4. Moscow on the Hudson

Moscow on the Hudson (1984, ‘Mosca a New York’ nel titolo italiano) è un film delicato. Con qualche momento forse un po’ troppo patriottico, ma non in maniera sguaiata. Possiede una sua grazia tutta particolare. E quel tipo di sense of humour gentile che accompagnando le emozioni le addolcisce e le rende al tempo stesso più profonde.

Mi è piaciuto la prima volta che l’ho visto, di più la seconda, la terza ho cominciato ad amarlo seriamente. E non credo sarà l’ultima.

Il protagonista, Vladimir (Volodya, o Vlad) Ivanoff, è un sassofonista russo che suona con un circo di Mosca. Per questo film Robin Williams ha imparato a suonare il sassofono (molto bene a quanto diceva il suo insegnante, anche se data l’abituale tendenza all’understatement nei propri confronti, ne aveva parlato raramente e solo per prendersi in giro) e a parlare russo.

Apro qui piccola parentesi personale. Nella mia vita professionale le lingue hanno uno spazio molto importante. Traduco, insegno, ascolto, leggo e parlo spesso in lingue diverse da quella con cui sono cresciuta. L’inglese poi è diventato lingua del cuore, parte delle mie radici e ancor più, parte della mia voglia di volare. Ora, uno che in pochissimi mesi impara il russo tanto da poter passare per un nativo e che nel corso del film passa con questa nonchalance dal parlare come lingua madre una lingua che lingua madre non è, al parlare la sua vera lingua madre come se non lo fosse, beh, mi commuove, ecco. E posso anche dire che già solo per questo sarebbe un genio. Anche tralasciando il fatto che Robin Williams fosse poi un genio per varie altre ragioni (non ultima la stratosferica quantità di lingue – e di ‘dialetti’ americani – che era in grado di parlare o quanto meno imitare).

Qui una piccolissima dimostrazione delle sue capacità linguistiche

Ma torniamo a Volodya. I tempi sono quelli di Reagan e Brezhnev/Andropov, anni ’80, primi segni di distensione ma un rapporto tra i due paesi ancora molto conflittuale. Durante una tournee in America, Volodya decide improvvisamente di ‘defezionare’, ossia chiedere asilo politico.

Qui trovo molto azzeccato il modo in cui il protagonista attraversa una serie di eventi non necessariamente ‘gravi’, che anche noi vediamo coi suoi occhi e che via via costruiscono il processo che porterà quest’uomo desideroso soprattutto di non aver grane, ma che osserva tutto quello che gli succede intorno, verso una scelta che sorprenderà lui per primo. Anche per riscattare in qualche modo l’inadeguatezza dell’amico Tolya, che lui sì, aveva già deciso di fare quel passo, e invece non ne aveva poi avuto il coraggio.

Una bella caratteristica di questo film, in generale, è che molto viene detto per immagini e attraverso gli sguardi, che accompagnano le parole e dicono il non detto, un po’ come succede, in effetti, nella vita. Come nella scena in cui Lucia, la ragazza italiana conosciuta da Vlad in America, va a casa sua per la prima volta e lui le chiede di ballare. Lei getta uno sguardo intorno e si capisce che sta pensando tra sé, dov’è lo spazio? E poi risponde ‘perché no’, ma in quello sguardo c’è già quello che poi seguirà, il timore di innamorarsi di un immigrato squattrinato e più indietro di lei sulla strada per ottenere la cittadinanza, il timore di legarsi, di sentirsi soffocata, tutto ciò che può tradursi in incertezza, dubbio, riflessioni sull’opportunità o non opportunità di qualcosa, e sull’altro piatto della bilancia, il desiderio, il volersi comunque lasciar andare, le prime fasi di un amore che sta già nascendo.

Lo definirei un film molto emotivo, molto intimo, un film su quello che accompagna le nostre scelte più radicali: nostalgia, paura, affetti, disillusioni, solidarietà, sconforto, voglia di continuare a sperare, fatica, incontri, forse a volte il rimpianto. Ma solo a volte, perché se è vero che possiamo rassegnarci a tutto, è anche vero che il nostro bisogno di libertà è grande, e se lo soffochiamo, finiamo comunque per pagare un prezzo ancora più alto.

Se volete, qui trovate le mie precedenti ‘recensioni’:

PopeyeIl Mondo secondo GarpThe Survivors / Come ti ammazzo un killer

Moscow on the Hudson (1984) is a gentle film. With what could be called an excess of patriotism in certain moments, but not in a crass, loutish way. It has a grace of its own, and that kind sense of humour that sweetens emotions and deepens them at the same time.

