Robin’s Monday – Piccole Gemme 4: Robin’s First Tour in Afghanistan

Visto che ne abbiamo parlato. È anche un promemoria per me, perché ancora non l’ho visto, anche se ho visto altri spezzoni di suoi spettacoli per le truppe. Sapete quanto ami questo continuo emergere di cose per me nuove, non finisco mai di stupirmi a causa sua, e lo stupore rinnova i miei sentimenti ogni volta.

Il prezzo

Ho letto nei giorni scorsi scritti di diverse persone che si dicevano incazzate. Qui meno che su FB, immagino (su FB ci bazzico abbastanza poco e certo non per questo tipo di argomenti), ma comunque. Beh lo sono anch’io. Moltissimo. Oggi avevo le lacrime agli occhi dalla rabbia. Quando qualcuno blatera di guerra io mi incazzo. Quando qualcuno proclama che siamo in guerra perché ci sono già state centinaia di morti in Europa occidentale (di fatto, 352 dal 2010 a oggi, quasi 600 solo se contiamo gli attentati di Madrid e Londra del 2004 e 2005; il 2004 peraltro è stato l’anno con meno attentati, il record “spettando” al 1979, con 993 episodi; insomma, non è che un tempo vivessero nel migliore dei mondi possibili), io mi incazzo di più. Potrei forse non avercela contro chi nega il valore della vita? Non essere incazzata con chi cerca pretesti in ogni dove per la sua smania di autodistruzione e il suo istinto di morte? Con chi spaventa a tal punto le persone da far andare nel panico un’intera folla per (a quanto ho capito) un petardo? Però bisogna rispettarli, i morti. Quando siamo coinvolti personalmente, o sono coinvolti i nostri figli, le reazioni “forti” sono sicuramente comprensibili, nell’immediato. Poi si riflette. Vittime del terrorismo in Iraq nel solo 2014: 9929; segue la Nigeria con 7512. Cioè, un solo paese (etichettato indifferenziatamente come “terrorista”) ha avuto in un anno 16,5 volte il numero dei morti di tutta l’Europa occidentale in 12 anni. Naturalmente, molti erano bambini, come sempre. Figli nostri. Di tutti, della Terra. Contro chi la facciamo la guerra? Chi è il nostro nemico? Vogliamo definitivamente radere al suolo interi Paesi con i loro abitanti? Dice: ma i terroristi sono spietati, dobbiamo ripagarli nello stesso modo, ci minacciano nei nostri valori. Cioè, intendiamo fare esattamente quelle cose per cui consideriamo (giustamente) i terroristi degli assassini. Colpire, senza badare a dove finiscono i colpi. Civili? Persone che hanno perso parenti uccisi dai terroristi? Ma sì, che importa, lo fanno anche “loro”, no? Difendiamo i nostri valori cancellandoli, schiacciandoli e danzando sulle rovine fumanti. Wow.

Non mi è mai piaciuta la matematica, è fredda, ma qualche numero lasciatemelo dare ancora: in Italia (Italia soltanto, non Europa) i morti per incidenti stradali sono stati, nel solo 2015, oltre 1400. Quei morti però non ci distraggono mentre a poco a poco ci lasciamo portar via i diritti con la scusa della sicurezza.

