UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Ieri c’è stata, come direbbe Montalbano, una bella sciarratina, una lite coi fiocchi, tema: la fiducia. Argh. Noi (papà e mamma) convinti nella maniera più assoluta che il nostro Bertucciapiccola avesse combinato una marachella e lui, che aveva avuto una giornataccia, ha reagito male. Prima i conti con un razzismo neanche troppo velato che ogni tanto salta fuori nei momenti meno opportuni (non che ci siano momenti opportuni); e poi questa “accusa” che lo ha spinto a una reazione per noi “eccessiva”, ma frutto evidentemente di un sovraccarico di emozioni. E qui entrano in gioco un sacco di cose, almeno due particolarmente importanti: la prima, appunto, è la fiducia, che è un tasto delicatissimo, per me fondamentale e di una complessità di cui ci si rende conto quando ci si deve avere a che fare in concreto. Perché gli adolescenti combinano cose di cui poi si vergognano, hanno segreti che non vogliono raccontare, dicono piccole bugie per le ragioni più impensate e a volte senza ragione, o almeno così sembra, e poi però stanno malissimo se sentono il venir meno di quella fiducia. La fiducia, dico io, bisogna conquistarsela e però in certi casi, quando è stata tradita, bisogna anche che qualcuno ti aiuti a costruirla perché solo così, poi, puoi imparare a non tradirla a tua volta. E quando si tratta di credere o non credere, verità o non verità, si cammina sempre un po’ sulle uova.

La seconda cosa che a me personalmente mette in difficoltà è la gestione delle crisi, che ci stanno tutte, e ne parliamo per fortuna, però c’è sempre il momento che ti trovi lì e le cose vanno in crescendo, si crea una spirale di tensione che non sempre si riesce a interrompere al momento giusto. E forse è in quello che consiste l’autorevolezza. Non l’urlo, non il pretendere un rispetto formale dovuto al ruolo, ma la capacità di contenere, smorzare, tranquillizzare, stemperare le situazioni. Senza giustificare, ma aspettando di essere più calmi tutti per parlarne con altri toni. Tante volte, sdrammatizzare rende più credibili e non il contrario, almeno, questo vedo che succede nei rapporti con la Bertuccia. Non è facile perché intervengono fattori come il nostro stesso nervosismo magari dovuto alle nostre, di giornatacce, la stanchezza, a volte però anche l’orgoglio, un bisogno di essere “riconosciuti” e ubbiditi che raramente ha effetti positivi (forse mai). Leggerezza, parola magica, apparentemente facile, in realtà non tanto. Ma ha tanti di quegli effetti positivi, che vale la pena comunque continuare testardamente a cercare di applicarla…

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Oggi prendo spunto da una conversazione avuta con i miei due ragazzi riguardo al loro Paese. L’occasione era stata abbastanza curiosa, il maggiore ha notato che una persona che conosce aveva un oggetto con un riferimento alla scuola che aveva frequentato laggiù. La cosa è insolita, dato che non si tratta di università note o simili istituzioni che possono trovarsi anche citate nei souvenir. Comunque, insomma, da lì è venuto il discorso sul passato, il fatto che il “piccolo” frequentava ancora l’asilo ai tempi e aveva orari diversi, un abbigliamento diverso, ecc., le vacanze, i festeggiamenti per l’ultimo giorno di scuola, l’usanza di andare a scuola anche in estate, e così via.

Non è la prima volta, naturalmente, che si parla del passato, visto che sono qui ormai da circa sei anni e mezzo (a volte mi sembra ieri, altre volte mi sembra che siano stati sempre qui). Ma l’argomento “Paese d’origine” è sempre delicato. In generale si consiglia di parlarne nel nodo più spontaneo possibile, senza pressioni, idealmente, anzi, aspettando che siano i figli a prendere l’iniziativa.

