Essere, fare e colori autunnali

Questo autunno continua a produrre fiori e frutti, alcuni di stagione, altri meno.

A proposito di frutti, l’incontro dell’altro giorno è stato davvero fertile, ha portato idee, pensieri e connessioni che vi racconterò.

Quanto al cinema, ancora anni ’30, ho visto I 39 scalini di Hitchcock, e anche di quello vorrei parlarvi, per cui ho tante cose da dire, altro che declino, qui si preannuncia una stagione di fervore creativo e colori gioiosi. Più i lavori di ristrutturazione, più la scrittura, lo studio per la patente, le traduzioni, la famiglia, i libri, il cinema, l’università della terza età… Sento forte il desiderio di esserci e sento che per esserci bisogna, più che mai, fare (intendiamoci, il fare può ben includere lo star seduti in poltrona con un libro o un film, ogni tanto almeno!).

L’universo mi sta dicendo qualcosa

Libri, film e un giardino. La mia idea di vacanza perfetta. O di vita perfetta.

In realtà ho scritto, letto e guardato film molto meno di quanto avrei desiderato, ma va bene comunque. Il giardino e la casa hanno richiesto molte attenzioni. Sto studiando storia, nomenclatura e modalità di coltivazione di un sacco di piante, note e meno note, con tutte le possibili combinazioni e i possibili usi, esemplari singoli, siepi, alberi, erbacee, rampicanti, da sole, da ombra, da mezz’ombra, piante che fioriscono in inverno, piante da bacca, piante con foglie di forme e colori strabilianti. Da perderci la testa. E non ho un parco, intendiamoci, solo un giardinetto. Ma trovo che progettare sia una cosa meravigliosa. Anche in casa. Ho dato il bianco e insomma, alla mala parata oggi potrei anche inventarmi un nuovo mestiere, vivaista, imbianchina, magari presto anche costruttrice di pergolati e sostegni per rampicanti, vedi mai…

Nel frattempo comunque sto proseguendo con la lettura/ri-lettura costante di “Furore”, libro splendido e coinvolgente, ma difficile per le profondità che ti trovi a esplorare. E qualcosa di simile potrei dire per “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas, diversissimo, introspettivo, la storia di una famiglia e di sentimenti e pensieri contraddittori, talvolta quasi crudeli, spesso poetici, quasi sempre molto intensi.

E mi sono vista un film, il primo della wishlist del 1935, non ne sarebbe valsa per niente la pena se non fosse stato per la sempre magnifica Katherine Hepburn, che fu nominata e perse l’Oscar in favore dell’altrettanto grande Bette Davis, la quale ammise che lo avrebbe meritato lei, non so se fosse solo cortesia, ma comunque K. Hepburn a mio parere vale qualunque film possa capitare di vedere. Certo, questo “Alice Adams” ce la mette tutta per farsi dimenticare. Trama esilissima su una fanciulla di bassa origine, che per farsi accettare dalle amiche altolocate si finge (con scarso successo) aristocratica e finisce per farsi sposare dal principe azzurro di turno, naturalmente bello ricco e gentiluomo. Con contorno di storia strappalacrime sull’imprenditore che da anni mantiene posto e stipendio al padre di Alice, inabile al lavoro, che anni prima aveva inventato una formula per un collante miracoloso per il quale non aveva forse ottenuto tutti i benefici promessi. Quando per amore della figlia, l’uomo pensa bene di sfruttare quella formula e mettersi in proprio, senza nemmeno farne parola con l’imprenditore, questi, invece di fargli causa (che avrebbe vinto a mani basse), lo prende come socio. La protagonista e il regista avrebbero in effetti voluto un finale diverso, maggiormente realistico e aderente al libro, ma non ci fu verso. Eravamo negli anni ’30, forse dal cinema si chiedeva che facesse fino in fondo la sua parte di fabbrica dei sogni, e oltre a convincere la gente che il sistema capitalistico era pur sempre il migliore dei mondi possibili.

