Qui tutto brucia

Qui tutto brucia,
la culla antica
e quella nuova,
i sogni dei vecchi
e i miei.
Questo rigagnolo di fango
non è il mio fiume
questo deserto di sale
non è l’oceano,
solo un letto vuoto
per le ceneri sparse.
Incontro solo briciole
di stelle frantumate
da un pianto inconsolato.
Alla voce del dolore
scivola la nostra innocenza
tra le mani come sabbia
la pietra dello scandalo l’abbiamo
già scagliata molte volte, siamo
senza peccato, senza
un onore da difendere
ci tagliamo i piedi con
percorsi affilati, ci graffiamo
le braccia con errori taglienti
e con artigli di ferro dilaniamo
la nostra carne
e la terra.
Sai che ho spalle forti, mani grandi,
anche se screpolate dalla rabbia,
La cattiveria ci rovina la pelle,
crea inestetismi, indurisce le vene;
ma possiamo affacciare
le nostre labbra sul silenzio,
raccogliere dal pavimento
la sabbia e il latte versato
scrivere perché piova
perché torni l’oceano
a lambire le coste
della nostra fragilità.

Il Ritorno del Fuoco (parlando di Prometeo…)

Immagine dal web

Il cielo è grigio, sconsolato e amaro. E’ quasi notte, e curiose ombre senza scopo camminano con una fretta confusa ma caparbia. Mille obiettivi, perché averne uno solo le costringerebbe a dar conto del loro fallimento, visto che ad un successo non vogliono crederci. Ma avere mille obiettivi confonde la mente e il passo come non averne, il loro incedere precipitoso e sconsiderato si blocca a volte ad un pensiero improvviso, rallenta, riprende, una piccola corsa forsennata, poi recupera il ritmo di larghe falcate inconcludenti.

Due artisti di strada, come moderni aedi, diffondono note mozartiane con una tastiera e un violino. Al grande Maestro la tastiera avrebbe forse fatto accapponare la pelle, ma è già tanto per chi ha solo una manciata di secondi da recuperare alla musica. Scintillanti portatori metallici di suoni mostrano dentro le case la loro bellezza silenziosa: farli suonare significherebbe rubare vita al tempo. Orfeo è morto, il suo capo mozzato non giungerebbe oggi a Smirne culla di poeti, né esisterà mai un altro che sappia accordare una cetra con il solo strumento del suo dolore usando corpo e voce per muovere a compassione le pietre, i serpenti e gli stessi dei degli inferi.

Una grande ombra scompare tra le altre, inghiottita dalla fretta. L’ombra di Prometeo, che, immobile, ascolta la musica.
La sconfinata distesa di luci confonde gli occhi, ma non si può fingere di ingannare la notte con una penombra di fantasmi. Forse il fuoco nel cavo del suo bastone si sta spegnendo. Il calore che rallegrava l’inverno porta ormai solo la devastante distruzione degli incendi. Non più la fiamma della conoscenza, ma l’avido impadronirsi di una verità per farne l’unica possibile, distorta in nome del mantenimento di una gloria apparente fondata sull’inganno.

Ricorda con quanto immenso amore aveva insegnato agli uomini la medicina, l’astronomia, la scienza e la scrittura. Lui l’incanto dell’arte lo conosce bene. Il potere della musica, della pittura, della poesia, che ha voluto dare agli uomini in pegno di speranza. Ma oggi gli uomini non scrivono che di morte, non dipingono che immagini di orrore, non suonano che l’eco chiassoso dei loro incubi.

Dominio, il servo crudele e ossequioso di Zeus si sta prendendo la sua vendetta. Non era servito il suo scherno, allora, né il sadico piacere con cui lo aveva crocifisso alla roccia e aveva guardato compiaciuto l’opera dell’aquila, sperando che divorasse la diversità di Prometeo, che lo rendesse uguale a tutti gli altri dei. Prometeo il ribelle non è mai cambiato, ma ancora l’incubo lo insegue. Non la roccia, non l’aquila, né le ferite del corpo, ché di quelle non gli è mai importato, ma l’incubo dell’inutilità del dolore.