Talvolta però succede che i bambini (o i ragazzi) si chiudano molto sul tema e sembrino addirittura avere un atteggiamento di rifiuto. Che ci può anche stare, per qualche tempo. Il rischio, però, è che i genitori reagiscano, senza volere, mettendosi in certa misura “sulle difensive” ogni volta che si accenna al “prima”; e che i figli percepiscano qualche tensione e per questo motivo siano in seguito restii ad affrontare il discorso. Così come può accadere che si abbiano, consapevolmente o meno, certe idee di partenza che non è sempre facile scalzare. Non ultima, quella che i bimbi fossero sempre necessariamente infelici prima di incontrarci e abbiano vissuto un lungo ininterrotto periodo di tristezza e sofferenza. Il che, per fortuna, non è, e accettare la loro storia significa anche accettare che abbiano avuto amici, affetti, momenti di allegria, se non di vera e propria felicità. Accanto, certo, a tanta rabbia e tanta solitudine (e magari tanta sporcizia…). Ma non aiuta né noi né loro pensare che quei primi anni siano stati “solo” quello.

Forse può esserci di conforto pensare che può essere proprio grazie a quei momenti che i nostri figli non hanno disimparato né l’affetto, né la felicità. A volte un profumo, un frutto che si trova solo in una certa terra, un oggetto, una canzone o un cartone animato pescato su Internet nella lingua di origine può risvegliare in loro la parte buona dei ricordi. E sono questi, probabilmente a permettere loro di far pace anche con quelli meno buoni. C’è tutto un pezzo di vita fatto di molte cose; la scelta migliore non sarà certo strapparlo via da sé fingendo che non sia mai esistito. Questo significa anche sentirsi a un tempo parte di due terre, anche di due culture, per quanto una la si sia vissuta meno (ma i bambini arrivano sempre più grandi e la parte vissuta altrove non è quasi mai insignificante). Significa anche, quindi, potersi sentire in qualche misura divisi, lacerati persino, comunque in difficoltà. Ma è importante per noi custodire tutti i frammenti perché possano essere poi uniti a formare un tutto integrato e complesso.

Depositare parte della propria memoria nelle mani dei genitori, del resto, è un grandissimo segno di fiducia. Vuol dire “sono qui, adesso, e posso esserci con tutto me stesso, i miei ricordi, quello che sono stato, quello che sono ora”. Quindi, in queste come in altre situazioni, più che parlare noi, l’essenziale è accogliere quello che i bambini hanno da dire. Ma qualche volta, cogliere una palla al balzo può non essere una cattiva idea 🙂

UN LEONE A COLAZIONE -Storie intorno all’adozione – Ai miei figli

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Forse a queste poesie le avevo postate, ma non ne sono certa, la ricerca non me le mostra e nel caso evidentemente è passato un bel po’ di tempo, per cui… avevo pensato a un articolo sull’autostima, ma stasera sono in mood da poesia 🙂

La prima è per il maggiore, il più taciturno, che si difende da un cuore che al fondo è forse fin troppo tenero. La seconda per il più piccolo, che ormai piccolo non è più, ma resta un gran sognatore. Ancora forse non sa dove i suoi sogni stanno andando, ma sono sicura che sia giò pronto a corrergli dietro. Uno sorride più spesso, l’altro meno, ma quando sorridono, tutti e due rendono il mondo un po’ più luminoso 🙂

L’ansia che ti divora pezzi di parole
ti rantola in gola d’amore non creduto
ma restituiremo quella strada tradita
ai tuoi piedi e alle tue ali di ragazzo
perché ogni ferita è una finestra aperta
e noi ci balleremo, vedrai, su quella strada
la stessa su cui portavi al guinzaglio un abbandono
e un impeto di tenerezza dissacrata
noia a difendere un cuore sotto assedio
perché anche le cose possono tradire
e tutti i cancelli ti si son sempre chiusi dietro.
Ma li apriremo, perdio
con una chiave di vento e di aquiloni
lenzuola colorate stese al sole
e un piccolo paese da costruire così, per gioco
per riportare i giorni persi alle tue mani inquiete.
So che avrai la faccia di chi ha preso il treno alla rovescia
non scelgono forse gli uccelli di migrare?
Non per questo è più dolce il sale dell’oceano
il nido è quotidiano intreccio di spine e foglie
ma è la luce mediterranea di un abbraccio
a illuminarti il volo verso casa.