I liked it the first time I saw it; I liked it more the second time; the third, I began to love it seriously. And I don’t think it will be the last.

The leading character, Vladimir (Volodya, or Vlad) Ivanoff, is a Russian saxophonist who plays with a cirque in Moscow. For this film, robin Williams learnt to play the sax (and very well tooo, according to his teacher, although, given his tendency to understatement in his own regard, he seldom spoke of this, and just to make fun of himself) and to speak Russian.

I’ll add a personal note here. Languages have quite an important space in my life, for work and for passion. I often translate, teach, listen, read and speak in languages other than the one I’ve grown up with. English, particularly, has become the language of my heart, part of my roots and even more, of my desire to fly. Someone who needs just a few months to learn Russian so well as to be taken for a native and goes so nonchalantly during the movie from speaking as a mother tongue a language that wasn’t such, to speaking his mother tongue as if it wasn’t, well, it moves me deeply inside. And I can also say that for this alone, this person would be a genius, anyway. Even disregarding the fact that Robin William was a genius for so many other reasons (not least, the astronomical number of languages and of American ‘dialects’ he was able to speak or imitate).

Just a small demonstration of his linguistic skills

But let us go back to Volodya. It’s the period of Reagan and Brezhnev/Andropov, early eighties, first signs of easing, but still with no little tension in the relationships between the two countries. During a tour in the USA, Volodya suddenly decides to defect.

Here, I appreciate the dead-on way in which the protagonist witnesses a series of events, not particularly ‘serious’, apparently, which we also see through his eyes, and which, one by one, form the process that will lead this man, who is no troublemaker at all, and yet observes everything around him, towards a choice that will surprise even himself. Also to ‘make up’ somehow for the inadequacy of his friend Tolya, who was the one that had actually decided to take that step and in the end, had not had the guts to go through with it.

A beautiful characteristic of this film, in general, is that much is said through images and through the looks that accompany the characters’ words and tell the untold, a bit like in life, in fact. For instance in the scene in which Lucia, the Italian girl Vlad has met in America, goes to his home for the first time, and he asks her to dance. She casts a glance around and you can see she’s thinking where’s the room for that? And then she says ‘why not’, but that glance already contains everything that will follow, the fear of falling in love with a penniless immigrant who, moreover, is rather behind on the path towards obtaining the citizenship, the fear to feel bound and suffocated, all that can turn into uncertainty, doubt, reflections on whether something is advisable or not. Weighed against the desire, the wish to let one’s emotions free, the first steps of a love that is already beginning.

Overall, I’d say this is an emotional, quite intimate film on what accompanies our strongest decisions: homesickness, fear, people to care for, disappointment, solidarity, discouragement, wish to hope nonetheless, strain, meetings, sometimes regret, maybe. But only sometimes, because while it is true that we can resign ourselves to anything, it is also true that our need for freedom is strong, and if we stifle it, the price we pay will be even higher in the end.

You can find my previous reviews here if you like:

PopeyeThe World According to GarpThe Survivors

Poesia di mani

Dedicata ai diversi schiavi coraggiosi che hanno affrontato molti ostacoli (spesso anche di natura legale, perché in alcuni Stati imparare a leggere e scrivere era proibito), nella consapevolezza che è dalla possibilità di esprimere e comunicare le proprie emozioni, più ancora che dall’istruzione, che passa la strada per la libertà.caffè1

Le sue mani sono nere. Nere a causa della terra che si è infilata in ogni piega, insinuata nelle unghie, appropriata di ogni ruga. Perché il vero colore delle sue mani non era il nero, come dicono, con disprezzo, quelli che si fanno chiamare bianchi. Il mondo non è diviso in bianco e nero, pensa. Nessuno, da bambino, gli aveva detto che aveva un colore e lui non se n’era accorto. Poi, in seguito aveva imparato che le sue mani somigliavano alle bacche tostate del cacao e del caffè, ma con riflessi quasi dorati, come se il sole che cuoceva la sua pelle dalla mattina alla sera, lo ricompensasse lasciandogli un poco di sé. E a guardar bene, si intravedevano sfumature rossicce, forse anche le bacche fresche, color rubino scuro, avevano lasciato le loro tracce, negli anni. Ma la terra ha cancellato ogni cosa. Anche la schiena, ormai, ha preso la curva che ogni giorno gli piega il corpo sulla memoria della sua schiavitù. Ma la terra che mi ha annerito le mani, pensa, le ha lasciate comunque più pulite delle loro. La mia schiena è curva, ma so ancora alzare la testa, se voglio. Mentre loro, d’ora in poi, dovranno convivere con le loro mani sporche e la loro schiena ingobbita dalla vergogna. I bianchi dicono di amare il cacao, di amare il caffè, lo zucchero e il cotone, ma non si chinano mai a guardarne i fiori. Sorseggiano bevande addolcite, reggendo le tazze con le loro mani troppo bianche, restano all’ombra dei loro portici, e del sole non colgono che l’ombra. Forse non sono vivi. La vita non è il pane amaro che gli danno, ma non è neanche la loro cioccolata dolce. Del pane, della cioccolata, si può farne a meno. Ma lui ha cercato di nascosto le parole della poesia, per trovare la libertà più grande, quella senza la quale, davvero, sei morto: la libertà di scegliere di essere ciò che non sei.