Per un attimo, Prometeo pensa davvero di spegnerlo per sempre, il fuoco che raccolse un giorno dal focolare di Zeus. Era stato divertente giocare il re degli dei. Sì, lo è sempre stato. In tutte le sue sfide, Prometeo si è sempre divertito, per quanto poi gli siano costate, per nulla al mondo avrebbe saputo rinunciare a sorridere della boria e della superbia. Cosa succederebbe adesso se la spegnesse davvero, quella fiamma? Morrebbe forse anche lui con gli uomini? Morrebbero certo le arti e le scienze, e svanirebbero le risate e le lacrime, perché gli dei, da soli, non sanno piangere né ridere, anche se Zeus non lo sa. Forse non sanno neppure esistere, senza gli uomini.

Prometeo è stanco. Per un attimo pensa che non gli importa poi tanto di esistere.
In quell’istante la sinfonia di Mozart finisce, e il quartetto di improvvisati cantastorie attacca l’Inno alla Gioia. Note entusiastiche, anche se forse non tecnicamente perfette, riecheggiano, mentre una bella voce pura di donna intona le parole.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

Una giovane coppia si è fermata, il ragazzo sussurra qualcosa alla ragazza, ognuno dei due svela qualcosa di sé all’altro, le parole servono ancora a offrire senza ingannare, e gli sguardi a incantare senza tradire. Poco lontano un bambino ride. Prometeo sospira appena. Il fuoco, nella canna vuota, si è riacceso.

L’EROE NEL MITO E NELLE FIABE – Prometeo

Immagini dal web

Per chi ama gli eroi umani, in cui potersi riconoscere, questo è per me uno dei più umani di tutti, uno di quelli che amo di più in assoluto. Un po’ lungo, ma è una figura così affascinante… 🙂

            Di Prometeo si narrano diverse origini, ma tutte ne fanno un dio, o un semidio, eppure nello stesso tempo anche l’antenato e il rappresentante del genere umano, tra tutti gli dei il più vicino agli uomini, e non solo per il suo amore nei loro confronti, ma anche per le sofferenze subite per loro e come loro.

            In genere viene considerato un Titano, figlio di Giapeto e di Climene, e nato dunque dalla terra: i Titani, dei antichissimi e selvaggi, erano i figli di Gea, la Terra, e di Urano, il Cielo. I discendenti di Giapeto sono parte di una genealogia di Titani ostili a Zeus e agli dei olimpici, e per questo motivo puniti: Menezio, scagliato agli inferi con il padre (ma va detto che il legame con gli inferi si rivela già nel nome stesso di Climene, e forse anche in quello di Giapeto); Atlante, condannato a reggere il peso del cielo; e Prometeo, il più furbo, quello “dal pensiero tortuoso”[1].

            D’altra parte si diceva anche che gli uomini e gli dei avessero la stessa origine: secondo alcuni miti, gli uomini sarebbero nati dalla terra come frutti, destinati a dominare per intelligenza gli altri esseri viventi, animali e piante, che pure derivavano dalla terra. Anche il racconto secondo cui Zeus trasformò le formiche in uomini (il popolo dei Mirmìdoni, nome affine al termine greco per “formiche”), per dare compagnia al proprio figlio Eaco, ne rivela in sostanza l’origine terrestre.

            Ma se gli Olimpici avevano poi voluto sempre più allontanarsi e differenziarsi dagli uomini, rendendoli deboli, indifesi, impotenti e soprattutto mortali, Prometeo aveva al contrario dedicato la propria vita a portare loro quanti più doni poteva, per rendere la loro vita meno dura. Egli è considerato l’inventore dell’architettura, dell’astronomia, della medicina, della navigazione, della lavorazione dei metalli e della scrittura. Nella tragedia di Eschilo ne parla egli stesso, e sono versi bellissimi, benché questo insistere del titano su se stesso, sulle proprie azioni quanto sulle proprie sofferenze, ne sveli un certo caparbio amore di sé che gli dèi infatti gli rimproverano:

