La lettrice della domenica – La felicità

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Ho comprato La felicità – Saggio sulla gioia, del filosofo francese Robert Misrah (Elliot 2013, traduzione di Armido Rizzi), esattamente per il motivo che si può immaginare: finalmente qualcuno che parla di gioia, che le dà dignità e importanza, almeno pari a quella della “angoscia esistenziale”. Non è un libro facile, non lo si divora in un paio d’ore, anzi, va letto e riletto con calma, spesso riprendendo i concetti per capirli a fondo, almeno, per me è così, ma questo non toglie nulla al piacere della lettura, al contrario. Non è un manuale su come migliorarci la vita in dieci giorni. Si passa per Aristotele, Spinoza, Sartre, Onfray…

Ci sembra che solo una vera conoscenza di che cosa sia la felicità in sé stessa potrà illuminarci sulla contraddizione apparente del nostro tempo (drammatico ed edonista insieme). E solo questo tipo di conoscenza (di essenza) ci permetterà di accedere realmente a quello che desideriamo profondamente sotto il nome di felicità. Solo quando disporremo di tale conoscenza (che non è nulla di meno che una filosofia) saremo autorizzati a pronunciarci sull’accessibilità di questo bene supremo che è la felicità concepita con chiarezza.

Il problema infatti è quello della natura stessa della coscienza. La felicità non si può più limitare a essere un’opinione. Dobbiamo, per conoscerla (“saperla” e “viverla” ), essere informati prima di tutto sulla natura della coscienza, sui suoi poteri, sui suoi aspetti e la sua vita.

[…]

 

La lettrice della domenica – Michel de Montaigne, Coltiva l’imperfezione

Altra giornata campale, da domani dovrebbe andare meglio, ma ci tenevo a lasciarvi qualche impressione di questa lettura di un autore che amo molto (e tra l’altro, no, che WordPress mi segnali Montaigne come errore non posso accettarlo, deve pure esistere un’opzione “aggiungi al dizionario”, da qualche parte, perché questa cosa non va bene!).

Dunque, acquistato alla Fiera di Torino., edito dalla Fazi per la quale ho un debole, mi è piaciuto fin dall’introduzione, anzi, delle introduzioni, quella del curatore Federico Ferraguto e quella dello stesso Montaigne, che come al solito dice molto con poche parole. Fin dal titolo, potrei dire, che infatti mi ha attirata immediatamente. Che poi veramente dire piaciuto è dire molto poco. Me lo sto gustando come una prelibatezza, ecco.

Tratto dai “Saggi”, intesi però non solo come “dissertazione” ma anche come “assaggi”, tentativi, esperimenti. “Nei Saggi, però, la vita non è semplicemente descritta come un oggetto dato una volta per tutte, e nemmeno per come dovrebbe essere. Montaigne la coglie sempre come una situazione talmente dinamica, flessibile, fragile e leggera da poter essere essere capovolta e sovvertita in ogni momento”, leggo dall’introduzione di Ferraguto (ah, il sovvertimento, delizia del mio cuore!).

E ancora: “Per cogliere la vita nella sua concretezza non è possibile affidarsi unicamente alla ragione, alle argomentazioni coerenti o alle deduzioni a partire da principi astratti. È necessaria piuttosto una presentazione dell’esistenza che lasci spazio al caso, alle emozioni, alla volubilità di chi la vive e alle singole esperienze che in qualche modo ne definiscono i contorni rendendola unica. La riflessione filosofica di Montaigne non è speculazione, ma pratica ed esercizio di pensiero svolti in prima persona attraverso uno stile di scrittura fluido e ricco di deviazioni, che in parte precorre il “flusso di coscienza” che sarà poi caro a molti autori del Novecento (come Proust e Joyce), mentre, per altri versi, può essere assimilato a quello che oggi domina i blog o i social network, strumenti per quella celebrazione collettiva dell’io che Theodore Zeldin ha anche chiamato “autorivelazione condivisa“.

