattispecie) è compito dei genitori, pur senza negare dialogo e flessibilità, perché i genitori sono più grandi e hanno imparato cose che i ragazzi stanno imparando, altrimenti sarebbero i figli ad andare al lavoro e mantenere i genitori (per esempio) e non il contrario. Lui è molto saggio e maturo per la sua età in alcune cose, però a volte ha la capacità di tirare fuori il peggio di me.

Morale? Questo sarà l’anno in cui perfezionare, da parte mia, tre o quattro cose: autostima (dici niente!), ascolto, determinazione (io devo essere profondamente convinta delle cose che dico, mica le ho tirate fuori un minuto fa dal cappello, ci sono delle ragioni dietro); e fiducia (in sé e negli altri, e in particolare: fare in modo che i figli facciano quello che gli chiediamo per fiducia in noi e non perché imposte, e che però sappiano che comunque le regole della casa, poche ma buone, si rispettano.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie di genitori e figli

pc5rrebni

Potrebbe anche essere un “Leone a colazione” fuori tempo, questo, ma in realtà credo siano semplicemente riflessioni abbastanza comuni di un genitore qualunque (o quasi qualunque).

Vedo spezzoni delle fiction, delle sitcom e dei cartoni che i miei figli guardano abitualmente e c’è sempre qualche genitore esasperato che ripete quello che noi ci sfiniamo a ripetere ai ragazzi, più o meno con le stesse parole, lo stesso tono irritato e irritante, e non so se mi dà sollievo o se aumenta il mio sconforto. Per la legge del mal comune mezzo gaudio, può esserci d’aiuto sapere che anche ad altri succede di brontolare, mugugnare, intonare litanie monocordi e poi anche di sclerare e persino di urlare istericamente. Non siamo soli, è vero. Ma siamo così banali, così noiosi? Beh, è ovvio che i nostri figli lo dicano, ci sta. Però fa un po’ male. Poi l’altro giorno il “piccolo” (la Bertuccia) mi chiede di fargli una faccia arrabbiata che gli faccia paura. Tento una smorfia spaventevolissima tale da incutere terrore anche negli eroi dai nervi più saldi e lui mi dice ‘sembri un troll’. ‘Beh’ tento una difesa in corner ‘in effetti i troll fanno abbastanza paura, no?’ ‘Sì, ma tu sembri la caricatura di un troll’ è la risposta. Ottimo. No, non credo che siamo sempre così banali e noiosi, dopotutto.

Mica facile neanche il titolo: dell’infanzia, e delle cose che tornano, e di quelle che restano

(scusate, ho preferito togliere qualche nome)

E’ arrivato il momento, direi, di lasciar andare questo post. Quello che mi ha fatto penare, in questi giorni, per cose che credevo di aver lasciato definitivamente dietro le spalle. Forse non succede mai del tutto, e comunque viene il momento in cui solo raccontarle può togliere ancora un po’ di quell’appannamento che rischia di oscurare i vetri, per vedere meglio il lato luminoso delle cose. Il motivo per cui  amo alcune persone, alcuni libri, alcuni oggetti, moltissime parole. Ma alcune persone di più. Quasi infinitamente.

Alcune di queste parole, poesia compresa, qualcuno di voi le conosce già, ma fuori contesto, per così dire. Stavolta avevo bisogno di dar loro un contesto. 

Mork e Mindy… amatissimo telefilm della mia infanzia, riscoperto da adulta, a frammenti su Internet, e che mi sono infine decisa a ordinare dopo anni di esitazione, forse un assurdo imbarazzo. Ma volevo averlo in ordine, riguardarmi le puntate dalla prima all’ultima e poi magari rivedermene qualcuna a piacimento ogni volta che ne avessi voglia. Mork e Mindy, arrivato a casa il giorno della tua morte, aperto quella sera, che io, senza sapere ancora niente, ho trascorso ridendo per te e con te come una bambina. Mork e Mindy, che mi ha aiutato a capire che dovevo continuare a pensarti e cercarti, perché provando a dimenticare stavo peggio, non potendo riuscirci. Mork e Mindy, il primo segno di qualcosa di cui mi sono convinta ogni giorno di più, cioè che ridere – e piangere – con tutto il cuore e l’anima negli occhi e sulle labbra è il modo migliore di mostrarti tutto il rispetto che meriti.