Io li formai: riflessivi, sovrani del loro intelletto. Narrerò, non a umiliare gli esseri umani, ma a svelare fino in fondo l’affetto che mi dettava quei doni. Anche prima di me guardavano, ed era cieco guardare; udivano suoni, e non era sentire; li vedevi, ed erano forme di sogni, la vita un esistere lento, un impasto opaco senza disegno; non sapevano case – trame di cotti mattoni – inondate di sole, né il mestiere del legno; l’alloggio era un buco sottoterra – come formiche sul filo del vento – nel seno di grotte cieche di sole…Fu mia – e a loro bene – l’idea del calcolo, primizia d’ingegno, e fu mio il sistema di segni tracciati, Memoria del mondo, fertile madre di Muse. Io, inventai l’attacco di bestie selvatiche al giogo… Fu mia, solo mia, la scoperta di un mezzo marino – vele come ali – per la gente che corre le onde. Io che ho ideato tanti congegni per l’uomo non trovo per me uno scaltro pensiero, sollievo al tormento che ora m’assale. E’ la mia sofferenza! … se l’uomo piombava infermo, nulla gli faceva da scudo, né alimento, né pozione, né balsamo… Finché venni io a indicare gli amalgami, i composti che alleviano, fanno barriera a qualunque malanno. Non basta: io regolai le linee infinite dell’arte profetica … Poche parole a dirti tutto il concetto: fonte di tutte le scienze ai viventi è Prometeo[2].

            Secondo qualche versione lo stesso Prometeo aveva creato gli uomini[3]. Ma il mito più noto, perpetuato nella tragedia di Eschilo che ci è rimasta, è quello per cui Prometeo donò agli uomini il fuoco “artefice, strada maestra d’ogni mestiere ingegnoso”.

            Benché fosse un Titano, nella lotta di questi dei primordiali contro gli olimpici Prometeo aveva combattuto a fianco di questi ultimi. Per questo, sconfitti i Titani, venne dato a lui il compito di decidere il tributo che gli uomini avrebbero dovuto offrire ai nuovi dei, in forma di sacrificio. Prometeo, il preveggente e scaltro gigante, pose la sua prima sfida al nuovo re degli dei: facendo le parti, preparò il pezzo migliore del toro sacrificato in modo da renderlo repellente all’aspetto, e ricoprì le ossa di grasso per renderle appetibili. Zeus si accorse dell’inganno, e tuttavia accettò di tenere per gli dei la parte meno buona ma più bella a vedersi. Da allora gli uomini offrivano nei sacrifici sempre solo le ossa degli animali uccisi. Zeus tuttavia, volle, per vendetta o per punizione, togliere agli uomini il fuoco, lasciandoli al freddo e all’oscurità.

            Prometeo allora sottrasse il fuoco ad Efesto, l’artigiano dell’Etna, o, come sembra più probabile, lo rubò dal focolare stesso di Zeus, se non addirittura, come in altri racconti, dal sole, e lo portò sulla terra dentro una canna vuota.

            Per indebolire ancora una volta gli uomini, dopo questo dono così prezioso, Zeus avrebbe inviato loro Pandora, la prima donna, che scoperchiando il vaso dei mali avrebbe per la prima volta introdotto malattie, sofferenze e la morte stessa. Così, secondo il racconto di Esiodo, che non doveva amare molto le donne, e che vedeva nella bellezza della fanciulla soltanto il velo dorato di un male di cui gli uomini avrebbero gioito, “il loro male circondando d’amore”[4]. Inoltre, a Esiodo premeva fare della vicenda un esempio morale, per insegnare al fratello Perse che non è mai bene cercare di ingannare gli dèi: probabilmente per questo, in fondo il suo Prometeo finisce per sembrare uno sciocco ragazzo ribelle nei confronti della grandezza di Zeus, piuttosto che il generoso soccorritore di uomini, il difensore della libertà che molti altri dopo di lui celebreranno.

            Ma il nome Pandora, dal significato di “ricca di doni”, o “portatrice di doni”, richiama anche l’origine della donna, come dell’uomo, dalla madre terra, anche se si dice che la fanciulla fosse stata un’opera d’arte, una statua, un’opera di Efesto o di Epimeteo o dello stesso Prometeo. Questi diversi racconti sembrano richiamare la donna come complemento all’uomo, che fino ad allora, benché figlio della terra, era considerato imperfetto, proprio perché privo della sua parte femminile.

            L’invio di Pandora come punizione divina è poi contraddetto anche da un altro fatto: se Prometeo, come ricaviamo dal mito più noto, rubò il fuoco agli dei per proteggere gli uomini e aiutarli nella loro debolezza e impotenza, ciò significa che tra essi erano già presenti freddo, malattie e sofferenze. Tutta la storia di Prometeo è la storia dei suoi tentativi di alleviare le sofferenze umane. E’ dunque più probabile che Pandora fosse stata inviata come un dono in più, e forse prima ancora del fuoco, poiché la sua fatale distrazione consentì poi ai mali di uscire dal vaso, costringendo Prometeo ad intervenire ancora una volta in favore dei suoi protetti.

