Belfiore (Una fiaba), prima parte

Ho pensato che a chi piacciono le mie storie sugli eroi del mito potrebbero forse piacere anche le mie fiabe incentrate sul coraggio. Chissà… Sono tutte molto lunghe, quasi dei romanzi fiabeschi, ma finora avete avuto pazienza 😀  

Voglio ora narrarvi la storia di Belfiore, che nacque figlio di re e giunse, dopo molti patimenti e innumerevoli avventure affrontate con coraggio, ad essere re a sua volta.

   Belfiore dunque era l’ultimo dei tre figli del re Generoso di Buonaterra, un sovrano giusto e molto amato da tutti.

   La Fortuna aveva sempre assistito quel paese, dove in primavera ogni albero era carico di frutti, la verdura nasceva da sola dalla terra, il mare e i fiumi erano così ricchi che il pesce saltava direttamente nelle barche dei pescatori senza necessità di reti, nei boschi ogni cacciatore non mancava di tornare con il carniere gonfio di selvaggina, e ognuno viveva in belle case luminose e calde. Era, insomma, un buon posto dove vivere.

   Purtroppo accadde un giorno che la Fortuna voltasse le spalle all’improvviso, come del resto è solita fare, si dice, essendo una dea volubile che non rimane mai a lungo nello stesso luogo.

   Da un giorno all’altro, la terra smise di produrre i suoi frutti, il mare e i fiumi e i boschi si svuotarono, la luce e il riscaldamento cominciarono ad essere sempre guasti e a non funzionare mai.

   E’ facile comprendere che in una tale situazione ben presto il paese sarebbe stato in preda alla miseria, e il re capì che bisognava fare qualcosa. Ormai stava diventando vecchio, e non poteva più procurare alla sua terra il benessere e la pace che aveva garantito per tanti anni.

   Egli chiamò dunque il maggiore dei suoi figli, che aveva nome Pietro, e gli disse che era giunto il momento in cui avrebbe dovuto ereditare il trono, ma prima avrebbe dovuto dimostrare di meritarlo, riportando le cose a quella felice situazione in cui erano sempre state fino a poco tempo prima.

   Il giovane era molto diverso dal padre, un ragazzo pigro e presuntuoso, che a quelle parole rimase assai male, poiché credeva che il regno gli spettasse di diritto.

   Ma il re fu irremovibile, e il giovane dovette partire.

   Cammina cammina, si trovò di fronte all’incrocio di tre strade: la prima era un’erta salita, piena di rovi spinosi; la seconda era piana e ombrosa, ma sembrava assai lunga; la terza era una dolce discesa, una strada larga e comoda che sembrava là apposta per lui.

   Senza esitare, il ragazzo si avviò giù per quella discesa, ma non aveva fatto che pochi passi quando si imbatté in un enorme leone bianco, dall’aspetto così feroce che egli si sentì perduto. Si mise a correre, e corse per molto, molto tempo, tuttavia più strada faceva, più il leone sembrava avvicinarsi. L’aveva ormai quasi raggiunto quando il giovane vide davanti a sé una porta aperta, entrò e si trovò in un magnifico giardino. Il leone era scomparso, e una fanciulla gli si avvicinò sorridendo.

   Era bellissima, vestita riccamente con un abito che pareva risplendere come il sole, e il ragazzo ne rimase abbagliato.

   Ella lo stupì mostrando di conoscere l’intera sua storia, gli diede da bere e da mangiare, lo fece riposare su un letto di morbidissima piuma e organizzò solo per lui uno spettacolo con musiche e balli deliziosi. Sempre più confuso, il giovane pensò di trovarsi in paradiso.

   – Vuoi restare con me ed essere il mio sposo? – Gli chiese la giovane donna, che era una Principessa, ed egli non ci pensò due volte e disse subito di sì. Quella era la vita che voleva! Cosa gli importava in fondo del regno di suo padre, e di quei due buoni a nulla dei suoi fratelli? Qui avrebbe vissuto da gran signore, con la donna più bella del mondo, e ogni suo desiderio sarebbe stato esaudito.

   – Ebbene, allora la cosa è decisa – disse lei, – ma a una condizione. Devi promettermi che non cercherai mai di oltrepassare il fiume che segna il confine del mio regno.

   Al giovane non sembrò poi una gran promessa. Aveva lì tutto ciò che voleva, perché mai avrebbe dovuto desiderare di andarsene?

   E così si fermò in quel paese dei sogni, e trascorse là diverso tempo, tra feste, balli, canti, cibo squisito e le gioie dell’amore. Ma ad un certo punto cominciò a sentire la nostalgia di casa, la mancanza di suo padre e dei suoi fratelli.

   – Ti prego, lascia che vada a trovarli – disse alla sua sposa. – Tornerò presto, voglio solo vedere che stiano bene. Sono mesi che non li vedo!

   La Principessa scoppiò a ridere.

   – Mesi? Quanto tempo credi che sia passato? – gli domandò. E invero il ragazzo credeva di aver trascorso in quel luogo incantevole non più di tre mesi, mentre erano passati tre anni. Ma quando lo seppe, ancor più insistette per poter andare dai suoi, portar loro sue notizie, poiché certamente credevano di averlo perduto per sempre.

   Alla fine la moglie acconsentì a lasciarlo andare, ma pretese da lui un giuramento:

   – Bada, non dovrai parlare di me con anima viva, altrimenti ti trasformerai immediatamente in una statua di pietra.

   Il giovane promise e partì.

   La moglie gli aveva spiegato che non avrebbe potuto passare il fiume che delimitava il suo regno né a piedi né a nuoto, ma solo volando sul dorso di un’aquila: egli fece così e in tal modo poté giungere sano e salvo dall’altra parte. Dopo un lungo viaggio ritrovò infine il suo paese, ma ahimè, come era cambiato! Ovunque miseria, fame, desolazione. L’antico castello della sua infanzia era in rovina, ed egli si accorse che non sapeva più dove andare per ritrovare la sua famiglia.