Prima guerra mondiale, tra quindici e sessantacinque milioni di morti (una stima precisa è impossibile). Molti civili. Innumerevoli soldati, che sarebbero stati nostri figli, se fossimo stati madri e padri a quel tempo. Sono i nostri bisnonni, i nostri nonni, i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri figli. Seconda guerra mondiale, 54 milioni di morti, con il numero dei civili (30 milioni) che supera quello dei militari. Chi la vuole fare questa guerra? Io no. Io spero che se mai dovesse vincere questo opposto fanatismo, i miei figli non combattano. Vi dirò una cosa (visto che tra l’altro oggi, come ogni lunedì, per me è “Robin’s Monday” e forse dopo posterò qualche cosa di più dedicato): quando molti dei conservatori (americani e non solo) stavano lì al sicuro a casetta a chiacchierare di muri e di cacciare la gente oltreconfine e di difendere “i nostri valori” bombardando e torturando, e chiamavano i liberal vigliacchi e antiamericani, un noto liberal come Robin Williams, ostile da sempre a ogni guerra, autore di molte battaglie contro la lobby delle armi, diventava famoso anche come “il comico amato dai militari” andando svariate volte a portare sollievo ai soldati in Iraq, Afghanistan, Bahrein e altri teatri di guerra, perché essere contro la guerra non significa certo essere contro i soldati. Anzi. Rischiando in prima persona come non so quanti di quelli che oggi definiscono gli altri “buonisti” come se fosse un insulto abbiano fatto. A volte penso a quale immensa fortuna è per me essere in condizione di provare ammirazione per questo tipo di uomini. Perché essere pacifisti quando tutto è tranquillo è facile e sono capaci tutti. Ma amare la pace quando è sotto attacco e in pericolo è molto più difficile. Non venitemi, per favore, a dire che chi propone soluzioni violente è controcorrente e fuori dal coro, come se non fossero queste che hanno portato solo morte e dolore dall’inizio del mondo, senza che mai le si bollasse finalmente e una volta per tutte come la stronzata che sono. Per odiare le guerre e amare le persone, soldati compresi, al punto da smettere di farne dei simboli e farne davvero figli e fratelli, nostra carne e sangue, per quello sì, ci vogliono le palle. Essere buoni costa. Ma siamo proprio sicuri che essere cattivi (lasciare che gli altri ci facciano diventare cattivi, se preferite) non abbia poi alla fine un prezzo molto più alto?

P.S.: i dati sugli incidenti stradali sono presi da qui: https://www.istat.it/it/archivio/189322

quelli sul terrorismo da quiqui e qui

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 15. Sepulveda

Le rose di Atacama          Sepúlveda è un autore che amo molto. Tra i suoi libri, questo è uno dei miei preferiti, se non il preferito, forse anche perché è stato il primo. Mi è stato regalato molti anni fa, e da lì mi è venuta voglia di leggere gli altri. Sono “storie marginali”, come le chiama l’autore, di eroi quotidiani, persone poco conosciute che fanno cose straordinarie solo per passione, senza clamore; o di eventi che restano nella memoria solo di chi li ha vissuti in prima persona, e di chi deciderà di leggere e sarà lì al momento giusto per cogliere lo spettacolo effimero di quei piccoli fiori rossi che sbocciano nel deserto per morire dopo poche ore. Le rose di Atacama, appunto. Un bellissimo libro.  In L’amore e la morte si parla di Zorba. Sì, il gatto di La gabbianella e il gatto. Che era anche un gatto realmente esistito, compagno amatissimo da tutta la famiglia dello scrittore. Per una di quelle coincidenze che ci emozionano di solito profondamente, a Zorba è stato diagnosticato un cancro incurabile proprio nel momento in cui Sepúlveda riceveva la prima copia del romanzo della Gabbianella appena uscito. E lui ha dovuto parlare ai suoi figli della morte. So che capirete questa citazione così lunga di un racconto tanto breve.

Ho lottato con le parole cercando quelle più adeguate per spiegare loro due terribili verità.

La prima era che Zorba, per una legge che non abbiamo inventato noi, ma che dobbiamo accettare anche a spese del nostro orgoglio, sarebbe morto, come tutto e come tutti. La seconda era che dipendeva da noi evitargli una fine atroce e dolorosa, perché amare significa non soltanto fare la felicità dell’essere amato, ma anche evitargli le sofferenze e salvaguardare la sua dignità.

