Confini

È difficilissimo a volte stabilire i confini tra noi stessi e gli altri; i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre azioni, di cui siamo responsabili, e quello che provano gli altri, i loro comportamenti. Per quanto amore possiamo provare per una persona, e per quanto empatici possiamo essere, non possiamo realmente metterci al suo posto. I confini sono essenziali, per essere di sostegno senza che questo diventi per gli altri una “scusa” per addossarci un dolore e una rabbia che non sanno dove rivolgere. Mi può addolorare profondamente vederti triste, ma il mio dolore deve restare separato dal tuo, altrimenti mi travolgerebbe, e io voglio avere la forza di aiutarti a uscire dell’abisso (fermo restando che devi uscirne tu), non il dubbio coraggio di buttarmici dentro insieme a te.

Piccolo amore (ma in fondo son parole)

Piccolo amore…

Avevo in mente queste parole, stamattina, sai quando dentro hai dei versi di una canzone, e neanche mi ricordavo, subito, di che canzone si trattasse, ho dovuto pensarci un po’:

E se ci lasceremo / sarà per poco sai, / ci rivedremo…

Ma in fondo son parole / che il giorno che ti ho perso
chissà che cada a pezzi / l’universo
e non farei che dire / e non saprei che fare
di tutti i giorni che ti ho detto amore
di tutti i giorni che ti ho detto amore
di tutti i giorni che ho pensato amore
di tutti i giorni che ho inventato amore
sognato amore
cantato amore
di tutti i giorni che ti ho detto amore
di tutti i giorni che ti ho scritto amore
Piccolo amore non c’è niente al mondo
più grande in fondo
di questo amore…

Poi c’era un’altra cosa che mi ronzava in testa, anzi due, apparentemente del tutto scollegate, sia tra di loro che con questa canzone. I nessi poi però arrivano, o si creano, si inventano, non so. Non sono una vittima, pensavo, e poi sono una che non molla, che non si arrende mai. L’ultima l’ho detta ad alta voce, parlando con altri, e parlavo in effetti pur sempre di amore, anche se di altra natura, perché comunque l’amore, di qualunque natura sia, richiede di non arrendersi, di non mollare (sempre che, ovviamente, ne valga la pena, che serva a noi e a chi amiamo).

Ho capito ancora una cosa, e credo non sarà l’ultima: ricordi che non sapevo mai bene a cosa servisse tutto questo, l’amore, la meraviglia, la memoria, la scintilla di follia, il capovolgimento delle cose. Sapevo che mi serviva, ma non sapevo a cosa, e forse avevo qualche dubbio, ma adesso ho capito che quando parlavo del “mettersi in gioco”, era questo che sentivo: io non mi arrendo mai, e una delle cose che più amo di te è che sei uno che non ha mai mollato, non si è arreso mai, e sai bene cosa intendo. La forza dolce, lo sguardo che dà luce alle cose, quell’umiltà che non si separa mai dalla consapevolezza del proprio valore e che ti permette di ascoltare tanto, e ascoltando arrivare comunque a fare a modo tuo.

Ecco, quando mio figlio mi ha detto “sei una che non si arrende mai”, mi ha commossa, e credo che sia questa la cosa di cui sono più orgogliosa, quella che devo ricordare nei momenti difficili. Perché oggi, quel nesso ha cominciato a venir fuori. Questo lato di me è, in fondo, collegato alle difficoltà che ho superato, alle violenze, alle altrui rabbie e cattiverie subite. Ho dedicato molto tempo a una cosa per cui ne valeva immensamente la pena: non permettere a nessuno di rendermi vittima. Il regalo più grande che mi hai fatto, questo più o meno consapevolmente lo sapevo e lo dico da sempre, è una irriducibile voglia di cercare la libertà; ed è appunto questa che fin da quando ero una ragazzina spaventata in cerca di un appiglio, e magari anche un po’ vittimista, mi ha comunque fatto capire che io vittima, non mi ci volevo sentire, e avrei combattuto per imparare da te a non aver paura di vivere.

Piccolo amore non c’è niente al mondo / più grande in fondo / di questo amore…

Di poesie, risate e stelle

Oggi pesano i passi e pesano le parole. Faccio fatica a mettere un piede avanti all’altro, anche solo ad alzarmi dalla sedia, e faccio fatica a mettere un pensiero avanti all’altro, anche solo a dargli un senso. Che se li mettessi tutti in fila, i pensieri, e anche i passi che ho fatto nella mia vita, non avrei bisogno di guardare il cielo da lontano, per cercare la stella in cui abiti e sentirla ridere, perché tutti quei pensieri e quei passi mi ci porterebbero, fin lassù, direttamente lì sopra.

Ho bisogno di tutta questa forza adesso, per riordinare, tagliare e incollare, girare frasi, migliorare, abbreviare, anche, la cosa più difficile. Come si fa sempre quando si scrive. Per fare in modo, senza perdere nulla di quello che si vuole dire, che anche gli altri possano entrarci, che sentano le tue emozioni come le loro, che avvertano esattamente lo stato d’animo in cui eri quando hai scritto.

Sembra strano, ma è un lavoro di cesello, questo. E non mi basta, a volte, sentire la tua musica dentro, non mi basta la forza. Scrivere è la mia forza, quante volte l’ho detto, la mia energia vitale viene in buona parte da lì. Ma quello che dà se lo riprende anche indietro. Riempie e svuota di continuo sempre la stessa botte, appaga e sfianca, placa e rimescola fino a non poterne più. E io a volte non so se ce la faccio.

