Ancora qualche film del 1924

Ecco i film che sono riuscita a vedere in questi giorni, tutti del 1924, ne manca ancora qualcuno che vorrei vedere, ma direi non più di due o tre perché poi devo passare ai successivi, altrimenti non ci arrivo più. Se siete curiosi di trovarne altri, inclusi quelli cecoslovacchi e quelli di Murnau e altri che non ho neanche il coraggio di provare a vedere, la mia fonte è questa.

America, di D.W. Griffith: Griffith è considerato uno dei padri del cinema, da questa pellicola mi parrebbe anche uno dei padri del mito fondativo americano. La rivolta contro la madrepatria, che condurrà alla Dichiarazione d’indipendenza, è anche l’occasione per buttar li un paio di valori, veri o presunti, e di tratti del carattere che si vorrebbero caratteristici degli Americani, appunto. Quindi la libertà in primo luogo, lo spirito di iniziativa, l’amore e la fede nella giustizia che danno forza tale da vincere su un nemico più forte e meglio armato, la cavalleria che arriva all’ultimo momento a salvare la situazione, ecc. Coraggio, romanticismo e libera impresa. E un bel po’ di razzismo. Neanche a quell’epoca tutti accettavano l’idea di considerare gli Indiani solo come dei selvaggi. Però è un film che tiene benissimo la tensione, con una storia avvincente, una famiglia divisa da opposti ideali, un amore contrastato per via della diversa condizione dei due giovani in questione, ambizioni personali, tradimenti… Grande cinema, e anche visivamente notevole.

A proposito di Griffith e di iniziativa personale, ci sarebbe anche Isn’t Life Wonderful, ma non sono riuscita a trovare la versione completa, solo questa:

che arriva a meno di metà. È la romantica storia di un amore in tempo di guerra.

The Navigator, con Buster Keaton: un incanto, ho già cambiato idea su di lui, il primo che avevo visto non mi aveva divertito molto, questo è delizioso, un gioiellino. Storia di un ragazzo un po’ sciocco e molto innamorato che per una serie di vicende si trova su una nave alla deriva con la ragazza dei suoi sogni. I due dovranno ingegnarsi, novelli Robinson Crusoe, e si troveranno persino ad affrontare i cannibali, ma la fortuna spesso aiuta gli ingenui alla Giufa’…

E altrettanto delizioso è Sherlock jr. (La Palla n. 13 in italiano),

buffa storia di un giovane che si improvvisa investigatore per ingenuo spirito di avventura, per amore e per difendersi da un’accusa ingiusta.

Poi c’è Erich Von Stroheim. Ho voluto vedere questo suo “Greed“, considerato tra i massimi capolavori della storia del cinema, tra l’altro nella versione del 1999,  che ha cercato di ricostruire il film vicino a com’era in origine, senza i tagli imposti dalla produzione, che lo avevano ridotto quasi della metà.

Ero dell’idea che non mi sarebbe piaciuto, quindi potete pure considerarsi prevenuta, ma in questo caso non l’ho cambiata affatto. Nonostante una tecnica sicuramente da grande cinema, nonostante il racconto dipanato con maestria prevalentemente attraverso scene statiche come fotografie, ma che in molti casi hanno l’espressività di quadri.

Detesto però cordialmente il suo moralismo. Alla madre del protagonista, inizialmente un minatore nelle cave della California, si rimprovera di aver avuto per il figlio l’ambizione di qualcosa di meglio. Il padre del ragazzo è un alcolizzato della peggior specie. Il giovane riesce a farsi assumere come assistente di un dentista che sembra in realtà più un ciarlatano, e in seguito apre un suo studio. Conosce Trina e se ne innamora, ma “sotto a tutto ciò che c’era di buono in lui, scorreva il male ereditario”. What??!!

Quasi tutti i personaggi sono tremendi, in alcuni casi sembrano più maschere grottesche che persone, esemplari di una miseria morale infinita, e non sarebbe un male se non fosse che si vede solo quella, come se fosse l’unico aspetto umano esistente, o l’unico degno di essere raccontato. Fortemente melodrammatico e al tempo stesso stranamente freddo, i suoi personaggi non escono dal ruolo di esemplari da laboratorio. Non l’ho ancora finito, non so in effetti se lo finirò.

