Pensieri su un pomeriggio denso

La protagonista del mio romanzo ha la sua “voce”, il co-protagonista anche, scrivo e scrivo, lavoro e scrivo, visito bellissime mostre e scrivo, guardo vecchi film e scrivo, sono orgogliosa dei miei figli e scrivo, scrivo, la malinconia degli ultimi giorni si dirada e mi sento quasi felice.

Stasera riguardavo una piccola parte di Moscow on the Hudson e anche quello è stato un piccolo frammento di felicità. Manchi da togliere il respiro, ma sono felice anche di questo, nel mio strano modo contorto, sono felice della nostalgia, e del fatto che né l’assenza, né un mondo così diverso da quello che immaginavi e che avresti voluto, né qualunque altra cosa della vita ha mai avuto il potere di togliermi il tuo pensiero dal cuore.

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Robin’s Monday, la strada per la felicità

L’unica strada per la felicità è capire che non c’è nessuna strada per la felicità

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Il mio film di Natale? Merry Friggin’ Christmas. Il titolo, già di per sé eufemistico  – e sono certa che Robin non si sarebbe sentito affatto in imbarazzo a usare il non eufemistico fucking, con Dio ha sempre avuto quel rapporto franco, affettuosamente ironico, empatico e del tutto privo di inibizioni che credo avesse con chiunque (al netto della timidezza), e più ancora con chi gli era veramente caro – è tradotto in italiano in modo ancor più eufemistico come Natale con i tuoi. 

Il film racconta della riunione natalizia di una famiglia alquanto disfunzionale, e benché non manchi una certa dose finale di buoni sentimenti, apprezzo il suo essere, per la maggior parte del tempo, onesto e per nulla sdolcinato. Del resto si può facilmente intuire che passato il Natale, la famiglia resterà disfunzionale come sempre, ma come diceva Robin, appunto, c’è un lato disfunzionale in tutte le famiglie e in ognuno di noi, e va bene così. Se si capisce che non c’è una strada per la felicità, ossia, che ognuno può solo cercare di vivere al meglio possibile a modo suo, e che nessuno deve pretendere di conoscere l’unico tragitto possibile, si può poi voler bene davvero, ed è solo da lì che la felicità si può costruire. Spaccandosi la schiena per farlo, beninteso, ma a cercare di fingere ci si spacca la schiena lo stesso, e non serve a niente.

68. The Angriest Man in Brooklyn

Solo tu potevi interpretare un film così. Sulla rabbia, sul dolore e la paura che sono sempre dietro ogni rabbia e dietro l’isolamento (lo sapevi dai tempi di Mork). Sul fatto che vivere significa farci i conti per aprirsi alla felicità possibile. Credo diventerà un altro dei miei più amati. Dicono che sia tutt’altro che perfetto. Forse è per questo, sai. A volte penso che più sono imperfetti, più li amo. Tocca argomenti che sento moltissimo e lo fa in questa maniera per me tanto più profonda e commovente proprio nel suo essere sentimentale e leggera al tempo stesso. L’ho guardato ieri sera pensando, sarà una cosa fatta, visto che oggi è il giorno in cui parlo dei tuoi film. E invece oggi l’ho rivisto quasi tutto, per avere ben impressi in mente i toni, gli sguardi, le parole. Non necessariamente per riportarli qui, solo perché comunque ci fossero, in mezzo a tutto il resto, anche non visti, ma percepiti.

Due vite che rischiano di andare in malora, quella di Henry e quella di Sharon. L’uno reso furioso dalla morte di uno dei due figli, e che non riuscendo a vivere il suo dolore altro che nella forma di quella rabbia costante, si è alienato la moglie e l’altro figlio, il fratello e tutte le persone che avrebbero potuto stargli vicino. L’altra che odia altrettanto il mondo, pur essendo molto più giovane, perché già sta rischiando di lasciar andare alla deriva i suoi sogni. Tocca a Sharon dire a Henry che ha un aneurisma al cervello che gli lascia pochissimo da vivere, e di fronte a una delle sue crisi di rabbia, finisce per dirglielo nella peggior maniera possibile, al che Henry se ne va senza neanche rivestirsi.
Henry cerca di recuperare il tempo perduto mettendo in quell’ora e mezza più cose che può, ma essendo fuori allenamento nell’esprimere le emozioni positive, rischia di incasinarsi ulteriormente. Vorrebbe riunire vecchi amici a una festa, far l’amore con sua moglie (quale potrebbe essere la posizione più “giusta” in una situazione del genere?), riconciliarsi con il figlio, ma a parte il suo caratteraccio, che non rende le cose più facili, incappa in molti di quei contrattempi che spesso sperimentiamo quando abbiamo fretta e tutto sembra congiurare contro di noi, mentre Sharon parte all’inseguimento per trovarlo e portarlo in ospedale. L’alternanza di speranze, delusioni, buone intenzioni e pessime messe in pratica si riflette in quella faccia che è l’essenza stessa della libertà di espressione.

