17. Hook

Hook

Un’altra tappa fondamentale, nella costruzione della complessità dei miei sentimenti verso RW.

Se molti dei film precedenti hanno contribuito a forgiare i miei sogni e almeno in parte il mio carattere, Hook… beh, Hook è il film che più di ogni altro ha dato vita alla mia gratitudine. Per riassumerlo con le parole di mio figlio, questo è un film che fa stare bene. Penso che sia per quel senso magnifico di libertà di giocare, di lasciarsi andare all’istinto, senza sensi di colpa, senza timore del ridicolo, consapevoli anzi che è l’unica cosa seria da fare, l’unico modo possibile di vivere fino in fondo, di non perdere nulla di quello che è importante. Io comunque lo adoro a prescindere, di pancia, anche indipendentemente dalla qualità (che comunque è notevole. Del resto è pur sempre un film di Spielberg).

La scena dei fiori che lo annusano a Never Never Land (l’Isola che non c’è) è un piccolo capolavoro di allegria e commozione. La scena in cui Peter viene riconosciuto dal bimbo piccino che lo guarda, gioca con la sua faccia, lo “costringe” a specchiarsi in lui a “riconoscersi” a sua volta mi fa venire le lacrime agli occhi, magari per ragioni solo mie, ma non credo. E poi c’è la mia amatissima scena del “banchetto” con i ragazzi perduti, tutta sul potere dell’immaginazione e delle risate.

Questo film è colore, gioia, divertimento, passione, anche momenti di grande pathos, c’è anche il dolore e la perdita perché i sentimenti non sono scindibili, dopotutto, e perché scegliere di crescere comporta comunque rinunciare a qualcosa, anche quando si è capaci di tenere una parte “piccola” dentro di sé. Ma tanto la capacità di commuoversi e provare rabbia e dolore quanto la capacità di divertirsi, di esultare, di gioire, di appassionarsi e di giocare sono modi di sconfiggere la paura del tempo che passa, quella che tormenta Hook (il grande Dustin Hoffman) e lo rende “cattivo”. Fermare il tempo non è il modo giusto di “essere tutto quello che vuoi essere”. L’unico modo per farlo è “sentire” il tempo.

CURIOSITA’

Qui il tributo di Dante Blasco, l’attore che interpretava Rufio nel film, alla morte di Robin Williams, dal quale aveva imparato in passato ad amare la poesia grazie a Dead Poets Society, fino a diventare lui stesso poeta, e con il quale durante la lavorazione di Hook ebbe diverse conversazioni su Walt Whitman e Bukowski. E io sono d’accordo sul fatto che la gara di “insulti” che i due si scambiano sullo schermo sia a tutti gli effetti una gara poetica.

Qui uno degli innumerevoli resoconti di quanto difficile fosse intervistare “seriamente” Robin Williams, perché lui trasformava ogni intervista in uno spettacolo (in ogni senso possibile). Alla giornalista che, orripilata dalla sua ammissione di non aver mai visto una rappresentazione di Peter Pan, gli aveva chiesto che razza di infanzia avesse avuto, rispose così:”I lived in Detroit, in a big house with no TV. We just had books. I’m sorry.” (Ho vissuto a Detroit, in una grande casa senza TV. Purtroppo avevamo solo libri”), per poi lanciarsi in “some of the famous shtick that makes a reporter nervous about getting things straight by referring to Robin Williams as a grownup” (in un paio di quelle famose improvvisazioni di comicità, tali da spingere l’autrice dell’articolo a chiedersi se aveva fatto bene a definirlo all’inizio un “adulto”). Tra l’altro c’è questa cosa molto bella che dice di lui Julia Roberts (Tinkerbell, ovvero Campanellino nel film): “You just know when he’s there, there just seems to be more oxygen in the room — or something.” (“Sai sempre quando c’è lui, sembra proprio come se ci fosse più ossigeno nella stanza – qualcosa del genere”).