Infine ho provato con Ridolini, in particolare questo

che in effetti è del 1922, ma non ho trovato a quale corrisponde “Il re della risata” che dovrebbe essere del 1924. Poco male. Non so se ritenterò, probabilmente no.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, a voi la scelta!

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Film anni ’20 – Entr’acte

Uno dei primissimi film di René Clair, non potevo non vederlo. molto particolare, lontanissimo peraltro dalle commedie a cui ci avrebbe poi abituato. Pellicola dadaista, a cui hanno partecipato come attori alcuni amici del regista appartenenti a quella cerchia: Erik Satie, autore anche della musica, Francis Picabia, sceneggiatore e autore del libro su cui il film si basa, Jean Börlin, a cui si devono le coreografie, e poi Man Ray, Marcel Duchamp e lo stesso Clair. Nasce come intermezzo, appunto, per una produzione del Balletto Svedese al Teatro degli Champs Elysées di Parigi ed è di fatto un gioco di immagini, rovesciate, sovrapposte, accelerate, rallentate. Altre tecniche utilizzate sono la dissolvenza incrociata, lo split-screen, il primo piano, la fuga-inseguimento, la sparizione alla Meliés. Benché nelle parole di Beylie, il film non voglia “affatto scioccare, ma solo divertire”, l’ho trovato a tratti inquietante, ma ci sta, se lo scopo, rilevava Picabia, era quello di un “…intermezzo alle imbecillità quotidiane e alla monotonia della vita.” Le immagini vengono inizialmente sparate da un cannone, c’è un corteo funebre trainato da un cammello, occhi rovesciati sullo sfondo del mare, un cacciatore che spara a un uovo, che si moltiplica e lascia uscire una colomba, un secondo cacciatore che spara alla colomba e uccide invece il primo cacciatore… e naturalmente, questo è un elemento in comune con le successive opere di Clair, Parigi…

(alcune informazioni sono tratte da Wikipedia)

Film 1922 – The Pest e The Prisoner of Zenda

Un frammento di un film più lungo (forse andato perduto, da quanto ho capito) in cui Stan Laurel, alle prese con un cane che non vuole lasciarlo uscire di casa, si traveste da cane a sua volta ma rischia di finire… nella rete degli accalappiacani. Non sono riuscita a trovare altre parti del film, che pure apparentemente dovrebbero esserci. Questa comunque è molto divertente. Anche la regia era di Stan Laurel, il quale già da circa un decennio era noto come comico prima di incontrare Oliver Hardy.

The Prisoner of Zenda è una delle varie versioni tratte dall’omonimo romanzo d’avventure scritto da Anthony Hope nel 1894. In questo caso la regia è di Rex Ingram, che aveva in precedenza diretto The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’apocalisse) con Rodolfo (Rudolph) Valentino. Quando avevo parlato di quello, avevo anche inserito una breve biografia di Ingram.

The Prisoner of Zenda ha come protagonisti Lewis Stone, davvero un bel tipo, capelli precocemente ingrigiti ma viso interessante e recitazione niente male, e Alice Terry, bella e aggraziata. Meno efficace secondo me Stuart Holmes nel ruolo del Duca “nero” Michael, ma forse è solo che all’epoca i malvagi dovevano apparire tali senza dubbi di sorta, e le perfide smorfie erano requisito essenziale (a tratti sono talmente accentuate da apparire buffe). Troppo svenevole Barbara La Marr nel ruolo di Antoinette, amante del Duca, ma anche lì, lo erano quasi tutte, ai tempi. Ramon Novarro in un ruolo secondario sarebbe in seguito succeduto a Rodolfo Valentino come latin lover in vari film, qui è uno degli scagnozzi del duca, ma come cattivo non è granché credibile.

Il film è ambientato in un immaginario regno, presumibilmente in Europa Orientale, Ruritania, alle prese con problemi di successione al trono. Quello che dovrebbe essere il legittimo sovrano, Rudolph, è debole e alcolizzato, e suo fratello trama nell’ombra per prendere il suo posto.

Quando il futuro re viene prima drogato e poi rapito, l’arrivo inatteso di un cugino inglese della casata, Rudolph Rassendyl, che è il perfetto sosia dell’altro Rudolph, sembra un dono del destino per sventare i piani del malvagio Michael. Un Rassendyl un po’ recalcitrante prende infatti il posto del re all’incoronazione, ma rischia di prendere il suo posto anche nel cuore della bella principessa Flavia, che per ragioni di stato dovrebbe sposare re Rudolph, benché non le piaccia molto. Rudolph Rassendyl, che è molto più deciso e virile, le piace invece eccome.