            La vera punizione, per il furto del fuoco, la subì Prometeo stesso, com’era naturale. Benché fatto a fin di bene, il suo era pur sempre un furto, e per di più il padre degli dei si era visto più volte ingannato e vinto da questo Titano impudente.

            Così la vendetta che Zeus studiò fu tremenda. Prometeo, in quanto Titano, era immortale, ma poteva patire il dolore. Incatenato ad una roccia, “rigido, riarso agli aerei dirupi”, a un “morto, spopolato macigno[5]. Esposto agli sguardi degli dèi, che gioiscono del suo tormento: “M’avesse scagliato sotterra, più in fondo dell’Inferno che ospita i morti nel Tartaro senza spiragli… Né un dio, allora, né un altro godrebbe di queste mie pene[6]

            Tra tutti gli dei pagani, Prometeo sembra precorrere il Salvatore del Cristianesimo: un dio, ma anche un uomo. E’ vero, anche gli dei, per i Greci, potevano soffrire, perfino Era, la moglie di Zeus, era stata un giorno colpita al petto da una freccia, e aveva provato dolore come una donna. Ma la tortura di Prometeo era subita per amore degli uomini, da uno che era considerato anche un loro capostipite, e che con essi si identificava. Quando pensiamo a Prometeo, probabilmente non pensiamo al gigantesco figlio della Terra, all’astuto immortale, rivale di Zeus e degli dei olimpici, ma a colui che lottò, come un qualsiasi eroe umano, per rendere migliore la nostra vita, accettandone in piena consapevolezza le conseguenze.

            Questa consapevolezza è uno dei tratti più commoventi del Titano. Per contrasto con le parole dell’inflessibile Dominio, risalta in tutta la sua forza l’amore di Prometeo, che non ha portato il suo dono a chi potesse dargli qualcosa in cambio, ma sapendo benissimo, anzi, che non gliene sarebbe derivata che sofferenza, perché i deboli uomini nulla potevano fare per contrastare il volere di Zeus:

Sta lì, sfogati, adesso, a predare gli onori riservati ai celesti, offrili agli esseri che in un giorno tramontano. Come sapranno i viventi cavarti di dosso la zavorra della tua sofferenza? E i divini ti chiamano Prometeo, il Presago. Illusione d’un nome![7]

             Ciò che il brutale Dominio non può comprendere, è che appunto l’accettazione del proprio destino, conoscendolo fin dal principio, risalta il coraggio di Prometeo, ne rende tanto più evidente la grandezza. Inizialmente il Titano si lamenta per la crudeltà del castigo inflittogli, chiama a testimoni della propria sofferenza l’aria, i fiumi, il cerchio del sole, e la “maestosa Genitrice, terra”. Ma ben presto ritrova nella certezza di aver agito bene la forza per affrontare la pena:

Basta, che dico? Ho limpida scienza io, in anticipo, di ciò che sarà. Nessun male verrà, improvviso, a sorprendermi. Certo, io devo portare il mio peso fatale – quanto mi tocca – più sciolto che posso: so che è assurdo resistere contro un duro,  fisso destino[8].

 Ma Prometeo sapeva qualcosa che avrebbe causato la rovina del potente Zeus: c’era una dea, che egli un giorno avrebbe desiderato sposare. Quelle nozze tuttavia gli sarebbero state fatali, poiché ne sarebbe nato un figlio che lo avrebbe spodestato, come egli un tempo aveva fatto con Crono. La stessaarroganza del titano – tratto comune agli eroi! – che le Oceanine gli rimproverano, è difficilmente scindibile dalla piena coscienza del proprio valore, dall’incrollabile fede nella giustizia del proprio agire, contro la cieca violenza di Zeus:

(Pr.) Di me, sì, di me – di quest’infamia vivente coi polsi nei ceppi di ferro – avrà urgenza il sovrano celeste: che gli spieghi il nuovo tranello, la mano decisa a razziargli corona e potere. Dolci scongiuri a incantarmi, fascini a farmi dire di sì: nulla potranno. Né mai mi fletto all’aspra minaccia. Non chiarirò il segreto, se prima non snoda i disumani ceppi, e consente a pagarmi il riscatto d’osceno martirio.

