Mica facile neanche il titolo: dell’infanzia, e delle cose che tornano, e di quelle che restano

(scusate, ho preferito togliere qualche nome)

E’ arrivato il momento, direi, di lasciar andare questo post. Quello che mi ha fatto penare, in questi giorni, per cose che credevo di aver lasciato definitivamente dietro le spalle. Forse non succede mai del tutto, e comunque viene il momento in cui solo raccontarle può togliere ancora un po’ di quell’appannamento che rischia di oscurare i vetri, per vedere meglio il lato luminoso delle cose. Il motivo per cui  amo alcune persone, alcuni libri, alcuni oggetti, moltissime parole. Ma alcune persone di più. Quasi infinitamente.

Alcune di queste parole, poesia compresa, qualcuno di voi le conosce già, ma fuori contesto, per così dire. Stavolta avevo bisogno di dar loro un contesto. 

Mork e Mindy… amatissimo telefilm della mia infanzia, riscoperto da adulta, a frammenti su Internet, e che mi sono infine decisa a ordinare dopo anni di esitazione, forse un assurdo imbarazzo. Ma volevo averlo in ordine, riguardarmi le puntate dalla prima all’ultima e poi magari rivedermene qualcuna a piacimento ogni volta che ne avessi voglia. Mork e Mindy, arrivato a casa il giorno della tua morte, aperto quella sera, che io, senza sapere ancora niente, ho trascorso ridendo per te e con te come una bambina. Mork e Mindy, che mi ha aiutato a capire che dovevo continuare a pensarti e cercarti, perché provando a dimenticare stavo peggio, non potendo riuscirci. Mork e Mindy, il primo segno di qualcosa di cui mi sono convinta ogni giorno di più, cioè che ridere – e piangere – con tutto il cuore e l’anima negli occhi e sulle labbra è il modo migliore di mostrarti tutto il rispetto che meriti.

La mia vita in quel periodo era stata scossa da un bel numero di avvenimenti. Di fatto, da uno; dal quale erano poi scaturiti gli altri: tutto concatenato. Mia madre aveva conosciuto un uomo, A. Mi piaceva, mi lasciava giocare un po’ nel suo ufficio, piccoli esperimenti pseudo-scientifici adatti a una bambina di sei anni, per esempio ne ricordo uno fatto soffiando sui fogli di carta, voleva farmi capire perché si alzavano in volo se nulla li frenava, ma se c’era un peso, restavano ancorati alla scrivania.
Pensavo che avremmo potuto essere felici di nuovo. Qualche volta avevo strane malinconie, e quando mia madre tornava dal lavoro mi comportavo come se avessi temuto di non rivederla più. Immagino che mi mancasse mio padre, anche se non lo sapevo. Mi raccontava mia madre che all’epoca l’inglese lo rifiutavo categoricamente, non volevo sentirlo per nessuna ragione. Eh già, si cambia…
Vivevamo con mia nonna materna, persona splendida che ricordo con molto affetto, ma certo non era la situazione ideale. Ci trasferimmo in casa di A. Avrei avuto anche una nuova sorella, la figlia di A. Era più grande di me, ma andava bene, avevo sempre un po’ voluto una sorella. Non avevo molti amici. Poi forse avremmo potuto avere ancora altri fratelli.
Non tutto andò secondo le aspettative. Mia sorella era un piccolo uragano, e questo a lungo andare è stato un bene, ma subito rimasi un po’ stordita. Ero un po’ cocca di mamma io, sai, molto ligia, quieta, propensa a farmi dimenticare restando per ore in silenzio a leggere in qualche angolo remoto della casa. Il più remoto possibile. Con qualche piccolo, subdolo accesso di rabbia di cui mi vergognavo mortalmente. Non so se ci saremmo capiti, allora. Niente parolacce, tutto ciò che era lontano dai binari consueti e dal buon vecchio senso comune mi metteva a disagio. Curioso, eh?
Questo, dico, prima che con mia sorella cominciassimo ad arrampicarci sulle corde e sugli alberi, fuggire da squali inseguitori, giocare alla guerra, lanciandoci pietre da dietro i massi sugli spiazzi del sentiero che da casa nostra – l’ultima prima che la città finisse – conduceva direttamente a uno dei forti di Genova attraverso colline, rovi, more, ginestre e luoghi di avventura da esplorare.
Questo è stato il lato bello dell’infanzia. Con lei ci siamo anche picchiate a sangue, prima di diventare amiche inseparabili, più ancora che sorelle. E abbiamo avuto altri fratelli, sì. Abbiamo saltato e ballato e cantato per la gioia ad ogni nuova nascita, e sono state tre, di cui una gemellare. Sei fratelli siamo, ci pensi? Da figlia unica, sono diventata la seconda di una famiglia numerosa, vivacissima, movimentata, sconclusionata, per tanti aspetti meravigliosa.
Se.
Se non fosse stato che prima ancora che nascesse il primo dei suoi figli, appena morì mia nonna, A. rivelò un aspetto del suo carattere che non avevamo sospettato, ed era un aspetto che fagocitava tutti gli altri, annullando i giochi con i fogli di carta e l’aria, le passeggiate con me sulle spalle, le bambole regalate a cui mi ero affezionata pensando fossero i doni di un padre.
Di fatto, A. era, forse è ancora, e mi dispiace dirlo perché so di poter far male a persone a cui voglio bene, ma devo esprimerla questa cosa, lui era, è, dicevo, patologicamente incapace di voler davvero bene a qualcuno. Sé stesso compreso, penso. E questo si manifestava più di tutto in due modi: con la violenza, e buttando via le cose che ci erano più care.
Io reagivo tenendo gli altri lontani, e oscillando tra senso di inferiorità e di superiorità, cercando di parlare il meno possibile per poter continuare a credere che se mai avessi parlato, avrei dispensato perle di saggezza tali da lasciare tutti a bocca aperta e così tutti, io compresa, ci saremmo finalmente resi conto che ero perfetta.
Credo che molto di me non ti sarebbe piaciuto, allora, piaceva così poco anche a me. Ma sono sicura che una cosa l’avresti capita bene: ci vuole tempo, vero, ad accettare l’imperfezione? E ce ne vuole ancora di più per imparare ad amarla come una risorsa, per comprendere che il lavoro di Dio forse non è il più invidiabile, e che “Lui” si perde moltissimo anche ad essere infallibile, perché gli errori non servono solo a imparare, sono preziosi in sé, vanno fatti tanto per farli, già. Perché è quello che ci rende umani, ed essere umani non è affatto male, dopotutto. Ma è una cosa che si impara quando si diventa grandi. Fa parte del bagaglio di esperienze che porti con te quando lasci l’infanzia. E sai cosa ti dico? Che forse a perdonarmi, a perdonare, ho imparato perdonando te. Perché non ti ho mai visto perfetto in realtà, mai. Ho amato visceralmente i tuoi difetti tanto quanto le tue qualità. E senza rendermene conto, ho continuato a riflettere le mie imperfezioni e quelle degli altri nelle tue, per vedere se potevo accettarle. Perdono. Che parola densa. Cosa ci dia il diritto di perdonare e perdonarci non lo so, ma qualche volta ci è necessario.

