Film 1922 – The Pest e The Prisoner of Zenda

Un frammento di un film più lungo (forse andato perduto, da quanto ho capito) in cui Stan Laurel, alle prese con un cane che non vuole lasciarlo uscire di casa, si traveste da cane a sua volta ma rischia di finire… nella rete degli accalappiacani. Non sono riuscita a trovare altre parti del film, che pure apparentemente dovrebbero esserci. Questa comunque è molto divertente. Anche la regia era di Stan Laurel, il quale già da circa un decennio era noto come comico prima di incontrare Oliver Hardy.

The Prisoner of Zenda è una delle varie versioni tratte dall’omonimo romanzo d’avventure scritto da Anthony Hope nel 1894. In questo caso la regia è di Rex Ingram, che aveva in precedenza diretto The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’apocalisse) con Rodolfo (Rudolph) Valentino. Quando avevo parlato di quello, avevo anche inserito una breve biografia di Ingram.

The Prisoner of Zenda ha come protagonisti Lewis Stone, davvero un bel tipo, capelli precocemente ingrigiti ma viso interessante e recitazione niente male, e Alice Terry, bella e aggraziata. Meno efficace secondo me Stuart Holmes nel ruolo del Duca “nero” Michael, ma forse è solo che all’epoca i malvagi dovevano apparire tali senza dubbi di sorta, e le perfide smorfie erano requisito essenziale (a tratti sono talmente accentuate da apparire buffe). Troppo svenevole Barbara La Marr nel ruolo di Antoinette, amante del Duca, ma anche lì, lo erano quasi tutte, ai tempi. Ramon Novarro in un ruolo secondario sarebbe in seguito succeduto a Rodolfo Valentino come latin lover in vari film, qui è uno degli scagnozzi del duca, ma come cattivo non è granché credibile.

Il film è ambientato in un immaginario regno, presumibilmente in Europa Orientale, Ruritania, alle prese con problemi di successione al trono. Quello che dovrebbe essere il legittimo sovrano, Rudolph, è debole e alcolizzato, e suo fratello trama nell’ombra per prendere il suo posto.

Quando il futuro re viene prima drogato e poi rapito, l’arrivo inatteso di un cugino inglese della casata, Rudolph Rassendyl, che è il perfetto sosia dell’altro Rudolph, sembra un dono del destino per sventare i piani del malvagio Michael. Un Rassendyl un po’ recalcitrante prende infatti il posto del re all’incoronazione, ma rischia di prendere il suo posto anche nel cuore della bella principessa Flavia, che per ragioni di stato dovrebbe sposare re Rudolph, benché non le piaccia molto. Rudolph Rassendyl, che è molto più deciso e virile, le piace invece eccome.

Nel frattempo sia Rassendyl che re Rudolph rischiano di finire vittime dei loschi piani del truce Michael…

Un buon film, non all’altezza del miglior Ingram, si dice, in effetti è in alcuni momenti forse un po’ troppo lungo, e benché all’epoca avesse ricevuto nel complesso recensioni positive, è stato criticato tra l’altro per una ragione curiosa per un film muto, il fatto cioè che si “parlasse troppo”. E devo dire che è un po’ spiazzante in effetti “vedere” questo ampio dispiegamento di dialoghi che non si sentono e non sono neanche, in buona parte, riportati nelle didascalie.

Consiglierei anche di mettere a zero il volume della musica, è di una monotonia da fare spavento, rasenta l’ossessione, forse più che di musica si potrebbe parlare di una sorta di accompagnamento ritmico che dopo un po’ diventa davvero fastidioso.

A parte questi che sono tutto sommato difettucci, è un bel film, l’avventura e la suspence non mancano e ho scoperto due attori, Stone e Alice Terry, ma in particolare il primo, che non conoscevo per niente e che valeva invece la pena di conoscere.

68. The Angriest Man in Brooklyn

Solo tu potevi interpretare un film così. Sulla rabbia, sul dolore e la paura che sono sempre dietro ogni rabbia e dietro l’isolamento (lo sapevi dai tempi di Mork). Sul fatto che vivere significa farci i conti per aprirsi alla felicità possibile. Credo diventerà un altro dei miei più amati. Dicono che sia tutt’altro che perfetto. Forse è per questo, sai. A volte penso che più sono imperfetti, più li amo. Tocca argomenti che sento moltissimo e lo fa in questa maniera per me tanto più profonda e commovente proprio nel suo essere sentimentale e leggera al tempo stesso. L’ho guardato ieri sera pensando, sarà una cosa fatta, visto che oggi è il giorno in cui parlo dei tuoi film. E invece oggi l’ho rivisto quasi tutto, per avere ben impressi in mente i toni, gli sguardi, le parole. Non necessariamente per riportarli qui, solo perché comunque ci fossero, in mezzo a tutto il resto, anche non visti, ma percepiti.