(Co.) Hai coraggio. Non t’incrina l’amaro soffrire. Ma il tuo labbro è sfrenato. Irta angoscia mi scava, profonda. E’ spavento per me il tuo domani. Mi chiedo se un giorno potrai salutare porto sicuro al tormento. Non si espugna il cuore di Zeus: non si stempra, parlando, il figlio di Crono.

E tanto di più appare iniqua la vendetta di Zeus, perché accompagnata dall’ingratitudine: Prometeo infatti lo aveva aiutato nella lotta contro Crono, ma “Certo: è nel cuore dell’essere despoti – un’intima peste, diresti – non confermare fiducia a chi è più vicino[9].

Uno degli elementi con cui più Prometeo contrappone al “vuoto cervello” di Zeus[10] la propria fermezza morale è l’ironia. Questo tratto lo caratterizza fortemente per tutta la tragedia, e più che in qualunque altro momento, proprio quando sta per subire la pena più dolorosa. Egli ha già incontrato la povera Io,  trasformata in giovenca e costretta a peregrinare senza sosta per il mondo, sospinta da un dolore senza fine per volere della gelosa Era. Le ha già narrato della fine cui Zeus andrà incontro, se non scosterà da sé la minaccia di cui solo lui, Prometeo, è a conoscenza. Zeus gli manda il suo messaggero, Ermes, a minacciarlo, e Prometeo risponde in un tono pungente che raramente troviamo in un personaggio tragico:

“Discorso sublime, davvero. Si sente, mente superba, la tua: da sgherro di dèi. Siete di oggi. Di oggi è il vostro dominio: illusi di vivere in torri sbarrate all’angoscia. Non sono già due i sovrani piombati dall’alto? Coi miei occhi li ho visti. Un lampo, e vedrò anche il terzo, quello che è ora monarca: più umiliato che mai. Rabbrividire, io, acquattarmi di fronte a quei giovani dèi? Ti par proprio? Ne manca, anzi, non sarà mai”.

All’ostinato minacciare di Ermes, Prometeo ribadisce la sua logica: “Il tuo stare a servizio, il mio sacrificio: non farei cambio mai, imparalo bene”.

Già, meglio il servizio a questa tua roccia, che esser portavoce docile di Zeus padre, immagino” dice Ermes. E Prometeo, beffardo: “Peccatori superbi così peccano, superbamente”. Ermes giudica folle il suo odio per i nuovi dèi:

Er.       “Tu ancora però non conosci equilibrio di mente”.

Pr.        “Purtroppo: non starei a parlare con te, sgherro”

Er.        “Nulla hai da dire, vedo, alle richieste del padre

Pr.        “Al contrario. Che gli sono obbligato, e vorrei ricambiarlo”

Er.       “Ti beffi. Per bimbo immaturo m’hai preso”.

Alla fine Ermes passa a descrivere ciò che accadrà: la rupe si spaccherà, precipitando Prometeo in fondo all’abisso, dove per innumerevoli anni un’aquila verrà ogni giorno a divorargli il fegato. Ma Prometeo resta saldo. Il coro delle Oceanine lo esorta a “deporre l’amor proprio caparbio”, a “esplorare la via del chiaro, pensoso equilibrio”. “Peccare sfregia chi possiede ragione”. Ma loro stesse, poco dopo, si rendono conto che la loro è una esortazione alla viltà, e rifiutano di abbandonare lo sventurato titano. Ciò che Prometeo rappresenta è la incrollabile fermezza degli ideali. “Se c’è l’odio, non è sfregio patire da quello che t’odia”. Egli ha aiutato gli dèi, e in cambio non ne ha ricevuto altro che male. Li odia, sì, ma il suo odio deriva solo dal loro, e non ha mai dato adito ad alcuna azione malvagia nei loro confronti.

