#Film 1932: Grand Hotel

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Grand Hotel è il capostipite di quel genere di film  detti portmanteau, che potrebbero probabilmente essere chiamati così anche in italiano, in mancanza (almeno credo, i conoscitori del cinema potranno aiutarmi su questo) di un termine corrispondente di uso comune. Oppure, prendendo in prestito un termine della linguistica, si potrebbe parlare di film macedonia.

Si tratta di film che raccontano frammenti di vita di varie persone, unite in genere da una situazione o dal luogo in cui si trovano, come, in questo caso, il Grand Hotel, appunto, e i cui destini a volte si intrecciano, a volte no. Sono solitamente soprattutto delle “parate di star”, e questo non fa eccezione, ma è un gran bel film comunque.

La pellicola fu candidata all’Oscar solo come miglior film, vincendolo, e ad oggi resta l’unico caso in cui un’opera abbia vinto l’Oscar senza aver ricevuto alcuna altra nomination.

Diretto da Edmund Goulding, ambientato a Berlino, ha un cast di tutto rispetto: John Barrymore è il Barone Von Geigern, un nobile decaduto finito a vivere di espedienti e scommesse, con un debito che non gli permette di uscire dal “giro” losco in cui si è infilato; il fratello Lyonel è Klingelein, un piccolo impiegato al quale resta poco da vivere, e che ha deciso di trascorrere gli ultimi giorni nel lusso. Wallace Beery è il viscido industriale Preysing, l’ex datore di lavoro di Klingelein, anche lui al Grand Hotel per cercare di concludere a qualunque costo una fusione societaria che potrebbe salvarlo dalla rovina. Greta Garbo è la ballerina russa Grusinskaya, ormai sul viale del tramonto e in piena crisi, che si innamora del barone Von Geigern quando questi entra nella sua camera per rubare una collana di perle. Joan Crawford è Flaemmchen, una giovane e alquanto disinvolta stenografa, che in realtà aspira a fare l’attrice ed è alla ricerca dei soldi necessari.

Questo leitmotiv dei soldi è un altro tema in comune tra i protagonisti: chi ne ha tanti non è destinato a goderseli, come la ballerina Grusinskaya, creatura estremamente sola, o il Barone, che li ha dilapidati, o Preysen, che ne ha guadagnati tanti ma persi di più a causa della sua mancanza di scrupoli. Chi non ne ha, come, ancora una volta, Von Geigern e Preysen, e come Flaemmchen, è disposto a tutto o quasi tutto per averli. Tuttavia, Von Geigern e Flaemmchen hanno mantenuto la loro umanità, e avranno entrambi un ruolo nel dare a Kringelein un po’ di felicità: sicuramente breve, ma a lui tutto sommato sembra non importare poi tanto. È l’unico al quale forse davvero quel po’ di soldi messi da parte in una vita di lavoro consentiranno di essere felice, finalmente e per la prima volta nella sua vita.

Film 1926 (segue): The Lodger, The Winning of Barbara Worth, Beau Geste e altri

(la prima parte con gli altri film del 1926 che ho visto la trovate qui).

The Lodger – A story of the London fog: l’ho guardato più che altro perché è il secondo film di Hitchcock, all’epoca ventisettenne, ed ero curiosa. Dove si vede che la paranoia non è solo una caratteristica del nostro tempo, e non parliamo poi delle folle isteriche. Basato su un racconto di Marie Belloc Lowndes e sui delitti di Jack lo Squartatore, allora relativamente recenti, il film contiene già molti elementi cari al regista, come il macabro, l’acqua, l’uso di tutte le potenzialità della cinepresa (particolarmente celebrata la scena in cui  i Bunting guardano apprensivamente il soffitto, sentendo i passi del pensionante nella sua camera sopra di loro, e a poco  poco il soffitto diventa trasparente) e, su un piano più propriamente narrativo, l’incubo dell’innocente falsamente accusato. La nebbia simboleggia anche l’opacità morale di certe emozioni e di certi comportamenti. Jonathan Drew (Ivor Novello) affitta una camera presso una famiglia londinese. Il suo arrivo coincide con il periodo in cui un assassino che si fa chiamare The Avenger (il Vendicatore) commette i suoi misfatti contro fanciulle bionde come Daisy, la figlia degli affittacamere. Una serie di indizi punta contro il nuovo venuto, e il fatto che Daisy, legata sentimentalmente al poliziotto incaricato delle indagini, sia attratta da Jonathan complica le cose. Certo viene da dire che indipendentemente da tutto, i due spasimanti sono uno più insulso dell’altro. Però insomma, è pur sempre Hitchcock…

Sparrows, di William Beaudine “The devil’s share in the world’s creation was a certain southern swampland – a masterpiece of horror. And the Lord appreciating a good job, let it stand” (La parte del diavolo nella creazione del mondo fu una certa palude nel Sud. Un capolavoro dell’orrore, che il Signore, che apprezza sempre un lavoro ben fatto, decise di lasciar stare). Un film dalle recensioni controverse: talvolta considerato il miglior film di Mary Pickford (la famosa “Fidanzata d’America”, regina pressoché indiscussa del muto, e la donna più potente dell’epoca, nel mondo cinematografico, produttrice e membro costituente di quella che sarebbe diventata l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, ovverosia l’organizzazione che assegna il cosiddetto Oscar). In altri casi è stato stroncato come melodrammatico, opprimente e con trovate puerili.