Perdono

Forse non avrei voluto conoscerti ragazzo,
il tuo talento acerbo mi avrebbe
di certo ferita, io permalosa, e tu
m’avresti creduta altera, incapace
di leggerezza, scambiando per arroganza
quel velo di serietà con cui mi difendevo
dalla paura di desideri inconfessati,
così distante dal tuo il mio senso della vita.
O forse invece avrei voluto, allora,
veder crescere il tuo tempo a poco a poco
e poi tu quel velo lo conoscevi bene,
lo avresti scostato con dolcezza,
sfiorandomi i capelli, levando una ciocca
da davanti ai miei occhi e scrutandoli
attento per leggervi ciò che già sapevi,
e con te mi sarei davvero divertita,
al tempo giusto, quello che poi resta.
E avrei visto come la solitudine e il dolore
li avresti rivestiti d’amore da spandere
sul mondo a piene mani, studiando gli altri
per affetto e conoscenza, curioso
come un gatto o come quella scimmia, sì, il gorilla,
che ha pianto tanto, sai, dopo quel giorno
ché di amici veri, forse, neanche gli animali
ne hanno tanti, dico di quegli amici
che leggono dentro di loro fino in fondo
e li amano di più proprio per questo.
Avrei visto i tuoi giovani giorni duri,
quelli dell’amico che non si è salvato
ma anche i tuoi figli, silenziosamente
accettando che fossero di un’altra
e avrei visto crescere i tuoi no,
i tuoi respiri riprendersi lo spazio
di pari passo col tuo diventar grande.
Dicono sia inutile accanirsi col destino
ma non so fare i conti delle volte
che ho vinto oppure che ho perduto.
Quante cose avrei da farmi perdonare?
Quante, chissà, da perdonarti, che
l’affetto è fatto di piccoli perdoni quotidiani
per non doversene rimangiare poi
uno troppo ingombrante da poter portare.
E allora sai cosa ti dico, che ti perdono
per ogni singolo giorno, ogni singolo
istante, ogni prezioso granello
di sabbia ch’è entrato nei miei occhi
costringendomi a vedere ciò ch’era nascosto;
per ogni parola e gesto, ogni silenzio,
ogni spazio occupato nel mio cuore
per ogni stella che guardo, per ogni
lontananza di cui non so che fare.
Ti perdono per ogni poesia letta,
per ogni oggetto smarrito, per ogni
chiave che non ha girato ed ogni
porta ch’è rimasta muta e chiusa,
per ogni volta che ti cerco ed anche
per quando ti trovo solo per riperderti
e rivivere tutto da principio. Non so
alla fine, perdonarti per cosa, per nulla
forse. Diciamo per tutto, e così sia.