Le stelle poi non sempre ridono. A volte bisogna lasciare anche che piangano. Bisogna provarci, a prenderle in mano. Forse, se ci si prova, ci si arriva. Non ne sono sicura, ma bisogna provarci. Tenere le mani a coppa, accarezzarle come gattini fino a che smettono. Poi brilleranno di più, torneranno anche a ridere, forse. Spero. Del resto sappiamo così poco di noi, figuriamoci delle stelle. Ma se la natura ci ha dato la capacità di scrivere, di fare poesia, di usare il nostro corpo e i nostri sentimenti per farne arte, a qualcosa deve pur servire. Anche se il prezzo sembra alto. Ma forse costerebbe ancora di più non farlo.

Teseo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

Immaine dal web

Immaine dal web

Teseo, il giovane ammiratore e compagno di Eracle in  tante imprese, è anche il suo opposto. Se Eracle agisce perché costretto, Teseo agisce invece “obbedendo alla sfida, al capriccio, alla curiosità, al piacere”[1].

            Per molto tempo, e ancora oggi, l’eroe è spesso contraddistinto da questo aspetto: affrontare il rischio per il puro gusto di farlo: sarà vero, come dice Bettelheim, che questa incoscienza nasconde in effetti una paura molto più profonda e mortale? Sarà vero che questa corsa verso il pericolo è una fuga dalle emozioni? Se fosse così, allora se ne dovrebbe concludere che Teseo, l’eroe conquistatore di donne, quello che diversamente da Eracle le donne ha saputo tanto spesso portarle dalla sua parte, fino a indurle addirittura, come Antiope, a tradire per lui tutto il proprio mondo, il capostipite di tutti i seduttori, in fondo aveva altrettanta paura delle donne di quanta (si dice) ne aveva Eracle.

            E se alla fine una donna è stata lo strumento (inconsapevole) della morte di Eracle, non è meno vero che egli ha accettato il rischio, contrariamente a Teseo, non è fuggito. Teseo è tra tutti l’avventuriero temerario e irridente, che non ha rispetto per il regno dei morti, ma ancor meno per i vivi, mentre alla fine dei conti Eracle, con tutta la faticosa inutilità delle sue imprese, con il suo sapersi rendere perfino ridicolo, è vivo nella nostra memoria e nel nostro affetto molto più di quanto lo sia mai stato Teseo, proprio perché i suoi eccessi nascondono un profondo rispetto per il dolore e le emozioni umane.

            Calasso dice che Teseo è l’iniziatore dell’eroe, senza il quale l’eroe grezzo (cioè Eracle) non potrebbe essere ammesso ai misteri di Eleusi. Ma è stato anche detto[2] che ai misteri di Eleusi Eracle si accosta solo per poter entrare nel Regno dei Morti a rapire Cerbero in una delle sue fatiche. E in realtà, si tratta di una strada ingannevole, non è tramite i misteri che egli potrà accedere all’Ade, ma solo con l’aiuto di Ermes e di Atena: dunque l’apparente superiorità che in questo modo si vorrebbe attribuire a Teseo è la superiorità di un mondo falso.

            Teseo ed Eracle introducono comunque, e questo è un elemento comune a entrambi, un modo nuovo di intendere la forza: non più come mezzo di sopraffazione e umiliazione contro altri uomini, ma al contrario, come un mezzo per aiutare altri. I concetti di giustizia e di rispetto cessano di essere considerati come virtù di chi era troppo debole per agire altrimenti, e divengono valori al cui servizio l’eroe può porre la propria forza.

            Per questo entrambi sono in Grecia i primi eroi: perché l’eroe, fin dalle epoche più remote, implica nella sua essenza un insieme di qualità positive di cui la forza non è che un aspetto, e probabilmente neppure il più importante.

            La versione più nota della sua nascita è questa: Egeo, re di Atene, era senza figli, e per questo si recò a Delfi per consultare l’oracolo e chiedere come avrebbe potuto avere un erede. L’oracolo gli diede l’incomprensibile consiglio di “non sturare il suo fiasco di vino prima di giungere in Atene”. Confuso, il re andò allora a Trezene, dove regnava l’amico Pitteo, uomo noto per la sua saggezza. Pitteo interpretò giustamente l’oracolo come l’annuncio di una grande paternità, e fece ubriacare Egeo perché giacesse con sua figlia Etra e avesse con lei l’erede destinato alla gloria.

            Risvegliandosi accanto alla fanciulla, Egeo comprese ciò che era accaduto e diede a Etra la sua spada e i sandali, con l’incarico di consegnarli al figlio quando fosse grande abbastanza da portare la prima e indossare i secondi. In tal modo egli lo avrebbe riconosciuto e lo avrebbe designato come suo erede. Si trattava certamente di un’arma molto pesante e di calzari da uomo: Teseo aveva solo sedici anni quando la madre gli rivelò le sue origini e gli mostrò i due oggetti, ma il ragazzo senza difficoltà sollevò la spada e calzò i sandali, e subito partì per Atene.