   Infine, qualcuno si ricordò del giovane che era partito tre anni prima ed era poi scomparso, lasciando la sua famiglia nella disperazione, poiché lo credevano morto. Gli indicarono una casupola cadente, dove il re e i suoi due figli rimasti avevano dovuto adattarsi ad abitare, anch’essi ormai troppo poveri per mantenere il loro maniero.

   Ed anche loro erano assai mutati nell’aspetto: smunti e smagriti, tristi da far pietà. Lo accolsero con gioia indicibile, pensando che avesse trovato ciò che avrebbe riportato il benessere al loro paese, e che tutto sarebbe tornato come prima. Il giovane ne fu davvero molto rattristato, pensando a quanto era stato egoista, perché mentre egli si intratteneva piacevolmente in un luogo di delizie con la sua bella sposa, i suoi avevano sofferto tanto, e allora gli scappò detto:

   – Eh, se ci fosse la mia sposa, lei sì che saprebbe rimettere tutto a posto.

   Ma non aveva finito di dirlo, che venne trasformato in una statua di pietra, e la disperazione del re e dei suoi fratelli divenne ancora più grande.

   A questo punto il secondo figlio, Giovanni, decise di partire a sua volta. Il re non voleva, pensava che avrebbe perso anche lui, sperava che la fortuna sarebbe cambiata anche senza che un altro dei suoi ragazzi dovesse rischiare la vita, ma il giovane non volle sentire ragioni.

   – Vedrò se mi riesce di riportare alla nostra terra la sua ricchezza, e a nostro fratello la vita – disse, e partì.

   Cammina cammina, anch’egli giunse al bivio di fronte al quale si era già trovato suo fratello. Vide la prima strada, così difficile e faticosa, e decise che non faceva per lui; ma neppure quella discesa così comoda gli sembrò la via giusta: infatti, pensò, se all’andata vado in discesa, mi toccherà la salita al ritorno. Scelse dunque la strada pianeggiante, a camminò molto, molto a lungo, fino a che si trovò in una immensa prateria a bordo di un fiume impetuoso. Su questa prateria, per miglia e miglia a perdita d’occhio non sembravano esservi altri esseri viventi a parte un branco di enormi cavalli selvaggi, dal mantello nero e dall’aspetto imponente, che tuttavia si rivolsero al giovane in tono gentile. Chissà come, avevano imparato a parlare, non solo tra loro, ma anche con le altre creature. Erano occupati, così gli spiegarono, a cercare di smuovere la terra dal fiume per liberarne il letto, affinché con la stagione delle piogge non straripasse sommergendo il loro regno e tutto il mondo con esso.

   Ora però bisogna sapere che quando il figlio maggiore del re era presuntuoso e amante della bella vita, il secondo figlio era pigro e arrogante e così scoppiò a quelle parole in una risata di scherno.

   – Non è lavoro per il figlio del re, questo – disse, e fece per sedersi all’ombra di un albero a riposare. Ma immediatamente i cavalli smisero la loro occupazione e gli si avvicinarono minacciosi, costringendolo infine a montare in groppa a uno di loro.

    Galopparono e galopparono per ore, fino a che il giovane, esausto, pensò che non sarebbero mai arrivati, quando ecco una distesa d’acqua, un fiume immenso come il mare, le cui acque parevano continuamente agitate da un vento misterioso. Tutto il resto, intorno, era quieto e immobile e silenzioso, né si vedeva anima viva.

   Senza esitare, i cavalli si diressero tutti dentro il fiume, e il povero ragazzo pensò che questa volta era proprio finita, lo avrebbero annegato.

IL PAESE INFELICE – i Parte, Capitolo I (continua

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Una componente abbastanza particolare di questo carattere dell’eroe [stiamo ancora parlando dell’aspetto “sciamanico”] può essere trovata quando passiamo a parlare della “principessa” (ovvero in generale dell’eroina). Propp osserva come ricorra spesso nelle fiabe l’ostilità della principessa nei confronti dell’eroe, ostilità che talvolta accompagna quella del padre della principessa.

Ciò si ricollega al fatto che l’eroe sposando la principessa diviene erede del suo regno, sostituisce quindi il padre di lei. L’interpretazione che dà Propp è naturalmente storica: anche presso diversi popoli arcaici l’eroe doveva farsi accettare nella famiglia della sposa e finiva poi per prendere il posto del suocero come capo della tribù.

Per fare questo doveva però dimostrare di possedere la stessa “forza magica” del suocero, di portare alla tribù gli stessi benefici.

In alcune fiabe l’idea della trasmissione della forza magica è riflessa con particolare evidenza: al raggiungimento dell’età da marito della figlia, quindi al presentarsi di una nuova generazione, la situazione di benessere del popolo cessa (“la selvaggina smise di volare, i pesci cominciarono a scomparire…”) e questo evidentemente indica al vecchio re che è venuto il momento di andarsene e cedere il posto ad altri. Chi ne prenderà il posto dovrà dunque dimostrare di essere in grado di riportare la stessa situazione di benessere che esisteva prima. Per questo la funzione dei compiti difficili è duplice: da una parte il re sa di dover cedere il proprio posto e assegna imprese tali che il successore mostri di “meritare” il regno; dall’altro il re sa anche che il successo dell’eroe comporterà la propria morte e per questo i compiti devono intimorire. E lo stesso è per la figlia del re: come rappresentante della nuova generazione ella deve compiere il proprio dovere e andare sposa così contribuendo alla caduta del proprio padre, ma come figlia deve odiare il fidanzato che porta la rovina del padre. Per questo talvolta cerca di uccidere il fidanzato e altre volte contribuisce invece all’uccisione del padre[1].

