IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – I

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I

Pioveva.
Stéphanie amava la pioggia, le piaceva sentirsela scorrere addosso, fresca e allegra. Quando stava bene, la pioggia la faceva sempre pensare a “Singing in the Rain”, e rivedeva Gene Kelly che danzava il tip tap per le strade di New York. E adesso stava piuttosto bene. Forse perché Matteo le aveva appena scritto, forse perché la sua amicizia con Adrien procedeva come un’oasi di serenità nella sua vita altrimenti solitaria, forse perché, semplicemente, aveva deciso che voleva stare bene.
Anche se pioveva non aveva voluto rinunciare alla passeggiata domenicale nella foresta che era diventata la meta abituale di quelle escursioni con Adrien.
Era stata un’estate torrida, e la settimana prima era stata colpita dall’aria sofferta, assetata della terra e delle piante. Era contenta che fosse arrivata la pioggia, perché tutto adesso era di un verde più brillante, più intenso.
Si erano spinti piuttosto in là, come al solito. Ad entrambi piaceva molto camminare, e quando chiacchieravano quasi non si accorgevano delle distanze, né della fatica. Ma all’improvviso, un primo lampo attraversò l’aria, seguito dal cupo rombo di un tuono in lontananza. Fino a poco prima, nonostante la pioggia, il cielo era stato di un colore grigio perla quasi elegante e per niente minaccioso. In pochi minuti, era diventato scuro e pesante e metallico, come se davvero fosse fatto di piombo. Involontariamente, Stéphanie strinse più forte la mano di Adrien.
– Hai paura dei temporali! Credevo che non avessi paura di niente – la prese in giro lui.
– Immagino che a te, invece, non ci sia niente che ti spaventa – lo rimbeccò lei, imbronciata.
– Ma certo che c’è. Io odio gli aerei. Se fosse per me, andrei in treno anche in Australia. Fortunatamente finora non mi hanno mai chiesto conferenze in Australia. In un paio di occasioni comunque ho dovuto volare, e ti assicuro che non è stata un’esperienza piacevole.
Adrien sorrideva, la consueta aria equilibrata e rassicurante un po’ da professore.
Ma l’atmosfera era vagamente inquietante. Forse era quell’oscurità così fitta, alle due di un pomeriggio d’estate. Le luci del paese più vicino erano avvolte nella foschia, rese irreali dalla distanza, e gli alberi sembravano assumere forme vagamente umane, tanto che quando la maglietta le si impigliava in un ramo, Stéphanie provava quasi l’impulso di gridare.
– In momenti come questi non sono sicura che le streghe non esistano – commentò.
– Sarebbe un’occasione straordinaria. Credo che tra poco qui si scatenerà il finimondo, e se saremo bloccati qui, forse assisteremo a un sabba!
– Restare bloccati qui? Non scherzare!
Lui tornò subito serio.
– Mi dispiace, Stéphanie, ma ho detto la verità quando ho detto che sta per succedere di tutto. Non hai visto il cielo? Non puoi correre per chilometri in un bosco con un temporale.
In quell’istante, la luce di un lampo li abbagliò, vicinissima. Stéphanie si ritrasse istintivamente. Sembrava terrorizzata, e Adrien la strinse più forte, protettivo.
– Non succederà niente, te lo prometto – Le disse con dolcezza. E Stéphanie si sentì confortata, come se davvero lui potesse tenerla al sicuro dagli elementi.

Il fragore assordante di un tuono, e presto una pioggia violenta e sferzante fino a far male creò una cortina che rendeva invisibile il sentiero. Proseguire era difficile, tornare indietro sarebbe stato del tutto impossibile.
Stéphanie provò l’impulso di mettersi a piangere.
– Non credevo che sarebbe successo così presto – nonostante tutto, la voce tranquilla di Adrien ebbe ancora un effetto rassicurante su di lei. Ma ogni lampo la faceva sussultare, e si aggrappava al braccio di lui come a un’ancora di salvezza.
Adrien non l’aveva mai vista così fragile. Doveva trovare al più presto una soluzione. Quell’istinto di protezione che si era risvegliato in lui lo stupiva, ma non era affatto sgradevole.
Come se il rovescio non bastasse, si era alzato anche un vento impetuoso, che gettava loro addosso torrenti d’acqua e a tratti rischiava quasi di far perdere l’equilibrio. Erano bagnati fino alle ossa, infreddoliti e anche spaventati, benché Adrien riuscisse a mantenere un certo controllo.