            Naturalmente circolava anche un racconto che accreditava, come per tutti gli altri grandi eroi, una paternità divina: sarebbe stato Poseidone a sedurre Etra. E si diceva che Teseo stesso avesse diffuso questa voce, certo non si era preoccupato di sfatarla. Del resto il nome stesso di Egeo richiamava il mare: Aix, la capra, era un appellativo delle onde, ed Egeo era pure chiamato il primo dio del mare, Briareo dalle cento braccia. Così, forse Egeo non era che il nome dato al duplicato di  Poseidone nella sua veste di padre di Teseo[3].

            Nel suo viaggio verso Atene, Teseo mostrò subito il proprio desiderio di eguagliare le imprese di Eracle, all’epoca già famoso: anziché prendere la via del mare, più rapida e più facile, andò per la strada di terra, sperando di potersi far valere poiché era noto che si trattava di una via estremamente pericolosa. E certo le avventure non gli mancarono: ed esse parvero anche in un certo qual modo richiamare la lotta di Eracle contro i poteri oscuri del re degli inferi. Tutti i nemici che Teseo si trovò ad affrontare avevano caratteristiche appartenenti al sovrano dei morti: Perifete uccideva tutti i viandanti con la sua mazza, e Teseo, dopo averlo ucciso con la stessa arma, la tenne con sé, ed essa divenne il suo emblema, come la clava era l’emblema di Eracle. Sinide (o Sini) legava i passanti tra due pini piegati, che poi lasciava andare sicché gli alberi, raddrizzandosi, laceravano i malcapitati. Anch’egli fu ucciso da Teseo nello stesso modo, e si dice anche che il giovane avesse sedotto la figlia di lui Perigine, che gli avrebbe dato Melanippo. Poi fu la volta di Scirone, che gettava gli uomini in mare per nutrire la sua gigantesca tartaruga, e che fu dato a sua volta in pasto all’animale da Teseo. Ancora, il re di Eleusi, Cercione, sfidava tutti gli uomini ad una lotta nella quale essi non potevano che perdere, e allora li assassinava: Teseo lo vinse e lo uccise, annettendo così il suo regno a quello di Atene. Infine sconfisse Procuste, il terribile “tenditore”, chiamato anche Damaste, “costrittore”, o Polipemone “puliriguastatore” (si diceva anche che Procuste fosse, come Sinide e forse anche Scirone, il figlio di Polipemone). Si tratta sempre di nomi che richiamano senz’altro un dio degli inferi. Procuste, come dice il suo nome, faceva giacere i suoi ospiti su un letto troppo lungo, e li “tendeva”, slogando loro le membre per allungarli. Secondo versioni più tarde e più note egli aveva anche un letto più corto, che usava per coloro che erano più alti, e ai quali venivano tagliati i piedi o la testa per adattarli. Così, si raccontava, Teseo uccise Procuste.

            Quando giunse a casa del padre Teseo, la sua fama di eroe vincitore della morte lo aveva già preceduto, e Medea, che sarebbe stata a quel tempo moglie o compagna di Egeo, ne ebbe paura, poiché voleva per sé e per suo figlio il trono di Atene. La maga terrorizzò il marito con i racconti sulle gesta dell’eroe, e lo convinse ad offrirgli una coppa di vino avvelenata. Ma quando già aveva in mano la tazza mortale, Teseo estrasse la spada, forse per tagliare un pezzo di carne dell’animale da sacrificare, e allora Egeo lo riconobbe e gettò in terra il vino, impedendogli di bere. Medea venne poi cacciata dal paese.

            Così il popolo di Egeo festeggiò l’eroe, dopo che fu sventato l’atroce delitto:

Te, grandissimo Teseo, Maratona ha ammirato per l’uccisione del toro di Creta, e se a Crommione il contadino ara senza paura della scrofa, è merito e opera tua. Per mano tua la terra di Epidauro ha visto cadere il figlio, armato di clava, di Vulcano, la piana del Cefìso ha visto cadere il crudele Procruste, Eleusi sacra a Cerere ha visto la morte di Cercione. Morto è quel Sini che male usava la sua forza immensa, che era capace di piegare i tronchi e curvava le cime dei pini fino a terra per lacerare e disperdere per gran tratto i corpi. Aperta e sicura è la strada per Alcàtoe, roccaforte dei Lèlegi, da quando tu hai messo a posto Scirone: e alle ossa disperse del brigante la terra nega una dimora, nega una dimora il mare, e si dice che a lungo sbattute esse si siano indurite, col tempo, in scogli: a quegli scogli è rimasto il nome di Scirone. Se volessimo fare il conto dei tuoi meriti e dei tuoi anni, le gesta supererebbero gli anni. Per te, o fortissimo, facciamo pubblici voti, alla tua salute sorseggiamo questo vino[4].

            Un vero e proprio peàna, in cui attraverso la voce del popolo Ovidio conferma il ruolo del ragazzo come protettore del suo popolo, uno che usa la sua forza per scopi di giustizia.

            Sembra che da molto tempo il regno di Egeo fosse minacciato da un fratellastro di questi, chiamato Pallante, il quale aveva cinquanta figli che continuamente tramavano per vincere il re e appropriarsi della città. Essi tesero un agguato a Teseo, ma questi, informato da un loro araldo, ne uccise molti, e gli altri fuggirono.