Tanti buoni spunti, anche volendo mantenere lo stile da commedia, ci si chiede cosa ne avrebbe fatto un regista come George Cukor. Il rapporto col fratello bistrattato di Alice, ad esempio. O il vergognarsi delle proprie origini. Il lavoro, appunto… Fu invece diretto da George Stevens, che non era certo l’ultimo arrivato e avrebbe in seguito ricevuto anche due Oscar e diverse nomination, ma forse all’epoca era un po’ giovane o forse il film non era nelle sue corde. Il messaggio sembra essere: sei una fanciulla un po’ snob ma tanto carina e tutto sommato tanto una brava ragazza? Beh, tutto è lecito, per te e per la tua famiglia, se il fine è conquistare un buon partito. Fingi pure come se non ci fosse un domani, e non preoccuparti che al resto ci penserà il destino, che è pur’esso gentiluomo. Va beh. Meglio il giardino e la pittura alle pareti.

E poi ci sono sempre i tramonti, i cieli in fiore e i pensieri, le memorie, i nuovi incanti che di giorno in giorno si rinnovano. Un articolo visto di recente spiegava perché fa benissimo invecchiare in campagna. Ecco, sento che l’universo mi sta dicendo qualcosa…

Edit: questo post di un paio di giorni fa mi è uscito fuori datato 7 agosto. Non sarei il motivo, forse l’universo era un po’ stanco, a forza di lanciare segnali a destra e a manca e cospirare per la realizzazione dei sogni di tutti…

 

Film 1934 – The man who knew too much (L’uomo che sapeva troppo) e David Copperfield

Non sapevo che Hitchcock avesse fatto una versione precedente dell’Uomo che sapeva troppo, per cui pensavo, del tutto irragionevolmente, che si trattasse del film che conoscevo io, con James Stewart e Doris Day, ma non poteva essere. James Stewart aveva circa ventisei anni all’epoca e stava appena muovendo i primi incerti e faticosi passi nel mondo della recitazione (con grande disappunto del padre che avrebbe di gran lunga preferito che portasse avanti il negozio di ferramenta e lasciasse perdere la peccaminosa Hollywood). Doris Day, dal canto suo, nel 1934 di anni ne aveva appena 12.

In realtà si tratta di una versione piuttosto diversa, benché la trama sia in parte simile, e vale come curiosità, e per anticipare alcuni di quei tratti che sarebbero diventati caratterizzanti nei film di Hitchcock (inclusa la sua apparizione, come ombra, in qualche punto di ognuna delle sue pellicole). Si lascia vedere, ma c’è una ragione se quello rimasto nella storia è il film del 1956.

Invece, il David Copperfield del 1934, regia del grande George Cukor, che personalmente ho sempre amato molto, è considerato da molti il migliore tra i film realizzati sulla base del romanzo di Dickens. In effetti, ne riprende quel notevole equilibrio tra dramma, sentimento e humour che fanno di quel libro una delle più grandi descrizioni della vita, con i suoi alti e bassi, gli incontri nefasti (il patrigno Murdstone e l’untuoso Heep su tutti) e quelli invece positivi (come Peggotty, Mr. Micawber e la zia Betsy), tutti ritratti in maniera molto efficace dai rispettivi interpreti.

Si tratta quasi di un film a episodi, non lunghissimo (almeno rispetto al romanzo da cui è tratto), che si sofferma sui momenti più importanti della vita di David, con un grande cast, di cui curiosamente i più noti sono i personaggi di contorno (Basil Rathbone, Murdstone, che poi sarebbe diventato famoso come interprete di Sherlock Holmes, Edna May Oliver, zia Betsy, notissima caratterista, interprete di numerosi ruoli comici, Lionel Barrymore, Dan Peggotty, e W.C. Fields, famosissimo attore comico). Il ruolo del protagonista andò, per la parte dell’infanzia, a Freddie Bartholomew, che sarebbe diventato in seguito uno dei più acclamati bambini prodigio, recitando ad esempio in Capitani coraggiosi, Kidnappedll piccolo Lord, ma avrebbe presto abbandonato la carriera di attore per diventare regista e produttore. Frank Lawton, che ha la parte del giovane David, era un attore inglese, ma non ha mai raggiunto la notorietà, e lo stesso vale per le protagoniste femminili, Maureen Sullivan (Dora Spenlow nel film, ma nota soprattutto per il ruolo di Jane nei film di Tarzan), Madge Evans (Agnes) e Florine McKinney (Emily).