In seguito ho imparato a prendere per mano quella me stessa così infantile, rabbiosa, vendicativa, capricciosa, vittimista. A partire da Mork, ho imparato a sentire dentro di me la voce gentile che aveva fiducia che le cose potessero cambiare in meglio. A quella bambina ho riconosciuto la forza di rialzarsi, di chiedere aiuto, di volersi guardare dentro, capirsi e migliorare. E tu lo sai che la mia voce gentile, quella che comprende e perdona, che sostiene e incoraggia, quella, soprattutto, che ascolta, è ancora la tua, oggi più che mai, riconoscibile, scelta e decisa con cura tra tutte le altre, ha il tuo timbro, il tuo tono, la tua profondità, la tua allegria, ma più di ogni altra cosa, la tua tenerezza, capace sempre di sciogliermi dentro, addolcire ogni male e riscaldarmi il cuore.
La convivenza di mia madre con A. è andata avanti per oltre dieci anni, ero abbondantemente maggiorenne quando infine siamo riusciti ad allontanarlo.
Adesso puoi capire? Come avrei fatto senza l’adorabile alieno che ha saputo scompigliare la mia vita lasciandoci entrare il disordine, quello che crea e che sovvertendo costruisce, proprio mentre qualcun altro rischiava di distruggerla con la follia di una logica apparente, ogni cosa al suo posto e niente in ordine? In qualche modo, immagino, sarei andata avanti comunque, avrei trovato un’altra strada. Ma tu c’eri, allora e dopo, e… ecco, sono molto felice che sia stato proprio tu a essere lì. Devo molto a tante persone, ma il debito che ho verso di te è prima di tutto un debito di affetto. Ti voglio molto, molto bene e so che non avrei potuto sperare di trovare qualcuno che meritasse questo affetto e questa gratitudine più di te.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Oggi prendo spunto da una conversazione avuta con i miei due ragazzi riguardo al loro Paese. L’occasione era stata abbastanza curiosa, il maggiore ha notato che una persona che conosce aveva un oggetto con un riferimento alla scuola che aveva frequentato laggiù. La cosa è insolita, dato che non si tratta di università note o simili istituzioni che possono trovarsi anche citate nei souvenir. Comunque, insomma, da lì è venuto il discorso sul passato, il fatto che il “piccolo” frequentava ancora l’asilo ai tempi e aveva orari diversi, un abbigliamento diverso, ecc., le vacanze, i festeggiamenti per l’ultimo giorno di scuola, l’usanza di andare a scuola anche in estate, e così via.

Non è la prima volta, naturalmente, che si parla del passato, visto che sono qui ormai da circa sei anni e mezzo (a volte mi sembra ieri, altre volte mi sembra che siano stati sempre qui). Ma l’argomento “Paese d’origine” è sempre delicato. In generale si consiglia di parlarne nel nodo più spontaneo possibile, senza pressioni, idealmente, anzi, aspettando che siano i figli a prendere l’iniziativa.

Talvolta però succede che i bambini (o i ragazzi) si chiudano molto sul tema e sembrino addirittura avere un atteggiamento di rifiuto. Che ci può anche stare, per qualche tempo. Il rischio, però, è che i genitori reagiscano, senza volere, mettendosi in certa misura “sulle difensive” ogni volta che si accenna al “prima”; e che i figli percepiscano qualche tensione e per questo motivo siano in seguito restii ad affrontare il discorso. Così come può accadere che si abbiano, consapevolmente o meno, certe idee di partenza che non è sempre facile scalzare. Non ultima, quella che i bimbi fossero sempre necessariamente infelici prima di incontrarci e abbiano vissuto un lungo ininterrotto periodo di tristezza e sofferenza. Il che, per fortuna, non è, e accettare la loro storia significa anche accettare che abbiano avuto amici, affetti, momenti di allegria, se non di vera e propria felicità. Accanto, certo, a tanta rabbia e tanta solitudine (e magari tanta sporcizia…). Ma non aiuta né noi né loro pensare che quei primi anni siano stati “solo” quello.