So che le lacrime dei miei figli mi accompagneranno per tutta la vita. Come mi sono sentito disgraziato, debole, davanti alla loro mancanza di difese. Come mi sono sentito miserabile davanti all’impossibilità di condividere la loro giusta ira, il loro rifiuto, il loro canto alla vita, le loro imprecazioni contro un Dio che per loro e solo per loro avrebbe trovato in me un credente, e anche davanti all’impossibilità di condividere le loro speranze, invocate con tutta la purezza degli uomini nel loro momento migliore.

La morale è un attributo o un’invenzione dell’umanità? Come potevo spiegare ai miei figli che avevo il dovere di salvaguardare la dignità e l’integrità di quell’esploratore di tetti, di quell’avventuriero dei giardini, terrore di ratti, scalatore di ippocastani, bullo di cortili al chiaro di luna, eterno abitante delle nostre conversazioni e dei nostri sogni?

Come potevo spiegare che ci sono malattie che hanno bisogno del calore e della compagnia dei sani, mentre altre sono solo un’agonia, solo un’indegna e terribile agonia, dove l’unico segno di vita è il veemente desiderio di morire?

E come rispondere al drastico “perché lui”? Il nostro compagno di passeggiate nella Selva Nera. Che gatto folle!, mormorava la gente quando lo vedeva correre accanto a noi oppure seduto sul portapacchi della bicicletta. Perché proprio lui? Il nostro gatto di mare che aveva navigato con noi su un veliero nelle acque del Kattegat. Il nostro gatto che, appena aprivo la portiera dell’auto, era il primo a salire, felice all’idea di viaggiare. Perché proprio lui? A che mi serviva aver vissuto tanto, se non sapevo rispondere a questa domanda?

Un nome da torero            L’avventura di un anomalo “investigatore” alla ricerca di un tesoro nascosto molto compromettente che è al tempo stesso, come sempre in Sepúlveda, l’occasione per parlare del suo Paese, di un passato pesante, di un’eredità impegnativa, del coraggio e della tentazione di rassegnarsi al “meno peggio”.

Incipit:

All’autista del Lucero de la Pampa si illuminarono gli occhi quando vide il cavaliere sul ciglio della strada. Erano cinque ore che teneva le pupille inchiodate sulla carreggiata diritta, e l’unica distrazione che ricordava erano un paio di nandù, che aveva spaventato col suo clacson stridente. Davanti aveva la strada. A sinistra la pampa coperta di graminacee e arbusti di calafate. A destra il mare, che attraversava col suo incessante mormorio d’odio lo Stretto di Magellano. Nient’altro.

Il cavaliere distava circa duecento metri e montava un matungo, un cavallo a lungo pelo che se ne stava lì a brucare l’erba. Il cavaliere era avvolto in un poncho nero che copriva anche i fianchi dell’animale, portava un cappello da gaucho con la tesa abbassata sugli occhi e non muoveva un muscolo.

Incontro d’amore in un paese in guerra     Ventiquattro racconti nel più puro “stile Sepúlveda”: la vita in tutti i suoi aspetti, mescolata alla politica in tutti i suoi aspetti. Che poi la politica è anche un aspetto della vita, naturalmente, e forse anche la vita è un aspetto della politica.

Da “Incontro d’amore in un paese in guerra”:

Erano già molti mesi che non abbracciavo un corpo tiepido, un corpo morbido, qualcuno che mi facesse domande, qualcuno che rispondesse alle mie. Era passato troppo tempo senza dare né ricevere un po’ di tenerezza. Il tempo giusto per trasformarsi in una bestia in mezzo alla guerra.

Una precisazione importante: la traduzione dallo spagnolo di tutti e tre libri è opera di Ilide Carmignani, traduttrice ormai “consolidata” ed espertissima, non solo di Sepúlveda ma di Garcia Márquez, Bolaño, Neruda, Borges e diversi altri.

Il Bosco – Capitolo 2 – II

II

   Una musica mai sentita veniva dallo studio di Fabrizio, una sorta di moto ondoso, l’avrebbe definito Elisa, cantato da una voce piuttosto acuta, stridula, un po’ sgraziata. Qualcosa però in quella voce la incuriosiva e comunque non riusciva a studiare. Non per colpa della musica, no. Era proprio concentrarsi su quegli argomenti del tutto astrusi che le era quasi impossibile in quel periodo. Ogni scusa era buona per distrarsi.

