#Film 1935: I 39 scalini e Roberta

Era difficile trovare due film più diversi, ma è anche questo, dopotutto, il bello del cinema: nello stesso anno, puoi trovare pellicole che proprio sono distanti anni luce, eppure a loro modo entrambe con tanto da dire. Comunque, possiamo dire: un capolavoro del noir e un capolavoro del musical.

Hitchcock è Hitchcock: sceneggiatura, trama, luci, dialoghi, attori, inquadrature, tutto curato nei minimi dettagli per creare esattamente le atmosfere e l’altalena di emozioni che il maestro voleva ottenere. The 39 steps è un’acclamata spy story basata su un tema caro a Hitchcock: l’uomo comune che si trova invischiato in vicende più grandi di lui a causa di un equivoco o del caso: in questo caso Richard Hannay (Robert Donat), deve cercare di eludere da una parte la polizia che lo cerca credendolo l’autore di un omicidio, dall’altra i veri autori dell’omicidio, ossia i membri appunto della organizzazione dei 39 scalini, avente lo scopo di trasmettere importanti informazioni alla Germania. Il film è talmente ben costruito da far dimenticare la totale implausibilità di tutta la vicenda (una sospensione dell’incredulità perfettamente riuscita, insomma); e Madeleine Carroll, prima di una lunga serie di bionde apparentemente (ma solo apparentemente) glaciali contribuisce all’aspetto erotico del film, evidente e palpabile eppure mai volgare o esibito.

Ma Fred Astaire e Ginger Rogers ti riconciliano col mondo anche dopo la più faticosa delle giornate. Naturalmente, bisogna amare i musical, o almeno, accettare di lasciar da parte eventuali pregiudizi ostili (e trascurare qualche lungaggine di troppo); oppure, semplicemente, amare questi due, che è ancora più facile: sono di una simpatia trascinante, e con tutta evidenza si divertono un mondo loro per primi. Se ti diverti a fare quello che fai, per quanto mi riguarda hai già vinto a mani basse. Qualcuno insinua che lontano dal set si sopportassero a fatica; altri ipotizzano una relazione tenuta segreta per esigenze hollywoodiane. Sia come sia, sul palcoscenico la chimica funziona alla grande. Il loro carisma, la loro strepitosa bravura come ballerini, i dialoghi brillanti e il senso artistico di Fred Astaire, che spesso, come in questo caso, creava le sue coreografie, rendono il film godibile dall’inizio alla fine. Al di là della trama, che diventa quasi del tutto superflua. Randolph Scott (il giocatore di football John Kern nel film) fa la sua parte nel ruolo del belloccio svampito, Irene Dunne (Stephanie) è decisamente un’attrice (e una donna) di cui vale la pena approfondire biografia e lavori. Ma Ginger e Fred… La storia, in questo caso, vede gli amori di John e Stephanie e di Huck e Lizzie snodarsi tra disguidi e canzoni attorno alla casa di mode “Roberta”. Dal film sono tratti successi intramontabili come Lovely to look at, I won’t dance e soprattutto Smoke gets in your eyes (nella notevole interpretazione di Irene Dunne).

#Film 1933 – tre musical di Berkeley

42nd Street

Gold Diggers of 1933

Footlight Parade

Sono tre musical di cui Busby Berkeley (pseudonimo di  Berkeley William Enos) ha curato la coreografia. Berkeley divenne noto per le sue coreografie sontuose e costosissime, in cui  le ragazze del corpo di ballo formavano complesse figure caleidoscopiche, come i celeberrimi numeri di Carmen Miranda e Esther Williams.

Nel primo, diretto da Lloyd Bacon, le canzoni sono di Harry Warren (musica) e Al Dubin (testi). Si crea qui quel cast che poi, con qualche variante, parteciperà anche ai musical degli anni successivi: in particolare la splendida Ruby Keeler, Dick Powell, che pochi anni dopo sarebbe stato il primo Philip Marlowe sul grande schermo, Ginger Rogers, Bebe Daniels, Ned Sparks, Guy Kibbee e altri. Si tratta in effetti di un musical sulla produzione di un musical, e l’esilissima trama è solo una scusa per lanciare i numeri musicali e di ballo: Julian Marsh (Warner Baxter), regista di numerosi musical di successo in passato, per motivi sia personali che legati alla Depressione si trova in guai finanziari e ha bisogno di uno show che “sfondi” per potersi ritirare. Viene chiamato a dirigere Pretty Lady, nel quale il ruolo principale dovrebbe andare a Dorothy (Bebe Daniels), “protégée” del ricco e anziano sponsor Abner Dillon (Guy Kibbee). Dorothy però è innamorata di un suo vecchio “collega”, attualmente disoccupato, Pat (George Brent). Quando Dorothy litiga con Dillon, che a quel punto vuole che sia cacciata dallo show, Marsh resiste, ma la sera precedente l’apertura, Dorothy si rompe la caviglia. Su suggerimento di Annie, una delle ragaze del corpo di ballo (Ginger Rogers), Marsh si decide ad affidare il ruolo della protagonista alla giovanissima e inesperta Peggy, a fianco del protagonista maschile Billy (Dick Powell). Serve che dica che i due sono innamorati? Naturalmente sarà un successo strepitoso.  Il finale è dato dalla rappresentazione di tre numeri di Berkeley molto noti, Shuffle Off to Buffalo, Young and Healthy e naturalmente 42nd Street. Piccola curiosità: nel romanzo da cui è tratto il film, Billy non era innamorato di Peggy, ma di Julian Marsh. Inaccettabile, per la Hollywood di allora… per quanto il Codice di censura Hays non fosse ancora in vigore, questo sarebbe stato troppo.