La storia trae ispirazione da una realtà tristemente nota ai tempi, quella di certi “asili” privati, di fatto degli istituti per bambini abbandonati o figli di madri nubili ecc., che spesso venivano “venduti” alle coppie adottive. I passeri del titolo sono infatti i bambini di uno di questi asili, gestiti dal terribilmente truce e “dickensiano” Grimes e dalla sua degna consorte. La “Mama Molly” di Mary Pickford è una ragazzina un po’ più grande che si prende cura dei piccoletti. Benché Mary Pickford avesse all’epoca trentatré anni, la sua interpretazione di una ragazzina adolescente è considerata magistrale.Per creare “l’incubo gotico” in cui l’asilo doveva essere ambientato, vennero utilizzati tre acri dei Pickford-Fairbanks Studios in una palude ribollente. Sulla fotografia notevole fu l’influsso esercitato dal cinema tedesco: l’operatore preferito della Pickford, Charles Rosher, aveva lavorato come consulente fotografico per il Faust di F.W. Murnau (1926). Le immagini del film sono considerate splendide, tra le più belle del cinema di quei tempi.

Il link qui di seguito contiene purtroppo solo la prima parte (anche se poi di fatto non ne lascia fuori poi molto); si trovano altri video in rete con il film completo, ma sono “tagliati” in malo modo, se ne vede solo una parte e risultano quindi praticamente incomprensibili o comunque molto poco godibili, possono comunque essere utilizzati per guardarsi la fine.

https://www.uploadstars.com/video/R15XOXS52O3S

Nana, di Jean Renoir: mi dispiace, non sono proprio riuscita a finirlo. Chissà, magari con una congiunzione astrale più favorevole…

Beau Geste, di Herbert Brenon con Ronald Colman: avvenimenti misteriosi sullo sfondo dei combattimenti della Legione Straniera, e di un legame indissolubile che unisce tre fratelli… molto avvincente.

The Winning of Barbara Worth, con Ronald Colman (un tipo davvero affascinante, ricorda un po’ Clark Gable, ma è decisamente meglio, per i miei gusti!) e Gary Cooper nel suo primo ruolo in un lungometraggio (e già bello come un dio). Jefferson Worth sogna di portare l’acqua nel deserto californiano. Un giorno salva una bambina, rimasta orfana durante una tempesta di sabbia (una scena che io ho trovato di grande effetto) e la adotta. Quindici anni dopo, la piccola Barbara è diventata una bellissima ragazza (Vilma Banky). Willard Holmes (Colman) è il capo ingegnere di una società che intende deviare il corso del fiume Colorado, un’impresa che realizzerebbe il sogno del signor Worth facendo di quegli aridi territori un paradiso. Willard si innamora di Barbara, ma anche il cowboy Abe Lee (Cooper) la ama da tempo. Un paradiso però, si sa, attira anche avidità e loschi interessi, che metteranno a rischio non solo l’amore, ma anche il territorio e coloro che sono venuti ad abitarlo, attratti dal sogno di Worth… Uno dei western più western che abbia mai visto, scenografico e spettacolare, con paesaggi cui il bianco e nero non toglie niente, anzi. L’ho trovato bellissimo.

https://ok.ru/video/336759687843

Flesh and the Devil, con Greta Garbo nei panni di una femme fatale (una delle prime?) che prima causa un duello in cui il marito trova la morte, poi sfascia un`amicizia tra due uomini che durava da una vita. Lei è indubbiamente bellissima e forse l`unica che possa permettersi a ventun anni di dire “sei molto giovane” con quel “tono” (evidente dallo sguardo, nonostante il muto), a un uomo più vecchio di lei di sei anni ( che non aveva precisamente l`aspetto di un ragazzino). Per il resto, mah… è che queste storie di triangoli e maliarde non mi prendono molto…

The Strong Man (La Grande Sparata) di Frank Capra, con Harry Langdon: simpatico, ma sempre più mi rendo conto che a parte poche eccezioni, la comicità dell’era del muto non fa per me.