Nel frattempo sia Rassendyl che re Rudolph rischiano di finire vittime dei loschi piani del truce Michael…

Un buon film, non all’altezza del miglior Ingram, si dice, in effetti è in alcuni momenti forse un po’ troppo lungo, e benché all’epoca avesse ricevuto nel complesso recensioni positive, è stato criticato tra l’altro per una ragione curiosa per un film muto, il fatto cioè che si “parlasse troppo”. E devo dire che è un po’ spiazzante in effetti “vedere” questo ampio dispiegamento di dialoghi che non si sentono e non sono neanche, in buona parte, riportati nelle didascalie.

Consiglierei anche di mettere a zero il volume della musica, è di una monotonia da fare spavento, rasenta l’ossessione, forse più che di musica si potrebbe parlare di una sorta di accompagnamento ritmico che dopo un po’ diventa davvero fastidioso.

A parte questi che sono tutto sommato difettucci, è un bel film, l’avventura e la suspence non mancano e ho scoperto due attori, Stone e Alice Terry, ma in particolare il primo, che non conoscevo per niente e che valeva invece la pena di conoscere.

68. The Angriest Man in Brooklyn

Solo tu potevi interpretare un film così. Sulla rabbia, sul dolore e la paura che sono sempre dietro ogni rabbia e dietro l’isolamento (lo sapevi dai tempi di Mork). Sul fatto che vivere significa farci i conti per aprirsi alla felicità possibile. Credo diventerà un altro dei miei più amati. Dicono che sia tutt’altro che perfetto. Forse è per questo, sai. A volte penso che più sono imperfetti, più li amo. Tocca argomenti che sento moltissimo e lo fa in questa maniera per me tanto più profonda e commovente proprio nel suo essere sentimentale e leggera al tempo stesso. L’ho guardato ieri sera pensando, sarà una cosa fatta, visto che oggi è il giorno in cui parlo dei tuoi film. E invece oggi l’ho rivisto quasi tutto, per avere ben impressi in mente i toni, gli sguardi, le parole. Non necessariamente per riportarli qui, solo perché comunque ci fossero, in mezzo a tutto il resto, anche non visti, ma percepiti.

Due vite che rischiano di andare in malora, quella di Henry e quella di Sharon. L’uno reso furioso dalla morte di uno dei due figli, e che non riuscendo a vivere il suo dolore altro che nella forma di quella rabbia costante, si è alienato la moglie e l’altro figlio, il fratello e tutte le persone che avrebbero potuto stargli vicino. L’altra che odia altrettanto il mondo, pur essendo molto più giovane, perché già sta rischiando di lasciar andare alla deriva i suoi sogni. Tocca a Sharon dire a Henry che ha un aneurisma al cervello che gli lascia pochissimo da vivere, e di fronte a una delle sue crisi di rabbia, finisce per dirglielo nella peggior maniera possibile, al che Henry se ne va senza neanche rivestirsi.
Henry cerca di recuperare il tempo perduto mettendo in quell’ora e mezza più cose che può, ma essendo fuori allenamento nell’esprimere le emozioni positive, rischia di incasinarsi ulteriormente. Vorrebbe riunire vecchi amici a una festa, far l’amore con sua moglie (quale potrebbe essere la posizione più “giusta” in una situazione del genere?), riconciliarsi con il figlio, ma a parte il suo caratteraccio, che non rende le cose più facili, incappa in molti di quei contrattempi che spesso sperimentiamo quando abbiamo fretta e tutto sembra congiurare contro di noi, mentre Sharon parte all’inseguimento per trovarlo e portarlo in ospedale. L’alternanza di speranze, delusioni, buone intenzioni e pessime messe in pratica si riflette in quella faccia che è l’essenza stessa della libertà di espressione.