/

Dicono che sorridi, cucciolo d’uomo
del sorriso forte dei bambini, credo,
quando giocano a essere già grandi
o forse di un sorriso allegro e dolce
che non dimentica quel che non sa di ricordare.
Scricciolo mio, tartarughina,
certo avrai occhi neri di cui non so lo sguardo
spalancati di domande che non possiamo immaginare
e piccole dita a stringere le nostre mani grandi
un orsacchiotto, forse, e un pallone a spicchi bianchi e neri
e un amico segreto a cui racconti
i tuoi sogni di vele, di mari e di pirati
a quale vento affidi tutte le cose che vuoi far viaggiare?
con quali colori pitturi cielo e terra?
Tieni stretti i tuoi sogni, abbine cura
quando saprai dove vanno, allora apri le mani
e corrigli dietro!

UN LEONE A COLAZIONE 24. – Storie intorno all’adozione. 24

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Oggi ho letto un po’ di testi che parlano di adozione. Adozione e scuola, adozione e multiculturalità, adozione e apprendimento, tutte cose di cui abbiamo parlato e credo parleremo ancora. Poi, in un articolo che parlava di adozione e identità, del diritto degli adulti adottati di cercare i propri genitori, dei limiti di questo diritto, delle tante emozioni coinvolte, ho trovato questo testo di Michel Quoist, sacerdote e scrittore francese, che mi è sembrato molto bello e ho pensato che forse per questa sera era proprio quello che cercavo.

Ascoltami ancora, si dice infatti che dalla bocca dei bambini viene la verità ; se sono un bambino sfuggito dal carnaio notturno , trattenuto da un filo d’ amore lanciato da chissà dove. Se sono un bambino caduto dal nido,abbandonato da padre e madre, rapiti o mortalmente feriti alle sbarre della loro gabbia. Se sono un bambino nudo, senza panni d’amore o con panni imprestati, ma col diritto di vivere, perchè sono vivo. E se nello stesso istante persone innamorate piangono davanti a una culla vuota, consumati nel desiderio di accarezzare un bambino. Se sono ricchi di amore che ritengono sprecato, e vogliono gratuitamente donarlo, perchè cresca e fiorisca ciò che non hanno piantato. Allora voglio che vengano silenziosamente a chiedermi se desidero adottarli come miei genitori. Ma non voglio dei fanatici del bambino, come collezionisti d’arte che cercano il pezzo raro che manca alla loro vetrina. Non voglio clienti che hanno fatto l’ordinazione e, pagata la fattura reclamano il loro bebè prefabbricato. Perchè non sono fatto per salvare genitori dalle membra amputate, ma loro sono stati fatti, misterioso percorso, magnifico progetto, per salvare dei bambini dal cuore malato, forse anche condannato. E sarà come addormentarci l’un l’altro. Io berrò il latte di cui ignoravo il sapore, ascolterò musiche sconosciute, imparerò nuove canzoni, sulle vostre dita, sulle vostre labbra genitori adottati, decifrerò lentamente l’alfabeto della tenerezza. E l’amore sconosciuto per me prenderà il volo alla luce dei vostri occhi. Voi innesterete le vostre vite sulla mia crescita e grazie a voi io rinascerò una seconda volta. Cosi sarò ricco di quattro genitori, due lo saranno della mia carne e due del mio cuore e della mia carne cresciuta. Voi non giudicherete i miei genitori sconosciuti, li ringrazierete e mi aiuterete a rispettarli . Perchè dovrò riuscire lo so,ad amarli nell’ombra, se un giorno vorrò poterli amare nella luce. E se in una sera di tempesta, adolescente focoso, impacciato di me stesso, io vi rimprovererò di avermi accolto, non vi addolorate, ma amatemi ancor di più : lo sapete, perchè un innesto prenda ci vuole una ferita e, chiusa la ferita, rimane la cicatrice. Ma io sogno. Io sogno perchè non sono che un bambino in viaggio, lontano dalla terra ferma, la mia parola è muta e li canto senza musica. Ciò che vi dico piano non potrò urlarlo, se non il giorno in cui, avendomi voi adottato, mi avreste messo in cuore tanto amore e autentica libertà, sulle mie labbra parole sufficienti, perchè possa dire : papà, mamma, io vi scelgo e vi adotto allora saprete che il vostro amore è dono, e che è riuscito”.