La mia vita in quel periodo era stata scossa da un bel numero di avvenimenti. Di fatto, da uno; dal quale erano poi scaturiti gli altri: tutto concatenato. Mia madre aveva conosciuto un uomo, A. Mi piaceva, mi lasciava giocare un po’ nel suo ufficio, piccoli esperimenti pseudo-scientifici adatti a una bambina di sei anni, per esempio ne ricordo uno fatto soffiando sui fogli di carta, voleva farmi capire perché si alzavano in volo se nulla li frenava, ma se c’era un peso, restavano ancorati alla scrivania.
Pensavo che avremmo potuto essere felici di nuovo. Qualche volta avevo strane malinconie, e quando mia madre tornava dal lavoro mi comportavo come se avessi temuto di non rivederla più. Immagino che mi mancasse mio padre, anche se non lo sapevo. Mi raccontava mia madre che all’epoca l’inglese lo rifiutavo categoricamente, non volevo sentirlo per nessuna ragione. Eh già, si cambia…
Vivevamo con mia nonna materna, persona splendida che ricordo con molto affetto, ma certo non era la situazione ideale. Ci trasferimmo in casa di A. Avrei avuto anche una nuova sorella, la figlia di A. Era più grande di me, ma andava bene, avevo sempre un po’ voluto una sorella. Non avevo molti amici. Poi forse avremmo potuto avere ancora altri fratelli.
Non tutto andò secondo le aspettative. Mia sorella era un piccolo uragano, e questo a lungo andare è stato un bene, ma subito rimasi un po’ stordita. Ero un po’ cocca di mamma io, sai, molto ligia, quieta, propensa a farmi dimenticare restando per ore in silenzio a leggere in qualche angolo remoto della casa. Il più remoto possibile. Con qualche piccolo, subdolo accesso di rabbia di cui mi vergognavo mortalmente. Non so se ci saremmo capiti, allora. Niente parolacce, tutto ciò che era lontano dai binari consueti e dal buon vecchio senso comune mi metteva a disagio. Curioso, eh?
Questo, dico, prima che con mia sorella cominciassimo ad arrampicarci sulle corde e sugli alberi, fuggire da squali inseguitori, giocare alla guerra, lanciandoci pietre da dietro i massi sugli spiazzi del sentiero che da casa nostra – l’ultima prima che la città finisse – conduceva direttamente a uno dei forti di Genova attraverso colline, rovi, more, ginestre e luoghi di avventura da esplorare.
Questo è stato il lato bello dell’infanzia. Con lei ci siamo anche picchiate a sangue, prima di diventare amiche inseparabili, più ancora che sorelle. E abbiamo avuto altri fratelli, sì. Abbiamo saltato e ballato e cantato per la gioia ad ogni nuova nascita, e sono state tre, di cui una gemellare. Sei fratelli siamo, ci pensi? Da figlia unica, sono diventata la seconda di una famiglia numerosa, vivacissima, movimentata, sconclusionata, per tanti aspetti meravigliosa.
Se.
Se non fosse stato che prima ancora che nascesse il primo dei suoi figli, appena morì mia nonna, A. rivelò un aspetto del suo carattere che non avevamo sospettato, ed era un aspetto che fagocitava tutti gli altri, annullando i giochi con i fogli di carta e l’aria, le passeggiate con me sulle spalle, le bambole regalate a cui mi ero affezionata pensando fossero i doni di un padre.
Di fatto, A. era, forse è ancora, e mi dispiace dirlo perché so di poter far male a persone a cui voglio bene, ma devo esprimerla questa cosa, lui era, è, dicevo, patologicamente incapace di voler davvero bene a qualcuno. Sé stesso compreso, penso. E questo si manifestava più di tutto in due modi: con la violenza, e buttando via le cose che ci erano più care.
Io reagivo tenendo gli altri lontani, e oscillando tra senso di inferiorità e di superiorità, cercando di parlare il meno possibile per poter continuare a credere che se mai avessi parlato, avrei dispensato perle di saggezza tali da lasciare tutti a bocca aperta e così tutti, io compresa, ci saremmo finalmente resi conto che ero perfetta.
Credo che molto di me non ti sarebbe piaciuto, allora, piaceva così poco anche a me. Ma sono sicura che una cosa l’avresti capita bene: ci vuole tempo, vero, ad accettare l’imperfezione? E ce ne vuole ancora di più per imparare ad amarla come una risorsa, per comprendere che il lavoro di Dio forse non è il più invidiabile, e che “Lui” si perde moltissimo anche ad essere infallibile, perché gli errori non servono solo a imparare, sono preziosi in sé, vanno fatti tanto per farli, già. Perché è quello che ci rende umani, ed essere umani non è affatto male, dopotutto. Ma è una cosa che si impara quando si diventa grandi. Fa parte del bagaglio di esperienze che porti con te quando lasci l’infanzia. E sai cosa ti dico? Che forse a perdonarmi, a perdonare, ho imparato perdonando te. Perché non ti ho mai visto perfetto in realtà, mai. Ho amato visceralmente i tuoi difetti tanto quanto le tue qualità. E senza rendermene conto, ho continuato a riflettere le mie imperfezioni e quelle degli altri nelle tue, per vedere se potevo accettarle. Perdono. Che parola densa. Cosa ci dia il diritto di perdonare e perdonarci non lo so, ma qualche volta ci è necessario.