Per i Romantici Prometeo ha incarnato più di ogni altro eroe il mito del ribelle contro la tirannia: e certo lo Zeus della tragedia di Eschilo è straordinariamente spietato, sospettoso, un despota circondato da sgherri prepotenti e servili come Dominio e Terrore (“Domina Zeus / con regole si strano stampo / non radicate alla legge”[11]). E la storia di Io è presa da Prometeo a conferma dell’iniquità di Zeus: (“che vi sembra: quello, il despota del cielo, non è impetuoso, troppo, con tutti? Ecco, una donna. Lui, dio, per la voglia di lei le precipita addosso questa vita randagia. Aspro innamorato ti toccò, fanciulla, per la tua mano.”). I suoi tratti così univocamente negativi sono insoliti per il pio Eschilo: e proprio questo ha confermato chi vedeva in questo dramma l’esaltazione della virtù eroica di chi lotta contro un sovrano il cui regno è fondato sulla sopraffazione.

            Altri ha invece ritenuto che l’apparente dicotomia insanabile tra le virtù tutte umane di Prometeo e uno Zeus vendicativo che sembra capace solo di brutalità, sarebbe stato certamente sanato dalle altre due tragedie che avrebbero dovuto formare una trilogia, ma che sono andate quasi interamente perdute: il Prometeo Liberato e il Prometeo Portatore di Fuoco. Qui l’armonia temporaneamente perduta nel primo atto sarebbe stata ritrovata, i contrasti ricomposti. Zeus avrebbe infine acconsentito a porre fine al tormento dell’alleato di un tempo, e Prometeo avrebbe rivelato il nome della dea che Zeus non doveva toccare, se non voleva che un figlio più forte di lui prendesse il suo posto. La dea, si sa, era Teti, che fu data poi in sposa al mortale Peleo, dal quale ebbe il più forte di tutti gli eroi greci, Achille. A questo punto, Eracle uccise con una freccia l’aquila e liberò Prometeo. E’ evidente che non avrebbe potuto farlo, senza il consenso del sovrano olimpico.

            Ma questo aspro conflitto tra i due protagonisti nel Prometeo Incatenato mette in luce anche un’altra tesi che sorprendentemente avvicina il protagonista eschileo all’Eracle di Euripide: con orgoglio Prometeo rivendica il suo ruolo di portatore di civiltà. L’olimpo non è altro in fondo che il succedersi di lotte tra esseri di pari forza, onniscienti e onnipotenti, nel quale non può darsi progresso, né civiltà. E’ l’uomo dunque, proprio come in Eracle, che ha in sé “l’impulso più vivo”, il germe della virtù che gli dèi non potranno mai possedere[12]. E qui, in questa contrapposizione tra la dignità e il valore che appartengono solo all’uomo, e l’arroganza distante degli dei indifferenti ai destini della terra, se pure si trattava forse di una contrapposizione destinata ad appianarsi, si intravede comunque la traccia del ragionamento che avrebbe portato l’Eracle euripideo a preferire la propria umanità rispetto alla condizione immortale:

Rapido – s’era allora insediato sul trono del padre – di volo spartiva i poteri, il proprio a ciascuno dei numi, e pensava a inquadrare, fila per fila, il suo impero. Degli uomini invece – dolente miseria – non volle saperne. Aspirava a dissolverne il ceppo, a fondo, a trapiantarne una fresca semenza. Nessuno provava a resistergli, in questo: io da solo. Io, temerario, io volli salvare i viventi… Io, sì, io ho pianto – fu mia quella scelta – sugli esseri umani: fortuna – il compianto – che a me, troppo vile, è stata negata. Così eccomi, rimesso in riga senza pietà: spicco, vivido sfregio all’onore di Zeus.

E ancora:

Pr.           Era fisso, sbarrato all’ora mortale, l’occhio dell’uomo: io lo distolsi

Co.          Che medicina inventasti a questa piaga?

Pr.           Opaco sperare: l’ho fatto colono dei cuori

Non basta: io, ho fatto loro compagna la fiamma.

             Dunque, come le Ondine gli fanno osservare, Prometeo ha effettivamente commesso un peccato, una colpa. A questo Prometeo risponde così:

Lieve cosa, a chi cammina fuori dai mali, alzare la voce, criticare chi naviga in acque agitate. Io, io sapevo le cose fino in fondo. Scelsi, scelsi io di peccare, non voglio negarlo. Da me, da me ho creato il mio strazio per proteggere l’uomo…