            L’avventura che segue può essere considerata una sorta di anticipazione di quella che sarà poi la più famosa impresa di Teseo: l’uccisione del Minotauro. Alcuni narratori dissero anzi che il toro selvaggio che Teseo aveva preso per le corna e riportato vivo ad Atene per poi sacrificarlo ad Apollo fosse in effetti lo stesso che Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, aveva amato, e dal quale aveva avuto il Minotauro.

            Il feroce mostro, mezzo toro e mezzo uomo, divoratore di carne umana era già stato affrontato da un altro giovane ateniese, Androgeo, il quale però era rimasto ucciso nel tentativo. E’ noto che Minosse aveva imposto ad Atene, da lui sottomessa in battaglia, l’atroce tributo annuale di sette giovani e sette fanciulle da sacrificare all’animale. Minosse si era impegnato a cancellare il tributo se uno dei ragazzi avesse vinto il mostro, ma senza l’ausilio di armi. Teseo si unì alle vittime in partenza per Creta, forse come volontario, forse perché sorteggiato o su espressa richiesta dello stesso Minosse. Pare che quest’ultimo durante il viaggio avesse anche cercato di sedurre una delle fanciulle, Eribea, futura madre di Aiace Telamonio. La sua richiesta di aiuto mise Teseo nella posizione per lui insolita di difensore delle donne. Minosse lo minacciò, dichiarandosi figlio di Zeus, ma il giovane lo affrontò coraggiosamente. Il re rise della sua dichiarazione di essere figlio a sua volta di Poseidone, e gettò un anello in mare sfidandolo ad andarlo a prendere: ma Teseo gli riportò l’anello e anche la corona di Anfitrite, moglie del dio del mare.

            Ma un’altra versione si raccontava, secondo cui Teseo sarebbe partito non sulla nave di Minosse, ma su una nave ateniese, e il padre Egeo gli avrebbe raccomandato, se fosse tornato sano e salvo, di sostituire la vela nera segno di lutto con una bianca, così egli avrebbe potuto essere certo della benevole sorte del figlio.

            In ogni caso, Teseo poté riuscire nella sua impresa grazie anche all’aiuto della dea Afrodite, che fece innamorare di lui Arianna, figlia di Minosse. In cambio dell’amore del giovane, la fanciulla gli svelò come uscire dal labirinto, dandogli un gomitolo il cui capo avrebbe dovuto assicurare allo stipite dell’ingresso. Così Teseo lasciò i suoi compagni all’entrata e affrontò il Minotauro, riuscendo ad ucciderlo. Sembra che questa sia stata proprio un’idea di Arianna, e non, come alcuni dissero, suggerita da Dedalo, perché lo stesso artefice del labirinto vi venne più tardi rinchiuso col figlio Icaro e non ebbe altro modo per uscirne che quello di costruire le ali di cera che sarebbero state causa della morte del ragazzo che voleva volare troppo vicino al sole.

            Il successivo abbandono di Arianna sull’isola di Nasso (motivato, si dice, dalla passione di Teseo per Egle, “la luce” figlia di Panopeo, il cui nome peraltro la mette in stretto rapporto con Arianna/Aridela), è coerente con il carattere di Teseo come lo conosciamo, instancabile seduttore di donne da cui poi sempre fuggiva. Tuttavia sembra si trattasse di una storia relativamente tarda, poiché secondo gli antichi, al contrario, Teseo sarebbe stato stregato per dimenticarla: forse perché Arianna “la pura”, che si chiamava anche Aridela “la luminosa” era già amante di Dioniso, come lui legata, anche nel suo doppio nome, al mondo celeste come a quello sotterraneo. Così, Dioniso, nella versione seguita anche da Omero, l’avrebbe fatta uccidere da Artemide a causa del suo tradimento (Teseo, tornando a prenderla, l’avrebbe trovata morta di parto). Oppure invece Dioniso rapì allora la bella giovane all’eroe per farne la sua sposa.

            Ma forse questo incanto dell’oblio che si diceva gettato su Teseo si ricollega a ciò che accadde dopo: la superficialità e la distrazione del ragazzo non furono fatali solo alla sua innamorata, ma anche al padre perché, nella gioia del ritorno l’eroe dimenticò di sostituire la vela nera con quella bianca ed Egeo, credendo che il figlio fosse morto, si gettò dall’Acropoli, o forse nel mare che da lui avrebbe preso il nome.

            Ovidio, cantore sempre ironico e spesso irriverente dei miti greci, almeno nell’opera più giovanile, sceglie della storia di Teseo e Arianna la versione meno edificante, per mettere in guardia le donne contro le malizie di un amante spesso ingannatore:

 Oh, guardatevi, figlie di Cecrope

dai giuramenti di Teseo! Quei numi

ch’egli ora invoca, li invocò più volte[5].

                Com’è nella sua natura scanzonata, il poeta riprende anche la versione del rapimento da parte di Dioniso, facendone una scena quasi farsesca, con cembali e tamburi, e le Baccanti e i Satiri, ma soprattutto Sileno “il vecchio ubriaco” che riesce a malapena a tenersi in groppa al somarello, e infine Dioniso sul carro trainato dalle tigri, alla cui vista in Arianna “disparve ogni ricordo di Teseo”. Il dio promette alla fanciulla l’onore di un posto tra gli astri:

Mio dono è il cielo: chiara tra le stelle

t’ammireranno nuova stella in cielo.