Le prove a cui l’eroe viene sottoposto possono essere le più varie, tuttavia, osserva Propp, esse hanno tutte un elemento in comune: l’eroe deve dimostrare di essere stato nell’aldilà, portare ad esempio un oggetto che non può provenire che dall’”altro regno”, oppure compiere delle azioni impossibili nelle quali avrà successo grazie all’aiutante magico, che a sua volta è stato trovato nell’altro regno, e così via.

Questi compiti sembrano avere un duplice scopo: da una parte scoraggiare il pretendente alla mano della principessa (abbiamo visto infatti che al matrimonio consegue in genere la morte del vecchio re e comunque la sua sostituzione col nuovo “capo”); dall’altra appaiono invece come il mezzo per trovare alla principessa un marito che sia davvero degno di lei.

In effetti si potrebbe pensare da una parte che questa ostilità sia la conseguenza del rapporto tra padre e figlia, e del desiderio del primo di tenere per sé la figlia allontanando i pretendenti; dall’altro che sia “necessario” sconfiggere il re e prenderne il posto (di fronte alle continue pretese del re, spesso anche il genero “tira fuori le unghie” e si ripromette di prendere la principessa e il regno con la forza se il fidanzamento gli verrà rifiutato ancora una volta, oppure in altri casi esauriti i propri compiti affida al re a sua volte dei compiti che questi fallisce). In questo caso si può pensare che l’impresa dell’eroe sia quella di crescere e diventare uomo e sostituire se stesso come “capo” di una nuova famiglia o piuttosto, nella nostra società, sostituire i propri valori e la propria concezione della vita a quella del padre (questo potrebbe essere rafforzato dal fatto che talvolta non è il padre ad essere ostile, ma la madre della fanciulla). L’ostilità della fanciulla sarebbe allora spiegabile nella sua difficoltà a crescere e lasciare la casa genitoriale per unirsi al fidanzato e diventare, appunto, “adulta”[2]. Ancora di più si può qui osservare un’analogia con quanto sostenuto da Bettelheim riguardo al rapporto edipico della bambina con il padre che è alla base di tante fiabe.

Talvolta la fiaba non finisce con le nozze, e lo sposo deve affrontare una prova ulteriore consistente in un pericolo riguardante appunto la notte di nozze. Il pericolo ravvisato dai popoli arcaici nella stessa deflorazione della donna sarebbe alla base di queste fiabe, nella quali talvolta la prima notte è trascorsa non dall’eroe ma dall’aiutante magico, che sostituirebbe il rito di iniziazione della donna col quale essa acquistava la fertilità, e solo dopo poteva avere rapporti sessuali e sposarsi[3].

Il potere di procreazione, legato al potere sessuale, ancora tempo dopo che la dominazione femminile ha ceduto a quella maschile, è rimasto l’unico che ancora l’uomo teme; ma quando questo potere le viene tolto, rendendo l’iniziazione solo maschile, ella diviene del tutto asservita all’uomo, e questo spiegherebbe anche le torture che in alcune fiabe le vengono inflitte e che precedono la felicità finale con lo sposo (percosse con le verghe ecc.). Con questi mezzi la donna viene privata della sua forza.

[1]Vladimir Ja. Propp, Le radici storiche…, op. cit., p. 453

[2]Ibidem, pp. 424-427

[3]P. 447

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Parte I Inizio del Capitolo I

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PRECISAZIONE: i due estratti che avevo postato in precedenza costituivano l’introduzione, qui entriamo nel vivo dell’argomento “eroe” 😀

PARTE PRIMA – STORIA DEI CARATTERI EROICI

CAPITOLO I – I primordi: l’eroe sciamano

Quando Propp parla degli aiutanti, ne individua tra l’altro quattro particolarmente legati al ruolo dell’eroe come “sciamano”. L’“uomo del fiume”, l’“uomo della montagna”, l’“uomo della foresta”, il “signore del gelo” rappresentano evidentemente le forze della natura, e la loro sottomissione all’eroe è la sottomissione della natura. Infatti senza il sostegno dell’uomo anche il signore della natura perisce, e in cambio di questo sostegno egli fornisce il suo aiuto[1].

Esistono dei miti nei quali l’eroe crea o contribuisce a creare il mondo, fa nascere boschi, fiumi e montagne, in una parola dà origine alla natura. Alla luce del ruolo dell’eroe come sciamano, Propp ritiene che vi sia un collegamento tra questa sua prerogativa e le fiabe nelle quali appare la fuga mediante lancio di oggetti (il pettine o pezzo di legno che diventa bosco, il sasso che diventa montagna, ecc.).

Vedremo che la qualità di eroe richiede sempre, nelle sue pur diversissime espressioni, la capacità di raggiungere un “altro mondo” che ha evidenti riferimenti al Regno della Morte. Questo passaggio  è strettamente collegato ad una richiesta, perlopiù impossibile, che viene fatta all’eroe da qualcuno, e che necessariamente implica il ricorso a mezzi soprannaturali: sono quelli che Propp chiama i “compiti difficili”.

Tuttavia non è nel mondo “di là” che vengono affidati all’eroe questi compiti sovrumani: il signore del “regno di là”, strega, fata, vento, animale o altro, assume il ruolo del donatore, ovvero il mezzo con il quale l’eroe viene in possesso di un oggetto o di un aiutante magico. Questo dono (che consentirà poi l’assolvimento del “compito difficile” gli viene dato in genere gratuitamente. Talvolta deriva dal fatto che l’eroe è stato gentile con un essere fatato (ha aiutato ad esempio una vecchina che si è rivelata una fata), ma più spesso non viene spiegato, e non avrebbe in effetti necessità di essere spiegato. Il fatto, ad esempio, di conoscere la magia che apriva la porta della capanna, il “sacrificio” alle belve che impedivano l’accesso (è ricorrente anche in Italia l’idea di gettare del pane unto d’olio ai cani, o della carne ai leoni custodi), l’aver mangiato il cibo ecc. sono altrettante prove che l’eroe ha superato. Talvolta egli sa tutte queste cose perché un precedente “donatore” o aiutante gli ha spiegato cosa fare, ma di norma egli sa già tutto “perché è l’eroe. Il suo eroismo consiste anche nella sua magica conoscenza, nella sua forza”[2]. Del resto, se accettiamo l’idea di Bettelheim per cui aiutanti e donatori non sono in realtà che proiezioni di particolari qualità del protagonista della fiaba, questa importantissima caratteristica dell’eroe come colui che ha la “conoscenza magica” e la forza di piegare la natura ostile non viene smentita neppure nel caso che egli scopra il modo di superare le prove grazie a queste figure.