            Questa è molto di più di un’assunzione di responsabilità: c’è la rivendicazione della propria scelta, solitaria, contro la massa di chi obbedisce all’autorità (Nessuno provava a resistergli… io da solo…), e, soprattutto, la rivendicazione della libertà. Prometeo non è “innocente” agli occhi di Zeus, e la sua colpa è sì quella di aver portato il fuoco “strada maestra di ogni mestiere ingegnoso” e la speranza nel cuore degli uomini, ma soprattutto la sua è la colpa della libertà. Non c’è da stupirsi che il titano fosse così amato, in ogni tempo, da chi lottava contro il tiranno. Ma la libertà cui egli si riferisce è soprattutto la libertà morale, la libertà di scegliere, la libertà di seguire la strada giusta, anche quando è la più difficile, contro chi pretende di imporre la propria volontà “non radicata alla legge”: è la stessa forma di eroismo che avrebbe dimostrato Antigone, scegliendo, a prezzo della vita, la legge divina che imponeva di dare onore ai defunti contro un ordine umano immorale.

            Che Prometeo incarni una superiore moralità, che non si piega a compromessi col potere, è dimostrato anche dal dialogo con Oceano. Se le Oceanine sue figlie avevano espresso una sincera, pur se impotente solidarietà con il dolore del titano, e i loro rimproveri erano solo dettati dal timore che con l’arroganza l’eroe si attirasse un castigo ancora più devastante, Oceano è palesemente l’incarnazione di chi è solito cedere al più forte:

Oc.: Studiati, dentro: accorda nel modo più adatto, rinnova le tue tendenze. C’è un despota nuovo, adesso, in mezzo agli dèi. Se t’ostini e saetti sempre le crude parole, vere armi temprate, c’è rischio che Zeus presti orecchio… Creatura di dolore, placa la tensione che hai dentro, studia le vie per staccarti dal tuo martirio…Lascia che io t’insegni: non devi impuntarti sotto la sferza.

            In tutto il dialogo è presente una fortissima ironia: Oceano non fa che ribadire che il suo affetto è sincero, che farà qualcosa di concreto per sottrarre Prometeo al suo castigo: “Realtà è la mia prova, non chiacchiere. Bene, in cammino! Tu non crearmi ostacoli: è inutile”. E tuttavia, è lì e non si muove, e tutto ciò che fa è cercare di convincere Prometeo – a chiacchiere! – a rientrare nei ranghi, a rappacificarsi con Zeus, anche se questo dovesse costargli la rinuncia alle proprie idee. E Prometeo è sferzante: “Mi fa gola il tuo stato, davvero! Nessuno t’incrimina. Eppure tutto hai spartito con me, hai osato con slancio costante[13]. E più avanti: “Ora però non devi impegnarti. Sperderesti alla cieca il tuo impegno – impegno certo sincero – senza frutto per me. Calmati, intanto. Alla larga da questa vicenda. Il mio è destino sinistro. Mi spiace se – per mia colpa – cresce la cerchia di quelli che soffrono urti fatali. Non voglio!”. Prometeo ribalta le parole di Oceano e le rivolge a lui, consigliandogli di calmarsi e di tenersi lontano dai guai. Ma d’altra parte probabilmente vuole anche davvero evitare ad altri il suo stesso destino. Le parole con cui piange lo strazio dei suoi fratelli Atlante e Tifeo, puniti gravemente a loro volta per la loro ribellione, vogliono mostrare a Oceano i rischi a cui va incontro se compiange troppo la sorte altrui. Oceano ha ancora un sussulto di umanità, probabilmente sincero: egli crede di riuscire a convincere Zeus col ragionamento, ma Prometeo, come le Oceanine, sa bene che “non si tempra, parlando, il figlio di Crono”.

Oc.            Se uno si offre di cuore, nel suo scatto s’annida rovina, ai tuoi occhi. Insegnami, quale?

Pr.             Sciupare le forze. Leggerezza, da buonuomo senza criterio.

Oc.            E’ questa la mia febbre. Lasciami questa mia febbre. Preferisco provare, io, sensi d’affetto e parere insensato.