La corona di Creta ai naviganti

guiderà spesso il corso[6]

             Ma queste parole suadenti sono subito seguite dalla scherzosa descrizione del divino amplesso:

… e sul suo petto

stretta che l’ebbe (né valeva in lei

forza a vincere il dio), la possedette.

Tutto può un nume e sempre ciò che vuole

e s’unirono insieme il dio e la sposa

sul sacro letto

            Abbiamo visto d’altra parte come lo stesso poeta abbia in seguito lodato, molto più seriamente, il coraggio con cui Teseo affrontava le sue avventure eroiche sempre volte alla protezione dei più deboli, benché questo aspetto convivesse felicemente con un rapporto alquanto spregiudicato con il sesso femminile.

            Divenuto re, Teseo riunì le varie borgate dell’Attica nella città di Atene, e fu venerato in seguito come creatore della politeia, la vita comune in uno stato. Ma non per questo abbandonò le avventure né i rapimenti di donne. Ad un certo punto della sua vita fu persino sposo di Elena prima che ella, riportata a casa dai Dioscuri, venisse sedotta da Paride (si diceva che Ifigenia fosse figlia non di Clitemnestra, ma di Elena che l’avrebbe avuta da Teseo e l’avrebbe consegnata alla sorella al momento della nascita). Fu allora che l’amico Piritoo, che diceva di essere uno dei numerosi figli di Zeus, e che aveva aiutato Teseo nel rapimento di Elena, pretese che egli lo aiutasse nella più sfrontata delle imprese: il rapimento di Persefone, moglie di Ades e dea degli inferi. Forse a quel tempo i due uomini erano già avanti negli anni, Piritoo era già vedovo della moglie Ippodamia e Teseo aveva già subito la tragedia che si era abbattuta sulla sua casa dopo aver sposato Fedra, sorella di Arianna, di cui parleremo tra breve. In ogni caso, essi scesero entrambi nell’oltretomba dove Ades, fingendo di ascoltare la loro richiesta, li fece sedere sulla sedia dell’oblio, da cui non avrebbero mai più potuto liberarsi. Ma si sa, nei miti come nelle fiabe non si può prestare troppa fede al tempo, che non è certo uguale a quello che noi conosciamo. Infatti Teseo sarebbe stato liberato dagli inferi, molti anni più tardi, da un Eracle ancora giovane durante la ricerca di Cerbero, il che non sarebbe possibile, perché Teseo era assai più giovane dell’altro eroe. E’ probabile dunque che il rapimento di Elena sia avvenuto molto tempo prima, forse prima ancora dell’avventura del Minotauro.

            Come aiutante di Eracle nella lotta contro le amazzoni, Teseo rapì Antiope, sorella della regina Ippolita, se non, come taluno riteneva, la stessa regina. Per questo le amazzoni attaccarono Atene, a Antiope, innamoratasi del giovane, le tradì, consentendogli di difendere la sua città, e per questo venne uccisa, non prima di avergli dato il figlio Ippolito.

            Più tardi Teseo, come si è accennato, sposò Fedra, sorella di Arianna: Minosse nel frattempo era morto e Deucalione cercava così di rinsaldare l’alleanza con il potente vicino. Fedra diede a Teseo i due figli Acamante e Demofonte (che anni dopo avrebbe salvato la nonna Etra, divenuta schiava di Elena, dal palazzo reale di Troia dato alle fiamme). Tuttavia la storia che segue è fosca: Fedra si innamorò di Ippolito, un giovane bellissimo e strano, devoto ad Artemide e disdegnoso dei doni di Afrodite: forse per questo la dea lo punì con l’amore della matrigna, al quale egli reagì con disgusto. Fedra allora si uccise, lasciando una lettera a Teseo, che era lontano, in cui accusava il figliastro di averla sedotta. Teseo chiese allora al padre Poseidone di far morire suo figlio per il disonore che aveva arrecato alla sua casa, e il esaudì il suo desiderio, inviando dal mare un toro selvaggio che fece imbizzarrire i cavalli del suo cocchio, sicché il giovane morì, sebbene si dicesse che Artemide lo aveva fatto riportare in vita da Asclepio, e lo si riconoscesse in cielo nella costellazione dell’Auriga.

            Alla fine della sua vita Teseo fu costretto a lasciare l’Attica. Chi poneva il rapimento di Elena in questo periodo, riteneva che ciò fosse avvenuto perché i Dioscuri avevano dato battaglia e Atene era caduta, o forse il suo stesso popolo gli era divenuto ostile, istigato da un discendente del demagogo Eretteo. Sembra comunque che egli si recasse nell’isola di Sciro dove, forse ritenendo pericolosa per il suo regno la presenza di un uomo così forte, gli finse amicizia e un giorno lo gettò da una collina. Il regno rimase nelle mani del nipote di Eretteo fino a che questi morì e Demofonte, di ritorno da Troia, ereditò il regno del padre Teseo.

[1]Ibidem

[2]P. Citati, op. cit., p.