Forse può esserci di conforto pensare che può essere proprio grazie a quei momenti che i nostri figli non hanno disimparato né l’affetto, né la felicità. A volte un profumo, un frutto che si trova solo in una certa terra, un oggetto, una canzone o un cartone animato pescato su Internet nella lingua di origine può risvegliare in loro la parte buona dei ricordi. E sono questi, probabilmente a permettere loro di far pace anche con quelli meno buoni. C’è tutto un pezzo di vita fatto di molte cose; la scelta migliore non sarà certo strapparlo via da sé fingendo che non sia mai esistito. Questo significa anche sentirsi a un tempo parte di due terre, anche di due culture, per quanto una la si sia vissuta meno (ma i bambini arrivano sempre più grandi e la parte vissuta altrove non è quasi mai insignificante). Significa anche, quindi, potersi sentire in qualche misura divisi, lacerati persino, comunque in difficoltà. Ma è importante per noi custodire tutti i frammenti perché possano essere poi uniti a formare un tutto integrato e complesso.

Depositare parte della propria memoria nelle mani dei genitori, del resto, è un grandissimo segno di fiducia. Vuol dire “sono qui, adesso, e posso esserci con tutto me stesso, i miei ricordi, quello che sono stato, quello che sono ora”. Quindi, in queste come in altre situazioni, più che parlare noi, l’essenziale è accogliere quello che i bambini hanno da dire. Ma qualche volta, cogliere una palla al balzo può non essere una cattiva idea 🙂

UN LEONE A COLAZIONE -Storie intorno all’adozione – Ai miei figli

pc5rrebni

Forse a queste poesie le avevo postate, ma non ne sono certa, la ricerca non me le mostra e nel caso evidentemente è passato un bel po’ di tempo, per cui… avevo pensato a un articolo sull’autostima, ma stasera sono in mood da poesia 🙂

La prima è per il maggiore, il più taciturno, che si difende da un cuore che al fondo è forse fin troppo tenero. La seconda per il più piccolo, che ormai piccolo non è più, ma resta un gran sognatore. Ancora forse non sa dove i suoi sogni stanno andando, ma sono sicura che sia giò pronto a corrergli dietro. Uno sorride più spesso, l’altro meno, ma quando sorridono, tutti e due rendono il mondo un po’ più luminoso 🙂

L’ansia che ti divora pezzi di parole
ti rantola in gola d’amore non creduto
ma restituiremo quella strada tradita
ai tuoi piedi e alle tue ali di ragazzo
perché ogni ferita è una finestra aperta
e noi ci balleremo, vedrai, su quella strada
la stessa su cui portavi al guinzaglio un abbandono
e un impeto di tenerezza dissacrata
noia a difendere un cuore sotto assedio
perché anche le cose possono tradire
e tutti i cancelli ti si son sempre chiusi dietro.
Ma li apriremo, perdio
con una chiave di vento e di aquiloni
lenzuola colorate stese al sole
e un piccolo paese da costruire così, per gioco
per riportare i giorni persi alle tue mani inquiete.
So che avrai la faccia di chi ha preso il treno alla rovescia
non scelgono forse gli uccelli di migrare?
Non per questo è più dolce il sale dell’oceano
il nido è quotidiano intreccio di spine e foglie
ma è la luce mediterranea di un abbraccio
a illuminarti il volo verso casa.

/

Dicono che sorridi, cucciolo d’uomo
del sorriso forte dei bambini, credo,
quando giocano a essere già grandi
o forse di un sorriso allegro e dolce
che non dimentica quel che non sa di ricordare.
Scricciolo mio, tartarughina,
certo avrai occhi neri di cui non so lo sguardo
spalancati di domande che non possiamo immaginare
e piccole dita a stringere le nostre mani grandi
un orsacchiotto, forse, e un pallone a spicchi bianchi e neri
e un amico segreto a cui racconti
i tuoi sogni di vele, di mari e di pirati
a quale vento affidi tutte le cose che vuoi far viaggiare?
con quali colori pitturi cielo e terra?
Tieni stretti i tuoi sogni, abbine cura
quando saprai dove vanno, allora apri le mani
e corrigli dietro!

UN LEONE A COLAZIONE 24. – Storie intorno all’adozione. 24

pc5rrebni

Oggi ho letto un po’ di testi che parlano di adozione. Adozione e scuola, adozione e multiculturalità, adozione e apprendimento, tutte cose di cui abbiamo parlato e credo parleremo ancora. Poi, in un articolo che parlava di adozione e identità, del diritto degli adulti adottati di cercare i propri genitori, dei limiti di questo diritto, delle tante emozioni coinvolte, ho trovato questo testo di Michel Quoist, sacerdote e scrittore francese, che mi è sembrato molto bello e ho pensato che forse per questa sera era proprio quello che cercavo.