Insomma, se qualcuno si aspettasse un film molto triste si sbaglierebbe perché no, non lo è, e qui è l’aspetto straordinario. Al contrario, almeno a tratti è divertentissimo. Macabro, nemmeno. Beh, forse un pochino. Henry viene da una famiglia ebrea di New York, dopotutto. Indubbiamente scava nelle emozioni più forti, ma è attraversato interamente da quell’ironia che mi è così cara, che non dissacra ma allevia, entra più profondamente dentro e graffia quel tanto che basta perché la verità delle emozioni possa colpirti, ma senza ferire. Affrontando a viso aperto la violenza di alcune delle cose che ci devastano il cuore, perché possiamo parlarne se le accogliamo, e sorriderne significa accoglierle. Purché in quel sorriso ci sia tutta l’intensità possibile, perché è denso il nostro sentire, e deve esserlo, è giusto che lo sia.

E’ spiritoso, commovente, tenero, caldo, affettuoso.
Dicono che l’amore è puro e generoso. Non è vero. E’ meschino ed egoista. Ti volevo nello studio con me perché non riuscivo a concepire niente di meglio che averti vicino. Quello che volevi tu, che sognavi tu, io non volevo ascoltarlo. E poi, tuo fratello. Perché? Che razza di Dio, che razza di mondo è questo? E’ solo una stramaledetta truffa. Il dolore, dicono che poi passa. Stronzate. Non tenerti la rabbia dentro, dicono. Lasciala andare. Ti ucciderà. Fanculo, dico io. La rabbia è l’unica cosa che mi hanno lasciato. La rabbia è il mio rifugio, il mio scudo. La rabbia è il mio diritto di nascita.

E’ quello spazio tra il cuore e lo stomaco, tra la realtà e la trasfigurazione, tra la poesia e l’esistente, tra la vita come vorremmo che fosse e quella che è, che non è necessariamente peggiore, solo diversa. Il resto sta a noi. Cosa faresti se sapessi che ti resta poco da vivere? Cercherei il modo di essere felice. E allora perché non lo fai?
Non sono concetti nuovi, anzi. Si accompagnano da sempre ai pensieri che non possiamo fare a meno di avere sulla temporaneità del nostro esserci. Ma sono espressi in un modo che li senti vivi, ti ci picchi, combatti davvero contro quello che ti impedisce di portarli nella tua vita. Sono carne e sangue, sono nostri come difficilmente li sentiamo quando ci scivoliamo sopra intravedendo con occhi distratti una delle infinite citazioni sul non lasciarsi vivere.
Sulla mia lapide ci sarà scritto, Henry Altmann, 1951 trattino 2014. Non ci avevo mai pensato prima, ma non sono le date che contano. E’ il trattino.

Per otto giorni, Henry Altmann non si arrabbiò mai, neanche una volta. Tranne che proprio alla fine, quando disse alla morte di andare a farsi f..re. Poi riportò i suoi pensieri sulle cose che amava, e levò le ancore.
E’ un’accettazione senza resa, quella faticosa dolcezza che si conquista attraversando tutto il resto. Difficile togliermi dalla testa l’idea che tu sapessi fin troppo bene di cosa stavi parlando. Non avevi ancora risposte sicure, ma in cuor tuo sapevi. Comprese le ceneri nell’acqua, e magari anche tu odiavi l’idea, ma in fondo era l’unico modo di non separarti mai del tutto dalla terra.

 Perdonate quello che può apparire come uno spoiler, ma in realtà non lo è, perché non è la fine che conta, quella la si conosce fin da subito. Mi è venuto spontaneo utilizzare la seconda persona, rivolgermi a Robin direttamente, mi succede spesso, ma nelle recensioni di solito cambio, almeno quando le inserisco qui. Questa volta, ho deciso di lasciarla com’era. Il regista è Phil Alden Robinson, di cui non ho visto altri film. Sharon è Mila Kunis, Aaron Altmann (il fratello) è Peter Dinklage, la moglie è Melissa Leo, tutti molto intensi secondo me, ma non sono in grado di dare giudizi “tecnici”. Nota: le traduzioni sono mie, ho solo la versione inglese del film quindi non conosco i dialoghi italiani del doppiaggio.