Due vite che rischiano di andare in malora, quella di Henry e quella di Sharon. L’uno reso furioso dalla morte di uno dei due figli, e che non riuscendo a vivere il suo dolore altro che nella forma di quella rabbia costante, si è alienato la moglie e l’altro figlio, il fratello e tutte le persone che avrebbero potuto stargli vicino. L’altra che odia altrettanto il mondo, pur essendo molto più giovane, perché già sta rischiando di lasciar andare alla deriva i suoi sogni. Tocca a Sharon dire a Henry che ha un aneurisma al cervello che gli lascia pochissimo da vivere, e di fronte a una delle sue crisi di rabbia, finisce per dirglielo nella peggior maniera possibile, al che Henry se ne va senza neanche rivestirsi.
Henry cerca di recuperare il tempo perduto mettendo in quell’ora e mezza più cose che può, ma essendo fuori allenamento nell’esprimere le emozioni positive, rischia di incasinarsi ulteriormente. Vorrebbe riunire vecchi amici a una festa, far l’amore con sua moglie (quale potrebbe essere la posizione più “giusta” in una situazione del genere?), riconciliarsi con il figlio, ma a parte il suo caratteraccio, che non rende le cose più facili, incappa in molti di quei contrattempi che spesso sperimentiamo quando abbiamo fretta e tutto sembra congiurare contro di noi, mentre Sharon parte all’inseguimento per trovarlo e portarlo in ospedale. L’alternanza di speranze, delusioni, buone intenzioni e pessime messe in pratica si riflette in quella faccia che è l’essenza stessa della libertà di espressione.

Insomma, se qualcuno si aspettasse un film molto triste si sbaglierebbe perché no, non lo è, e qui è l’aspetto straordinario. Al contrario, almeno a tratti è divertentissimo. Macabro, nemmeno. Beh, forse un pochino. Henry viene da una famiglia ebrea di New York, dopotutto. Indubbiamente scava nelle emozioni più forti, ma è attraversato interamente da quell’ironia che mi è così cara, che non dissacra ma allevia, entra più profondamente dentro e graffia quel tanto che basta perché la verità delle emozioni possa colpirti, ma senza ferire. Affrontando a viso aperto la violenza di alcune delle cose che ci devastano il cuore, perché possiamo parlarne se le accogliamo, e sorriderne significa accoglierle. Purché in quel sorriso ci sia tutta l’intensità possibile, perché è denso il nostro sentire, e deve esserlo, è giusto che lo sia.

E’ spiritoso, commovente, tenero, caldo, affettuoso.
Dicono che l’amore è puro e generoso. Non è vero. E’ meschino ed egoista. Ti volevo nello studio con me perché non riuscivo a concepire niente di meglio che averti vicino. Quello che volevi tu, che sognavi tu, io non volevo ascoltarlo. E poi, tuo fratello. Perché? Che razza di Dio, che razza di mondo è questo? E’ solo una stramaledetta truffa. Il dolore, dicono che poi passa. Stronzate. Non tenerti la rabbia dentro, dicono. Lasciala andare. Ti ucciderà. Fanculo, dico io. La rabbia è l’unica cosa che mi hanno lasciato. La rabbia è il mio rifugio, il mio scudo. La rabbia è il mio diritto di nascita.

E’ quello spazio tra il cuore e lo stomaco, tra la realtà e la trasfigurazione, tra la poesia e l’esistente, tra la vita come vorremmo che fosse e quella che è, che non è necessariamente peggiore, solo diversa. Il resto sta a noi. Cosa faresti se sapessi che ti resta poco da vivere? Cercherei il modo di essere felice. E allora perché non lo fai?
Non sono concetti nuovi, anzi. Si accompagnano da sempre ai pensieri che non possiamo fare a meno di avere sulla temporaneità del nostro esserci. Ma sono espressi in un modo che li senti vivi, ti ci picchi, combatti davvero contro quello che ti impedisce di portarli nella tua vita. Sono carne e sangue, sono nostri come difficilmente li sentiamo quando ci scivoliamo sopra intravedendo con occhi distratti una delle infinite citazioni sul non lasciarsi vivere.
Sulla mia lapide ci sarà scritto, Henry Altmann, 1951 trattino 2014. Non ci avevo mai pensato prima, ma non sono le date che contano. E’ il trattino.