Ascoltami ancora, si dice infatti che dalla bocca dei bambini viene la verità ; se sono un bambino sfuggito dal carnaio notturno , trattenuto da un filo d’ amore lanciato da chissà dove. Se sono un bambino caduto dal nido,abbandonato da padre e madre, rapiti o mortalmente feriti alle sbarre della loro gabbia. Se sono un bambino nudo, senza panni d’amore o con panni imprestati, ma col diritto di vivere, perchè sono vivo. E se nello stesso istante persone innamorate piangono davanti a una culla vuota, consumati nel desiderio di accarezzare un bambino. Se sono ricchi di amore che ritengono sprecato, e vogliono gratuitamente donarlo, perchè cresca e fiorisca ciò che non hanno piantato. Allora voglio che vengano silenziosamente a chiedermi se desidero adottarli come miei genitori. Ma non voglio dei fanatici del bambino, come collezionisti d’arte che cercano il pezzo raro che manca alla loro vetrina. Non voglio clienti che hanno fatto l’ordinazione e, pagata la fattura reclamano il loro bebè prefabbricato. Perchè non sono fatto per salvare genitori dalle membra amputate, ma loro sono stati fatti, misterioso percorso, magnifico progetto, per salvare dei bambini dal cuore malato, forse anche condannato. E sarà come addormentarci l’un l’altro. Io berrò il latte di cui ignoravo il sapore, ascolterò musiche sconosciute, imparerò nuove canzoni, sulle vostre dita, sulle vostre labbra genitori adottati, decifrerò lentamente l’alfabeto della tenerezza. E l’amore sconosciuto per me prenderà il volo alla luce dei vostri occhi. Voi innesterete le vostre vite sulla mia crescita e grazie a voi io rinascerò una seconda volta. Cosi sarò ricco di quattro genitori, due lo saranno della mia carne e due del mio cuore e della mia carne cresciuta. Voi non giudicherete i miei genitori sconosciuti, li ringrazierete e mi aiuterete a rispettarli . Perchè dovrò riuscire lo so,ad amarli nell’ombra, se un giorno vorrò poterli amare nella luce. E se in una sera di tempesta, adolescente focoso, impacciato di me stesso, io vi rimprovererò di avermi accolto, non vi addolorate, ma amatemi ancor di più : lo sapete, perchè un innesto prenda ci vuole una ferita e, chiusa la ferita, rimane la cicatrice. Ma io sogno. Io sogno perchè non sono che un bambino in viaggio, lontano dalla terra ferma, la mia parola è muta e li canto senza musica. Ciò che vi dico piano non potrò urlarlo, se non il giorno in cui, avendomi voi adottato, mi avreste messo in cuore tanto amore e autentica libertà, sulle mie labbra parole sufficienti, perchè possa dire : papà, mamma, io vi scelgo e vi adotto allora saprete che il vostro amore è dono, e che è riuscito”.

(Michel Quoist – dal testo “Parlami d’amore”)

UN LEONE A COLAZIONE 23. Dialoghi

pc5rrebni

Qualche giorno fa, in seguito a una visita per certi aspetti “difficile” (anche se fatta per supporto, e da parte di due persone eccezionali da tanti punti di vista), abbiamo avuto, col mio “piccolo”, uno dei nostri non rari dialoghi intensi, che si è svolto più o meno così:

Figlio: Pensavo che sarebbe stato più difficile, pensavo di non riuscire a guardarle negli occhi.

Mamma: Qualche volta è proprio così, ci si fa prendere dall’ansia, poi ti accorgi che le cose non sono così difficili come pensavi

Figlio: E tu di che cosa hai paura?

Mamma (qui non ci sono cavoli, bisogna rispondere sinceramente): Di perdere le persone che amo

Figlio: Beh, quello tutti (e che ti credevi?)

Mamma (tentando di riprendere terreno e con la mezza idea di essere andata anche un po’ troppo in là con le cose serie): anche di piccole cose, dici? Ho paura dei calabroni, dei fulmini.

Figlio: Ma mi prendi in giro? (ossia: sto parlando di VERE paure io, mica quella roba lì)

Mamma (annaspando): Boh, ho paura delle decisioni importanti, quelle in cui devi prenderti grandi responsabilità. (cioè no scusate ma io sto parlando con un ragazzino di tredici anni. Il quale mi guarda con aria comprensiva e annuisce. Pochi giorni più tardi, in una scena di Karate Kid in cui si parla di passato e del fatto che è impossibile cambiarlo, e sulla fatica che ci vuole a volte per rialzarci quando la vita ci butta giù, guarda fisso il personaggio fisso e commenta: come ti capisco…)

Questi dialoghi sono una delle cose più belle e spossanti della vita familiare. Non sai mai bene cosa è giusto dire e come. Ma dopotutto, sono sempre stata convinta, tra le poche quasi certezze che ho, che l’importante, in questi casi, sia comunque che il dialogo ci sia. Più importante persino che fare attenzione a quello che si dice 🙂