All’improvviso Stéphanie si mise a ridere.
– Cosa c’è di tanto divertente? – Adrien la guardava stupefatto.
– Niente – ammise lei, con le lacrime agli occhi, quasi soffocata da un altro scoppio di ilarità. – E’ sciocco, lo so. Ma all’improvviso l’idea di essere qui, tutti fradici come due pulcini, persi in mezzo a un bosco senza poter andare né avanti né indietro mi è sembrata buffa. Immagino che sia la paura. Non preoccuparti, comunque, non avrò una crisi di nervi.
Adrien sorrise con ammirazione. Era sicuro che lei non fosse in preda a una crisi di nervi. Doveva ringraziare, anzi, di essersi trovato in quella situazione con una donna come lei, perché molte probabilmente avrebbero pianto e strepitato e perso la testa, rendendo tutto ancora più difficile.
– Ricordati, Barbara / Pioveva senza tregua quel giorno su Brest / E tu camminavi sorridente / Raggiante rapita grondante / Sotto la pioggia… – citò. – E’ di Prevert. Ti somiglia, anche se in questo momento non sei così raggiante e rapita. Grondante sì però. E credo che nessun’altra donna potrebbe ridere allegramente sotto questo torrente d’acqua. – Poi tornò serio.
– Senti, Stéphanie, mi è venuto in mente che poco distante da qui c’è quella baracca abbandonata, dove una volta abbiamo visto dei bambini che giocavano. Direi di provare a dirigerci laggiù se sei d’accordo.
Stéphanie annuì pensosa, e di nuovo si sentì presa dall’inquietudine, ma questa volta non aveva niente a che fare con la tempesta.
D’altra parte, l’idea di trovare un rifugio non era un sollievo da poco, e diede a entrambi l’energia necessaria per andare avanti sotto il vento sferzante e gli scrosci d’acqua. Corsero tenendosi per mano, anche per evitare di perdersi. L’oscurità diventava più fitta ad ogni momento.
La “baracca” era in effetti una costruzione di legno con il tetto in lamiera, che probabilmente un tempo conteneva degli attrezzi, ma era ormai evidentemente in disuso. Stéphanie pensò con una punta di ribrezzo a quale tipo di animali potevano averne fatto la loro tana, ma bisognava fare di necessità virtù, e lei era ben decisa a non lamentarsi. Era già una bella fortuna aver trovato un posto dove ripararsi dal freddo e dalla pioggia.
Il temporale non accennava a diminuire, e con il vento le finestre piuttosto malridotte della piccola costruzione scricchiolavano e sbattevano con un rumore alquanto sinistro.
– Hai un fiammifero? – chiese Adrien.
Senza parlare, lei gli tese la scatoletta. Dopo un momento, lui emise un’esclamazione che parve quasi di trionfo.
– C’è della legna qui dentro. So che probabilmente appartiene a qualcuno, anche se qui sembra tutto abbandonato, ma questa è un’emergenza. Se riusciamo ad accendere un fuoco, potremo scaldarci e asciugarci un po’.
Vedendo la fiammella che cominciava a crepitare, trasformandosi in poco tempo in un bel fuoco caldo e vivace, a Stéphanie venne da pensare che aveva ragione suo nonno a dire che l’uomo ha bisogno di molto poco per sopravvivere, e può in certe situazioni rinunciare a cose che normalmente sembrerebbero assolutamente indispensabili. In qualsiasi altro momento quella squallida baracca non proprio profumata le sarebbe sembrata un posto inavvicinabile, avrebbe voluto una poltrona, una bella vestaglia calda, un libro e magari una tazza di tè o di cioccolata bollente, e adesso il solo fatto di avere un tetto sulla testa le sembrava già tanto, ed essere riusciti ad accendere un fuoco si avvicinava molto a un miracolo.
– Non sarà pericoloso, con queste pareti di legno, vero?
– No, basta stare attenti.
Adesso che si sentiva al riparo, e poteva avere luce e calore, Stéphanie tornò di buon umore.
– Senti, Stéphanie, non vorrei che la prendessi male, ma io suggerirei che ci togliessimo i vestiti per farli asciugare, altrimenti secondo me rischiamo una polmonite.
Lei esitò. La sua amicizia con Adrien era diventata molto profonda, ma comunque si sentiva a disagio all’idea di spogliarsi davanti a lui, tantopiù che sapeva di piacergli, e non era lei stessa esente da una certa attrazione.
