Diomede, Aiace Telamonio e Aiace Oileo, Filottete – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

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      Filottete, Vincenzo Baldacci

             Tra i più forti combattenti greci c’erano anche tre guerrieri quasi selvaggi, Diomede, e  due Aiace.

            Diomede era figlio di quel Tideo che godeva della protezione di Atena e avrebbe potuto diventare immortale, se non si fosse reso indegno della dea succhiando in punto di morte il cervello del nemico che lo aveva ucciso. Suo figlio divenne il prediletto di Atena, ma non era tanto diverso dal padre. Il suo carattere acceso e la sua forza possente lo fecero rivaleggiare addirittura con Ares, che trafisse con la sua lancia (si è detto che gli dei, se non potevano morire, potevano comunque essere feriti e soffrirne).

            Diomede aveva lasciato per andare in guerra la moglie Egilea, che presto si consolò dell’abbandono con un amante, e forse, si dice, cacciò Diomede da Argo. Secondo altri Diomede evitò di passare per Argo, e si recò direttamente nell’Italia meridionale, dove ebbe un culto nelle isole che oggi sono chiamate Tremiti[1].

            Abbiamo incontrato Aiace Telamonio come rivale di Odisseo nella lotta per le armi di Achille. Simile a un gigante nella statura, con uno scudo “alto come una torre”, Aiace combatteva ancora come gli Eroi del tempo antico, lanciando pietre. Si diceva che il nome gli fosse stato dato da Eracle quando, ospite di Telamone, aveva chiesto a Zeus di concedergli un figlio invulnerabile e coraggioso. In segno di accoglimento della richiesta, Zeus aveva fatto avvicinare in volo la sua aquila, aietòs, e per questo Eracle disse a Telamone che il figlio avrebbe dovuto chiamarsi Aiace.

            Questo Aiace avrebbe dovuto diventare famoso come nemico di Odisseo, e suo rivale per la conquista delle armi di Achille dopo la morte dell’eroe, armi che avrebbero dovuto andare a colui che tra i Greci aveva maggiormente contribuito alla vittoria. Quando venne prescelto Odisseo, Aiace, dal carattere impetuoso e portato agli eccessi sempre, si infuriò al punto da impazzire e uccidersi.

            Ben diverso era l’altro Aiace, l’empio figlio di Oileo, che non si curava degli dei e meno ancora degli uomini e dei loro culti sacri. Quando Troia cadde, egli inseguì Cassandra per violentarla, e la giovane si rifugiò presso la statua della dea Atena. Sprezzante, egli rovesciò la statua e avrebbe certamente portato a termine il suo intento se gli stessi Greci, inorriditi, non lo avessero fermato. Per questo, durante il ritorno in Grecia, la nave di Aiace affondò. Poseidone fece in modo che Aiace raggiungesse a nuoto gli scogli vicini. Ma, ancora una volta stolto nel suo smisurato orgoglio, Aiace si vantò di essersi salvato contro il volere degli dei. Allora il dio del mare fece crollare le rocce ed egli annegò.

            Filottete era invece l’eroe al quale Eracle aveva donato il suo arco perché egli solo aveva avuto il coraggio di porlo sulla pira quando, in preda a sofferenze inumane per aver indossato la tunica di Nesso, l’eroe aveva invano supplicato i suoi amici di farlo. Quell’arco avrebbe avuto una parte essenziale nella sconfitta di Troia.

            Tuttavia, quando Filottete guidò i compagni greci a Crise, primo confine di Troia, e li guidò all’altare della dea che portava lo stesso nome, compagna di culto di Apollo su quell’isola vulcanica, la dea inviò il serpente a lei sacro, custode del tempio, a mordere al piede Filottete, causandogli una ferita purulenta che non guariva mai, e il cui fetore indusse i compagni greci a lasciare l’eroe sull’isola,

            Molto tempo dopo, quando Achille già era morto per mano di Paride, e la guerra infuriava con esiti ancora incerti, Odisseo si recò con Diomede per convincere Filottete a unirsi a loro, poiché secondo l’oracolo solo la sua presenza avrebbe consentito che infine le mura di Troia cadessero.

            Naturalmente, non fu facile convincere l’eroe ad aiutare i compagni che lo avevano abbandonato e tradito tanti anni prima. Fu necessaria l’apparizione di Eracle stesso a persuaderlo, dopodiché egli venne guarito da Macaone, il medico meraviglioso, figlio di Asclepio. Allora la freccia infallibile di Filottete abbatté il principe Paride, e fu per Troia l’inizio della rovina.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 510

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Gli eroi della Guerra di Troia

 

La Guerra di Troia, voluta dagli dei per esaltare la schiatta degli eroi greci nel momento stesso della loro distruzione, scoppiò a causa di un uomo, ma un uomo che era stato guidato dagli dei a compiere quella nefasta azione.