Dunque, se in origine al cacciatore è possibile entrare nell’altro regno grazie alla sua forza, in seguito, vengono elaborati dei sistemi di verifica delle “virtù”, e tra queste può anche rientrare la capacità appunto di svolgere un compito difficile. Questo compito può essere necessario per entrare in questo mondo “altro” (ad esempio, per poter entrare nel castello fatato occorre gettare il pane ai cani, attendere che i leoni custodi abbiano gli occhi aperti, perché quando li hanno chiusi vuol dire che dormono, non parlare con nessuno, per quanto la tentazione sia forte, e così via), oppure viceversa può essere una sfida lanciata avente proprio lo scopo di far sì che l’eroe dimostri di essere stato nell’”altro regno”: così, se il re ordina di “andare non-so-dove a prendere non-so-cosa”, è evidente che per risolvere il problema l’eroe dovrà rivolgersi al sovrannaturale, dovrà, in sostanza, dimostrare il proprio potere sulle forze della natura, incluse quelle più oscure della morte. Quasi tutti i compiti impossibili, tutti forse, hanno in comune questo: la prova di aver affrontato e vinto le forze benefiche come quelle malefiche che sono alla base del benessere o della sventura del popolo al quale l’eroe appartiene.

Col tempo queste qualità vengono in identificate tout court con quella forza morale, che, appunto, sola consente di vincere non solo e non tanto la forza fisica, quanto l’oscurità, la paura, l’orrore che ancora oggi, in un mondo tanto cambiato, resta dentro di noi forse dettata in realtà dall’angoscia per la nostra stessa parte oscura, l’unica che ancora non sappiamo non solo dominare, ma neppure conoscere. Infatti solo conoscendo e accettando questa parte possiamo sconfiggerla, come tutte le fiabe e le varie saghe sulla lotta del bene contro il male vogliono in realtà insegnarci. In “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, alla fine Dumbledore (il Professor Silente) dice al protagonista che in fondo insegnargli l’”Occlumanzia” per impedire a Voldemort di entrare nella sua mente e impadronirsi dei suoi pensieri non era poi così indispensabile: alla fine è stato il tuo cuore a salvarti, quella forza che Voldemort conosce ma sottovaluta, e che è quella che invece Harry possiede in misura superiore a lui.

Il fatto di poter entrare nel Regno della Morte e tornare indietro poi tra gli uomini si ricollega strettamente all’idea dell’eroe come “sciamano”. Una delle più affascinanti e sfaccettate manifestazioni di questa capacità è la lotta contro il drago che, correlativamente, è una delle figure più multiformi della storia dei racconti mitici, fiabeschi e leggendari.

Il rapporto estremamente complesso che esiste da sempre tra il drago e l’eroe, e che non è che una delle espressioni del rapporto dell’eroe con le forze della natura, è ben espresso da Propp quando osserva che (nella fiaba russa, ma in realtà il concetto può applicarsi senza differenze ovunque) l’eroe è il nemico di sempre del drago, che sa della sua esistenza e sa anche che perirà per mano sua: “In tutto il mondo non ho altro nemico che il Principe Ivan…”[3].

Questo rapporto percorre con la stessa complessità, le stesse contraddizioni, gli stessi aspetti oscuri, tutti i tempi dagli sciamani fino ai giorni nostri.

Tra i Greci Apollo, sconfitto e ucciso il Pitone, oracolo della Terra, ne ereditò le virtù profetiche, ne assimilò la forza, “giocò coi serpenti, figli prediletti della terra”: e così Apollo, dio della luce, accolse dentro di sé la notte e la sua potenza[4]

Ed Ercole non ha forse iniziato la sua “carriera” di eroe, quando ancora era in fasce e si chiamava Alceo, uccidendo i due serpenti che il padre Anfitrione aveva messo nella sua culla e in quella del fratello gemello per metterlo alla prova e svelarne così la natura divina?

E se veniamo a quello che è oggi il più famoso eroe fiabesco, possiamo vedere che Voldemort, il nemico di Harry Potter, sapeva già prima ancora che Harry nascesse, che quello era il nemico che avrebbe dovuto distruggere per poter sopravvivere. Voldemort non è un drago ma ha una stretta relazione con i serpenti (ed è interessante il fatto che anche Harry ha questo rapporto, fin da piccolo sa parlare con i serpenti).

Serpente e drago spesso si confondono, e fin da epoche antiche. Atena affiderà a Cecrope, mezzo drago e mezzo uomo, l’unico “figlio” Erittonio, il primo uomo, destinato ad essere re di Atene, nato dal desiderio di Efesto che le ha lanciato contro il proprio seme: ed Erittonio, nascosto in un cesto che nessuno dovrebbe aprire, è protetto da un serpente che lo avvolge tra le sue spire[5]. Le figlie di Cecrope, disobbedendo al divieto, terrorizzate si gettano dalle rocce sull’Acropoli, poiché l’occhio umano non può sopportare, senza morirne, la vista della natura divina delle cose. A meno che, appunto, non si tratti dell’occhio di un eroe.