Bussò ed entrò senza troppe cerimonie, con Fabrizio non ce n’era mai stato bisogno.

“Cosa ascolti?”

“Un cantante americano, si chiama Bob Dylan. Ti piace?”.

“Non so se mi piace. Mi fa sentire come se fossi in una barca sul mare in tempesta. Esperienza interessante, ma un po’ inquietante, anche.

Fabrizio sorrise. “Non avrei saputo dirlo meglio. Da’ un’occhiata a questo”. Le porse un block notes rilegato in cuoio blu molto scuro, aperto su una pagina fitta di righe scritte con quella sua calligrafia particolare, lettere alte, un poco inclinate verso destra, con gambe sottili tanto che a un primo sguardo apparivano come lunghe zampe di ragni. Il titolo, al centro in cima al primo foglio era “Blowin’ in the Wind”. Lesse tutto, poi andò oltre, voltò una pagina dopo l’altra, mentre la voce continuava a cantare e non le appariva più sgraziata adesso, ma perfetta, perfetta per quella musica che era l’unica musica possibile per quelle parole.

Quante volte ancora il cannone dovrà sparare, prima che lo cancelliamo dalla faccia della terra? Quante volte un uomo dovrà guardare in alto, prima di poter vedere il cielo? Quante persone dovranno morire perché si sappia che ci sono state troppe morti? E quante volte può un uomo voltare la testa dall’altra parte, facendo semplicemente finta di non vedere? La risposta l’ha soffiata via il vento…

Ho visto un neonato circondato dai lupi selvaggi, e un’autostrada di diamanti che nessuno percorreva, ho visto un ramo nero di sangue che continuava a gocciolare, ho visto una stanza piena di uomini con i loro martelli sanguinanti, ho visto una scala bianca sommersa dall’acqua, e diecimila oratori tutti con la lingua spaccata, ho visto pistole e spade affilate nelle mani dei bambini. E’ una pioggia dura, quella che sta per cadere.

Siete voi a legare il caricatore, perché altri facciano fuoco, poi vi tirate indietro e state a guardare il conto dei morti che sale. Vi nascondete nelle vostre ville, mentre il sangue dei giovani scorre via ed è sepolto nel fango. Voi avete lanciato la paura peggiore che possa mai essere scagliata, la paura di mettere dei bambini in questo mondo. Per aver minacciato il mio bambino, non nato e senza nome, non valete il sangue che vi scorre nelle vene. … Lasciate che vi faccia una domanda, una sola: I vostri soldi valgono così tanto da comprarvi il perdono?

Alla fine alzò gli occhi. Non sapeva quanto tempo poteva essere passato, ma il disco aveva smesso di suonare, adesso. “E’ molto diverso da qualunque cosa abbia mai sentito prima – disse. – Parlano tutte di guerra, c’è dentro una durezza che sembra quasi cattiveria”.

“la guerra è cattiva”, disse Fabrizio.

Qualche volta Elisa ci aveva pensato alla guerra, ma mai troppo seriamente. Adesso però sentiva il bisogno di sapere qualcosa di più su quell’argomento cui Fabrizio aveva fatto solo rari accenni, con un pudore del tutto insolito per lui.

“Tu sei stato partigiano, vero? Mi piacerebbe che mi raccontassi qualcosa. Cioè, solo se ti va”, aggiunse, perché lo sguardo di Fabrizio era sembrato improvvisamente più stanco, persino più vecchio.

“No, hai ragione, è giusto parlarne, anche se è un periodo della mia vita a cui non torno volentieri”.

“Ma perché? Non ne sei orgoglioso?”