Gold Diggers of 1933 è di Mervyn LeRoy, ma musiche e testi sono degli stessi autori, il coreografo è lo stesso e il cast vede nuovamente la partecipazione di Ruby Keeley, Dick Powell, Guy Kibbee, Ned Sparks e Ginger Rogers, oltre a Joan Blondell e alla deliziosa Aline MacMahon. Anche qui, siamo in piena Depressione, le “cacciatrici d’oro) sono quattro giovani attrici squattrinate, Polly (Keeley), Carol (Blondell), Trixie (Mac Mahon) e Fay (Rogers), in cerca di una parte. Il produttore Barney Hopkins (Sparks) avrebbe tutto quello che serve per mettere in scena uno spettacolo, e vorrebbe scritturare le quattro ragazze, ma gli mancano i soldi. Mentre si trova con le ragazze, sente il loro vicino e fidanzato di Polly, Brad Roberts (Powell), cantare una delle sue composizioni, e immediatamente ne capisce le potenzialità. Gli parla dello show ma gli espone anche il suo problema finanziario, e Brad si offre di investire lui il denaro. Tutti pensano che stia scherzando, ma quando si presenta in effetti con i soldi, cominciano a sospettare qualche reato, tanto più che Brad, pur accettando di comporre le canzoni per il musical, si rifiuta categoricamente di apparire in pubblico, e quindi di cantarle. In realtà, Brad è il rampollo di una famiglia altolocata e facoltosa quanto snob, che vede piuttosto male il suo coinvolgiumento nel mondo della musica e del teatro, e molto peggio il fidanzamento con una ragazza dell’ambiente. il fratello Lawrence (Warren William) viene infatti inviato insieme con l’avvocato di famiglia Fanuel Peabody (Kibbee) per pagare la ragazza affinché si allontani da Brad. Lawrence, però, scambia Carol per Polly, e visto il suo atteggiamento sprezzante, Carol decide di stare al gioco e con Trixie – che è un’attrice comica – combina di prendere in giro sia Lawrence che Peabody. Lo scherzo in effetti funziona così bene che i due finiscono per innamorarsi delle due donne… La particolarità di questo musical, a parte i numeri di Berkeley-Warren-Dubin (We’re in the Money, cantata da Ginger Rogers, Pettin’ in the Park, cantata da Ruby Keeley e Dick Powell) e Remember my Forgotten Man (cantata da Joan Blondell), è la scena finale in cui si colloca quest’ultima, che in contrasto con la tradizione dei musical, si conclude con un sentito e drammatico riferimento ai reduci della Prima Guerra Mondiale, ispirato a una marcia di protesta che i veterani avevano realmente compiuto l’anno prima a Washington.

Footlight Parade è diretto nuovamente da Lloyd Bacon e ritroviamo nel cast Joan Blondell, Ruby Keeler, Dick Powell e Guy Kibbee, con un giovane James Cagney nel ruolo del protagonista Chester Kent. Per la colonna sonora, Warren e Dubin sono affiancati da Sammy Fain (per le musiche) e Irving Kahal (per i testi). Kent, ex regista di musical, cerca di riciclarsi come autore di “prologhi”, brevi numeri musicali recitati “dal vivo” nei cinema prima della proiezione del film. Tra una quasi-ex moglie rapinosa, una nuova fidanzata pure peggio, e qualcuno del suo staff che ruba le sue idee e le vende ad altri, Kent riuscirà comunque a preparare in tre giorni tre numeri tali (con Keeler e Powell, naturalmente), da convincere il titolare di una grossa catena di cinema a scritturarlo, ad accorgersi finalmente che la sua segretaria (Blondell) è innamorata di lui da sempre. Famosissima la scena della “cascata umana” nel numero By the Waterfall, mentre in Shanghai Lil un James Cagney almeno per me del tutto inedito balla il tip tap con Ruby Keeler.