Le disgrazie di Adamo, il primo film di Howard Hawks (regista di film indimenticabili come Scarface, Gli uomini preferiscono le bionde, Un dollaro d’onore, Il grande sonno…. e morto a ottantun anni per le conseguenze di una caduta dalla motocicletta). Purtroppo si trova solo qualche clip, come questa:

 Il Principe Achmed, il primo cartone animato (o forse il secondo) della storia, realizzato con la tecnica delle ombre cinesi. Anche questo non sono riuscita a trovarlo tutto, e per giunta è in tedesco, però mi pare valga la pena darci un’occhiata.

La saga di Gosta Berling, Peter Pan, Paris qui dort e Rupert di Hee-Haw

The Saga of Gösta Berling, dal primo romanzo di Selma Lagerlöf, quando ancora non era famosa (e lo sarebbe diventata con quel libro), il primo film con Greta Garbo, quando ancora non era famosa (e da questo film è stata lanciata). Inizialmente l’avevo giudicato noiosino e moralista per i miei gusti, mi sono in parte ricreduta, specialmente sul primo aggettivo. No, in realtà “prende”. Un po’ moralista lo è, anche se non tanto quanto pensavo. È che in questo momento il moralismo, anche a piccole dosi, mi provoca strani sintomi, sicuramente di origine allergica. Per i tempi è comunque più moderno di quanto si potrebbe pensare, è una specie di romanzo di formazione in cui il protagonista (Lars Hanson), un sacerdote di buon cuore ma dedito all’alcol, viene “spretato” per questa ragione ed evitato da tutti. L’unica che gli dà lavoro lo fa per suoi motivi del tutto ignobili. Da lì, Gösta passa attraverso amori, tentativi di redenzione, fallimenti, fino a convincersi di essere la rovina per tutti coloro che lo amano, quando in realtà la rovina è spesso causata almeno altrettanto dai vizi di chi lo circonda, ammantati di perbenismo. Non svelo il finale, naturalmente 🙂

Peter Pan di Herbert Brenon, con Betty Bronson nel ruolo principale. La differenza tra il teatro fiabesco e quello realistico è che nel primo tutti i personaggi sono in effetti bambini, con uno sguardo bambino sulla vita. Questo vale tanto per i cosiddetti adulti della storia quanto per i protagonisti più giovani. Togliete la barba al re delle fate, e scoprirete il volto di un bambino. È lo spirito di questa commedia. Ed è indispensabile che tutti voi – non importa quale età ciascuno abbia raggiunto – siate bambini. PETER PAN per gioco getterà polvere di fata nei vostri occhi ed ecco! Tornerete subito all’infanzia, e crederete ancora alle fate, e lo spettacolo andrà avanti (dalla nota di James Barrie). Ho sempre amato Peter Pan. Un giorno ho scoperto che era anche tra le storie preferite di Robin Williams e che il film di Disney era, tra i cartoni animati quello che amava di più. Non mi ha stupito, ma è stata una bella conferma. Questo primo film del 1924 è incantevole e spiritoso, a partire dalla reazione molto britannica di Mr. Darling quando la moglie gli racconta del ragazzino che era entrato in casa qualche notte prima, accompagnato da una sfera di luce che si muoveva per tutta la stanza come una cosa viva, e che aveva dovuto lasciar lì la propria ombra, rimasta chiusa dentro quando lui era volato fuori dalla finestra (this is very unusual).

Paris qui dort, primo film scritto e diretto interamente da René Clair. Un giorno Parigi si addormenta. Davanti agli occhi stupiti e anche un po’ irritati del guardiano notturno della Tour Eiffel, la città appare immobile e semivuota, e le poche persone che vede sono immerse in un sonno profondo e molto particolare, essendosi immobilizzate evidentemente tutte insieme, ciascuna nella posa in cui si trovava in quel momento come quello del castello della Bella Addormentata.  Solo lui e un gruppo di cinque persone arrivate in aeroplano sono sfuggiti, grazie all’altezza a cui si trovavano, a quello strano fenomeno, che si scoprirà essere dovuto a un raggio misterioso… Il film, girato nel ’23, uscì nelle sale nel 1925 in seguito al successo del cortometraggio Entr’Acte, di cui avevo parlato nelle puntate precedenti. È considerato un precursore del genere fantascientifico. Grande maestria nel padroneggiare tutte le tecniche conosciute, ma non posso dire che mi sia particolarmente piaciuto.

Rupertof Hee-Haw, con Stan Laurel, una parodia di “Rupert di Hentzau, seguito del Prigioniero di Zenda, di cui pure avevo parlato. Carino, mediamente direi che preferisco Stan Laurel senza Oliver Hardy e che comunque dall’uso che fa delle didascalie, pare non veder l’ora che arrivasse il sonoro. La sua comicità si basa sulla mimica facciale ma anche sulle parole, in larga misura, e a me questo piace.