– Se vuoi non ti guarderò neppure – disse Adrien, ed era quasi sincero. In realtà, si era chiesto se non stava almeno un po’ approfittando della situazione e si era risposto che probabilmente sì, lo stava facendo. D’altra parte, gli era caduta sulla testa come la mela di Newton, e comunque rischiavano davvero un malanno a tenersi addosso quegli abiti fradici.
Alla fine Stéphanie si decise. Lui si girò dall’altra parte, dandole le spalle, ma passato il primo momento di imbarazzo improvvisamente le parve ridicolo formalizzarsi. Avevano condiviso tante cose, avrebbero condiviso anche questa.
Per Adrien, invece, le cose erano più difficili. Lei era rimasta in reggiseno e mutandine, e la vicinanza del suo corpo gli dava un calore ben diverso da quello del fuoco, ben più intenso.
– Sarà meglio aggiungere un po’ di legna sul fuoco – disse, alzandosi quasi di scatto. – In realtà non era affatto necessario, ma aveva bisogno di un attimo di respiro.
In quel momento però, una raffica di vento più forte sembrò quasi far ballare l’intera catapecchia, e un lampo squarciò l’aria così vicino che parve puntare direttamente su di loro. Tutte le paure di Stéphanie tornarono.
– Non ti allontanare – gli disse, aggrappandosi al suo braccio. L’unico ritrovato moderno che le sembrava indispensabile in quel momento era un parafulmine.
Ma quel gesto, il modo in cui l’aveva guardato, chiedendogli di proteggerla e dandogli tutta la sua fiducia, lo aveva toccato nel profondo. Per troppo tempo aveva tenuto addormentate tutte le sensazioni che potevano metterlo in pericolo, per troppo tempo aveva cercato di dominare tutto, razionalizzare tutto, essere sempre controllato in ogni momento della sua vita. E adesso la passione esplose inarrestabile, facendogli perdere la testa.
La baciò, accarezzandola, stringendola, toccandola. Pensava che lo avrebbe respinto, e voleva prendere tutto quello che poteva, sentire il suo corpo finché lei glielo consentiva.
Ma lei non lo respinse. Era stata rabbia la prima cosa che aveva sentito. Come osava? Se non la stava violentando, ci mancava poco. Stava approfittando di un momento in cui era particolarmente vulnerabile. Aveva sempre sospettato di essere il membro più debole, in quella loro curiosa alleanza. Ma mentre per la sua testa passavano questi pensieri, già ricambiava il bacio, sentendo risvegliarsi la voglia di passione, di piacere, di oblio.
E lui, che dopo il primo attimo di sbandamento si era quasi pentito, e si aspettava una reazione violenta, o tutt’al più un passivo abbandono, si trovò stretto a lei che non voleva più lasciarlo.
Qualcosa che ancora c’era rimasto di razionale in lui gli diceva di non farsi illusioni, ma per la prima volta in tanti anni lui non voleva che la ragione controllasse i suoi sentimenti. Voleva solo quello che stava succedendo, qui e ora, anche se fosse stato solo per una sera, ma sì, chi se ne frega, andava bene così.
Quando Stéphanie staccò infine le labbra dalle sue fu solo per poggiare la testa sulla sua spalla. Lui le carezzò i capelli e pensò Dio quanto tempo che non compiva quel gesto su una donna, e come era bello.
Il fuoco adesso si stava spegnendo davvero, ma nessuno dei due parve farci caso fino a che l’ultima scintilla si fu spenta e si trovarono immersi nel buio, con solo la brace che continuava a bruciare.
– Bisognerà riaccenderlo – mormorò lui, ma senza convinzione, e non si mosse, anche perché lei non gli avrebbe permesso di toglierla da dove si trovava. Non aveva più né freddo né paura.
– Stai bene? – Le chiese lui con dolcezza.
– Meravigliosamente – rispose lei, con voce inconsapevolmente sensuale, appena velata forse dal fumo, o dalle troppe sigarette che aveva fumato pensando a Matteo, o forse dall’improvvisa consapevolezza di quello che stava per succedere.