[3]K. Kerényi, op. cit., p. 421

[4] Ovidio, op. cit., p. 270

[5]Ovidio, L’arte di amare, Rizzoli, Milano, II edizione 1979, trad. di Ettore Barelli, p. 275

[6]Ibidem, p. 145

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle, Parte II

Immagine dal web

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Avendo ormai terminato le dodici fatiche previste (in origine erano dieci, ma come si è detto Euristeo ne aveva invalidate due), Eracle dovette tuttavia affrontare altre durissime prove. Secondo Euripide, fu dopo il suo ritorno dagli inferi che, profondamente cambiato, Eracle fu assalito da Lyssa, la follia, uccise i suoi figli e la moglie Megara. In quel caso le sue dodici fatiche avrebbero avuto un’altra motivazione, forse un prezzo da pagare per poter entrare nel regno del cugino Euristeo. Per Euripide è proprio con la follia che Eracle paga il prezzo della sua natura divina: la follia che egli non merita e che subisce unicamente a causa della cieca gelosia di Era. Tanto che perfino la stessa Lyssa, ironicamente più saggia della grande dea, esegue malvolentieri gli ordini recati dalla messaggera degli dèi Iris, portatrice della volontà di Era:

Voglio dunque esortare Era, prima di vederla cadere in errore, e anche te, se mai diate retta ai miei consigli. L’uomo nella cui casa mi introduci è tutt’altro che oscuro sulla terra e fra gli dèi: ha bonificato le regioni inaccessibili e le terre inospitali e, da solo, ha ripristinato il culto divino che era messo in pericolo da uomini empi; non vi consiglio dunque di tramare una così grave sciagura”.

Proprio nel momento in cui sta per compiere il più orribile delitto della sua vita, viene confermato il ruolo di Eracle come protettore dell’umanità e del culto divino! e proprio dall’incarnazione della sua follia, quella che lo accecherà, rendendolo strumento di una strage voluta dagli dèi senza alcuna ragione di giustizia. Quale miglior prova della sua innocenza? L’eroe di Euripide non è l’uomo arrogante, accecato dalla mania di grandezza, che attira su di sé lo sdegno divino; al contrario, sono gli dèi ad essere oggetto di critica. Anche qui, tuttavia, viene adombrata una ragione diversa:

Nel massacro opera della sua stessa mano, sappia qual’è l’odio che Era nutre per lui e conosca anche il mio; altrimenti gli dèi non varranno più nulla e il potere dei mortali sarà grande, se lui non sconta un castigo[1].

Nelle parole della  si manifesta l’idea che proprio la grandezza di Eracle, più che la sua nascita illegittima, sia la causa scatenante della gelosia di Era. E allora si potrebbe pensare che Zeus, il grande assente, non protegga suo figlio perché, dopotutto, condivide quella gelosia per gli uomini troppo vicini all’immortalità. Non dimentichiamo che si tratta dello stesso Zeus che scatenerà la guerra di Troia come un mezzo per distruggere la stirpe degli eroi di discendenza divina, lasciandone solo il ricordo nella poesia.

            Per piegare Eracle gli dei scelgono appunto la sua qualità “sovrumana”, la sua forza, che diventa strumento della distruzione di coloro che egli maggiormente ama. E’ questa la ragione per cui, come abbiamo visto, Eracle rinuncia ai suoi tratti divini: all’eroismo della forza giovanile viene in un certo senso contrapposta un’altra forma di eroismo, molto meno visibile, nelle parole che lo stesso Eracle pronuncia dopo il massacro, al termine della tragedia: “è insensato chi antepone la ricchezza o la forza ai suoi amici”: è Teseo che lo sostiene, anche dopo l’ignominioso delitto, senza il timore di “contaminazione” che il popolo attribuiva all’autore di un crimine. E’ lo stesso atteggiamento di lealtà totale, di affetto senza cedimenti che già si era visto in Anfitrione, ma Teseo non è un parente. Sembra qui prospettarsi una scala di valori in cui l’amicizia, l’affetto, sia che provenga da un parente o da un “estraneo” è il bene più grande, l’unico che possa sottrarre Eracle al senso di annientamento che lo spingerebbe al suicidio. E questo affetto, la phylia che antepone ad ogni rischio per sé la protezione dei propri amici sembra una forma di eroismo estremamente “moderna”. Forse anche improntate ad una razionalizzazione del “superstizioso” timore popolare legato alla contaminazione, le parole di Teseo sembrano comunque ribadire che anche se dalla sua solidarietà dovesse derivare qualcosa di male, nondimeno egli aiuterebbe comunque l’amico:

“Perché agitando la mano mi segnali il tuo terrore? Forse perché la contaminazione non mi arrivi con le tue parole? Non mi preoccupa per nulla condividere con te la sfortuna: in altri tempi ho diviso la buona sorte”[2].

Oltre ad essere innovativa e affascinante, questa rappresentazione sembra anche dare una spiegazione molto vera e reale della follia di Eracle: infatti è difficile credere, anche per un eroe del suo calibro, che egli potesse lottare col signore delle tenebre senza alcuna conseguenza. Ma le tante guerre che combatté e gli assassini che commise dopo, alcuni dei quali non  certo onorevoli, furono anch’essi frutto di una sorta di follia. Sembra allora più coerente pensare ad un Eracle che, pur avendo combattuto tanto a lungo contro le forze oscure che lo perseguitavano, e pur avendo tante volte vinto, dovesse ancora soffrire per molti anni le conseguenze della sua natura incontrollata, fino a un’apoteosi finale nella conquista di un’essenza divina che potrebbe allora assumere, non diversamente dalla conquista del trono dell’eroe delle fiabe, il senso di una conquistata maturità, di quella che Bettelheim chiamava una “superiore umanità”.