Film 1934 – It happened one night – Accadde una notte; Of human bondage – Schiavo d’amore

Avevo parlato di Accadde una notte – It Happened One Night a maggio, quando avevo iniziato a guardarlo. L’ho finito oggi…

Mancanza di tempo, certo, ma anche molta fatica. Non che sia brutto, tutt’altro. Del resto è stato il primo e a lungo l’unico film a vincere tutti e cinque gli Oscar cosiddetti maggiori (miglior film, miglior regia, sceneggiatura, attore protagonista e attrice protagonista). Frank Capra è stato anche per molto tempo uno dei miei registi preferiti, adoro le sue commedie anche adesso.

E allora cosa mi ha impedito di apprezzare appieno la pellicola? Diverse cose: primo, la storia forse poteva essere originale allora, ma adesso francamente appare parecchio datata: una sorta di Bisbetica domata in chiave moderna (moderna per allora, s’intende), con l’improbabile storia d’amore tra una fanciulla ricca e viziata in fuga  – interpretata da Claudette Colbert – e un giornalista cinico e squattrinato che inizialmente mira solo a sfruttare la storia per soldi, ma poi si redime.

Il protagonista maschile è Clark Gable, e qui sta un’altra nota dolente, perché non mi è mai piaciuto e non ho cambiato idea. Perfettamente in parte, intendiamoci, ma appunto. In tutti i suoi ruoli, ha recitato sempre sostanzialmente quella parte. Benissimo. Ma sempre la stessa. Il che mi fa pensare che ci fosse molto di lui, dentro. E se adoro l’ironia di origine britannica che illuminava gli occhi di Archibald Alec Leach, alias Cary Grant, quel tipo di mascalzone sciupafemmine dal cuore d’oro alla Clark Gable non mi prende proprio.

Infine, e non è un dettaglio secondario, ho trovato in rete solo un video pessimo, con un audio bassissimo, il che mi ha reso difficile seguire i dialoghi, già in sé piuttosto serrati e in americano stretto. Proprio questo mi ha fatto venir voglia di comprarmi o comunque trovare in qualche modo una versione migliore; dopotutto, Frank Capra è Frank Capra, cinque Oscar sono pur sempre cinque Oscar, e sono sicura che i dialoghi siano la cosa migliore del film.

Invece, per Of human bondage una volta mi è decisamente bastata. L’ossessione d’amore di un masochista per una profittatrice sciocchina che non sa nemmeno che cosa esattamente vuole e che finisce per autopunirsi con una rapida discesa lungo la strada della perdizione… boh, anche no. Nemmeno se in questo caso i protagonisti sono niente meno che Leslie Howard e Bette Davis. Il che mi ha permesso di arrivare a vederlo fino alla fine, ma niente più.

Adesso mi dedicherò a Hitchcock (L’uomo che sapeva troppo) e Lubitsch (La vedova allegra). Beh, dopotutto il 1934 non è stato un cattivo anno, cinematograficamente parlando.

Ricomincio dal cinema: #Film 1934: L’uomo ombra – The thin man e Accadde una notte – It Happened One Night

The Thin Man è un’assoluta delizia.

Lo so, è troppo poco per una recensione. Ma devo pur ricominciare da qualche parte (a scrivere nel blog, intendo), e William Powell e Myrna Loy rappresentano un ottimo, scoppiettante nuovo inizio.

Quanto a “It Happened One Night”, ne ho visto solo un pezzo. Non amo particolarmente Clark Gable (è un bell’eufemismo), ma il film probabilmente vale la pena, dopotutto è stato il primo a vincere tutti e cinque gli Oscar “maggiori”.