Per otto giorni, Henry Altmann non si arrabbiò mai, neanche una volta. Tranne che proprio alla fine, quando disse alla morte di andare a farsi f..re. Poi riportò i suoi pensieri sulle cose che amava, e levò le ancore.
E’ un’accettazione senza resa, quella faticosa dolcezza che si conquista attraversando tutto il resto. Difficile togliermi dalla testa l’idea che tu sapessi fin troppo bene di cosa stavi parlando. Non avevi ancora risposte sicure, ma in cuor tuo sapevi. Comprese le ceneri nell’acqua, e magari anche tu odiavi l’idea, ma in fondo era l’unico modo di non separarti mai del tutto dalla terra.

 Perdonate quello che può apparire come uno spoiler, ma in realtà non lo è, perché non è la fine che conta, quella la si conosce fin da subito. Mi è venuto spontaneo utilizzare la seconda persona, rivolgermi a Robin direttamente, mi succede spesso, ma nelle recensioni di solito cambio, almeno quando le inserisco qui. Questa volta, ho deciso di lasciarla com’era. Il regista è Phil Alden Robinson, di cui non ho visto altri film. Sharon è Mila Kunis, Aaron Altmann (il fratello) è Peter Dinklage, la moglie è Melissa Leo, tutti molto intensi secondo me, ma non sono in grado di dare giudizi “tecnici”. Nota: le traduzioni sono mie, ho solo la versione inglese del film quindi non conosco i dialoghi italiani del doppiaggio.

55. Everyone’s Hero / Piccolo grande eroe

 

Everyone’s Hero (2006) ha ricevuto dalla critica giudizi anche molto contrastanti. Emotivamente tendo a concordare con chi ha parlato di un cartone piuttosto blando, una storia in sé banalotta e rassicurante che va bene per i bambini molto piccoli e per i fan del baseball: un ragazzino che tutti prendono in giro e che finirà attraverso varie traversie per insegnare a tutti i veri valori dello sport e bla-bla-bla… Quanto ai disegni computerizzati, a me non sembrano male ma me ne intendo quanto di sanscrito.

Però ha sicuramente un paio di punti a suo favore: per prima cosa, il cast è notevolissimo, a parte Robin Williams nella parte di Napoleon Cross, perfido proprietario della squadra avversaria degli Yankees di Babe Ruth, abbiamo tra le altre “voci” William H. Macy, Rob Reiner, Whoopi Goldberg, Brian Dennehy e Forest Whitaker.

Inoltre, alcune delle trovate a me sembrano divertenti, la pallina e la mazza parlanti che appartengono a due squadre diverse e litigano tra loro, per esempio, mi hanno incuriosito.

Una nota, la regia è in parte di Colin Brady, in parte di Christopher Reeve, il quale stava lavorando al film al momento della morte. Possibilissimo che questo sia uno dei motivi per cui Robin ha partecipato senza neppure voler essere citato nei credits, i due erano grandissimi amici.

Segue un video della prima parte del film, per chi fosse curioso, mi spiace per i sottotitoli in ebraico, ma non sono riuscita a trovare niente di non sottotitolato, o con sottotitoli in inglese (e tantomeno in italiano). Tra l’altro non ho ancora neanche il dvd, è uno dei pochissimi che mi mancano… spero di riuscire ad averlo presto.

54. Happy Feet

Un altro film considerato visivamente bellissimo, e l’avevo detto che questo era un aspetto che Robin sicuramente teneva in gran conto nel decidere se accettare un film, fosse per ragazzi o meno.

Questo cartone animato diretto da George Miller (quello di Mad Max, per intenderci), e che gli ha fruttato un Oscar come miglior film di animazione, è ambientato in Antartide, tra ghiacci perenni, aurore boreali, tunnel di ghiaccio, fondi oceanici e meandri oscuri. La storia è quella di Mumble (Mambo in italiano, cui dà voce nella versione originale Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia del Signore degli Anelli). Mambo è un pinguino Imperatore stonatissimo in un mondo in cui la voce è tutto e chi non sa cantare quasi non è neanche un pinguino, certo non ha speranze di poter trovare una compagna. Mambo, invece, balla il tip-tap, ma la cosa non è per niente apprezzata dai suoi simili. Il suo stesso padre Memphis (Hugh Jackman nella versione originale) sembra vergognarsi di lui. Dalla sua parte ha la madre Norma Jean (Nicole Kidman) e l’amica Gloria (Brittany Murphy).