(Michel Quoist – dal testo “Parlami d’amore”)

UN LEONE A COLAZIONE 23. Dialoghi

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Qualche giorno fa, in seguito a una visita per certi aspetti “difficile” (anche se fatta per supporto, e da parte di due persone eccezionali da tanti punti di vista), abbiamo avuto, col mio “piccolo”, uno dei nostri non rari dialoghi intensi, che si è svolto più o meno così:

Figlio: Pensavo che sarebbe stato più difficile, pensavo di non riuscire a guardarle negli occhi.

Mamma: Qualche volta è proprio così, ci si fa prendere dall’ansia, poi ti accorgi che le cose non sono così difficili come pensavi

Figlio: E tu di che cosa hai paura?

Mamma (qui non ci sono cavoli, bisogna rispondere sinceramente): Di perdere le persone che amo

Figlio: Beh, quello tutti (e che ti credevi?)

Mamma (tentando di riprendere terreno e con la mezza idea di essere andata anche un po’ troppo in là con le cose serie): anche di piccole cose, dici? Ho paura dei calabroni, dei fulmini.

Figlio: Ma mi prendi in giro? (ossia: sto parlando di VERE paure io, mica quella roba lì)

Mamma (annaspando): Boh, ho paura delle decisioni importanti, quelle in cui devi prenderti grandi responsabilità. (cioè no scusate ma io sto parlando con un ragazzino di tredici anni. Il quale mi guarda con aria comprensiva e annuisce. Pochi giorni più tardi, in una scena di Karate Kid in cui si parla di passato e del fatto che è impossibile cambiarlo, e sulla fatica che ci vuole a volte per rialzarci quando la vita ci butta giù, guarda fisso il personaggio fisso e commenta: come ti capisco…)

Questi dialoghi sono una delle cose più belle e spossanti della vita familiare. Non sai mai bene cosa è giusto dire e come. Ma dopotutto, sono sempre stata convinta, tra le poche quasi certezze che ho, che l’importante, in questi casi, sia comunque che il dialogo ci sia. Più importante persino che fare attenzione a quello che si dice 🙂

UN LEONE A COLAZIONE 21. – Storie intorno all’adozione

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Dopo tanto meditare e rimuginare e domandarmi se, e come, e cosa, sono arrivata a una (possibile e temporanea) conclusione, ossia che non possiamo chiedere a noi stessi di essere quello che non siamo e che, soprattutto, non vogliamo essere. Che si può cambiare su alcune cose, crescere, smussare angoli, cercare strade diverse, ma non andare contro qualcosa che è profondamente radicato nel centro di noi. Per esempio, se io credo nella leggerezza, posso cercare di avvicinarmici, sia pure a piccoli passi, non sempre riuscendoci, ma posso comunque pensare di de-zavorrarmi in qualche cosa, anche per somigliare di più al tipo di madre (di persona) che fa parte del mio ideale, non del tutto irraggiungibile. Al contrario, se non credo nell’autorità e quelle rare volte che impongo (a farcela, poi!) e punisco, le vivo con un malessere pesante, significa che qualcosa non va. Qualcosa di importante. Vuol dire che sto andando contro una parte di me a cui non posso rinunciare senza perdere pezzi di identità.

