54. Happy Feet

Un altro film considerato visivamente bellissimo, e l’avevo detto che questo era un aspetto che Robin sicuramente teneva in gran conto nel decidere se accettare un film, fosse per ragazzi o meno.

Questo cartone animato diretto da George Miller (quello di Mad Max, per intenderci), e che gli ha fruttato un Oscar come miglior film di animazione, è ambientato in Antartide, tra ghiacci perenni, aurore boreali, tunnel di ghiaccio, fondi oceanici e meandri oscuri. La storia è quella di Mumble (Mambo in italiano, cui dà voce nella versione originale Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia del Signore degli Anelli). Mambo è un pinguino Imperatore stonatissimo in un mondo in cui la voce è tutto e chi non sa cantare quasi non è neanche un pinguino, certo non ha speranze di poter trovare una compagna. Mambo, invece, balla il tip-tap, ma la cosa non è per niente apprezzata dai suoi simili. Il suo stesso padre Memphis (Hugh Jackman nella versione originale) sembra vergognarsi di lui. Dalla sua parte ha la madre Norma Jean (Nicole Kidman) e l’amica Gloria (Brittany Murphy).

Un giorno, sfuggendo a una foca leopardo, Mambo si ritrova in un posto sconosciuto, abitato da pinguini Adelian, molto più piccoli e festaioli. Fa amicizia con un gruppo di loro, capeggiato da Ramon, che è ancora più piccolo degli altri ma ha una voce notevolissima. Inoltre, incontra il “guru” Lovelace, un pinguino saltarocce che ha fatto del suo contatto con gli “esseri mistici” (che altri chiamano alieni) un modo di circondarsi di un’aura di fascino, seduzione e mistero. Tornato con i nuovi amici nel territorio degli Imperatore, Mambo viene messo alla berlina dai compagni, accusato della scarsità di pesci che sta affamando i suoi compagni e scacciato dagli anziani. Si pone quindi alla ricerca degli “esseri mistici”…

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Segue una brevissima, deliziosa intervista in cui Robin racconta un po’ di come siano nati i suoi due personaggi. Infatti nel film si sdoppia, dando voce a due caratteri diversissimi come Ramon e Lovelace (in italiano Adone). Come altre volte, anche qui fa dell’autoironia sulla propria bassa statura (I know, size can be daunting, but don’t be afraid), e con Ramon dipinge un dongiovanni sfortunato ma tosto (e capace, cantando una versione di My Way in spagnolo, di smuovere più di un cuore). Nell’intervista spiega che Ramon è piccolo ma non si sente affatto tale, non gli importa, non ha bisogno di compensare niente, semplicemente, la taglia per lui non conta. Per Lovelace (che è anche il narratore) Robin utilizza invece tutto l’immenso potere seduttivo delle tonalità più profonde di quella voce dall’estensione e dalla versatilità ineguagliabili (dice nell’intervista di essersi ispirato a Barry White). Quella voce ha fatto sì che le farfalle abbiano danzato nel mio stomaco a loro piacimento, variando il ritmo dal più frenetico al più carezzevole. Se ne sono poi andate, ma lasciando dietro di sé una scia di sensazioni positive. Di quelle che restano.

Interviewer: So, how do you find your inner penguin?

Robin: You have to find the cold part in yourself where there is warmth, you have to find that moment, what’s the part of you that wants to sit on an egg, what’s the part of you that wants to bring a pebble to your favorite one? What’s the part of you that sings, not just in the shower, but sings to meet that special person, that’s the penguin. What’s the part of you it’s not, you know, that says size doesn’t make a difference, what’s the part of you that says I can dance on any form, what’s the part of you that looks to swim and leave a bubble trail, that’s the penguin.

 

I.: Why is Ramon so short?

R.: Because you know, I’m not the tallest tag in the bunch and I wanted to… he’s small among small guys but you know, he makes up for it in voice, he’s got a lot going on, that’s why he said ‘let me tell jou something’, he’s very, you know… (a gesture meaning ‘tough’), he may be small but he feels large.