Il mostro divoratore (che diventerà poi il drago) è in stretta relazione con il rito iniziatico, osserva Propp. In questi riti il neofita veniva quasi sempre “inghiottito” sotto varie forme e poi “risputato fuori” come uomo nuovo, avendo acquisito qualità di grande cacciatore, forza magica, ecc. Dunque il collegamento con il ruolo di sciamano ne risulterebbe confermato

L’inghiottimento ad opera di un animale viene poi sostituito da quello ad opera dell’acqua: chi ha il coraggio di nuotare in uno stagno dove si trovano gli spiriti (o i draghi) oppure nel mare riceve da questi esseri virtù particolari di sciamano. Mentre la funzione di inghiottitore del drago non è in stretta connessione col suo aspetto (possono essere tali anche pesci, lucertole, uccelli ecc.), la sua caratteristica di signore delle acque è al contrario legata alla sua natura di serpente prima e di serpente-drago poi[6].

Da questo “inghiottimento” l’eroe riporta selvaggina (il potere sugli animali) o frutti della terra e più tardi facoltà taumaturgiche e medicinali, il fuoco, l’arte di modellare la creta… Potrebbero spiegarsi in questa luce anche i miti di Cronos che divora i propri figli (e inghiottendoli conferisce loro il proprio carattere divino) e di Giona che uscendo dal ventre della balena ha acquistato facoltà profetiche[7].

La ferocia del drago convive dunque con gli aspetti benefici. Il dualismo, carattere essenziale di questa figura, viene da lontano. E’ lo stesso carattere doppio del serpente, che è il protettore di Erittonio tanto quanto il mostro ucciso da Eracle. E questo dualismo si fonde nel Pitone ucciso da Apollo, che l’uccisore sostituisce nel potere divinatorio e nella potenza ricollegata in origine alle forze primordiali.

In seguito però l’accesso al Regno della Morte viene identificato con il viaggio verso un luogo lontano piuttosto che con l’entrata nell’animale totemico, e l’inghiottimento perde la sua funzione. A questo regno si giunge talvolta ugualmente nel ventre di un animale, perché il nesso con i riti arcaici esiste ancora, ma il senso dell’utilità, del beneficio di questo è andato perduto, e l’animale che ingoia è diventato comunque un nemico pericoloso.

Questa forma di “eroismo magico” di colui che entra nel ventre del mostro per trarne forza viene così col tempo sostituita dal valore e dal coraggio individuale. Il mostro diviene una raffigurazione del male e l’eroe è colui che lo uccide. Il passaggio avverrebbe dunque dall’eroe che viene ingoiato e poi “eruttato”, all’eroe che si lascia ingoiare (di solito per essere trasportato nel “regno lontano”) ma poi uccide il mostro (v. Assipatte, fiaba evidentemente molto antica); infine, il personaggio si sdoppia, e colui che viene inghiottito dal mostro è la “vittima” che l’eroe dovrà salvare uccidendo il mostro. Questa uccisione avviene dapprima pur sempre dall’interno, come appunto nella leggenda di Assipatte; in un secondo momento la lotta tra drago ed eroe avverrà invece soltanto dall’esterno, senza più alcun “inghiottimento”.

Un’altra ragione per questa trasformazione dell’essere amico in nemico potrebbe risiedere secondo Propp nel già menzionato carattere acquatico del drago: il drago è colui che governa le acque presso molte popolazioni antiche, dalle quali è considerato un essere temibile e spaventoso ma fondamentalmente benefico, appunto perché regola il corso delle acque e dona la fertilità.

Con il passaggio ad un’economia agricola più stabile e alle prime pur rudimentali forme di stato, gli antichi animali totemici vengono sostituiti dagli dei antropomorfi che ne assumono le funzioni, tra cui in particolare quella di dispensatori di acqua: nei miti spesso la lotta col drago è messa in rapporto con un abuso che egli ha fatto del suo potere, scatenando alluvioni o siccità, e questo avviene anche in molte fiabe, non solo russe[8].

A parte le ragioni socio-economiche, tuttavia, sembrano sfuggire a Propp i nessi derivanti dalla mutata concezione della morte: man mano che la società si evolve, anche il rapporto con la morte diviene sempre meno naturale e accettabile. Oggi sarebbe forse difficile pensare ad una fiaba in cui la fanciulla varca effettivamente il regno dei morti e viene riportata indietro: anche per questa ragione il salvataggio avviene quasi sempre “prima” che la vittima venga divorata.

Il drago passa nella fiaba in questa concezione tarda di terrore del regno dei defunti, divoratore dei morti, vinto il quale l’anima può infine raggiungere la beatitudine eterna.

A questo punto il divoramento si è trasformato in qualcosa di ripugnante, e diviene anche “punizione” dando a tutto il motivo una sfumatura moralistica[9], pur convivendo con il diverso aspetto del combattimento.

E’ per questo che, come vedremo, uno dei fondamentali caratteri eroici del protagonista delle fiabe sta nel superare la paura della morte: quando il rapporto con la morte era più naturale, ciò che contava era piuttosto il fatto di “superare un confine”, perché da questo derivava una speciale protezione e benefici straordinari per il popolo. Quando invece la morte è divenuta un orrore da cui tutti fuggono, chi non fugge è “eroico”.

Ma l’aspetto forse più interessante è un altro. Se è vero, come afferma Propp, che l’espulsione dalle fauci del drago rappresenta anche la nascita dell’eroe, ne deriva che il drago è anche il padre, l’antenato, o comunque in qualche modo l’origine dell’eroe. Nell’ultima fase colui che è nato dal drago, cioè l’eroe, uccide il drago. Anche in questo caso, da alcuni riferimenti si può dedurre che il drago o lo spirito acquatico conferiranno al nuovo nato la propria forza e la propria natura[10]. In questo modo si giunge alla conclusione che il drago è ucciso da un essere della sua stessa specie, forse perché l’antica concezione del drago benefico non è del tutto scomparsa e questo drago combatte allora contro il drago-mostro temibile[11]. In sostanza, la sconfitta del drago, non diversamente da quella dell’orco o dal gigante, rappresenterebbe la conquista della propria autonomia, del proprio potere, da parte dell’eroe-figlio, ovvero il passaggio da una generazione a un’altra. Il drago non è più capace di dominare le forze della natura, di portare benessere alla sua gente, al contrario diviene una minaccia, e il suo posto è preso dal suo erede più giovane.