Di sciarpe e berretti e lupi e altre cose / Of scarves and caps and wolves and other things

Wolf-shaped cap

Wolf-shaped cap

Tre giorni fa, lezione d’inglese coi bambini di terza/quarta elementare (ma ce n’è anche uno di seconda). Ogni volta un rebus, cerca attività adatte ai vari livelli, cerca di farli divertire, cerca di farli lavorare, parla solo inglese, anche se non capiscono pazienza, non parlare solo inglese altrimenti non capiscono…

Poi, agli ultimi quindici-venti minuti, il lampo di genio, o piuttosto, il colpo di fortuna (e meno male che non era quello della strega, che un po’ qualcuno forse già mi vede in quella veste). Uno dei bambini, che già non vedeva l’ora di prepararsi per andare via, s’infila un berretto di lana a forma di lupo. E’ fatta! Glielo chiedo in prestito e comincio a portarlo in giro, infilato a mo’ di marionetta mostrandolo agli altri. Hai paura del lupo? Ti piacciono i lupi? Conosci Cappuccetto Rosso? E intanto Qualche ruggito ci scappa, anche se in realtà, gli ululati sarebbero stati più in carattere. Così riesco a salvare capra, cavoli e anche il lupo e la lezione: inglese, divertimento, risate, parole e strutture nuove…

Così ho ripensato a quella volta in cui hai creato, con la sciarpa chiesta a una ragazza tra il pubblico, uno dei tuoi momenti straordinari fatti di piccole cose ordinarie e quella sciarpa è diventata tutto, improvvisazione, magia, libertà totale di espressione della mente e del corpo. E’ quella magia, quella libertà che voglio, e l’avrò, e saprò trasmetterla, da insegnante, a tutti quelli che vorranno sentirla e capirla e viverla.

Three days ago, English lesson with the third/fourth-graders (and one is a second-grader). inspired guesswork is needed every time: look for activities that may be suitable for each level, try to make them have fun, try to make them work, speak only in English, never mind if they don’t understand, don’t speak only in English, otherwise they don’t understand…

And then, there were just 15-20 minutes left, a sudden stroke of genius! (A stroke of luck, more likely, and it was just as well that it wasn’t that back strain we call colpo della strega, or witch’s stroke, as “my” kids probably already see me as one): one of the kids, who couldn’t wait to get ready to go, apparently, put on a woollen wolf-shaped cap. That was it! I borrowed it, put it on my hand puppet-like and began to show it around: ‘are you afraid of wolves?’ ‘Do you like wolves?’ ‘Have you ever heard of “Red-Riding Hood?’ And some roars came out too, even though howls would have been more appropriate, I suppose. So I’ve run with the hares, hunted with the hounds, and brought all of them safely home 🙂 I mean everything was there, the lesson, English language, fun, laughs, new words and structures…

Then I’ve thought of that time when you created, with the scarf of a girl among the public, one of your extraordinary moments made of very little, ordinary things and that scarf became everything: magic, improvisation, total freedom of expression, mind and body. It’s that magic, that liberty I want, and I’ll have it and I’ll learn how to pass it on, as a teacher, to everyone that wants to feel it and understand it.

Nemico degli uomini / Enemy to Mankind – recensione della Vera Storia del Pirata Long John Silver / Review of Long John Silver: The True and Eventful Story…

Long John Silver

Ci sono libri – e personaggi – che s’imprimono con particolare forza non solo nella nostra memoria, ma nella nostra stessa vita, e le danno magari una svolta che altrimenti non ci sarebbe stata. Questo sembra essere accaduto a Bjorn Larsson, a seguito del suo incontro con l‘Isola del Tesoro, ma più che altro con Long John Silver: immagino sarebbe diventato scrittore comunque, ma avrebbe scritto d’altro, se non si fosse trovato sulla sua strada questo straordinario pirata colto, evasivo e sfuggente eppure figura di prepotente carisma, narratore inesauribile per amore della menzogna e delle storie, nonché per salvarsi la vita, di cui Stevenson dice relativamente poco ma lascia indovinare molto, facendone un ideale protagonista e narratore di un romanzo come questo: anticonvenzionale, libertario, vitale e spregiudicato come l’uomo (sia pure di carta) dal quale è stato ispirato. Crudele e avvincente e avventuroso come quelli che da ragazzini ci tenevano a leggere sotto le coperte fino a tarda notte per vedere “come va a finire”. Ma anche con la capacità di restituire in modo mirabile le molte domande che accompagnano i nostri ideali più alti e apparentemente indiscutibili, come la giustizia, la liberta, l’umanità e l’uguaglianza, nelle loro applicazioni quotidiane.