E’ vero, bisogna essere consapevoli che i limiti sono necessari, perché la libertà in cui si sbanda senza meta e senza argini e punti fermi non è vera libertà. Ma alla fine, anche gli argini e i punti fermi dobbiamo crearceli, faticosamente, ognuno per conto suo. Io posso dare l’idea che ti servono, che anche volare richiede il rispetto di alcune leggi essenziali, senza le quali si cade o si sbatte contro un muro. Posso anche cercare di insegnarle, come so. Posso mettere a disposizione la mia esperienza, lasciando che i figli (ed eventualmente altri) ne facciano l’uso che pensano migliore per loro. Ma il castigo, la punizione, l’imposizione stessa, è qualcosa che va contro la mia natura più intima. Questo non rende le cose più facili, tutt’altro. Bisogna pure che in qualche modo passi il messaggio che libertà non è fare tutto quello che si vuole, che esistono la responsabilità e l’impegno, che non sono brutte parole, ma strumenti probabilmente insostituibili per ottenere qualcosa di importante per la propria persona, per la propria vita. Bisogna pure che si capisca che il rispetto di sé e degli altri è – per usare un altro termine che sopporto poco, ma forse in questo caso ci vuole – un valore non negoziabile. Bisogna che si impari a sentirsi dire dei no, per imparare poi a dire dei no, quando sono necessari e “giusti”. Bisogna comprendere che ci sono regole che vanno rispettate sempre, limiti che non si possono violare senza mettere in discussione l’intero castello della propria personalità e del proprio esserci, con sé e con gli altri. E ci sono regole invece, che per lo stesso motivo non si possono osservare, perché si andrebbe contro di sé e contro la miglior parte della propria umanità.

Tutto questo lo si può trasmettere con le punizioni, con le imposizioni? Forse ci sono persone così profondamente carismatiche, nel senso migliore del termine, da essere in grado di far sentire, insieme alla propria autorità, una coerenza, una qualità empatica e una capacità davvero di trasmettere quello in cui profondamente credono, da poter essere  sia temuti che amati, sia autoritari che rispettosi, sia fonti indiscusse di regole ferree che educatori  capaci di insegnare la libertà. Nella mia esperienza queste cose non sono mai andate insieme, in nessuno degli adulti che ho conosciuto durante tutta la vita. O erano l’uno, o erano l’altro. E quelli che mi hanno cambiato la vita in maniera profonda e positiva, non sono mai stati quelli autoritari.

Io stessa penso di non avere tutte queste doti insieme. E forse è arrivato il momento che faccia la mia scelta in modo più consapevole e definitivo, senza troppo tentennare o chiedermi se starò sbagliando. Forse sì, ma è giusto anche dirsi che quello che si è fatto e si fa, è frutto di una decisione che per come siamo noi, in questo momento, non avrebbe potuto – né dovuto – essere diversa.

UN LEONE A COLAZIONE 20. Storie intorno all’adozione

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Domenica Orsogrande si è alzato (tardi) e poi per un po’ non l’ho visto. Pensavo armeggiasse col cellulare e magari (magari!) ripassasse qualcosa. Dopo un po’ vedo il corridoio intasato di cose, il bagno intasato di cose, e lui esce dalla tana e mi chiede come si usa l’attrezzo dell’aspirapolvere che serve a lavare i pavimenti in legno. Ripasso dopo un po’ e lui ha messo a posto tutto, pulito, riordinato, non sembra più la stessa camera. Ha fatto un capolavoro e glielo dico, con queste parole, perché anche se li critico (troppo), quando i complimenti se li meritano, se li meritano. E penso che ci abbiamo impiegato un bel po’ a cominciare a capirci e forse stiamo ancora imparando, lui parla sempre poco, quando gli dici una cosa, prende per scontato che se non risponde è perché ha sentito, si prende i suoi tempi per rielaborare e decidere se fare quello che gli hai chiesto o no. Sembra ingrugnito anche quando in realtà è sereno e se c’è qualcosa che non va, raramente ti dice che cosa. Qualche volta, si intuisce. Altre volte no. Così come non è facile, ancora, per lui, dire chiaramente che una cosa non gli piace. E neanche che una cosa gli piace, se è per questo. Quando vuole esprimere affetto, prepara una torta. Oppure si mette a posto la stanza. E allora mi viene da pensare che con tutti i casini legati all’adozione di un ragazzo grande (molto grande, aveva undici anni e mezzo quando è arrivato), siamo riusciti a farci adottare lo stesso. E possiamo essere orgogliosi, di lui e anche di noi 🙂