Ma c’è un altro aspetto che emerge con chiarezza nella tragedia di Euripide forse più che nei precedenti miti. Certo, Eracle è sempre stato “unico”, come tutti gli altri eroi, tutti caratterizzati da un segno distintivo, un “marchio” che, anche quando non è “fisico” (come la stella in fronte di tanti eroi delle fiabe) è certamente morale: la furia, il coraggio, l’intelligenza, l’astuzia. Ma è qui che viene fuori in tutta la sua forza la solitudine, che non sempre viene associata a Eracle. Troppo spesso l’eroe viene rappresentato nel suo massimo splendore, con la sua incrollabile forza fisica, la determinazione, la sicurezza di sé che sembrano escludere ogni fragilità. Invece Euripide lo rappresenta nella sua più tremenda debolezza, nel suo destino di reietto, di uomo contaminato che “è diviso tra la cerchia degli intimi che condivide il suo marchio d’infamia e la società in generale che lo teme e lo rifiuta”[3]. A questa debolezza Euripide non contrappone più la forza semidivina dell’eroe, ma la ricerca tutta umana della dignità perduta. La pazienza, la rassegnazione, il recupero dei valori di solidarietà e compassione cui si faceva cenno prima. La solitudine estrema di chi ha varcato il confine tra umano e divino non può essere superata con la pacificazione tra gli opposti, con le qualità che rendono l’eroe diverso dagli altri, ma al contrario, solo con il recupero del rapporto con gli altri uomini, grazie a ciò che lo accomuna a loro. E infatti, contrariamente a quanto vorrebbe Teseo, che vede le lacrime dell’amico come contrastanti con il prestigio e la virilità dell’eroe, Eracle non rinnega più nulla di ciò che è umano. E non ritiene affatto incompatibile con la dignità, ma anzi, parte di essa, tanto il coraggio di continuare a vivere, quanto l’esprimere col pianto la pietas che ancora lo lega ai suoi cari che ama, e che ha assassinato senza colpa[4].

La tragedia di Euripide si chiude qui, con la partenza dell’eroe per Atene con l’amico Teseo, ma Eracle era ancora destinato, anche dopo aver terminato la sua ultima fatica, ad altre grandi imprese, ad altre umiliazioni, ad altri passaggi attraverso crisi di furia simile alla pazzia.

A Ecalia egli partecipò a una gara di tiro con l’arco indetta dal re per dare in sposa la figlia Iole, e la vinse, ma il re non volle mantenere l’impegno, proprio perché in precedenza Eracle aveva ucciso la moglie Megara (o secondo un’altra versione dopo aver ucciso i figli l’aveva data in sposa al nipote Iolao). Eracle, furioso, se ne andò, ma venne scoperta la mancanza di alcuni armenti del re che, si sarebbe scoperto poi, erano stati rubati da Autolico. Il figlio del re Ifito andò a cercare Eracle per pregarlo di aiutarlo a ritrovare le bestie, ma egli pensò che il ragazzo lo sospettasse del furto, e lo gettò dalle mura della città, provocandone la morte, benché fosse suo ospite, e così macchiandosi di un crimine molto grave agli occhi degli dei[5].

Nuovamente in preda alla follia, dovette servire ancora per tre anni presso la regina Onfale di Lidia, che secondo alcuni gli diede anche un figlio. Ma si diceva anche che presso di lei egli fosse stato costretto a indossare vesti femminili e compiere lavori da donna, o comunque imprese di poco conto. Una ulteriore umiliazione, o una ulteriore dimostrazione della grandezza di Eracle e a un tempo del suo carattere così umano, nonostante la sua asserita natura divina? Poiché egli non solo non si sottraeva a quelle piccole meschinità che altri avrebbero disdegnato, ma addirittura acconsentiva a lasciarsi prendere in giro, ridendone a sua volta. Questo accadde quando su ordine della regina Onfale egli andò a catturare i cercopi, strani esseri simili a scimmie, furfanti bugiardi e ladri che erano la disperazione degli uomini. Quando essi cercarono di rubargli le armi mentre dormiva, l’eroe si svegliò, li appese per i piedi ad un bastone e li portò dietro di sé “come due secchi”[6]. Nonostante la scomoda posizione i due fratelli, ricordando l’ammonimento della madre a guardarsi da uno che aveva “il posteriore nero”, si misero a ridere. Eracle si fece dire il motivo della loro allegria, e scoppiò a ridere anche lui. Ed ecco che allora questo eroe eccessivo, violento, quasi terrificante, subisce d’improvviso un rassicurante ridimensionamento, e acquista un carattere che pochissimi altri eroi avevano avuto prima di lui, e pochissimi avrebbero avuto in seguito: ci diventa simpatico. Questo eroe divino che lotta e vince la morte sotto i suoi molteplici aspetti ridiventa il buffo gigante che ama mangiare bene e bere vino e godersi la vita. Persino quando sottrae la dolce Alcesti a Thanatos, immaginarlo in questa rissa a pugni nudi con lo “scheletro con la falce” suona un’impresa magnifica ma anche grottesca, quasi buffa.