“Orgoglioso … immagino di esserlo, in una certa misura. Diciamo che essendo cresciuto come sono cresciuto, essendo quello che sono, non avrei potuto comportarmi diversamente.

Sono stato sulle montagne per due anni, dopo il ‘43, nelle brigate garibaldine. Avevo appena compiuto sedici anni, non avevo mai neanche tenuto un’arma in mano e di guerra non ne sapevo niente … non sapevo niente di niente, dovrei dire. A casa leggevamo ogni giorno la stampa ufficiale ma entrava anche quella clandestina. Sapevo del Manifesto della Razza  e sapevo di Matteotti, di Gramsci, dei fratelli Rosselli, ma a sedici anni comunque non è che del mondo ne capisci poi tanto”.

“Ehi!”, protestò Elisa. Fabrizio sorrise.

“E’ la verità, anche se quasi tutte le scelte che contano devi farle a quell’età, d’istinto, e probabilmente è un bene. Qualcosa dovevo pur fare, però una guerra… una guerra ti uccide anche se sopravvivi, da qualunque parte tu scelga di stare”.

“Però hai continuato a combattere”, disse piano Elisa.

“Qualche volta scegliere da che parte stare significa scegliere per che cosa vivere, o magari per che cosa morire. Puoi accorgerti che cose in cui credevi profondamente possono essere in una tale contraddizione che devi perdere un pezzo della tua coscienza per salvarne un altro.”

“Dicono che la violenza, la crudeltà, ci sono state da tutte e due le parti, che Piazzale Loreto è stato solo una vendetta sanguinaria”.

“I santi non fanno la guerra, Elisa, sono gli uomini comuni a farla. Non ho mai creduto nel ricambiare il male con il male, ma il tempo in cui siamo vissuti era crudele, e per alcuni lo è stato più che per altri. Non riesco a mettere sullo stesso piano la vendetta di poche persone esasperate dal dolore e gli eccidi sistematici, la tortura, i paesi bruciati, ma forse non è neppure questo il punto. Ognuno ha la sua storia e puoi sempre trovare un martire, se è quello che cerchi. Ma gli ideali degli uni e degli altri non mi sono indifferenti. Banditi, ci chiamavano, non solo i Tedeschi, anche gli Italiani che stavano dall’altra parte, perché avevamo tradito la Patria e l’Onore. Onore! Cosa conta di fronte a Dio l’onore di un soldato? L’eroe non è mai un soldato, tutt’al più è l’uomo che c’è dentro la sua divisa. Ancora adesso preferirei essere impiccato come disertore, piuttosto che dover giustificare una mia decisione con il dovere dell’obbedienza. Solo tu puoi sapere a che prezzo vuoi vendere la pelle e per quale ragione, e farmi ammazzare per la superiorità di una razza… non mi sembrava che valesse la pena”. Un breve sorriso, come a ridimensionare con l’ironia il reale peso di quelle parole.

“Ma … cioè tu … voglio dire è mai successo …” Elisa non riusciva a finire, ma Fabrizio completò la domanda per lei.

“Che io abbia ucciso qualcuno? Non lo so, Elisa. La mia benedizione è stata non saperlo. Si sparava, si metteva in conto di poter uccidere come di poter morire. Non ho mai dovuto uccidere un uomo guardandolo negli occhi, ma questo non ha poi tanta importanza. Tutti abbiamo sparato, indipendentemente da chi ha premuto materialmente il grilletto, tutti abbiamo ucciso, così come tutti noi avevamo degli amici che non sono tornati a casa. Era una cosa che sapevi e accettavi fin da subito”.

“Ma cos’era che vi faceva andare avanti, quando … non avevate mai la tentazione di lasciar perdere tutto?”