Dàimon

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Dice che i Greci lo chiamavano dàimon, questo essere che è al tempo stesso dentro e fuori di noi, questa forza non imbrigliabile, parte della nostra natura più profonda e però anche della nostra scintilla divina, entità intermedia che permette una comunicazione tra la terra, il cielo e gli inferi, tra gli uomini e gli dei, ma anche il mondo dei morti. Avevano capito tante cose, come al solito. E Platone, leggevo, affermava che non è il demone a scegliere noi, ma siamo noi a sceglierlo. Eudaimonia, la felicità di scegliere il demone giusto, un demone buono, il custode della tua vita e delle tue scelte, la coscienza individuale. E se scegli bene, aggiungo io, ti sostiene e ti rincuora quando sei giù, ti conforta quando sbagli, ti dà forza e coraggio e regala aria e respiro anche alle giornate più buie. Se sei molto fortunato, dicevano altri popoli, questo spirito che ti accompagna puoi vederlo e parlarci. In fondo l’ho sempre pensato, sai, che le persone più profondamente buone sono anche le più felici, e per questo non ho mai potuto pensarti altro che felice, fino all’ultimo e nonostante tutto. Ed è questa felicità che si riverbera su di me. Sono felice e forse per la prima volta in vita mia,  non mi vergogno né ho troppa paura di dirlo. Non perché sono buona, ma per te, perché ho scelto il mio dàimon e l’ho scelto molto bene. Perché la felicità non è un buon momento, non è il sorriso dei tuoi figli dopo una lite, non è superare la paura, fare quello che ti piace, non è neanche l’amore. La felicità è prendere tutte queste cose, e infinite altre ancora, tutti gli istanti, tutti i sentimenti, le idee, i pensieri, l’immaginazione, i libri letti, le risate, le parole, il dolore provato, le strade percorse, i sentieri sbagliati, tutto quello che c’è stato, dentro e fuori di te, e sapere che per tutto questo eri te stesso, lo sei sempre stato e lo sarai sempre. Mica è poco aver condiviso questo pezzo di tempo sulla terra. Forse poi non avrei saputo amarti bene, se tu mi fossi stato compagno e non il mio angelo, forse non l’avrei mai saputo, che sarebbe stato comunque molto meglio averti e poi perderti, che non averti per nulla. Ma fai parte di me, comunque. Io lo sai che ti vedo a volte come il mio angelo buffo e meraviglioso, un angelo con momenti di estrema timidezza e momenti in cui scatena tutta l’energia dei vari soli che dicono ci siano nell’universo. Qualche volta il mio pensiero di te l’ho immaginato come una lucciola, una luce piccola ma intensa che indica il cammino. Altre volte come un cavallo generoso ma indomito e selvaggio come Spirit. Ma il bello del dàimon è che è multiforme, e può assumere anche più aspetti nello stesso tempo, o uno diverso a seconda del momento, persino un aspetto immaginario, uno che non esisteva fino a poco fa ed esiste ora perché lo abbiamo creato con la nostra fantasia. Il mio angelo, il mio dàimon. M’importa sempre meno di essere imperfetta, e sempre più amo questo cercare di imparare ogni giorno a essere un po’ migliore. E’ una specie di paradiso anche questo, sai. La morte quasi (ok, quasi, ho detto) non mi fa più paura. Forse neanche l’inferno, che nella mia anima c’è tanta bellezza, grazie a te, da poterlo far fiorire come un giardino.

e questa cosa la pubblico? Ma sì, la pubblico…

Altri Liebster e Tag

Liebster                 Sisterhood

Alcuni giorni fa ho ricevuto un paio di altre ‘nomine’ per il Liebster Award da Anira e per il Sisterhood of the World Bloggers Award da Lupetta. Per il Liebster a dire la verità avevo pensato di non proseguire il gioco visto che tra l’altro l’avevo fatto da non molto, poi però è arrivato il Sisterhood e il tag di Dora (Almeno Tu) l’ABC della Felicità e insomma, mi è sembrato giusto se non altro ringraziare chi comunque ha pensato a me, e già che c’ero, rispondere a qualche domanda diversa da quelle che mi erano state già poste.