UN LEONE A COLAZIONE 19. – Storie intorno all’adozione

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La gratitudine, o meglio, la pretesa della gratitudine, è sempre in agguato nei rapporti tra genitori e figli, ma quando si parla di adozione di più. Quando eravamo in Brasile la gente ci fermava e parlava con i nostri figli dicendo loro quanto dovevano essere contenti, quanto erano fortunati. Ma non è così facile sentirsi fortunati quando quello che hai vissuto nel tuo cuore è uno strappo, un’incomprensibile ingiustizia. Tutti gli altri, o quasi, vivono tranquilli con la loro “mamma di pancia” e la famiglia di origine (sì, sì, lo sappiamo che non sono sempre così tranquilli, ma quello che sappiamo è una cosa, le nostre sensazioni istintive sono un’altra). E tu invece… vuoi essere felice, vuoi dare tutto il tuo amore alla tua famiglia di adozione, al tuo Paese di adozione, alla tua lingua di adozione. Ma non ti senti fortunato. E’ vero, è una fortuna avere una famiglia che ti ama, comunque. Ma in fondo non dovrebbe esserci niente di strano in questo. Nessuno sceglie i propri genitori, ma i genitori scelgono di avere dei figli e di amarli. E’ bello essere grati alla vita per tutto ciò che ti dà ma più di tutto è bello essere grati a se stessi per ogni sogno che si insegue, anche quando non si riesce a realizzarlo. Che poi non lo si è realizzato oggi, ma domani, forse. E’ bello imparare a “vedere” le mani tese, l’amore che si riceve, la bellezza che c’è intorno. Vederli per riconoscerli in se stessi. Credo. La lettera che segue (e anche la foto) è tratta dal blog di una mamma adottiva, il blog si chiama  Wonderment, etc., è in inglese, è aggiornato abbastanza raramente ma secondo me è molto bello e vale la pena anche andarsi a guardare gli articoli passati.

i don’t want you to be grateful

I wish so many things for you – the children who have my heart for all of time:
I hope that you will know how to love and be loved.
I hope that you will be happy.
I hope that you will live the life you want to have and not the life anyone, including me, dreams for you.
I hope you will be kind.
I hope you will be brave.
I hope you can view the world as it truly is and still find the strength to believe you can make it better.
And along with all those things I hope with everything in me that you take my love for granted.
People are going to tell you you’re lucky. They already have. They look at you and look at me and know I’m your adoptive mother. And they tell you you’re lucky. Don’t listen to them.
You never have to feel grateful for your adoption. We don’t have to have special gratitude for something that is inherently ours. And my love? That’s yours. It was yours before we met. It will be yours when time is gone. It was, and is, your right to have. My love for you is something I want to be so part of your being that it doesn’t cross your mind to even contemplate its existence. Take it for granted. Assume it will always be there. Because it will.
There were losses in your lives. I know them. I respect them. My love for you does not take away those losses. But those losses don’t mean you owe us some form of special gratitude. Don’t ever believe someone who tells you they do.
I don’t need you to be grateful, I want you to know, to assume, to not even think that there was another option except me loving you. Because there wasn’t. This love? It was here waiting for you all along.