Quello che è certo è che il desiderio che vibrava in quella voce roca, il suo improvviso abbandono, riportarono l’eccitazione di Adrien ad un livello incontrollabile. Riprese ad accarezzarla con gesti sempre più intimi, e il fuoco che era in lui venne alimentato ancor più quando lei cominciò a ricambiare quelle carezze. Quando alla fine fece l’amore con lei, fu con una tale intensità, una tale forza, da spaventarlo. Mai il termine “possedere” era stato più appropriato. Voleva averla, sentirla sua, sentirla dentro di lui, nel suo corpo, nel suo sangue.
Stéphanie, invece, non era spaventata. Quel che di selvaggio che c’era stato nel modo in cui lui l’aveva presa le aveva impedito di farsi domande, rendendo più completo il suo abbandono, cancellando la paura, annullando il dolore. Le cose che aveva considerato tanto importanti nella sua vita erano avvolte in una nebbia che le rendeva confuse e remote.
Nell’assoluta pace, in quel silenzio carico di promesse che erano state mantenute, in cui non c’era più né violenza, né ansia o smania di nulla, ma solo dolcezza, Adrien decise di dirlo:
– Ti amo. – Erano le parole sbagliate, e lui lo sapeva. Sapeva che lei non avrebbe risposto, perché se avesse risposto avrebbe dovuto dire cose che non le sembrava giusto dire, tanto lui comunque le conosceva già. Non gli importava. Non si sentiva tradito, al contrario, aveva avuto molto più di quanto si aspettasse. Per questo aveva voluto dirglielo, per vivere fino in fondo il suo ritrovato coraggio.
E adesso che i lampi si stavano allontanando, i tuoni non erano altro che sommessi brontolii, e la rabbia del cielo era diventata un’irritazione senza più minaccia, Adrien sapeva che questo avrebbe chiuso la loro storia, che con la tempesta era cominciata e con la tempesta sarebbe finita. Erano stati, com’era quella frase così sciocca, due treni che si sfioravano nella notte, sì, qualcosa del genere. Ma era stata una bellissima notte, e sfiorarsi era stato fantastico.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

Gianna li vide rientrare, presa da sentimenti contrastanti. Vide subito che la burrasca si era calmata. Non era particolarmente osservatrice, ma non era difficile accorgersene, avevano cambiato completamente espressione, tutti e due. Sembravano persino più giovani. Elisa aveva perso la ruga di concentrazione sulla fronte, di quando metteva tutte le sue forze nel convincersi che stava benissimo anche senza di lui, e Andrea sorrideva. Il sorriso di Andrea era sempre stato una cosa che parlava da sola.
Era meglio così? Sarebbe stato meglio che continuassero a non vedersi, e forse prima o poi sarebbero riusciti comunque a venirne fuori? Chi poteva saperlo? Ma Gianna aveva senso pratico, e pensava che se entrambi, nello stesso momento, avevano deciso di rivedersi, in qualche modo avrebbero fatto, se non fosse stato a casa sua avrebbero trovato comunque una strada. D’accordo, forse sarebbero riusciti, presto o tardi, a superare la rabbia, l’amarezza, il dolore, e tirare avanti. Ma perché?

Elisa aveva pensato che non sarebbe riuscita nemmeno a sentire il gusto del cibo, e invece lo sentiva benissimo, anche più del solito. Non aveva mai capito la connessione tra cibo ed erotismo, adesso la capiva. I profumi e i sapori dei piatti liguri, piatti della tradizione marinara e contadina, non certo raffinati, ma gustosissimi, a cui Gianna si dedicava con tutta la sua anima mediterranea, le provocavano un piacere decisamente sensuale. Andrea non faceva assolutamente niente per nascondere il fatto che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Mangiava guardandola, quasi che quello che stava assaporando fosse solo un anticipo di quello che sarebbe venuto dopo. Non aveva mai creduto che si potesse eccitare una persona in quel modo, ma era possibile, sì. Non si accorse nemmeno che partecipava anche lei a quel gioco, altrettanto incapace di filtrare le sue emozioni, fino a che anche portare un’oliva taggiasca alle labbra diventava un gesto malizioso.
Non fu tempo sprecato, non solo la concessione alle convenzioni dell’ospitalità, in attesa di potersi finalmente districare e scappare via. C’era, è innegabile, un’aspettativa un po’ impaziente. Non è certo facile continuare a far finta di niente mentre un fremito sinuoso e liquido rifluisce in onde di calore che arrivano anche alle mani, al viso, al collo, dove tutti possono vederle. Ma quegli istanti rubati all’appagamento del loro desiderio erano istanti regalati all’attesa che dilatava quel desiderio, annullando ogni altra cosa. Incoscienza, follia. Forse.