Un giorno, sfuggendo a una foca leopardo, Mambo si ritrova in un posto sconosciuto, abitato da pinguini Adelian, molto più piccoli e festaioli. Fa amicizia con un gruppo di loro, capeggiato da Ramon, che è ancora più piccolo degli altri ma ha una voce notevolissima. Inoltre, incontra il “guru” Lovelace, un pinguino saltarocce che ha fatto del suo contatto con gli “esseri mistici” (che altri chiamano alieni) un modo di circondarsi di un’aura di fascino, seduzione e mistero. Tornato con i nuovi amici nel territorio degli Imperatore, Mambo viene messo alla berlina dai compagni, accusato della scarsità di pesci che sta affamando i suoi compagni e scacciato dagli anziani. Si pone quindi alla ricerca degli “esseri mistici”…

/

Segue una brevissima, deliziosa intervista in cui Robin racconta un po’ di come siano nati i suoi due personaggi. Infatti nel film si sdoppia, dando voce a due caratteri diversissimi come Ramon e Lovelace (in italiano Adone). Come altre volte, anche qui fa dell’autoironia sulla propria bassa statura (I know, size can be daunting, but don’t be afraid), e con Ramon dipinge un dongiovanni sfortunato ma tosto (e capace, cantando una versione di My Way in spagnolo, di smuovere più di un cuore). Nell’intervista spiega che Ramon è piccolo ma non si sente affatto tale, non gli importa, non ha bisogno di compensare niente, semplicemente, la taglia per lui non conta. Per Lovelace (che è anche il narratore) Robin utilizza invece tutto l’immenso potere seduttivo delle tonalità più profonde di quella voce dall’estensione e dalla versatilità ineguagliabili (dice nell’intervista di essersi ispirato a Barry White). Quella voce ha fatto sì che le farfalle abbiano danzato nel mio stomaco a loro piacimento, variando il ritmo dal più frenetico al più carezzevole. Se ne sono poi andate, ma lasciando dietro di sé una scia di sensazioni positive. Di quelle che restano.

Interviewer: So, how do you find your inner penguin?

Robin: You have to find the cold part in yourself where there is warmth, you have to find that moment, what’s the part of you that wants to sit on an egg, what’s the part of you that wants to bring a pebble to your favorite one? What’s the part of you that sings, not just in the shower, but sings to meet that special person, that’s the penguin. What’s the part of you it’s not, you know, that says size doesn’t make a difference, what’s the part of you that says I can dance on any form, what’s the part of you that looks to swim and leave a bubble trail, that’s the penguin.

 

I.: Why is Ramon so short?

R.: Because you know, I’m not the tallest tag in the bunch and I wanted to… he’s small among small guys but you know, he makes up for it in voice, he’s got a lot going on, that’s why he said ‘let me tell jou something’, he’s very, you know… (a gesture meaning ‘tough’), he may be small but he feels large.

 

 

53. Night at the Museum / Una Notte al Museo

Siccome Notte al Museo 3 è uno degli ultimi film cui Robin abbia partecipato, sembra difficilissimo trovare video o citazioni, anche riguardo al primo (oggetto di questa recensione) che non siano legati alla sua morte, ma semplicemente al film. Immagino sia naturale, in un certo senso, ma comincia a diventare un po’ irritante. Ho l’idea che potrebbe lui stesso salire a cavallo e declamare con la voce di Teddy Roosevelt (del suo Teddy Roosevelt, of course) qualcosa come, ok ragazzi, sono morto, ma ho anche vissuto, sapete.

Il fatto è che al momento ho potuto vedere solo la versione italiana del film ed è già una fortuna, ma solo fino a un certo punto. E’ la mia idea di film per famiglie: azione, suspence q.b., buoni sentimenti forse un po’ troppi ma non esageratamente troppi, e si ride. Vero che il film ha un po’ di alti e bassi, anche come humour, ma tendenzialmente ci si divertono i ragazzi e anche i grandi (molte citazioni, tra l’altro, alcune palesi, altre meno, ed è un gioco anche quello di scovarle). Solo che è la voce e il modo di pronunciare le battute che fa il personaggio. Specialmente questo personaggio.