L’unica cosa che conta per John Silver è vivere, non esistere, ma vivere. Per questo è disposto a mentire, spergiurare, rimangiarsi promesse e parole d’onore con la massima leggerezza e anche a uccidere. e per questo si serve delle parole come degli uomini senza alcuno scrupolo.

Ma questo amore profondo per la vita è anche capace di restituirlo a molti che sembravano averlo perduto. È quell’amore, e non un malinteso bisogno di sentirsi buono, che lo mette dalla parte della giustizia contro l’ipocrisia e l’inumanità di quelli che, paradossalmente, si sono arrogati il diritto di decidere chi sono gli “uomini”: ed è contro questi in particolare, che John  Silver sembra  aver scelto di diventare un “nemico dell’umanità”.

Di ogni cosa che fa è il solo a prendersi il merito come le colpe, la responsabilità personale è forse quanto di più vicino a un ideale permea la sua vita apparentemente senza ideali. Questo contare solo su se stesso, naturalmente, ha il suo rovescio. La solitudine di John Silver è la sua capacità di vivere un’intera vita con altri esseri umani senza mai capirli fino in fondo, senza mai davvero essere “insieme” a loro, senza “vederli” davvero se non come i riflessi di quella che per lui è la natura speciale di una vita umana, la sua vita. E dunque, John Silver è l’uomo che ci spinge a chiederci se la solitudine non sia il giusto – e inevitabile – prezzo della libertà. E tuttavia, la sua vita non sembra dopotutto meno felice, e forse neanche più crudele, di chi dà al destino le colpe e i meriti di ciò che accade, rassegnandosi o perfino giustificando i propri comportamenti vigliacchi, quando non inumani, alla luce di una presunta provvidenza divina.

Certain books – and characters – stick with particular strength not only in our mind, but in our life, and give it a turn, perhaps, that wouldn’t have happened otherwise. This seems to have been the case for Bjorn Larsson, when he met with Treasure Island and, above all, with Long John Silver. He would have become a writer anyway, I suppose, but he would have written of other things, had his paths not crossed with this extraordinary pirate, cultured, elusive and ambiguous, but a figure of forceful charisma nonetheless, tireless narrator for the love of stories and of fabrication, as well as for the sake of his own life. Stevenson tells little enough of him, leaves much to the imagination, which makes Long John an ideal protagonist and narrator of a novel like this: anticonventional, libertarian, vital and ruthless like the man (although existing only “on paper”) that inspired it. Cruel and engrossing and adventurous like those that as teenagers we kept reading all night under the blankets to see “how it ends”. But also admirably reproposing the many questions that accompany our highest and apparently unquestionable ideals, such as justice, freedom, humanity and equality, when applied in our everyday life.

What counts for him is just living, not existing, but living. This is his aim and for this he is ready to lie, perjure, go back on his word and on his promises with extreme carefulness and even to kill.

And for this aim he exploits words and men equally – and ruthlessly.

On the other hand, he is also able to give this love for life back to those who seemed to have lost it. It is for that love, and not for a misguided ‘feel-good’ attitude, that he takes the side of justice against the hypocrisy and inhumanity of those who have unilaterally appropriated the right to decide who belongs to mankind; and it seems to be mainly against them, that John Silver has become an “enemy to mankind”.

He takes the credit and the blame for whatever he does, personal responsibility is as close to an ideal as he can get in his apparently ideal-less life. Counting exclusively on himself has its drawbacks, of course. The loneliness of John Silver lies in his being able to live all his life with other human beings without ever understanding them entirely, without ever being actually “with” them, without actually “seeing” them, other than as reflections of what is the special nature of a human life to him, his own life. So John Silver leads us to wonder whether loneliness if the fair – and unavoidable – price of freedom. And yet, his life does not seem, after all, to be less happy, or even more cruel, than the life of those who transfer blame and credit for all that happens to destiny, putting up with everything or even justifying their own cowardice, not to speak of viciousness, with claims to divine providence.