Questo spiegherebbe anche perché solo l’eroe, che appunto ha la stessa natura del drago, è in grado di sconfiggerlo. Diventa ancora più evidente, in Harry Potter, il motivo dello stretto legame tra Harry e Voldemort. Harry è nato in modo “normale” ma è stato comunque “marchiato”, sia dalla madre che lo ha protetto con la sua morte, sia dallo stesso Voldermort che tentando di ucciderlo senza riuscirci gli ha trasmesso i suoi poteri.

Partendo dall’analisi psicologica, Bettelheim giunge a conclusioni simili. Qualsiasi bambino, egli osserva, sogna di essere al posto del padre e avere per sé l’attenzione esclusiva della madre; tuttavia ovviamente lo spaventa l’idea di vivere senza la protezione del padre e anche la sua vendetta se conoscesse i suoi pensieri. La storia dove l’eroe uccide il drago (o altro mostro) e salva la principessa lo conforta a più livelli: gli dice che in realtà non è il padre con cui egli vuole combattere, ma un drago malefico; che non è la madre che egli vuole, ma una donna magnifica che certamente incontrerà; che, lungi dal doversi sentire in colpa per le proprie fantasie, egli può identificarsi con l’eroe, che è sempre giovane e innocente come lui, oltre che dotato di quelle qualità appunto “eroiche”[12].

Da questo punto di vista la lotta contro il drago non è altro che la lotta contro il padre (o l’antenato, che è lo stesso), volta da un lato a superare il proprio conflitto edipico, dall’altro ad asserire la propria indipendenza e mostrare il proprio valore e quindi la capacità di “prendere il posto” del padre, o, in altre parole, di assumere il proprio ruolo di adulto. “L’eroe”, dice Calasso, “diventerà egli stesso il nuovo mostro… Quando l’eroe affronta il mostro, non ha ancora potere, né sapienza. Il mostro è il suo padre segreto, che lo investirà di un potere e di una sapienza che sono soltanto di un singolo, e soltanto il mostro gli può trasmettere[13].

Per questo allora il drago e colui che lo combatte hanno in realtà la stessa natura, per questo il drago sa fin dall’inizio chi sarà il suo nemico, e per questo solo l’eroe può sconfiggere il drago. La “marcatura” dell’eroe non pregiudica allora né la sua umanità, né la possibilità per il bambino di identificarsi con lui, che è anzi lo scopo stesso della storia. Non è perché l’eroe è speciale che può sconfiggere il drago, ma perché solo un figlio può prendere il posto del padre.

[1]Vladimir J. Propp, Le radici storiche dei racconti di magia, Ed. Newton, Roma 2003 p. 302-305

[2]Ibidem, p. 200

[3]Ibidem, p. 341

[4]Pietro Citati, La mente colorata. Ulisse e l’odissea, Mondadori, Milano 2002, p. 19

[5]G. Mascioni, op. cit., p. 88

[6]V. Propp, op. cit., p. 374

[7]Ibidem, p. 349

[8]Pp. 375-378

[9]P.393

[10]p. 395

[11]Pp. 396-7

[12]B. Bettelheim, op. cit., p. 110

[13]R. Calasso, op. cit., p. 383

L’eroe – Continua

Supereroe, Umano, Essendo, Potere, Vivo, Presente

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Provo ad andare avanti con questo argomento dell’eroe che mi affascina…