Credo sia troppo noto, il film, perché ci sia bisogno di dire che la trama è l’ultima delle preoccupazioni. Larry, divorziato e con un figlio di dieci anni, deve trovare una certa stabilità nella sua vita per non perdere la custodia del bambino. Accetta un lavoro come guardiano notturno in un museo, ma non sa che di notte tutte le statue e tutti i reperti prendono vita. Una pletora di antichi Romani, unni, Maya, dinosauri (beh, quello è uno ed è… un dinosauro da riporto), pistoleri… e naturalmente Teddy Roosevelt, ventiseiesimo Presidente degli Stati Uniti, ma anche scrittore, esploratore, soldato e naturalista. Uomo pieno di contraddizioni, anomalo per tanti aspetti, piuttosto eccentrico. Cercate un suo ritratto e guardate se Robin non è riuscito a somigliargli quanto era possibile e non possibile.

Ho trovato questi due spezzoni (uno dei quali non sono sicura che si veda).

 

http://www.videodetective.com/movies/night-at-the-museum-scene-larry-meets-teddy-roosevelt/753565

 

Nick (il figlio di Larry)      E se ti sbagliassi? Se fossi solo uno normale che deve trovare un posto fisso?

Teddy Roosevelt            Anything’s possible Lawrence. If it can be dreamed, it can be done. Hence the twenty-foot jackal staring right at you. (Tutto è possibile, Lawrence. Se si può sognare si può fare. Infatti quegli sciacalli di sei metri ti fissano).

Teddy Roosevelt              Io sono fatto di cera, ragazzo, tu di che sei fatto?

Larry                                  Ehi, aspetta un momento. E’ tutto quello che hai da dirmi?

Teddy Roosevelt              E’ tutto!.

/

Larry                                   Allora avanti, uomini! E animali. E… strani pupazzi umanoidi senza faccia…

L’elenco promesso – III parte (e ultima, per adesso)

Questi sono, sempre in ordine cronologico, gli ultimi (per il momento) film di Robin Williams di cui ho parlato finora, siamo arrivati oltre i cinquanta ma come vi dicevo, ne mancano oltre venti ancora, alcuni dei quali non li ho ancora visti e confesso che per un paio in particolare (ma uno più di tutti) sarà durissima. Ma lui che è spesso la causa di certe mie fatiche emotive, è anche l’unico che può prendersene cura, e credo che succederà anche in quel caso… Perché non mi metto mai tanto in gioco, non svelo mai tanto di me (a me stessa in primo luogo) come quando parlo di lui.

La prima parte dell’elenco (dal primo al ventesimo) la trovate qui e la seconda (dal ventunesimo al quarantesimo) qui. Enjoy! 🙂

41. A.I. Artificial Intelligence Viaggio nella paura, nelle fiabe e nei sogni alla ricerca di sé Film complesso e molto particolare, né poteva essere diversamente vista la commistione delle visioni di Spielberg e Kubrick. Robin dava voce a un personaggio che è la caricatura di Einstein, saggio e stralunato (due caratteristiche che gli erano molto congeniali direi).

42. Insomnia Nessuno è innocente Non sono certissima che sia proprio questo il senso voluto del film, ma questa è l’istintiva associazione di idee e così ve la lascio. Al Pacino grandissimo detective insonne. Robin splendido nella parte di un criminale subdolo, cinico e opportunista… eppure a un certo punto è riuscito a farmi ridere, persino qui. Eppure persino in questo magistrale ritratto di assassino che gli è costato un prezzo altissimo in termini personali, dietro il ruolo si intravede lui, uomo di immensa complessità, prisma di innumerevoli luci, capace di conoscere e dar vita a tutte le sfumature, le contraddizioni, gli aspetti possibili dell’animo umano (homo sum, humani nihil… ecc. ecc.) soffrendo a volte forse anche le pene dell’inferno ma credo fermamente, senza smettere mai di essere dentro se stesso con tutta l’anima, in ogni senso possibile.

43. Death to Smoochy Che fine ha fatto il lupo cattivo? una commedia nera di Danny De Vito sul mondo degli spettacoli per bambini, in cui pare si nascondano nefandezze di ogni sorta. Se anche fosse vero (ed immagino possa essere almeno verosimile) mi pare che come film di denuncia o grottesca messa a nudo, questo abbia mancato il bersaglio. Uno dei pochissimissimi (tre-quattro al massimo) che forse non mi sentirei proprio di consigliare.