Insomma, se qualcuno si aspettasse un film molto triste si sbaglierebbe perché no, non lo è, e qui è l’aspetto straordinario. Al contrario, almeno a tratti è divertentissimo. Macabro, nemmeno. Beh, forse un pochino. Henry viene da una famiglia ebrea di New York, dopotutto. Indubbiamente scava nelle emozioni più forti, ma è attraversato interamente da quell’ironia che mi è così cara, che non dissacra ma allevia, entra più profondamente dentro e graffia quel tanto che basta perché la verità delle emozioni possa colpirti, ma senza ferire. Affrontando a viso aperto la violenza di alcune delle cose che ci devastano il cuore, perché possiamo parlarne se le accogliamo, e sorriderne significa accoglierle. Purché in quel sorriso ci sia tutta l’intensità possibile, perché è denso il nostro sentire, e deve esserlo, è giusto che lo sia.

E’ spiritoso, commovente, tenero, caldo, affettuoso.
Dicono che l’amore è puro e generoso. Non è vero. E’ meschino ed egoista. Ti volevo nello studio con me perché non riuscivo a concepire niente di meglio che averti vicino. Quello che volevi tu, che sognavi tu, io non volevo ascoltarlo. E poi, tuo fratello. Perché? Che razza di Dio, che razza di mondo è questo? E’ solo una stramaledetta truffa. Il dolore, dicono che poi passa. Stronzate. Non tenerti la rabbia dentro, dicono. Lasciala andare. Ti ucciderà. Fanculo, dico io. La rabbia è l’unica cosa che mi hanno lasciato. La rabbia è il mio rifugio, il mio scudo. La rabbia è il mio diritto di nascita.

E’ quello spazio tra il cuore e lo stomaco, tra la realtà e la trasfigurazione, tra la poesia e l’esistente, tra la vita come vorremmo che fosse e quella che è, che non è necessariamente peggiore, solo diversa. Il resto sta a noi. Cosa faresti se sapessi che ti resta poco da vivere? Cercherei il modo di essere felice. E allora perché non lo fai?
Non sono concetti nuovi, anzi. Si accompagnano da sempre ai pensieri che non possiamo fare a meno di avere sulla temporaneità del nostro esserci. Ma sono espressi in un modo che li senti vivi, ti ci picchi, combatti davvero contro quello che ti impedisce di portarli nella tua vita. Sono carne e sangue, sono nostri come difficilmente li sentiamo quando ci scivoliamo sopra intravedendo con occhi distratti una delle infinite citazioni sul non lasciarsi vivere.
Sulla mia lapide ci sarà scritto, Henry Altmann, 1951 trattino 2014. Non ci avevo mai pensato prima, ma non sono le date che contano. E’ il trattino.

Per otto giorni, Henry Altmann non si arrabbiò mai, neanche una volta. Tranne che proprio alla fine, quando disse alla morte di andare a farsi f..re. Poi riportò i suoi pensieri sulle cose che amava, e levò le ancore.
E’ un’accettazione senza resa, quella faticosa dolcezza che si conquista attraversando tutto il resto. Difficile togliermi dalla testa l’idea che tu sapessi fin troppo bene di cosa stavi parlando. Non avevi ancora risposte sicure, ma in cuor tuo sapevi. Comprese le ceneri nell’acqua, e magari anche tu odiavi l’idea, ma in fondo era l’unico modo di non separarti mai del tutto dalla terra.

 Perdonate quello che può apparire come uno spoiler, ma in realtà non lo è, perché non è la fine che conta, quella la si conosce fin da subito. Mi è venuto spontaneo utilizzare la seconda persona, rivolgermi a Robin direttamente, mi succede spesso, ma nelle recensioni di solito cambio, almeno quando le inserisco qui. Questa volta, ho deciso di lasciarla com’era. Il regista è Phil Alden Robinson, di cui non ho visto altri film. Sharon è Mila Kunis, Aaron Altmann (il fratello) è Peter Dinklage, la moglie è Melissa Leo, tutti molto intensi secondo me, ma non sono in grado di dare giudizi “tecnici”. Nota: le traduzioni sono mie, ho solo la versione inglese del film quindi non conosco i dialoghi italiani del doppiaggio.

55. Everyone’s Hero / Piccolo grande eroe

 

Everyone’s Hero (2006) ha ricevuto dalla critica giudizi anche molto contrastanti. Emotivamente tendo a concordare con chi ha parlato di un cartone piuttosto blando, una storia in sé banalotta e rassicurante che va bene per i bambini molto piccoli e per i fan del baseball: un ragazzino che tutti prendono in giro e che finirà attraverso varie traversie per insegnare a tutti i veri valori dello sport e bla-bla-bla… Quanto ai disegni computerizzati, a me non sembrano male ma me ne intendo quanto di sanscrito.