Non vogliatemene, però, se non nominerò altri blog, ho una certa idea in testa che vedrò di mettere anche in pratica (aiuto!!), per parlare più nello specifico dei blog che seguo. In questo caso, preferisco che chiunque si senta libero di partecipare anche solo con un commento, oppure passare oltre.

Veniamo allora alle domande, queste quelle di Anira:

1- Sai parlare lingue straniere? Se sì, quali? L’inglese è la mia lingua di lavoro e del cuore, lo amo appassionatamente, è una lingua ricchissima di vocaboli (si dice sia quella con più parole al mondo, e io so per certo che gli Americani, ad esempio, ne inventano di continuo), e trovo che abbia una musicalità bellissima; poi conosco il francese abbastanza bene (qualche volta anche con quello ci lavoro), mentre il tedesco l’ho studiato per diversi anni ma quasi del tutto perso ormai.

2- La tua meta ideale per un viaggio? In questo momento, San Francisco

3- Il più bel ricordo d’infanzia?  I giochi che facevamo con mia sorella nella campagna vicino a casa: il gioco della guerra (che per tranquillizzare eventuali genitori ansiosi, non mi ha impedito di odiare tutte le armi e la violenza in genere), la fionda, ce l’hai, guardie e ladri, gli squali che ti acchiappano, arrampicati arrampicati che sennò ti prendono… non ero un vero e proprio ‘maschiaccio’, ho giocato anche con le bambole, ma ero libera di scegliere, nessuno mi ha mai detto ‘quello è da maschi’. E’ una gran cosa, pensandoci adesso 🙂

4- Dolce o salato? Dipende, mi piace mangiare in genere ma un bel gelato vince su tutto (se non fosse che adesso il dolce mi è quasi proibito),

5- Sei mai stato in un museo? Certo, sono luoghi magici (alcuni, almeno, ma direi quasi tutti)! 🙂

Qui invece quelle di Lupetta

  1. Perché hai deciso di aprire un blog? Adoro scrivere e volevo uno spazio il più possibile ‘libero’ che mi servisse da ‘blocco per gli appunti’ e al tempo stesso potesse magari anche essere letto da qualcuno 🙂
  2. Nero o bianco? Li adoro entrambi. Poi dipende da che cosa: vestiti neri (ma ne ho uno bianco e nero, secondo me stanno benissimo insieme), pensieri e fiori bianchi, e anche qualche notte bianca, quando si può 🙂
  3. Qual è il sogno che non hai mai fatto e vorresti fare? Questa è difficile. Diciamo che di notte, accolgo un po’ i sogni che vengono, quando e come vengono; i sogni ad occhi aperti me li scelgo io, e non ce n’è uno, tra quelli che vorrei fare, che non abbia fatto 🙂
  4. Senza cosa non potresti vivere? senza la memoria e la capacità di pensiero
  5. Credi nell’oroscopo? No.
  6. Cosa ti fa sentire libero? Scrivere; pensare; tutte le volte che riesco a essere me stessa senza troppi timori o riserve.
  7. Come ti vedi tra 20 anni? Una nonna felice di vedere ogni tanto i nipoti, ma con molto tempo libero per sé
  8. Il libro che avresti voluto scrivere tu. ‘Le Memorie di Adriano’ di Marguerite Yourcenar. Ma forse, visto che amo molto le storie per ragazzi e lo sentirei (pur sempre con una certa dose di presunzione che non guasta) più vicino alle mie possibilità, ‘Harry Potter’ (specialmente il primo e l’ultimo).
  9. Ti piace il teatro? Moltissimo. In tutte le sue forme.

E infine veniamo a quelle di Dora, le più difficili perché per quanto sia un momento molto positivo della mia vita, dare consigli sulla felicità non è proprio semplice, comunque ecco qui iil mio ABC:

A  Tratta le cose che vuoi fare per te stesso (sia la realizzazione di un sogno o semplicemente un libro che vuoi leggere da tempo) come se fossero impegni ben precisi e improrogabili presi con qualcuno a cui non puoi dire di no 🙂

Costruisci la tua strada senza ascoltare altre voci se non quelle che senti profondamente, dentro te stesso, che sono quelle giuste per te

Ama profondamente e illimitatamente, ma senza mai dimenticare che la persona che scegliamo di amare (sì, scegliamo, neanche io ci credevo, ma è così) deve farci stare bene. Altrimenti non è amore, semmai un calesse 🙂