Almeno fino a che non ha cominciato ad essere raccolta per iscritto, la fiaba è rimasta per chi raccontava come per chi ascoltava (non solo bambini: i racconti erano in genere per tutti) uno spazio di libertà, di gioia, di immaginazione e di fantasia. Certo, chi raccontava – sempre un adulto – ovviamente esercitava un controllo, tuttavia necessariamente meno stringente, per l’immediatezza del mezzo orale, non così accurato, studiato come il mezzo scritto.
Oggi è apparentemente vinta la battaglia contro chi voleva proporre ai bambini modelli del tutto astratti dalla realtà, improntati a una bontà zuccherosa e irrealistica, e una serietà (o meglio seriosità) della cultura che vieta il sorriso perché “distoglie dal dovere” e proibisce l’immaginazione presumibilmente perché sfugge al controllo ed è quindi pericolosa.
La scelta tra i libri di fiabe sembra in effetti vastissima, con innumerevoli rielaborazioni, libri-gioco, libri sonori, riduzioni per tutte le età, ma non tutto è risolto: la quantità di offerta rende difficile la scelta, e come osservava Bettelheim, spesso sembra non solo più facile, ma anche più opportuno, più sicuro rivolgersi a versioni edulcorate che purgano la storia dei suoi elementi più sanguinosi, cruenti, e oscuri, per “proteggere” il bambino.
Ma proteggerlo da che cosa? Qui sta il punto.
Spesso la fiaba sembra davvero estremamente violenta: foreste spaventose, mostri, vendette crudeli contro i malvagi, pretendenti alla mano della principessa che muoiono per non essere riusciti nell’impresa, sono tutti aspetti che possono fare molta paura. Ma, avverte Bettelheim, si tratta di una paura salutare: che noi gli diamo o meno da leggere Cenerentola, il bambino è geloso dei suoi fratelli e si sente talvolta umiliato e maltrattato. Che gli raccontiamo la versione originale o quella edulcorata di Biancaneve, lui vede talvolta la mamma come una “matrigna” e la rivalità tra genitore e figlio è cosa nota, o dovrebbe esserlo. Il bambino vive i conflitti della crescita, vive la sua parte oscura, i suoi “mostri”, di cui non conosce la natura.
Noi pensiamo forse, non facendogli conoscere le fiabe, di proteggerlo da questi mostri, dagli aspetti più paurosi della vita, ma è proprio il contrario: grazie alle fiabe lui può dare un nome a queste paure, identificarle con l’orco, la strega, la matrigna, e può credere che, come l’eroe, anche lui potrà sconfiggere i suoi “mostri” e, nonostante le difficoltà, avere una buona vita. Una volta che egli ha raggiunto una maggior dimestichezza con le fiabe, gli elementi paurosi tendono ad assumere meno importanza, e quelli rassicuranti prevalgono: l’ansia originaria si trasforma allora nel grande piacere dell’ansia affrontata e dominata con successo ,, che non è altro, in fondo, che la caratteristica principale che noi cerchiamo nell’eroe.
E qui veniamo all’altra accusa che è stata mossa alle fiabe, quella di essere troppo “ottimistiche”, con quel lieto fine “improbabile”.
Ma anche a questa critica Bettelheim ha risposto in modo esauriente. In primo luogo, occorre appunto distinguere tra fiabe originali e versioni edulcorate: in generale le fiabe tradizionali sono tutt’altro che “rosee” e mostrano al bambino il mondo in tutti i suoi aspetti, sia pure con il linguaggio simbolico che è a lui più facile da comprendere: il lupo, la strega, il malvagio che si appropria dei meriti dell’eroe e tenta di sposare la principessa al suo posto, oltre ad essere espressioni delle paure del bambino sono anche rappresentazioni di altrettante parti “oscure” che sono non solo dentro lui stesso, ma principalmente nel mondo.
Mai viene detto al bambino che il mondo è un luogo idilliaco e che tutto gli sarà facile: al contrario, il messaggio è che le cose buone per sé si conquistano solo a prezzo di lotte, di fatica, di dolore e di rischi mortali. Cappuccetto Rosso avverte che l’ingenuità uccide, Biancaneve ci dice che l’eccessivo narcisismo di un genitore lo conduce a distruggersi da sé.
Ma per poter dare significato alla fatica che fa a crescere, il bambino deve anche poter credere che questa fatica potrà davvero condurre a un risultato.
Le fiabe gli dicono ciò di cui ha bisogno, con il suo linguaggio, quello delle immagini, dei simboli. In questo senso l’arte della fiaba potrebbe essere l’arte di Ermes, il dio del thélgein, dell’incantesimo, della fascinazione . Il dio che racconta menzogne che hanno però il sapore della verità. Che è capace del più elaborato inganno, ma mantiene sempre l’innocenza del bambino, un “odore di fasce e di latte”. Che confonde, tace, si nasconde, parla per oscure metafore, ma è pur sempre il messaggero di Zeus e il portatore, dunque, malgrado le apparenze, della verità più alta e più pura, quella che nasce dalla saggezza del dio più antico del mondo unita a quella del bambino che non cresce mai e che ride di tutto (incluso se stesso).
Anche Socrate parlava del mito come di un incanto, un vincolo magico che cattura l’anima .
Nel mondo del bambino, così come in quello delle fiabe, gli animali e gli oggetti parlano, aiutano, ostacolano. Inoltre, la fiaba parte da un tempo remoto e da un paese lontano, quindi rassicura immediatamente il bambino sul fatto che non si parla specificamente di “lui”, non è detto che sia “lui” a odiare i suoi fratelli, ad amare sua madre e voler uccidere suo padre, ad essere umiliato da una matrigna che pretende da lui tante cose. Nello stesso tempo, dentro di sé il bambino sa che tutte quelle cose sono vere anche per lui, e il fatto che siano accadute anche a qualcun altro significa che sono “normali”, che lui non è un “mostro”.
E’ anche per questo che è importante che l’eroe non sia un essere perfetto, invincibile e privo di difetti, con il quale il bambino certo non potrebbe identificarsi e che sarebbe anzi per lui fonte di ansia spaventosa, ben sapendo di non potergli assomigliare. La fiaba dunque non è immorale come la vedeva la pedagogia moralistica di anni non troppo lontani , perché la sua violenza non è affatto gratuita.
Ma neppure si può dire che si tratti di letture amene prive di qualsiasi contatto con la realtà. Il lieto fine non è dettato da un ottimismo superficiale, ma, come si è visto, da una ben precisa esigenza del bambino, quella appunto di poter credere che le sue difficoltà saranno premiate dal raggiungimento di qualcosa di buono, sia questo l’amore per un’altra persona o semplicemente il superamento di una dolorosa fase di crescita e il raggiungimento di un livello superiore di maturità.
Non sono le fiabe tradizionali a insegnare alle ragazze a restare in attesa del principe azzurro, del compagno perfetto: nelle fiabe il principe azzurro – come si dimostra da tutta la trama – rappresenta il risultato di un faticoso, lungo e doloroso processo con cui si esce dal proprio narcisismo (il “sonno” della Bella Addormentata, o il palazzo dove tutti i desideri sono realizzati nella Bella e la Bestia, ecc.) per imparare a porsi in relazione con un’altra persona, perché solo la relazione può far superare la paura della morte e dell’abbandono. Questo è il vero senso del “vissero felici e contenti”: non l’immortalità, non una vita perfetta, ma la raggiunta consapevolezza che consente di rapportarsi agli altri in modo positivo e quindi, non sentendosi più soli, venire a patti con la nostra difficile mortalità.
Sono semmai, purtroppo, molte versioni “adattate” delle fiabe popolari, nelle quali non si dà spazio alla ricerca, al superamento dei lati oscuri, al coraggioso uscire dai propri terrori e dai propri “mostri”, ma si propone un mondo, questo sì perfetto, irreale e del tutto inverosimile in cui i due eroi non fanno altro che trovarsi e vivere poi una vita meravigliosa che non si sono conquistati, che non “meritano” e che il bambino stesso non può che sentire come impossibile.
La fiaba ha certamente tra i suoi compiti fondamentali quello di far crescere nel bambino un proprio senso morale; ma è importante che esso gli venga trasmesso non con astratti concetti etici, ma attraverso ciò che gli appare concretamente giusto e quindi di significato tangibile.
Nelle fiabe non viene taciuto il pericoloso fascino che il male può avere nella realtà, basta pensare alla potenza del gigante, alla forza magica della strega; esso inoltre può anche avere temporaneamente la meglio, come le sorellastre che maltrattano Cenerentola o il falso eroe che prende il posto dell’eroe vero. Ma quello che è importante è che alla fine il male è sempre perdente. Non è quindi tanto il fatto che alla fine il cattivo sia punito che conta, anche se è importante, ma il fatto che il crimine non paga: il bambino “sceglie” l’eroe non perché è virtuoso, ma perché è più attraente: per questo egli si identifica con lui e con le sue lotte, sopporta con l’eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando vince.
Il bambino non si chiede se vuole essere buono, ma acquista la coscienza di sé identificandosi con qualcuno. Se questo qualcuno è dotato di qualità positive, il bambino desidererà avere anche lui quelle qualità.
Anche nelle fiabe dove l’arricchimento non è dovuto alla virtù, come Il gatto con gli stivali o Il fagiolo gigante che possono dirsi in questo senso “amorali”, hanno comunque la diversa e non meno importante funzione di dar al bambino la convinzione che anche il più umile può farcela: consentendogli così di affrontare la vita con la fiducia di poter sormontare le sue difficoltà, di fronte alle quali egli si sente spesso così insignificante da temere che non sarà mai in grado di valere qualcosa.
In questi casi le paure dell’eroe, la sua insicurezza, lo sconforto di fronte ad imprese apparentemente impossibili sono emozioni assai vicine a quelle del bambino che si trova di fronte alle spaventose lotte legate alla crescita e non sa se riuscirà a superarle.