UN LEONE A COLAZIONE 21. – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Dopo tanto meditare e rimuginare e domandarmi se, e come, e cosa, sono arrivata a una (possibile e temporanea) conclusione, ossia che non possiamo chiedere a noi stessi di essere quello che non siamo e che, soprattutto, non vogliamo essere. Che si può cambiare su alcune cose, crescere, smussare angoli, cercare strade diverse, ma non andare contro qualcosa che è profondamente radicato nel centro di noi. Per esempio, se io credo nella leggerezza, posso cercare di avvicinarmici, sia pure a piccoli passi, non sempre riuscendoci, ma posso comunque pensare di de-zavorrarmi in qualche cosa, anche per somigliare di più al tipo di madre (di persona) che fa parte del mio ideale, non del tutto irraggiungibile. Al contrario, se non credo nell’autorità e quelle rare volte che impongo (a farcela, poi!) e punisco, le vivo con un malessere pesante, significa che qualcosa non va. Qualcosa di importante. Vuol dire che sto andando contro una parte di me a cui non posso rinunciare senza perdere pezzi di identità.

E’ vero, bisogna essere consapevoli che i limiti sono necessari, perché la libertà in cui si sbanda senza meta e senza argini e punti fermi non è vera libertà. Ma alla fine, anche gli argini e i punti fermi dobbiamo crearceli, faticosamente, ognuno per conto suo. Io posso dare l’idea che ti servono, che anche volare richiede il rispetto di alcune leggi essenziali, senza le quali si cade o si sbatte contro un muro. Posso anche cercare di insegnarle, come so. Posso mettere a disposizione la mia esperienza, lasciando che i figli (ed eventualmente altri) ne facciano l’uso che pensano migliore per loro. Ma il castigo, la punizione, l’imposizione stessa, è qualcosa che va contro la mia natura più intima. Questo non rende le cose più facili, tutt’altro. Bisogna pure che in qualche modo passi il messaggio che libertà non è fare tutto quello che si vuole, che esistono la responsabilità e l’impegno, che non sono brutte parole, ma strumenti probabilmente insostituibili per ottenere qualcosa di importante per la propria persona, per la propria vita. Bisogna pure che si capisca che il rispetto di sé e degli altri è – per usare un altro termine che sopporto poco, ma forse in questo caso ci vuole – un valore non negoziabile. Bisogna che si impari a sentirsi dire dei no, per imparare poi a dire dei no, quando sono necessari e “giusti”. Bisogna comprendere che ci sono regole che vanno rispettate sempre, limiti che non si possono violare senza mettere in discussione l’intero castello della propria personalità e del proprio esserci, con sé e con gli altri. E ci sono regole invece, che per lo stesso motivo non si possono osservare, perché si andrebbe contro di sé e contro la miglior parte della propria umanità.

Tutto questo lo si può trasmettere con le punizioni, con le imposizioni? Forse ci sono persone così profondamente carismatiche, nel senso migliore del termine, da essere in grado di far sentire, insieme alla propria autorità, una coerenza, una qualità empatica e una capacità davvero di trasmettere quello in cui profondamente credono, da poter essere  sia temuti che amati, sia autoritari che rispettosi, sia fonti indiscusse di regole ferree che educatori  capaci di insegnare la libertà. Nella mia esperienza queste cose non sono mai andate insieme, in nessuno degli adulti che ho conosciuto durante tutta la vita. O erano l’uno, o erano l’altro. E quelli che mi hanno cambiato la vita in maniera profonda e positiva, non sono mai stati quelli autoritari.

Io stessa penso di non avere tutte queste doti insieme. E forse è arrivato il momento che faccia la mia scelta in modo più consapevole e definitivo, senza troppo tentennare o chiedermi se starò sbagliando. Forse sì, ma è giusto anche dirsi che quello che si è fatto e si fa, è frutto di una decisione che per come siamo noi, in questo momento, non avrebbe potuto – né dovuto – essere diversa.

UN LEONE A COLAZIONE 20. Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Domenica Orsogrande si è alzato (tardi) e poi per un po’ non l’ho visto. Pensavo armeggiasse col cellulare e magari (magari!) ripassasse qualcosa. Dopo un po’ vedo il corridoio intasato di cose, il bagno intasato di cose, e lui esce dalla tana e mi chiede come si usa l’attrezzo dell’aspirapolvere che serve a lavare i pavimenti in legno. Ripasso dopo un po’ e lui ha messo a posto tutto, pulito, riordinato, non sembra più la stessa camera. Ha fatto un capolavoro e glielo dico, con queste parole, perché anche se li critico (troppo), quando i complimenti se li meritano, se li meritano. E penso che ci abbiamo impiegato un bel po’ a cominciare a capirci e forse stiamo ancora imparando, lui parla sempre poco, quando gli dici una cosa, prende per scontato che se non risponde è perché ha sentito, si prende i suoi tempi per rielaborare e decidere se fare quello che gli hai chiesto o no. Sembra ingrugnito anche quando in realtà è sereno e se c’è qualcosa che non va, raramente ti dice che cosa. Qualche volta, si intuisce. Altre volte no. Così come non è facile, ancora, per lui, dire chiaramente che una cosa non gli piace. E neanche che una cosa gli piace, se è per questo. Quando vuole esprimere affetto, prepara una torta. Oppure si mette a posto la stanza. E allora mi viene da pensare che con tutti i casini legati all’adozione di un ragazzo grande (molto grande, aveva undici anni e mezzo quando è arrivato), siamo riusciti a farci adottare lo stesso. E possiamo essere orgogliosi, di lui e anche di noi 🙂