La necessità di effettuare esperimenti con la sua stessa esistenza nasce da un atteggiamento fondamentalmente scettico che vede tutte le cose, compreso l’io, continuamente in movimento. Non c’è niente che può essere considerato assoluto e stabile, nemmeno la certezza del sapere. Ma se non c’è nulla di evidente e ovvio, allora tutto deve essere nuovamente rideterminato e ridefinito. Ogni nostra certezza deve essere sospesa e riconfigurata alla luce delle nostre esperienze personali“.

L’approccio scettico della saggistica di Montaigne non consente di dedurre a priori uno stile di vita “giusto”. Lo scettico rivolge innanzitutto il suo sguardo al presente in cui, e da cui, germina la sua esistenza particolare. Ma si tiene sempre pronto a prenderne le distanze, aprendosi a possibili alternative che nascono attraverso la variazione creativa del presente stesso resa possibile dall’immaginazione e dalla fantasia” (ora ditemi, potrei forse non amare perdutamente quest’uomo? Amore del tutto intellettuale, s’intende!)

Vi darò invece per il momento solo un piccolo assaggio (appunto) dei pensieri dello stesso Montaigne, ma ci tornerò, perché mi interessa enormemente. Spiritoso, ironico e spesso autoironico, talvolta volutamente volgare, nel senso di chiamare le cose col loro nome senza falsi pudori, e anche perché la profondità di pensiero non passa mai attraverso la pesantezza e la presunzione. Voglio dire, lo adoro, punto. È talmente bravo che potrebbe sembrare inglese 😛 🙂 [chissà cosa ne penserebbe di questa mia battuta, dettata solo dal fatto che adoro la letteratura/la filosofia/lo humour inglese].

Ora, per tornare al mio discorso, da quanto mi hanno riferito direi che nei popoli della Francia Antartica [il Brasile] non c’è nulla di barbaro e selvaggio, sebbene si tenda a chiamare barbaro ciò che non rientra nelle proprie abitudini. Difatti, siamo portati a considerare veri e ragionevoli solo l’esempio e l’idea trasmessi dalle opinioni e dalle usanze diffuse nel luogo in cui viviamo. Solo qui, infatti, ci sarebbero la perfetta religione, il governo perfetto, l’uso pieno e compiuto di ogni cosa. […] Non mi rammarico del fatto che consideriamo barbarico questo modo di fare. Piuttosto mi colpisce che, giudicando le loro colpe, siamo ciechi di fronte alle nostre. 

La lettrice della domenica – Giordano Bruno

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Domenica giornata dei libri e oggi ve ne propongo uno davvero splendido. Non facilissimo per chi, come me, è quasi digiuno di filosofia, eppure mi ha preso davvero tanto.
Il racconto della vita di quest’uomo straordinario, decisamente fuori dal comune nelle qualità come nei difetti è strettamente intrecciato con le sue idee filosofiche, spesso eccezionalmente moderne per i tempi (basti pensare a quello che diceva dell’Eurocentrismo e del rispetto verso altre culture…).
Ne viene fuori un ritratto a tutto tondo, in cui si capisce che l’autore ha partecipato anche emotivamente alle vicende così complesse, anche prima del famoso processo per eresia, di quell’uomo caparbio, orgoglioso, intransigente, a tratti spregiudicato, ma saldissimo quando si trattava di difendere la propria libertà intellettuale e morale, convinto com’era che della verità non possa trovarsi che l’ombra, ma che alla ricerca di quell’ombra valga la pena di dedicare la vita.

Mi è piaciuto fin dall’inizio, poi me ne sono innamorata di più pagina dopo pagina. Preziosissimo. Ci ho infilato dentro credo una trentina di foglietti per segnare i punti che mi hanno colpito, perché io questo libro non lo mollo. Lo rimetterò magari sullo scaffale, ma io non lo dimentico più. E ci tornerò ancora, e ancora, e ancora.