“Non credo, no. Forse dovrei parlare solo per me, ma credo che per tutti noi, in quella situazione così assurda, così fuori dall’ordinario, essere lì dove eravamo ci sembrasse l’unica cosa normale. Qualcuno aveva avuto un vicino di casa ebreo, un professore che aveva rinunciato all’impiego per non dover prendere la tessera, o magari un capo fabbricato che prendeva troppo sul serio il compito di controllare i coinquilini. Molti, semplicemente, non amavano le manifestazioni di piazza obbligatorie, il partito unico, il pensiero unico. E poi c’erano quelli a cui sembrava che bandito, ribelle o clandestino suonasse meglio che fulgido esempio di eroiche virtù.”

“E tu eri tra questi”.

Fabrizio sorrise di nuovo. “In effetti … mi sono sempre sentito più a mio agio come bandito e traditore che come colonna della società. Ti dirò una cosa, anche se probabilmente ti suonerò come un vecchio pomposo, ho sempre pensato che la vita valga molto più di una patria, o almeno, più di una Patria con la lettera maiuscola. Amo molte cose di questo Paese, altre meno, comunque ci vivo per scelta, avrei potuto andarmene se lo avessi voluto. Ma non morirei per i confini di una nazione. La mia patria, l’unica che ho cercato di difendere, è solo un luogo dell’immaginario”.

Elisa pensò che raramente aveva sentito qualcuno meno pomposo. Mentre lo ascoltava, le pareva che quel tempo che le era sembrato tanto lontano, quella guerra finita anni prima che lei nascesse, tornassero d’improvviso a ridiventare cose vive, la realtà di ragazzi come lo era lei, persone che lei conosceva costrette a scegliere, per dirlo con le parole di Fabrizio, per che cosa vivere e per che cosa morire, persino a dover scegliere tra i loro stessi principi  e ideali, a stabilire quale valeva di più e quale di meno, perché accadeva che per mantenerne vivo uno, un altro dovesse essere sacrificato.

“Mi dispiace, Fabrizio, c’erano un sacco di cose che non avevo capito.”

“Ci sono un sacco di cose che io non ho capito ancora adesso.”

“No, voglio dire, quando sentivo parlare della Resistenza, mi sembrava una cosa un po’… un po’ ammuffita, ecco. La pagina più luminosa della nostra storia, le commemorazioni e tutto il resto. Sapevo così poco delle persone che c’erano dietro tutto questo.”

“Ah, le commemorazioni … di solito si commemorano le cose morte, e io trovo che la Resistenza non sia ancora abbastanza morta per questo.”

“Vuoi dire che il fascismo c’è ancora?”

“Voglio dire che i partigiani erano pochi, erano molti di più quelli che avevano appoggiato il regime per convinzione, per comodità o per paura, e qualcuno di quelli che celebrano il caro estinto forse lo avrebbe volentieri strangolato in vita. Quelli che a suo tempo chiudevano tutti e due gli occhi, e da un giorno all’altro sono diventati i cavalieri della libertà e della democrazia; quelli che pensano di avere una nobile giustificazione per tutto quello che fanno, sia fare affari con la borsa nera, farsi raccomandare per accaparrarsi un lavoro o evadere le tasse, e però poi pretendono punizioni esemplari per chi non rientra nei ristretti binari della loro idea di rispettabilità; quelli che credono sempre che il motivo unico delle azioni umane sia l’interesse personale, e non capiscono che si possa credere in qualcosa, perché attribuiscono a tutti gli altri la propria debolezza morale. E’ lì che si annida il rischio dei fascismi, quando ci si rifugia nell’angolino tranquillo delle proprie certezze e non  si vuole saper nulla della molteplicità del mondo.

C’è tanto bisogno di sentirsi uguali agli altri, che sono ancora in molti ad applaudire quando l’anticonformismo viene punito e questo mi rattrista molto. Non siamo ancora abbastanza affezionati alla nostra libertà.”

Elisa pensò a Diletta, a Stefano, a Nicola. Nessuno di loro sembrava disposto a faticare più di tanto per prendersi quella libertà che davano ormai così tanto per scontata da non accorgersi neppure quando gli sfuggiva da sotto il naso, e per loro stessa mano.