Sempre per ordine di Onfale, Eracle lavorò presso Sileo, che rendeva schiavi gli stranieri spogliandoli di ogni loro avere e costringendoli a lavorare nella sua vigna. Eracle stesso venne forse da lui acquistato come schiavo, ma quando gli venne messa in mano la zappa, egli sradicò tutte le viti e le usò per accendere il fuoco e arrostirsi la carne per un banchetto; poi prese il vino migliore dalla cantina e scardinò la porta per usarla come tavola. Quando Sileo vide quella rovina e si adirò, Eracle lo invitò a pranzare insieme a lui. L’uomo allora, infuriato, prese a bestemmiare e per questo rimase ucciso. Sembra che Eracle facesse di sua figlia una delle proprie mogli, ma alla sua partenza la fanciulla si sarebbe uccisa, ed egli tornando qualche tempo dopo l’avrebbe trovata morta.

Benché Eracle abbia amato nella sua vita molte donne, di lui non si parla mai come di un rapitore, di un seduttore: accadde anche che egli portasse via una fanciulla come un Teseo, poniamo: lo fece con Auge, con Iole. Ma si trattò di episodi particolari: colui che venne definito il “servo delle donne” le amò probabilmente tutte con uguale passione e devozione.

Una volta terminato anche il periodo di servitù presso Onfale, l’eroe si dedicò a dar battaglia a coloro che in vario modo gli avevano fatto del male, tra cui Laomedonte, re di Troia, al quale dopo l’avventura della cintura di Ippolita, sulla strada del ritorno Eracle aveva salvato la figlia da un mostro marino. Il re gli aveva promesso in cambio le cavalle che Zeus gli aveva donato, ma poi aveva rifiutato di dargliele. Eracle tornò a Troia con Telamone e uccise Laomedonte e tutti i suoi figli tranne Podarce, che la sorella Esione riscattò in cambio del suo velo, e Titone. Podarce rimase re di Troia col nome di Priamo (“compero”), proprio per il fatto che era stato riscattato. Esione venne data in sposa a Telamone e gli diede il figlio Teucro (da cui i Troiani vennero chiamati anche Teucri).

Dopo aver vinto anche gli Spartani e aver sedotto Auge, che gli diede il figlio Telefo, Eracle ricordò la promessa che aveva fatto a Meleagro, e si recò a Calidone, dove regnava Eneo. Per averla in sposa sconfisse il dio del fiume Achelòo, pure un pretendente della fanciulla che da quel giorno ebbe un solo corno sulla fronte. Il racconto lo fa il fiume stesso a Teseo, di ritorno dopo l’impresa del cinghiale di Calidone: “la sconfitta non fu tanto un’onta quanto fu un onore combattere, e molto mi consola la grandezza di chi mi vinse”[7]. Auge diede ad Eracle due figli, e un altro figlio egli lo ebbe dalla figlia di Fileo, Astioca. Un giorno, forse per un incidente, Eracle uccise uno dei figli di Eneo e ancora una volta volle espiare recandosi in esilio. Deianira lo accompagnò (secondo altre versioni questo episodio si verificò invece appena dopo che Eracle ebbe conquistato Deianira, mentre la conduceva con sé). Giunti al fiume Eveno in piena, il centauro Nesso si offrì di traghettare Deianira, poi cercò di violentarla: allora Eracle con una freccia avvelenata uccise Nesso che, morendo, disse a Deianira di conservare il sangue della sua ferita per farne un filtro d’amore, da usare se un giorno Eracle si fosse stancato di lei.

Dopo aver compiuto altre imprese, Eracle decise di vendicarsi di Eurito, padre di Iole. Lo affrontò con l’esercito, lo uccise e fece di Iole la sua amante. Poi decise di offrire un sacrificio a Zeus e fece inviare a Deianira un messaggero perché gli inviasse una tunica pulita. Temendo che il suo sposo le preferisse Iole, Deianira gli inviò una tunica impregnata del sangue di Nesso, e quando l’eroe la indossò, essa gli bruciò le carni: infatti a Eracle era stato predetto che non sarebbe morto per mano di un vivo, e Nesso a quel tempo era morto da molti anni. Deianira, scoprendo di essere stata ingannata, si uccise. Eracle si fece erigere una pira e scomparve tra le fiamme: era infatti stato assunto sull’Olimpo, dove si riconciliò con Era ed ebbe in sposa sua figlia Ebe. Solo la sua ombra rimase agli inferi, dove più tardi incontrò Odisseo. Anche in cielo Zeus aveva voluto eternare il ricordo delle fatiche del figlio, nella costellazione del Sagittario, dove lo si vede inginocchiato sempre nell’atto di scoccare una freccia.

[1]Euripide, Eracle, cit., p. 205-207

[2]Ibidem, p. 253

[3]R. Parker, Miasma, cit. in M. Serena Mirto, op. cit., p. 43-44

[4]M. Serena Mirto, op. cit., p. 47, ed Euripide, Eracle, op. cit. p 279-281

[5] E’ Apollodoro a parlare di questo come di un nuovo episodio della follia di Eracle. La versione di Omero, nell’Iliade, è molto meno favorevole all’eroe, sostenendo che egli uccise Ifito, che tra l’altro in precedenza aveva preso le sue parti contro il padre, perché aveva egli stesso le bestie,  comprate da Autolico.

[6]K. Kerényi, op. cit., p. 401

[7] Ovidio, op. cit., p. 343