/

Desidero tante cose per voi – I miei figli, che avete il mio cuore in ogni momento.
Spero che saprete come amare ed essere amati.
Spero che sarete felici.
Spero che vivrete la vita che volete e non quella che gli altri, me compresa, sognano per voi.
Spero che sarete gentili.
Spero che sarete coraggiosi.
Spero che sappiate vedere il mondo come è davvero e trovare comunque la forza di credere che potete renderlo migliore.
E oltre a tutto ciò, spero con tutta me stessa che prendiate il mio amore per scontato.
Vi diranno che siete fortunati. Ve lo hanno già detto. Vi guardano e guardano me e capiscono che sono la vostra madre adottiva. E vi dicono che siete fortunati. Non ascoltateli. Non ci sarà mai alcun bisogno che siate grati per la vostra adozione. Non dobbiamo alcuna speciale gratitudine per qualcosa che era già nostro per sua stessa natura. E il mio amore? Quello è vostro. Era vostro prima che ci incontrassimo. Sarà vostro quando il tempo sarà finito. E’ vostro diritto averlo. Il mio amore per voi è qualcosa che vorrei fosse talmente parte del vostro stesso essere, che non vi passi neanche per la testa di riflettere sulla sua esistenza. Prendetelo per scontato. Partite dal presupposto che ci sarà sempre. Perché è così.
Ci sono state perdite nella vostra vita. Le conosco. Le rispetto. Il mio amore per voi non cancella quelle perdite. Ma quelle perdite non implicano che voi ci dobbiate qualche particolare forma di gratitudine. Non credete a chi vi dice questo.
Io non ho bisogno che voi siate grati, voglio che sappiate, che siate certi, che non abbiate neanche il minimo dubbio che ci fosse per me altra possibilità che amarvi, perché non c’era. Questo amore? E’ stato là per tutto il tempo in attesa di voi.
Non avete fatto altro che chiedere quello che era già vostro.

take it for granted

Ci sono poi altre cose che io penso non si debbano prendere per scontate. Quando i ragazzi crescono, il rispetto per il lavoro dei genitori, in casa e fuori, è difficilissimo da ottenere. Ma appunto, parliamo di rispetto e non di gratitudine. Rispettare gli altri e il loro lavoro per essere poi capaci di pretendere rispetto per se stessi e per ciò che si fa. E questo, ovviamente, vale per tutti. Anche se, qualche volta, i figli si confondono, e anche noi.

 

UN LEONE A COLAZIONE 18

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Adozione e ottimismo

Stasera perdonatemi ma vi lascio solo un link. Sono distrutta e influenzata. Qui si parla di bruchi e farfalle, ovvero, di quando si adottano bambini grandi (in età scolare) ed è difficile a volte sia mettersi nei loro panni, sia vedere la farfalla che diventeranno, finendo per dar spazio solo al bruco imbozzolato e scontroso.

 

Spiragli

La musica crea uno spiraglio nel cielo.
(Charles Baudelaire)

Ieri pomeriggio ascoltavo Mozart. Poi sono stata con la mia Bertucciapiccola (il mio Bertucciopiccolo, dovrei dire), e si è parlato, tanto. La cosa bella è che parla, ride, si arrabbia, ci prova davvero a capire, a capirsi, a costruire. E’ in gamba. Forse troppo. Si parlava di parto, per dire. Dopo essere rimasto impressionato e quasi spaventato dal vedere, in un programma, una donna che aveva partorito in casa (sì, facciamo anche questo, credo che ne abbia bisogno, spero di non sbagliarmi), mi dice: a me piacerebbe essere nato in casa. Ho dovuto ammettere che questo non lo sappiamo. Sappiamo molto poco e già tremo pensando a quel poco che un giorno dovremo dirgli (quando ce lo chiederà) e a come dirglielo. Ma bisogna farlo. E lui capisce, oh, capisce tantissimo. E così anch’io piano piano imparo a rendermi conto davvero, nella realtà, di cosa significa vivere con una persona che è sensibile, intelligente, ironica, spiritosa, talentuosa, tutto in maniera quasi un po’ fuori dalla norma. Sappiamo che se spiega le ali, potrà essere tutto ciò che vuole, e vorremmo poter semplicemente stare lì, e aspettare che quelle ali le veda e impari a usarle, senza insegnare troppo, senza pretendere che le usi come abbiamo usato o avremmo voluto usare le nostre. Vorremmo esserci, per lui, essere la sua forza, anche proteggerlo ma senza frenarlo, però contenendolo quando serve. E si sbaglia, oh, si sbaglia. E si viene presi dallo sconforto di non sapere mai cosa serve e quando serve. Ma lo sconforto poi passa, mentre l’idea di mettersi in gioco sempre, quella resta. Me l’hai insegnata, e adesso io ti dedico questa, anche se magari in questo momento sei in prima fila al concerto ad ascoltarla direttamente da chi l’ha scritta. E’ solo un minuscolo segno di gratitudine ma io so che capiresti.