Il tempo di un caffè, due chiacchiere con gli ospiti, l’ultimo goffo tentativo di fingere di essere ancora sulla stessa terra dove c’erano anche gli altri. Ma Gianna sapeva come stavano le cose. Guardò Andrea, gli fece segnali con gli occhi e con le mani, vai via, portala via, e non preoccuparti del resto. Chi vuole capire, capirà.
Così fuggirono via, nella macchina di lui, un’altra Ford, ma non quella che aveva comprato da ragazzo e che adesso sarebbe stata comunque in età per andare dignitosamente in pensione. Blu. Non eccessivamente curata, se non dove era necessario. In ordine, confortevole. Andrea non si inebriava con la velocità, ma si vedeva che gli piaceva guidare. Aveva una mano sicura sul volante, come… mentre gli guardava le mani, i pensieri di Elisa andavano per conto loro. Rimasero stranamente silenziosi, per tutto il viaggio, di tanto in tanto lui la guardava. Si sorridevano.
Quando lui ruppe il silenzio, non lo fece con una frase particolarmente evocativa.
– Il parcheggio è sempre un problema – disse.
– Cammineremo – rispose Elisa, e pensò a quante volte frasi così banali nascono da pensieri troppo forti per poterli esprimere.
Ma trovarono posto abbastanza vicino, persino troppo, per Elisa, che avrebbe quasi voluto prolungare ancora un po’ quella tortura così dolce, di desiderarlo tanto, sapendo che sarebbe stata un’attesa breve.
Di nuovo quella sensazione di familiare, casa sua gli somigliava così tanto che era come se lei ci avesse abitato con lui, come se la conoscesse da quando conosceva lui.
Si sfilò la giacca, i guanti, e rimase con il vestito che aveva indossato per la cena da Gianna, quel vestito che aveva suscitato in lui quel misto di gelosia, di orgoglio e di desiderio. Adesso voleva solo toglierglielo. Le fasciava il corpo, lasciando intravedere la curva dei seni, e le lasciava scoperte le braccia e le spalle. Aveva lunghe braccia snelle, e mani dalle dita lunghe, belle mani da pianista.
Ma fu lei a prendere l’iniziativa, questa volta. Superando ogni timidezza, ogni vergogna, per la voglia di scoprire il corpo di lui come lui aveva fatto col suo, ricordando e usando gli stessi gesti di lui, ma a modo suo, per restituirgli lo stesso incantato stupore che lui le aveva fatto provare, l’altra volta. Le piaceva toccarlo, le piaceva spogliarlo. Non lo aveva mai fatto, lasciando sempre che fosse Matteo a decidere i tempi e i modi del loro amore. Lo guardò, mentre gli sfilava il maglione, e Andrea trattenne il respiro. Anche il maglione era blu. Sentì l’odore della lana, misto con il detersivo da bucato e il fumo che gli era rimasto addosso da casa di Gianna. Poi l’odore della sua pelle, che non avrebbe saputo descrivere, ma le piaceva. Un profumo fresco e un po’ aspro, che le ricordava la resina degli alberi di un bosco.
Le sue dita sfiorarono le irregolarità del viso di lui, certi punti ruvidi e scabri della pelle, i rilievi e gli infossamenti delle spalle, le callosità e le parti più morbide. Come aveva mai potuto pensare di rimpiangere il fatto che lui non fosse più un ragazzo, quando proprio questo glielo rendeva infinitamente più caro? I segni che la vita gli aveva lasciato le parvero segni d’amore, come se ogni imperfezione fosse il risultato di una storia, ogni ruga un piccolo miracolo della sua capacità di arrendersi al tempo, che forse era l’unico modo di vincerlo. Allora seppe che si sarebbe aperta a lui come a uno straniero, accogliendo la ferita dell’incontro, l’inquietudine della differenza, le sgradevolezze e il lenimento delle somiglianze, amandolo completamente, senza confini, perché lui l’aveva incontrata e riconosciuta e non era tornato indietro. Un pensiero l’attraversò come un lampo. La felicità vive dell’imperfezione. Non era importante, adesso, eppure lo era. Il suo corpo reclamò spazio, scacciò la mente nei suoi recessi. Lei udì un suono che non aveva mai sentito ma che riconosceva, una musica che veniva dalla parte più profonda di lei.