Pr.             E’ il mio caso! Io, mi sentirò dire che proprio questo è il mio sbaglio

Qui Oceano va oltre: egli vorrebbe attribuire a sé quell’affetto incondizionato, capace di slanci che dimenticano ogni ragionevolezza, quando fino a quel momento ha esortato Prometeo a ragionare: e Prometeo si riprende ciò che è suo. “E’ il mio caso!” Mentre sembra voler convincere Oceano a non andare, o forse saggiarne le reali intenzioni, lo rimette al suo posto. Si tenga pure Oceano il suo saggio equilibrio, e lasci a Prometeo “sensi d’affetto e parere insensato”. In questa arroganza che rifiuta ogni aiuto, Prometeo è forse più di ogni altro eroe greco quello che incarna la solitudine. L’eroe è sempre solo: Eracle, Achille, perfino Odisseo esaltavano la “singolarità”, l’unicità dell’individuo (in quanto persona, e non solo in quanto eroe), contro l’ideologia militare che vedeva i soldati perdere ogni individualità nella massa dell’esercito. Ma Eracle aveva Iolao, aveva Teseo; Achille aveva Patroclo, Odisseo aveva Penelope, anche se lontana. E nessuno di loro voleva essere solo. Prometeo insegue questa unicità, e qui sta la sua arroganza e la sua grandezza. E’, appunto, la vittoria della scelta del singolo (“Scelsi, scelsi io di peccare”) contro chi cerca ad ogni costo di uniformarsi.

E infatti Oceano non regge alla prova. Quando Prometeo gli prospetta il rischio di attirarsi “odio nemico”, sembra quasi che per la prima volta egli si renda conto dell’insensatezza di ciò che stava per fare: “Da lui? Da lui che siede da poco sul trono del cosmo?” “Da quello”, risponde Prometeo: “Veglia, che il suo cuore non senta il peso dell’odio”. E comprendendo infine che perderebbe, anche solo con la compassione per i mali del titano, il favore del nuovo sovrano, Oceano desiste: “Il tuo patire, Prometeo, è scuola per me”. E adesso che ne ha smascherato la viltà, sotto il manto delle solenni dichiarazioni di amicizia, Prometeo torna a rivolgergli contro la sua ironia: “Ti saluto. Incamminati, tieniti la tua mentalità”. E Oceano: “Mi sferzi, col tuo ultimo grido. Ma io già mi stacco”.

[1]Kàroly Kerényi, op. cit., p. 182

[2]Eschilo, Prometeo, cit., p. 37 e ss.

[3]“Nacque l’uomo, o fatto con divina semenza da quel grande artefice, … o plasmato dal figlio di Giàpeto, a immagine degli dèi che tutto regolano, impastando con acqua piovana la terra ancora recente, la quale, da poco separata dall’alto ètere, ancora conservava qualche germe del cielo da cui era nata; mentre gli altri animali stanno curvi e guardano al suolo, all’uomo egli dette un viso rivolto verso l’alto, e ordinò che vedesse il cielo e che fissasse, eretto, il firmamento.” Così Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, Torino 1994, pag. 9

[4]Esiodo, Erga, v. 58, in Opere, ed. Einaudi-Gallimard, Torino 1998, pag. 57; del resto nella Teogonia il poeta fa delle donne, sempre a proposito della vicenda di Prometeo e Pandora, un ritratto ancora più malevolo: “e lo stupore teneva gli dèi immortali e gli uomini mortali /come videro l’insuperabile inganno [cioè Pandora, appunto], senza scampo per gli uomini, / perché è da lei che proviene la stirpe delle donne. / Da lei infatti nefaste provengono la stirpe e le razze delle donne, / che, sciagura grande, fra gli uomini mortali hanno dimora…” e prosegue paragonandole ai fuchi, che restano nell’ombra senza faticare, eppure raccolgono in parte i frutti della fatica delle api operose (cioè gli uomini), v. op. cit., pag. 33.

[5]Eschilo, Prometeo, cit., p. 25

[6]Eschilo, Prometeo, cit., p. 19

[7]Eschilo, Prometeo, op. cit., p. 13

[8]Ibidem, p. 15

[9]Ibidem, p. 23

[10]Ibidem, p. 57

[11]Ibidem, p. 19

[12]Ezio Savino, Nota al “Prometeo incatenato” di Eschilo, Garzanti 2002, p. XXXIX

[13]Ibidem, p. 31. Mi sembra palesemente ironico il riferimento a presunte imprese di Oceano, che in realtà è l’emblema della creatura imbelle, che lascia rischiare gli altri e resta nell’ombra fino a che il vincitore non sia deciso, ottenendone poi i favori con l’adulazione e la sottomissione più completa. Del resto poco prima Prometeo aveva rivendicato per sé la solitudine della scelta di amare l’uomo, contro tutti gli altri che assecondavano Zeus.