44. One Hour Photo Quando lo spazio tra te e la vita diventa troppo grande e vuoto per poterlo riempire: Diversamente dal protagonista di Insomnia, Sy non è cattivo. E’ molto solo, infinitamente solo, e nessuno lo sa. Vive per interposta persona, attraverso una donna che porta le foto a sviluppare nel suo negozio e il bambino di lei, l’unico che sembra intuire quel macigno che Sy ha dentro. Le immagini sono il modo in cui spera di partecipare al loro mondo apparentemente felice. E quando quella felicità rivela le sue scalfitture, quell’amore già diventato negli anni ossessione rompe gli argini e sfocia in una follia non più contenuta.

45. Noel Prenditi cura di te: film natalizio ma in parte fuori dagli schemi usuali del genere. Un film caldo, lo definirei. Non eccezionale, ma lascia in bocca un buon sapore, Rose è un bel personaggio e il Charlie di Robin Williams mi commuove più del lecito. Come si diceva nei commenti, film da guardare nei pomeriggi invernali accompagnato da una bella tazza di cioccolata; se avete qualche toppa da mettere a un cuore un po’ scucito, potrebbe essere il vostro film.

46. House of D. Fai la pace con il tuo passato, poi vai avanti. Un ragazzino tredicenne costretto a crescere troppo in fretta, un evento che ‘ferma’ la sua vita lasciandogli dentro un nodo che non si potrà sciogliere se non molti anni dopo, chiudendo il cerchio a quel tempo lasciato aperto. Robin nel film è Pappass, il migliore amico del protagonista, l’uomo col cuore e la testa di un bambino che fa da causa scatenante e al tempo stesso da tramite, attraverso il quale passato e presente possono finalmente riunirsi e convivere pacificamente.

47. The Final Cut Noi siamo la nostra memoria. Ma se potessimo scegliere i ricordi… Un thriller pieno di domande. Sul rapporto tra identità e memoria, tra quello che crediamo di ricordare e la realtà, tra il vivere una vita propria e l’osservare e riscrivere la vita degli altri, sul conflitto etico tra segreto e informazione, sul rischio che l’esigenza di giustizia diventi fanatismo… come sempre, direi, nei film in cui Robin ha partecipato non esiste una scelta netta tra giusto e sbagliato, bene e male. Le scelte sono sempre dense di pericoli, di dubbi, di possibili rimpianti, ma questo no ci esime dallo scegliere. Alla recensione originale ho aggiunto la citazione di un dialogo del film che mi piace enormemente.

48. The Big White When you need somebody, any body will do: Il gioco di parole di questa frase che riassume il film in copertina è difficilmente traducibile (gioca tra anybody – chiunque e any body – qualunque cadavere) ma spero non difficile da capire, e rende bene lo spirito di questa commedia nera ma non troppo, macabra ma non troppo, più che altro piuttosto scanzonata e con una notevole simpatia per i ‘potenzialmente vinti’, il che è tutt’altro che strano (l’attenzione che Robin ha dedicato a persone in varie situazioni di difficoltà è stata tanto poco pubblicizzata nel corso della sua vita, quanto costante ed estremamente ‘personale’, nel senso che la beneficenza era solo uno degli aspetti e tutt’altro che il più importante)..

49. Robots Insegui i tuoi sogni: so che questo non è un principio originalissimo ma… omaggi shakespeariani, scene dal fascino visivo incredibile, citazioni letterarie nascoste, e su tutto quella fatidica verità: nessuno può dirti chi sei, chi devi e chi puoi essere.

50. R.V. Senza freni, nel senso che la vacanza in camper della famiglia di Bob Munro inizia sotto i peggiori auspici, anche perché appunto, al camper si rompono i freni (a parte che il viaggio sostituisce un sognato soggiorno alle Hawaii all’ultimo momento boicottato dal datore di lavoro di Bob); e anche nel senso che se si lasciano un po’ andare i freni ci si può divertire da matti.

51. e 52. The Aristocrats e Man of the Year: La recensione di questi è talmente recente che aggiungerò poco: il primo è orrendo (ma la partecipazione di Robin è per fortuna una cosettina davvero minuscola). Il secondo mi è piaciuto molto. I am a Jester. A Jester doesn’t rule the kingdom; he makes fun of the king [Io sono un Buffone. Un Buffone non governa il regno, il suo compito è beffeggiare il re].

L’elenco promesso – II parte

Seconda parte della lista dei film di Robin Williams di cui ho parlato finora, in rigoroso (abbastanza) ordine cronologico. La prima parte (primi venti film e una breve introduzione) la trovate qui.