Però ha sicuramente un paio di punti a suo favore: per prima cosa, il cast è notevolissimo, a parte Robin Williams nella parte di Napoleon Cross, perfido proprietario della squadra avversaria degli Yankees di Babe Ruth, abbiamo tra le altre “voci” William H. Macy, Rob Reiner, Whoopi Goldberg, Brian Dennehy e Forest Whitaker.

Inoltre, alcune delle trovate a me sembrano divertenti, la pallina e la mazza parlanti che appartengono a due squadre diverse e litigano tra loro, per esempio, mi hanno incuriosito.

Una nota, la regia è in parte di Colin Brady, in parte di Christopher Reeve, il quale stava lavorando al film al momento della morte. Possibilissimo che questo sia uno dei motivi per cui Robin ha partecipato senza neppure voler essere citato nei credits, i due erano grandissimi amici.

Segue un video della prima parte del film, per chi fosse curioso, mi spiace per i sottotitoli in ebraico, ma non sono riuscita a trovare niente di non sottotitolato, o con sottotitoli in inglese (e tantomeno in italiano). Tra l’altro non ho ancora neanche il dvd, è uno dei pochissimi che mi mancano… spero di riuscire ad averlo presto.

54. Happy Feet

Un altro film considerato visivamente bellissimo, e l’avevo detto che questo era un aspetto che Robin sicuramente teneva in gran conto nel decidere se accettare un film, fosse per ragazzi o meno.

Questo cartone animato diretto da George Miller (quello di Mad Max, per intenderci), e che gli ha fruttato un Oscar come miglior film di animazione, è ambientato in Antartide, tra ghiacci perenni, aurore boreali, tunnel di ghiaccio, fondi oceanici e meandri oscuri. La storia è quella di Mumble (Mambo in italiano, cui dà voce nella versione originale Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia del Signore degli Anelli). Mambo è un pinguino Imperatore stonatissimo in un mondo in cui la voce è tutto e chi non sa cantare quasi non è neanche un pinguino, certo non ha speranze di poter trovare una compagna. Mambo, invece, balla il tip-tap, ma la cosa non è per niente apprezzata dai suoi simili. Il suo stesso padre Memphis (Hugh Jackman nella versione originale) sembra vergognarsi di lui. Dalla sua parte ha la madre Norma Jean (Nicole Kidman) e l’amica Gloria (Brittany Murphy).

Un giorno, sfuggendo a una foca leopardo, Mambo si ritrova in un posto sconosciuto, abitato da pinguini Adelian, molto più piccoli e festaioli. Fa amicizia con un gruppo di loro, capeggiato da Ramon, che è ancora più piccolo degli altri ma ha una voce notevolissima. Inoltre, incontra il “guru” Lovelace, un pinguino saltarocce che ha fatto del suo contatto con gli “esseri mistici” (che altri chiamano alieni) un modo di circondarsi di un’aura di fascino, seduzione e mistero. Tornato con i nuovi amici nel territorio degli Imperatore, Mambo viene messo alla berlina dai compagni, accusato della scarsità di pesci che sta affamando i suoi compagni e scacciato dagli anziani. Si pone quindi alla ricerca degli “esseri mistici”…

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Segue una brevissima, deliziosa intervista in cui Robin racconta un po’ di come siano nati i suoi due personaggi. Infatti nel film si sdoppia, dando voce a due caratteri diversissimi come Ramon e Lovelace (in italiano Adone). Come altre volte, anche qui fa dell’autoironia sulla propria bassa statura (I know, size can be daunting, but don’t be afraid), e con Ramon dipinge un dongiovanni sfortunato ma tosto (e capace, cantando una versione di My Way in spagnolo, di smuovere più di un cuore). Nell’intervista spiega che Ramon è piccolo ma non si sente affatto tale, non gli importa, non ha bisogno di compensare niente, semplicemente, la taglia per lui non conta. Per Lovelace (che è anche il narratore) Robin utilizza invece tutto l’immenso potere seduttivo delle tonalità più profonde di quella voce dall’estensione e dalla versatilità ineguagliabili (dice nell’intervista di essersi ispirato a Barry White). Quella voce ha fatto sì che le farfalle abbiano danzato nel mio stomaco a loro piacimento, variando il ritmo dal più frenetico al più carezzevole. Se ne sono poi andate, ma lasciando dietro di sé una scia di sensazioni positive. Di quelle che restano.