IL PAESE FELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba da Ercole a Harry Potter

Il mondo della fiaba è il mondo esattamente opposto al mondo della verità e appunto per ciò le somiglia tanto, quanto il caos somiglia alla creazione perfetta.

(Novalis: Frammenti)

Bello l’eroe con gli occhi azzurri dritto sopra la nave
Ha più ferite che battaglie lui ce l’ha la chiave
Ha crocefissi e falci in pugno e blablabla fratelli
(Roberto Vecchioni)
Felice quel paese che non ha bisogno di eroi
(Bertolt Brecht)

Tanto e tanto tempo fa, in un Paese di cui non dirò il nome, c’era una fata un po’ pazzerella, che aveva tante idee e cominciava a fare un mucchio di cose, poi qualche volta le finiva, ma spesso, invece, le lasciava un po’ per aria, fino a quando arrivava un colpo di vento dalla giusta direzione, e allora tutte quelle cose sospese riprendevano vita…

🙂

Ecco, magari non posterò un saggio di filologia romanza, però ho ritrovato tra i miei file più antichi questa vetusta ricerca su un tema che mi appassiona moltissimo, perché il coraggio, se applicato bene, è una delle mie qualità preferite, benché lo intenda in maniera, diciamo, prevalentemente non bellica.
Così sono andata alla caccia delle caratteristiche pèiù affascinanti degli eroi “letterari”, perché il fatto che siano letterari non impedisce (anzi, ha probabilmente come naturale conseguenza) che ciò che amiamo in loro, non lo amiamo soltanto nella nostra immaginazione.
E dunque, ecco l’inizio. Dipenderà poi dalle reazioni se la cosa andrà avanti 😀

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“Felice quel paese che non ha bisogno di eroi”, diceva Galileo in un dramma di Brecht; e da tempo circola l’idea che “avere bisogno di eroi” sia un segno di debolezza, per un individuo o per una società: ma è davvero così?
Se intendiamo, per eroe, il soldato sprezzante del pericolo, cieco custode della disciplina militare, dell’ubbidienza e della superiorità assoluta del mondo in cui vive rispetto a qualunque altro mondo possibile, la cui missione è quella di uccidere quanti più nemici gli riesce, come il paladino Orlando, probabilmente sì.
Ma esiste un’altra figura di eroe, del tutto diversa, che ha il compito molto più complesso di insegnarci a venire a patti con la nostra umanità.
Una delle difficoltà più grandi per l’essere umano, è quella di accettare la mortalità e l’imperfezione. Per questo troppo spesso deviamo contro gli altri la nostra rabbia e il nostro odio, poiché non possiamo uccidere o colpire né la morte né il nostro dolore.
Questo non è un essere superiore, immortale o vicino all’immortalità. Non è l’incarnazione di un ideale di irraggiungibile perfezione a cui tendiamo e che continuamente si allontana, gravandoci di frustrazione e di rancore.
E’, al contrario, una persona come noi, con le nostre debolezze, i dubbi, la paura di non farcela, l’istinto di ribellarsi ai divieti, ma anche con la nostra determinazione ad affrontare le difficoltà, il desiderio e la capacità di amare, la nostra capacità di trovare in noi le risorse, o anche, quando è necessario, di chiedere aiuto pur sapendo che dovremo dare qualcosa in cambio, e insomma tutto ciò che ci rende umani. Perché – può sembrare un paradosso, ma non lo è – solo amare molto la vita dà la forza di accettare la sua temporaneità. E questa accettazione è ciò che ci rende capaci di lasciarci andare alle emozioni, di non avere paura, qualunque cosa accada, di metterci in gioco fino in fondo per qualcosa che sia davvero importante.
Pensiamo a un mondo senza Prometeo o Eracle, senza Ettore o Lancillotto, Robin Hood o D’Artagnan, e perché no, senza Peter Pan, Huckleberry Finn o Harry Potter, tutti bambini, tutti protagonisti di fiabe anziché di miti o leggende, ma non meno eroi per questo. Non sarebbe forse un mondo meno nobile, meno ricco, meno allegro?