“Ma che cosa potrei fare io? Cosa vorrebbe dire per me, oggi, essere libera?”

“Tu non puoi ricordartelo, ma ancora solo sei anni fa, nel ’60, volevano fare il governo Tambroni coi missini e avevano deciso di fare una manifestazione proprio qui a Genova. Doveva esserci anche Basile. Noi ce lo ricordavamo benissimo l’ex prefetto Basile, uno che collaborava volentieri con i tedeschi, uno che ha sulla coscienza anche molti deportati nei campi di concentramento. E Genova era città medaglia d’oro della Resistenza, li avevamo fatti arrendere noi i Tedeschi, prima ancora che arrivassero gli Alleati.”

“Era una provocazione, allora?”

“Credo che fosse precisamente quello. Una specie di sfida, vediamo adesso questi che fanno. Forse pensavano che ormai fossimo addomesticati abbastanza, invece il 30 giugno un fiume di gente uscì di casa per andare a protestare, c’erano un sacco di ragazzi, li chiamavano le magliette a strisce, perché avevano tutti le magliette così, era la moda. Ma a De Ferrari c’ero anch’io anche se non avevo la maglietta a strisce e non avevo vent’anni ma quasi quindici di più. Non so se quei ragazzi capissero il legame che c’era, però eravamo insieme in quella piazza, e questo voleva dire che alla fine le cose che volevamo e quelle a cui ci ribellavamo erano le stesse.

Per essere libera non devi avere paura di perderti. Anzi, devi perderti negli altri ogni volta, nella loro faccia e nel loro cuore, come se fossero i tuoi. La paura di perdere se stessi è un muro, e dietro quel muro i dittatori costruiscono la loro casa. Se hai paura di perderti basta un nulla per sentirti minacciato. Dimenticare quella paura è l’unico modo che hai per poter davvero costruire te stessa in relazione al mondo. E dopo sarebbe molto più difficile farti credere che il mondo sia qualcosa da cui difenderti, a costo di un pezzo, anche piccolo, della tua libertà.”

“Ma in politica, tra i partiti, c’è qualcuno che difenda la libertà? Tra un po’ dovrò votare, ma mi sento così confusa.”

“E’ una domanda difficile. Né in America né in Russia ho mai saputo vedere il mio paradiso in terra, e neanche il mio inferno, se è per questo. In realtà mi sembra che in politica ci sia un eccesso di paradisi e di inferni. E come puoi ben immaginare, i miei valori sono abbastanza lontani da Dio, Stalin, Patria e Famiglia fondata sul Santo Matrimonio.”

L’abituale sorriso monellesco ricomparve, ma questa volta Elisa intravide quello che c’era dietro, quella punta di amarezza – solo una punta, perché non si sarebbe sicuramente potuto pensare a Fabrizio come a un uomo consumato dall’amarezza – per aver visto sgretolarsi il sogno di un paese davvero nuovo, davvero diverso, percorso da un sogno comune in tutti i suoi strati e i suoi frammentati territori.

“Però di partiti ce ne sono tanti”, obiettò.

“Sì, ma alla fine tutti devono cercarsi il loro angoletto di paradiso, scegliere con chi stare e vedere dall’altra parte null’altro che il Male con la M maiuscola. Mentre io credo che dovremmo lavorarci la nostra terra come terra, un luogo piccolo e bellissimo, abitato da innumerevoli esseri più o meno pensanti, ognuno dei quali contiene in sé una quantità sufficiente di inferno e paradiso, tanto che invece che cercare negli altri le parti celesti o sotterranee, basterebbero semplicemente quelle umane. Intendiamoci, io vado a votare, credo di essermelo guadagnato, ma se vuoi trovare il posto in cui ti senti più a casa dovrai cercarlo da te. L’unico consiglio che mi sento di darti è questo: non rinunciare a volare, ma vola rasente a terra, senza cercare di arrivare al cielo, perché dal cielo tutto il resto sembra sempre troppo basso.”