UN LEONE A COLAZIONE 19. – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

La gratitudine, o meglio, la pretesa della gratitudine, è sempre in agguato nei rapporti tra genitori e figli, ma quando si parla di adozione di più. Quando eravamo in Brasile la gente ci fermava e parlava con i nostri figli dicendo loro quanto dovevano essere contenti, quanto erano fortunati. Ma non è così facile sentirsi fortunati quando quello che hai vissuto nel tuo cuore è uno strappo, un’incomprensibile ingiustizia. Tutti gli altri, o quasi, vivono tranquilli con la loro “mamma di pancia” e la famiglia di origine (sì, sì, lo sappiamo che non sono sempre così tranquilli, ma quello che sappiamo è una cosa, le nostre sensazioni istintive sono un’altra). E tu invece… vuoi essere felice, vuoi dare tutto il tuo amore alla tua famiglia di adozione, al tuo Paese di adozione, alla tua lingua di adozione. Ma non ti senti fortunato. E’ vero, è una fortuna avere una famiglia che ti ama, comunque. Ma in fondo non dovrebbe esserci niente di strano in questo. Nessuno sceglie i propri genitori, ma i genitori scelgono di avere dei figli e di amarli. E’ bello essere grati alla vita per tutto ciò che ti dà ma più di tutto è bello essere grati a se stessi per ogni sogno che si insegue, anche quando non si riesce a realizzarlo. Che poi non lo si è realizzato oggi, ma domani, forse. E’ bello imparare a “vedere” le mani tese, l’amore che si riceve, la bellezza che c’è intorno. Vederli per riconoscerli in se stessi. Credo. La lettera che segue (e anche la foto) è tratta dal blog di una mamma adottiva, il blog si chiama  Wonderment, etc., è in inglese, è aggiornato abbastanza raramente ma secondo me è molto bello e vale la pena anche andarsi a guardare gli articoli passati.

i don’t want you to be grateful

I wish so many things for you – the children who have my heart for all of time:
I hope that you will know how to love and be loved.
I hope that you will be happy.
I hope that you will live the life you want to have and not the life anyone, including me, dreams for you.
I hope you will be kind.
I hope you will be brave.
I hope you can view the world as it truly is and still find the strength to believe you can make it better.
And along with all those things I hope with everything in me that you take my love for granted.
People are going to tell you you’re lucky. They already have. They look at you and look at me and know I’m your adoptive mother. And they tell you you’re lucky. Don’t listen to them.
You never have to feel grateful for your adoption. We don’t have to have special gratitude for something that is inherently ours. And my love? That’s yours. It was yours before we met. It will be yours when time is gone. It was, and is, your right to have. My love for you is something I want to be so part of your being that it doesn’t cross your mind to even contemplate its existence. Take it for granted. Assume it will always be there. Because it will.
There were losses in your lives. I know them. I respect them. My love for you does not take away those losses. But those losses don’t mean you owe us some form of special gratitude. Don’t ever believe someone who tells you they do.
I don’t need you to be grateful, I want you to know, to assume, to not even think that there was another option except me loving you. Because there wasn’t. This love? It was here waiting for you all along.