21. The Timekeeper, Ferngully e Shakes the Clown Tre fonti di meraviglia: la natura, la tecnica e il mimo. Per inciso, io i mimi generalmente non li capisco, ma Robin è un mondo a parte anche qui. Corpo, cuore e testa plasmati a suo piacimento per dar forma allo stupore, strumento per aprirsi alla nostra anima e a quella del mondo.

22. Mrs. Doubtfire Una risata seppellirà il pregiudizio: una delle cose più divertenti, delicate, profonde che abbia visto in vita mia. Uno degli innumerevoli casi in cui l’intensa leggerezza di Robin (no, non è un ossimoro) abbatte muri, annienta divisioni, nutre il respiro.

23. Being Human Quante vite ci vogliono per imparare a vivere? Non uno dei miei film preferiti, ma penso si inserisca in qualche modo in quel percorso di studio dell’animo umano a cui Robin ha dedicato la vita e la sua arte.

24.  In Search of Dr. Seuss Scompigliare le carte:  il Dr. Seuss non l’ho conosciuto tramite Robin ma quando ho saputo che lui aveva partecipato a questo originalissimo, delizioso documentario sulla vita di questo grande inventore di rime e nonsense, non mi sono stupita affatto. Mi sono stupita, semmai, che sia stato solo per cinque minuti, per leggere The Cat in the Hat a una bimba (che è sua figlia Zelda, per inciso). Ma i due dovevano somigliarsi molto.

25. Jumanji Quando inizi qualcosa, devi portarlo a termine. Questo film solletica decisamente la mia parte infantile. E’ pauroso, folle, racconta benissimo tutti gli incubi, il fascino dell’orrido e il senso dell’umorismo dei bambini, che non a caso sono quelli che più ci si divertono. Ma dentro ha tutta la fatica e l’importanza di saper crescere (che vuol dire prima di tutto sentirsi responsabili di tutto ciò che si fa, e quindi finirlo), mantenendo intatta la propria parte “piccola”. Devi affrontare fino in fondo le tue angosce perché non restino a perseguitarti. Questo non significa che tu non possa affrontarle con ironia, e magari divertendoti anche un po’…

26. e 27. To Wong Foo e Nine Months Il ginecologo russo… Non è propriamente un “principio fondante” questo, è vero. Ma faticherei a trovarne uno in questi due minuscoli ruoli. Però di Nine Months, film che avevo visto ai tempi (1995) e poi pacificamente dimenticato, solo il ginecologo russo di Robin è rimasto indelebilmente impresso nella mia memoria.

28. Aladdin and the King of Thieves Quando il Genio si diverte… Sequel minore di Aladdin, ma the Genie è un nomignolo che in America è rimasto appiccicato a Robin fin dal primo. E non è un caso…

29. The Secret Agent: cosa ci fa diventare malvagi? personaggio, quello del ‘professore’, davvero spaventoso (persino più del protagonista di Insomnia), grande interpretazione, film bruttino, cast stellare. E questo è più o meno tutto quello che ho da dire sulla pellicola in questione. Remorse is for the weak and weakness is the source of all evil on this Earth…

30. Hamlet Essere o non essere… Hamlet è bellissimo, io le riduzioni cinematografiche di Shakespeare fatte da Kenneth Branagh le trovo sempre splendide. Robin ha anche qui un ruolo molto piccolo, quello di Osric, cortigiano che cerca di ostentare un eloquio forbito rendendosi in realtà solo ridicolo. i dialoghi sono meravigliosi e come avevo scritto anche nella recensione “lunga”, ho trovato un provvidenziale sito che accosta all’inglese shakespeariano un inglese più moderno e comprensibile, che a volte ci vuole… lo trovate qui.

31. Jack non preoccuparti di quello che potrebbe succedere… vagli incontro:  ‘e quando una stella cadente sfreccia nell’oscurità, rischiarando la notte con il suo bagliore, esprimete un desiderio e pensate a me… Fate che la vostra vita sia spettacolare… Io ci sono riuscito.’ Oh, sì, è molto, molto sentimentale. Anch’io.

32. The Birdcage / Piume di struzzo Diverso? da chi? da che cosa? Tra i miei più amati, ed è dir tutto. Rido tutto il tempo. La dichiarazione d’amore di Armand è meravigliosa. Armand è meraviglioso. Pare che in origine Robin dovesse interpretare Albert la drag queen. E’ dai tempi di Garp che so che per lui “omosessuale” è una di quelle caratteristiche come “di bassa statura” (ehm…) o “con gli occhi castani”. La ragione per cui non ha mai avuto paura di accettare nessun ruolo è che sapeva benissimo chi era.