Interviewer: So, how do you find your inner penguin?

Robin: You have to find the cold part in yourself where there is warmth, you have to find that moment, what’s the part of you that wants to sit on an egg, what’s the part of you that wants to bring a pebble to your favorite one? What’s the part of you that sings, not just in the shower, but sings to meet that special person, that’s the penguin. What’s the part of you it’s not, you know, that says size doesn’t make a difference, what’s the part of you that says I can dance on any form, what’s the part of you that looks to swim and leave a bubble trail, that’s the penguin.

 

I.: Why is Ramon so short?

R.: Because you know, I’m not the tallest tag in the bunch and I wanted to… he’s small among small guys but you know, he makes up for it in voice, he’s got a lot going on, that’s why he said ‘let me tell jou something’, he’s very, you know… (a gesture meaning ‘tough’), he may be small but he feels large.

 

 

53. Night at the Museum / Una Notte al Museo

Siccome Notte al Museo 3 è uno degli ultimi film cui Robin abbia partecipato, sembra difficilissimo trovare video o citazioni, anche riguardo al primo (oggetto di questa recensione) che non siano legati alla sua morte, ma semplicemente al film. Immagino sia naturale, in un certo senso, ma comincia a diventare un po’ irritante. Ho l’idea che potrebbe lui stesso salire a cavallo e declamare con la voce di Teddy Roosevelt (del suo Teddy Roosevelt, of course) qualcosa come, ok ragazzi, sono morto, ma ho anche vissuto, sapete.

Il fatto è che al momento ho potuto vedere solo la versione italiana del film ed è già una fortuna, ma solo fino a un certo punto. E’ la mia idea di film per famiglie: azione, suspence q.b., buoni sentimenti forse un po’ troppi ma non esageratamente troppi, e si ride. Vero che il film ha un po’ di alti e bassi, anche come humour, ma tendenzialmente ci si divertono i ragazzi e anche i grandi (molte citazioni, tra l’altro, alcune palesi, altre meno, ed è un gioco anche quello di scovarle). Solo che è la voce e il modo di pronunciare le battute che fa il personaggio. Specialmente questo personaggio.

Credo sia troppo noto, il film, perché ci sia bisogno di dire che la trama è l’ultima delle preoccupazioni. Larry, divorziato e con un figlio di dieci anni, deve trovare una certa stabilità nella sua vita per non perdere la custodia del bambino. Accetta un lavoro come guardiano notturno in un museo, ma non sa che di notte tutte le statue e tutti i reperti prendono vita. Una pletora di antichi Romani, unni, Maya, dinosauri (beh, quello è uno ed è… un dinosauro da riporto), pistoleri… e naturalmente Teddy Roosevelt, ventiseiesimo Presidente degli Stati Uniti, ma anche scrittore, esploratore, soldato e naturalista. Uomo pieno di contraddizioni, anomalo per tanti aspetti, piuttosto eccentrico. Cercate un suo ritratto e guardate se Robin non è riuscito a somigliargli quanto era possibile e non possibile.

Ho trovato questi due spezzoni (uno dei quali non sono sicura che si veda).

 

http://www.videodetective.com/movies/night-at-the-museum-scene-larry-meets-teddy-roosevelt/753565

 

Nick (il figlio di Larry)      E se ti sbagliassi? Se fossi solo uno normale che deve trovare un posto fisso?

Teddy Roosevelt            Anything’s possible Lawrence. If it can be dreamed, it can be done. Hence the twenty-foot jackal staring right at you. (Tutto è possibile, Lawrence. Se si può sognare si può fare. Infatti quegli sciacalli di sei metri ti fissano).

Teddy Roosevelt              Io sono fatto di cera, ragazzo, tu di che sei fatto?

Larry                                  Ehi, aspetta un momento. E’ tutto quello che hai da dirmi?

Teddy Roosevelt              E’ tutto!.

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Larry                                   Allora avanti, uomini! E animali. E… strani pupazzi umanoidi senza faccia…