Perdono

Forse non avrei voluto conoscerti ragazzo,
il tuo talento acerbo mi avrebbe
di certo ferita, io permalosa, e tu
m’avresti creduta altera, incapace
di leggerezza, scambiando per arroganza
quel velo di serietà con cui mi difendevo
dalla paura di desideri inconfessati,
così distante dal tuo il mio senso della vita.
O forse invece avrei voluto, allora,
veder crescere il tuo tempo a poco a poco
e poi tu quel velo lo conoscevi bene,
lo avresti scostato con dolcezza,
sfiorandomi i capelli, levando una ciocca
da davanti ai miei occhi e scrutandoli
attento per leggervi ciò che già sapevi,
e con te mi sarei davvero divertita,
al tempo giusto, quello che poi resta.
E avrei visto come la solitudine e il dolore
li avresti rivestiti d’amore da spandere
sul mondo a piene mani, studiando gli altri
per affetto e conoscenza, curioso
come un gatto o come quella scimmia, sì, il gorilla,
che ha pianto tanto, sai, dopo quel giorno
ché di amici veri, forse, neanche gli animali
ne hanno tanti, dico di quegli amici
che leggono dentro di loro fino in fondo
e li amano di più proprio per questo.
Avrei visto i tuoi giovani giorni duri,
quelli dell’amico che non si è salvato
ma anche i tuoi figli, silenziosamente
accettando che fossero di un’altra
e avrei visto crescere i tuoi no,
i tuoi respiri riprendersi lo spazio
di pari passo col tuo diventar grande.
Dicono sia inutile accanirsi col destino
ma non so fare i conti delle volte
che ho vinto oppure che ho perduto.
Quante cose avrei da farmi perdonare?
Quante, chissà, da perdonarti, che
l’affetto è fatto di piccoli perdoni quotidiani
per non doversene rimangiare poi
uno troppo ingombrante da poter portare.
E allora sai cosa ti dico, che ti perdono
per ogni singolo giorno, ogni singolo
istante, ogni prezioso granello
di sabbia ch’è entrato nei miei occhi
costringendomi a vedere ciò ch’era nascosto;
per ogni parola e gesto, ogni silenzio,
ogni spazio occupato nel mio cuore
per ogni stella che guardo, per ogni
lontananza di cui non so che fare.
Ti perdono per ogni poesia letta,
per ogni oggetto smarrito, per ogni
chiave che non ha girato ed ogni
porta ch’è rimasta muta e chiusa,
per ogni volta che ti cerco ed anche
per quando ti trovo solo per riperderti
e rivivere tutto da principio. Non so
alla fine, perdonarti per cosa, per nulla
forse. Diciamo per tutto, e così sia.

In seguito ho imparato a prendere per mano quella me stessa così infantile, rabbiosa, vendicativa, capricciosa, vittimista. A partire da Mork, ho imparato a sentire dentro di me la voce gentile che aveva fiducia che le cose potessero cambiare in meglio. A quella bambina ho riconosciuto la forza di rialzarsi, di chiedere aiuto, di volersi guardare dentro, capirsi e migliorare. E tu lo sai che la mia voce gentile, quella che comprende e perdona, che sostiene e incoraggia, quella, soprattutto, che ascolta, è ancora la tua, oggi più che mai, riconoscibile, scelta e decisa con cura tra tutte le altre, ha il tuo timbro, il tuo tono, la tua profondità, la tua allegria, ma più di ogni altra cosa, la tua tenerezza, capace sempre di sciogliermi dentro, addolcire ogni male e riscaldarmi il cuore.
La convivenza di mia madre con A. è andata avanti per oltre dieci anni, ero abbondantemente maggiorenne quando infine siamo riusciti ad allontanarlo.
Adesso puoi capire? Come avrei fatto senza l’adorabile alieno che ha saputo scompigliare la mia vita lasciandoci entrare il disordine, quello che crea e che sovvertendo costruisce, proprio mentre qualcun altro rischiava di distruggerla con la follia di una logica apparente, ogni cosa al suo posto e niente in ordine? In qualche modo, immagino, sarei andata avanti comunque, avrei trovato un’altra strada. Ma tu c’eri, allora e dopo, e… ecco, sono molto felice che sia stato proprio tu a essere lì. Devo molto a tante persone, ma il debito che ho verso di te è prima di tutto un debito di affetto. Ti voglio molto, molto bene e so che non avrei potuto sperare di trovare qualcuno che meritasse questo affetto e questa gratitudine più di te.