 33. Good Will Hunting la bellezza dell’esperienza: quarta nomination, primo e unico oscar. Robin è riuscito a ispirare non solo gli insegnanti, ma anche gli psicoanalisti. persona di immensa cultura, sapeva benissimo che la cultura serve a vivere. E vivere serve ad arricchire la propria cultura, darle tutta l’intensità di ciò che si tocca, si annusa, si assapora….

34. Flubber duttile, pieghevole, plasmabile, flessibile, addomesticabile, malleabile… è il flubber, appunto, la pestifera gommina verde dotata di vita propria. Ma è anche l’energia di Robin, che in questo film secondo me si è divertito da matti. E quindi…

35. e 36. Deconstructing Harry e Fathers’ Day Cogliere le occasioni (ma questa in effetti forse la capite solo se leggete la recensione completa). Ci credete che io non amo Woody Allen? Veramente non dovrei dirlo perché conosco davvero pochissimi dei suoi film, anzi, per intero direi forse neanche uno. Ma c’è qualcosa che mi tiene a distanza. Eppure forse se lui e Robin si fossero incontrati più spesso… chissà. Robin disse che aveva accettato il cameo in questo film perché a un certo punto era riuscito persino a farlo ridere, Woody Allen. E qualcosa mi dice che dev’essere tutt’altro che facile, in effetti. Quanto a Fathers’ Day, non c’è dubbio che Robin e Billy (Crystal, suo grandissimo amico) avrebbero potuto fare ben di meglio insieme, ma se avete una giornata pesante e volete distrarvi un po’, va più che bene.

37. What Dreams May Come Per amore, solo per amore. Robin interpreta il protagonista Chris, in questo film che è al tempo stesso persino eccessivamente tragico (sfiora il pulp direi, oppure sapete quelle stragi shakespeariane in cui non si salva nessuno) e però in qualche modo anche vitale, eccessivo e verosimile, oscuro e pieno di luce… e io non so mai come parlarne perché capisco i difetti di cui lo accusano ma lo amo così visceralmente… allora citerò solo una frase di Chris: If I was going through fucking HELL, I’d only want one person in the whole goddamn world by my sideGià. Oh sì, è molto, molto sentimentale. Anch’io. (Déjà vu) 🙂

38. Patch Adams Ridere è una forma di cura. Neanche a farlo apposta, uno dei film più accusati di zuccheroso sentimentalismo di tutta la carriera di Robin. Un altro che io amo. E so che non dice altro che la verità. L’ho sperimentato in prima persona. Non è detto che si guarisca, ma la leggerezza prende per mano la paura e l’addolcisce. C’è una scena che io trovo di una bellezza struggente su questo. E anche qui, una frase che… What’s wrong with death, sir? What are we so mortally afraid of? Why can’t we treat death with a certain amount of humanity and dignity and decency and, God forbid, even humor?

39. The Bicentennial Man la bellezza e il prezzo dell’unicità: Prima ho detto che Jack Moniker di Club Paradise è il più seduttivo dei personaggi di Robin, ma questo gli tiene testa con molto onore. Il dolore, la creatività, la gentilezza, il piacere, la gelosia, il modo in cui il nostro sangue scorre e i nostri organi funzionano, cosa ci rende umani? Forse la nostra stessa mortalità. Più probabilmente, il modo in cui abbiamo vissuto tutta la nostra vita.

40. Jakob the Liar / Jakob il Bugiardo Menzogna, verità…  Un giornale che vola, un uomo che si trova fuori dal ghetto oltre il coprifuoco (Polonia, inverno del ’44), una bambina… no, questo film non sfrutta il successo della Vita è bella perché benché sia uscito subito dopo, era in lavorazione da molto prima. Ha alcuni, pochi tratti in comune. Più che altro è la storia di un altro di quegli uomini che fanno quello che va fatto senza quasi neanche rendersene conto, e continuando magari a sentirsi in colpa per tutto ciò che non hanno potuto fare. Qual è il costo di una o dell’altra scelta, quando eticamente nessuna delle due è quella “giusta?”. Il finale è aperto, proprio come quello del film. La scelta è solo nostra. Fino a che punto aggrapparci alle illusioni? Cosa è più vile tra raccontare pietose bugie e sbattere in faccia la verità a qualcuno? Un film molto amaro, molto dolce, molto bello.