Qui un’altra delizia, un’intervista in tv di Jimmy Carter, a Robin Williams e a tutte le sue voci

Comunque molto di lui viene fuori da tutto questo, la verità è che con tutti i suoi scherzi e il suo prendere in mano le interviste e farne ciò che voleva, non era uno che “scappasse” dal raccontarsi. Come quando, ricordando che la parte per lui più difficile del film era stata calarsi nei panni dell’avvocato rampante, che mette il lavoro prima delle emozioni, ha parlato del periodo in cui lui stesso ha rischiato di diventare un workaholic, e di perdersi la parte migliore dell’esperienza della paternità, e di come questo film lo abbia aiutato a rendersene conto (in effetti, avevo notato che nel 1991, anno di Hook, aveva fatto quattro film in tutto e l’anno successivo cinque. Non pochi anche per uno stacanovista dotato della sua energia e della sua passione. In seguito ha rallentato, per un po’ di tempo almeno).

A proposito di Spielberg, pare che si sentisse spesso con Robin Williams durante le riprese di Schindler’s List per “tirarsi su il morale” e che lo facesse parlare col “vivavoce” perché anche il resto della troupe lo sentisse in quanto l’atmosfera si era fatta molto carica di tensione e tristezza. (Addirittura si racconta che gli abbia chiesto di filmare qualche scena divertente appositamente per questo scopo). Così il grande regista lo ricordava: “Robin was a lightning storm of comic genius and our laughter was the thunder that sustained him.” (“Robin era come un temporale in cui il lampo era la sua genialità comica e le nostre risate erano i tuoni che lo sostenevano”)

 

11. The Adventures of baron Munchausen / Le avventure del Barone di Munchausen

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Non ero sicura di voler fare questa recensione, ma d’altra parte, mica potevo far passare un lunedì così, come se niente fosse, senza parlare di cinema!.

Lo ammetto, però, Terry Gilliam non è tra i miei registi preferiti. Penso di poter intuire perché viene considerato geniale da taluni. Immagino che la mia scarsa simpatia sia in gran parte dovuta al fatto che non apprezzo particolarmente il grottesco, e Gilliam, almeno nei due film suoi che ho visto (l’altro, ça va sans dire, è The Fisher King, ovvero La leggenda del re pescatore), ne spande generosamente a piene mani.

Il tocco del maestro si vede senz’altro nel modo in cui tratteggia il capriccio e l’arbitrio, sia nella persona del sultano amante della bella vita, sia in quella del Right Ordinary Horatio Jackson, (che governa la città assediata dai Turchi in cui una scalcagnata compagnia teatrale porta in scena lo spettacolo intitolato al Barone di Munchausen, fino a che il barone stesso in persona si fa vivo). La carica di quest’ultimo è stata tradotta con “Grande Ordinario”, ma si perde qualche sfumatura. “Right” ha a che fare anche con la ragione, nel senso dell’avere ragione, essere dalla parte della ragione. D’altra parte il funzionario in questione si fa un vanto di essere moderno e razionale (la storia è ambientata alla fine del Settecento, ma ovviamente non mancano le allusioni a tempi a noi più vicini), la fantasia non ha spazio nel suo mondo. Nulla di diverso dall’ordinario vi trova spazio, in effetti. Tanto che è memorabile la scena in cui uno dei suoi migliori e più eroici ufficiali (un cameo di Sting) viene condannato a morte perché col suo rischiare al di là del suo dovere demoralizza i normali cittadini e gli altri soldati che vogliono solo condurre una vita “normale, semplice, senza nulla di eccezionale”.