Paride, figlio del re di Troia Priamo, era stato allevato come un pastore dopo che i genitori lo avevano abbandonato sul monte Ida, proprio perché era stato loro predetto che il ragazzo sarebbe stato causa della distruzione del loro regno.

A lui gli dei diedero l’incarico, una volta divenuto uomo, di scegliere tra le tre grandi dee, Era, Atena e Afrodite, quale fosse la più bella. E non si trattava in realtà di un giudizio sulle attrattive erotiche, delle quali Afrodite era regina indiscussa. La scelta riguardava piuttosto i doni che le dee avevano proposto al giovane principe: Atena gli avrebbe offerto la grandezza nelle battaglie, l’eroismo; Era la signoria sull’Asia e sull’Europa; Afrodite l’amore di Elena, moglie del re greco Menelao, la più bella tra le donne di ogni tempo, che si diceva figlia di Zeus. Alla guerra e al regno Paride preferì l’amore, e appena ne ebbe l’occasione rapì la sposa di Menelao, scatenando così quella guerra che, come l’oracolo aveva predetto, sarebbe stata causa di orrore e di morte non solo tra i Troiani, ma anche tra i Greci. Da tanta rovina si sarebbero salvati i meno eroici tra tutti coloro che vi avevano preso parte: Enea fra i Troiani, molto più noto come fondatore di stirpi che come guerriero; e tra i Greci  l’astuto e “domestico” Odisseo, e il paziente, mite Menelao, che non riuscì ad uccidere l’amata moglie neppure nel momento della maggior furia e rimase con lei “compagno obbediente di una moglie divina” che lo avrebbe portato ancora vivente negli Elisi[1].

Agamennone, il capo dell’esercito greco, sopravvisse alla guerra solo per essere massacrato, appena giunto a casa, dalla moglie Clitemnestra. Questa aveva fatto del vile Egisto il suo amante, e inoltre non aveva mai perdonato al marito l’inganno con cui le aveva tolto la figlia Ifigenia. Era stato, naturalmente, Odisseo l’artefice della crudele menzogna. L’indovino Calcante aveva detto che per placare l’ira di Artemide, offesa dallo stesso Agamennone, e far partire le navi rimaste bloccate in una bonaccia senza un filo di vento, egli avrebbe dovuto sacrificare la figlia. Così venne detto a Clitemnestra che la fanciulla doveva venire data in sposa ad Achille (il quale, quando lo seppe, ebbe uno dei suoi accessi di ira, e già come è noto non provava certo un grande affetto per Agamennone). Si disse poi che Artemide avesse salvato la giovane, sostituendola al momento dell’uccisione con una cerva e facendo di lei una sua sacerdotessa. Ma certo per Clitemnestra la figlia era perduta, e la madre ferita divenne un’assassina sanguinaria, capace di colpire tre volte con l’ascia lo sposo a tradimento, quando non poteva difendersi.

Le storie successive, che non fanno parte della guerra di Troia, ci sono state tramandate soprattutto dai grandi tragediografi: Oreste, figlio di Clitemnestra, ancora bambino, sarebbe forse stato a sua volta ucciso dalla madre inferocita, se la sorella Elettra non lo avesse salvato. Più tardi avrebbe vendicato il padre, uccidendo sia la propria madre, sia il suo amante Egisto. Per molto tempo Oreste, nonostante avesse ricevuto da Apollo l’ordine di vendicare il padre, sarebbe stato perseguitato, come omicida, dalle Erinni. Fino a che un giorno gli venne detto di recarsi in Tauride a prendere la statua di Artemide. Di questa statua Ifigenia era divenuta la sacerdotessa e la custode. Così Oreste, con l’amico Pilade, era stato in realtà mandato a sua insaputa proprio dalla sorella. Quando avvenne il riconoscimento, e la sacerdotessa tornò in patria, poté avvenire il perdono definitivo, e così Menelao e Oreste, benché colpiti dalla maledizione della stirpe di Atreo, furono anche coloro che vi posero fine.

Ma tutto questo naturalmente sarebbe avvenuto molto tempo dopo. All’epoca della guerra di Troia Agamennone era solo un guerriero potente e presuntuoso, arrogante perfino con gli dei, ciò che in più di una occasione sarebbe stata causa della morte di tanti suoi compagni.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 512