Ho un bel po’ da raccontare, in realtà. Un po’ alla volta…

The Thin Man

 

 

#Film 1933: Topaze e Morning Glory

Topaze è un delizioso piccolo film con John Barrymore e Myrna Loy, tratto da una commedia di Marcel Pagnol. Auguste Topaze, un ingenuo scienziato e modesto insegnante di scuola, viene licenziato quando rifiuta di alzare i voti al figlio di una baronessa (ah! Ma già allora, dunque, certi genitori usavano prendersela con gli insegnanti quando i loro figli non combinavano niente!). Viene in seguito assunto dal marito della baronessa, con la complicità della sua amante Coco, come “prestanome” per dare credibilità a una presunta acqua miracolosa e costosissima. Quando scopre la truffa, e viene insignito degli onori accademici da una commissione che capisce essere corrotta, Topaze decide di ripagare il barone della stessa moneta. Riuscirà a vendicarsi senza perdere la faccia, e persino a conquistare la bella Coco. John Barrymore è strepitoso.

Anche Morning Glory mi è piaciuto moltissimo: è valso tra l’altro il primo Oscar a Katherine Hepburn, attrice che come dicevo ammiro particolarmente. In un certo senso il film “è” Katherine Hepburn, si basa sulla sua bravura, sul suo fascino e sulla sua personalità. La storia in sé non sarebbe infatti particolarmente originale – tratta della strada costellata di delusioni e ostacoli che una ingenua ma ambiziosa ragazza di provincia deve percorrere per arrivare al successo (non si sa quanto duraturo) a Broadway. Lei la rende “viva”.

#Film 1933 – Dinner at Eight

Dinner at Eight è un altro film-parata di stelle, un  sulla scia di Grand Hotel dell’anno prima, diretto da George Cukor, forse per questo a me è piaciuto di più (Cukor è uno dei miei registi preferiti), benché lo abbia visto un po’ a pezzi e bocconi, spalmato su varie serate, perché non sono riuscita ad avere due ore tranquille in cui guardarmelo tutto intero con calma.

Le star sono qui radunate con il “pretesto” di una cena organizzata dalla signora Millicent Jordan (Billie Burke), moglie di Oliver (Lionel Barrymore), un imprenditore marittimo che la crisi del ’29 ha portato sull’orlo della rovina. Millicent è molto ansiosa di salire la scala sociale, e a questo scopo serve la cena, che tuttavia non parte sotto i migliori auspici: mentre la signora sembra essere riuscita nel colpo gobbo di assicurarsi la presenza di una ricca e aristocratica coppia inglese, nel frattempo succede di tutto. Il marito le chiede di invitare Dan Packard (Wallace Beery) e la moglie Kitty (Jean Harlow), in quanto lui è un magnate che, per quanto grezzo, poco affidabile e probabilmente scorretto, potrebbe aiutarlo a tirar fuori dai guai la sua azienda. Uno degli ospiti di Millicent, il Dottor Talbot, che ha in cura Oliver Jordan per problemi cardiaci, è anche l’amante della moglie di Packard. Tra gli ospiti c’è Carlotta Vance, attrice ai suoi tempi molto amata e vecchia fiamma di Oliver, al momento non accompagnata, per cui Millicent si trova nella necessità di invitare un altro uomo e si rivolge a Larry Renault (John Barrymore), un attore in crisi e con problemi di alcol. Peccato che Millicent non sappia che sua figlia ha una relazione clandestina con Larry…

Grande successo all’uscita, acclamato anche dalla critica, all’epoca e ancora oggi. Splendida Marie Dressler (Carlotta) nel suo ritratto ironico e insieme dolente di una diva al tramonto, che rivela, più che celare, sotto toni ironici e quasi auto-denigratori un consistente residuo di vanità. Gli sguardi sono tutto, in questo viso estremamente espressivo.

Tra ironia, dialoghi serrati, drammi, preoccupazioni, affetti ed egoismi, il film ci lascia intravedere un momento nella vita di una famiglia che potremmo dire della ‘medio-alta borghesia” americana degli anni ’30, momento abbastanza significativo, in sé e per come viene trattato dal grande regista, da poter aprire uno squarcio su una bella fetta di società in quel periodo storico.