Va detto però che anche la rappresentazione della fantasia è inquietante e non poco. Tutto è eccessivo, barocco, grottesco, appunto. Grandioso, lussureggiante è il termine che mi viene alla mente, con un gioco di densissime ombre e luci scintillanti che pare a volte si confondano e scambino i ruoli le une con le altre. Così come la “realtà” e il teatro, che sono con tutta evidenza entrambe rappresentazioni. Il “vero” Munchausen interrompe lo spettacolo che narra delle sue avventure e inizia a raccontarle lui e mentre racconta, la guerra che a suo dire egli stesso ha cagionato infuria nel teatro. Ma lui per primo sembra propenso a ritenerla un parto della sua mente come tutto il resto. Gli attori della compagnia sono in effetti attori, o sono in realtà i veri protagonisti delle sue avventure? Questa confusione tra fantasia e realtà è un leitmotiv di tutto il film, perché il barone è senz’altro anche la personificazione della fantasia di cui un mondo troppo incline alla razionalità sembra voler fare a meno. La scienza e il progresso sono decisamente bersagli non solo del personaggio, ma anche dello stesso regista. E nei momenti in cui il barone parrebbe arrendersi e tornare ad essere solo un eroe di carta, è l’insistenza della bambina Sally che lo fa “tornare in vita”.

Nonostante la piccola co-protagonista, è tutt’altro che un film per bambini, trovo, e non solo per le parti “spinte”: la morte è sempre presente, la rovina accompagna in ogni momento la magnificenza e ai colori sgargianti fa da costante contraltare il nero. Una visionarietà cupa permea molte delle scene, in cui prevale un gusto del macabro che probabilmente vorrebbe essere umoristico, se non divertente, ma che per me è spesso solo macabro.

Robin Williams, nella parte di Roger il Re della Luna, fu accreditato come “Ray D. Tutto”, l’altro “nomignolo” del suo personaggio, per così dire, e non avrei molti dubbi che questa sia una sua idea, l’italiano era una lingua con cui giocava spesso. Quasi irriconoscibile come sovrano di una sorta di paese dei balocchi trasformato in incubo, che parla con un forte accento italiano (e piazza qua e là frasi in italiano, anche) e non riesce a far andare il corpo d’accordo con la sua testa. Un altro despota, in questo caso però oscillante tra la follia isterica e una rozzezza disperante. Di una bravura da far accapponare la pelle ma questo non c’è bisogno che lo dica.

Che altro aggiungere? Beh… la fotografia è veramente di una bellezza incredibile, c’è una giovanissima Uma Thurman che fa Venere (e chi altri?) e il film fu definito uno dei più costosi flop della storia ma è generalmente molto ben recensito dai critici e molto amato dalla gran parte di coloro (pochi?) che lo hanno visto. 🙂 Indubbiamente di grande fascino, per molti aspetti.

L’articolo l’avevo postato ieri sera, lunedì appunto, ma si dev’essere perso nei meandri di WP perché non lo trovavo più tra i post pubblicati… Mah!

Aggiornamento: ho capito cosa era successo, l’avevo salvato come pagina invece che come articolo, più che i meandri di WP qua c’entrano quelli della mia testa, mi sa… 😦

PECCATI CAPITALI – Gola

L’unica carezza che mi importi è quella che un intingolo cucinato con amore fa alla tua lingua, prima di scendere lentamente nel palato e torturarti con maligna dolcezza. L’unico senso del mio vagare per il mondo è pregustare, centellinare, divorare, succhio il miele della vita derubando gli dèi del loro nettare, lasciando che sia la mia bocca a segnare il confine tra la terra e il cielo.

Food of the imagination – from ‘Hook’

Anche la gola può essere terribile ed è forse il peccato che più di ogni altro rappresenta l’avidità, la smania di avere sempre di più, di non fermarsi mai a godere di quello che c’è, perché è come se valesse sempre di più quello che non c’è.

Tuttavia, c’è anche un’altra faccia, come per tutti gli altri peccati, forse, o quasi, ed è la faccia, in questo caso, direi opposta dell’altra. Il sapersi godere la vita, le cose buone che regala, con allegria.

E allora, ho scelto come immagine la cena dei Bambini Sperduti, che nel film ‘Hook’ segue immediatamente una delle scene che amo di più in tutto il cinema, la ‘Battaglia del Cibo’: una battaglia meravigliosamente dissacrante e liberatoria, che tra l’altro dipinge senza bisogno di parole un’idea bellissima, e cioè che la fantasia, il gioco, e la libertà di essere se stessi nutrono meglio di qualunque cibo. Con la cultura, come ben sappiamo, si mangia benissimo 😀