/

Desidero tante cose per voi – I miei figli, che avete il mio cuore in ogni momento.
Spero che saprete come amare ed essere amati.
Spero che sarete felici.
Spero che vivrete la vita che volete e non quella che gli altri, me compresa, sognano per voi.
Spero che sarete gentili.
Spero che sarete coraggiosi.
Spero che sappiate vedere il mondo come è davvero e trovare comunque la forza di credere che potete renderlo migliore.
E oltre a tutto ciò, spero con tutta me stessa che prendiate il mio amore per scontato.
Vi diranno che siete fortunati. Ve lo hanno già detto. Vi guardano e guardano me e capiscono che sono la vostra madre adottiva. E vi dicono che siete fortunati. Non ascoltateli. Non ci sarà mai alcun bisogno che siate grati per la vostra adozione. Non dobbiamo alcuna speciale gratitudine per qualcosa che era già nostro per sua stessa natura. E il mio amore? Quello è vostro. Era vostro prima che ci incontrassimo. Sarà vostro quando il tempo sarà finito. E’ vostro diritto averlo. Il mio amore per voi è qualcosa che vorrei fosse talmente parte del vostro stesso essere, che non vi passi neanche per la testa di riflettere sulla sua esistenza. Prendetelo per scontato. Partite dal presupposto che ci sarà sempre. Perché è così.
Ci sono state perdite nella vostra vita. Le conosco. Le rispetto. Il mio amore per voi non cancella quelle perdite. Ma quelle perdite non implicano che voi ci dobbiate qualche particolare forma di gratitudine. Non credete a chi vi dice questo.
Io non ho bisogno che voi siate grati, voglio che sappiate, che siate certi, che non abbiate neanche il minimo dubbio che ci fosse per me altra possibilità che amarvi, perché non c’era. Questo amore? E’ stato là per tutto il tempo in attesa di voi.
Non avete fatto altro che chiedere quello che era già vostro.

take it for granted

Ci sono poi altre cose che io penso non si debbano prendere per scontate. Quando i ragazzi crescono, il rispetto per il lavoro dei genitori, in casa e fuori, è difficilissimo da ottenere. Ma appunto, parliamo di rispetto e non di gratitudine. Rispettare gli altri e il loro lavoro per essere poi capaci di pretendere rispetto per se stessi e per ciò che si fa. E questo, ovviamente, vale per tutti. Anche se, qualche volta, i figli si confondono, e anche noi.

 

UN LEONE A COLAZIONE 18

pc5rrebni

Adozione e ottimismo

Stasera perdonatemi ma vi lascio solo un link. Sono distrutta e influenzata. Qui si parla di bruchi e farfalle, ovvero, di quando si adottano bambini grandi (in età scolare) ed è difficile a volte sia mettersi nei loro panni, sia vedere la farfalla che diventeranno, finendo per dar spazio solo al bruco imbozzolato e scontroso.

 

UN LEONE A COLAZIONE 17. Il principe che non voleva andare a scuola – II parte

pc5rrebni

Oggi vado avanti con la “fiaba” dedicata ai problemi di ansia legati alla scuola, che toccano tanti, credo, e che qualche volta prendono una forma un po’ più seria.

Un giorno, dicevamo, il leoncino Kleo dovette affrontare un grosso cambiamento. Stava diventando grande, e la scuola dei cuccioli era finita adesso. Doveva passare a una scuola diversa, con tante cose da imparare e da studiare, ancora più compiti da fare, tanti insegnanti, e ognuno di quelli gli diceva cosa fare e lui era un leoncino e non gli piaceva proprio per niente che gli si dicesse cosa doveva fare. Capiva che qualche volta era necessario, ma faceva sempre più fatica. E c’erano anche tante altre cose che gli davano fastidio, talmente tante da non sopportarle proprio più  

Cominciarono a venirgli dei gran mal di pancia, fortissimi dolori alla testa, alla schiena, fino a che si accorse che non aveva proprio la forza di alzarsi. Eppure certe volte questa cosa lo faceva stare così male che aveva voglia di spaccare tutto, il dolore diventava rabbia e c’erano anche delle volte che questa rabbia gli dava la forza di fare tutto quello che doveva fare e si sentiva più contento, ma poi tornava la paura di non farcela e si sentiva mollo come un pezzo di gelatina. Oppure a volte la rabbia gli scoppiava all‘improvviso e davvero allora si metteva a ruggire o rompere qualcosa, e urlava e spaccava con tutta la forza che aveva, che nonostante tutto non era poca.

Il Re e la Regina erano molto preoccupati, avevano provato a parlare con maghi e streghe e fate, ma ognuno diceva la sua e nessuno aveva una pozione, un incantesimo, una formula magica che facesse al caso loro e che guarisse il loro leoncino una volta per tutte. 

Fecero un bando in tutto il regno cercando qualcuno che potesse aiutarli e finalmente un giorno venne alla reggia un mago vecchissimo e molto, molto saggio. Il mago li guardò negli occhi e disse “se nessuno ha trovato una pozione, un incantesimo o una formula magica per voi, è perché non esistono. Per guarire Kleo dovrete mettervi in viaggio voi, e trovare l’Erba della Pazienza, il Fiore del Coraggio, il Ramo del Tempo e soprattutto la cosa più importante,  che servirà per amalgamare tutto il resto, e cioè una coppa di nettare distillato dall’Albero-che Piange-e-che Ride. Sarà molto, molto difficile e dovrete affrontare mostri, forze oscure, forse spingervi oltre il mondo conosciuto, fino al Regno dell’Invisibile. Ma se non vi scoraggiate, potrete riuscire nell’impresa.