– Non fermarti – mormorò lui – e la sua voce rauca, quell’accenno di urgenza, tornarono ad eccitarla ancora di più. Dopo averlo spogliato, si sfilò l’abito. Non sapeva bene i gesti, magari era un po’ goffa, ma non le importava niente, lui continuava a guardarla, e lo vedeva dai suoi occhi che non la trovava goffa. Le piaceva quando la guardava così, come se nei suoi occhi l’acqua del mare si mescolasse con il fuoco. Lasciò che la lentezza dei suoi gesti facesse divampare quel fuoco, oltre il punto di non ritorno. Solo dopo lasciò che lui la toccasse, lasciò che le carezze di lui sciogliessero il suo corpo come se fosse stato fatto di neve bollente, lasciò che lui le insegnasse cose che non aveva mai saputo esistessero. E poi rimase così, le gambe fuori dal letto selvaggiamente disfatto, la testa appoggiata al braccio, brividi di freddo che si mescolavano ai brividi di piacere, completamente, inesorabilmente felice.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

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Elisa si addentrò nei carruggi che aveva ormai imparato a conoscere bene non solo perché Gianna ci abitava, ma anche per le innumerevoli passeggiate che avevano fatto insieme, per fare shopping o semplicemente per girare. Mica puoi abitare a Genova e fermarti alla soglia dei vicoli, diceva Gianna. Quello che era certo era che lei, Gianna, ci si sentiva perfettamente a suo agio, la sua casa era aperta a tutti, italiani e non, purché stessero alle sue regole, e se a qualcuno non andava bene, mica era un obbligo frequentarla. Nessuno l’aveva mai scippata, ma, come ogni tanto raccontava, una sua cugina era stata scippata in piena Albaro, zona signorile, alle due del pomeriggio. Ci sono persone, diceva, che trovano sempre mille motivi di infelicità e neanche uno di gioia. Li chiamava i baciati dalla cattiva sorte, quelli che hanno come unico hobby la compilazione di lunghi elenchi di disgrazie, trovando in ogni cosa soltanto motivi di mugugnare e lamentarsi. Lei non aveva nessuna intenzione di farsi suggestionare dagli spettri agitati da qualche politico non in perfetta buona fede, e da qualche giornalista non precisamente indipendente, solo perché la gwerx spaventata si governa meglio. La sua bellissima casa era in uno di quei minuscoli vicoletti che si dipanavano come una ragnatela, un labirinto, una rete di sottili rivoli grigi delimitati dagli alti muri delle case addossate l’una all’altra, strette nell’antica difesa – c’era dell’ironia in questo – contro i Turchi, i Mori, gli Arabi, insomma.
Spesso a febbraio Genova è fredda, più fredda che a dicembre o a gennaio, quasi che l’inverno in quei suoi ultimi guizzi volesse mostrare la sua potenza, gelando i corpi e le case, da cui il sole della primavera avrebbe impiegato più tempo a sciogliere il ghiaccio.
Il profumo della farinata e delle torte di una vicina friggitoria si mischiava con odori molto meno gradevoli. Piovigginava, e l’umido le entrava nelle ossa. Ma si sentiva il cuore leggero. Tutta la pioggia, il freddo, la puzza e l’umidità del mondo non avrebbero potuto, in quel momento, scalfirla.

A casa di Gianna il profumo era anche migliore di quello della friggitoria. Basilico fresco, minestrone, acciughe, frisceû di baccalà, torta di pinoli, tutto un miscuglio di odori che solleticavano le narici e facevano venire appetito.
Andrea non era ancora arrivato. Con tutta la buona volontà, non avrebbe potuto sostituirlo neanche con il famoso bagnon di acciughe di Gianna.
Gianna era ancora in grembiule, stava preparando una salsina dolce di sua invenzione, una sorta di gelatina di frutta. Un altro incantevole profumo.
– Ma quante cose hai preparato? – Le chiese Elisa, soffermandosi ammirata a guardare il bendidio sull’immensa tavolata della cucina.
– Beh – rispose lei, facendole l’occhiolino – gli uomini si prendono per la gola, anche se in questo caso per interposta persona. Spero che ci sarà qualcosa da festeggiare, stasera.
Elisa si sentì rincuorata. Almeno lui non aveva telefonato all’ultimo momento per dire che purtroppo non poteva proprio venire. A lei era venuta l’influenza, il giorno dopo la telefonata di Gianna. Luca si prendeva tutto quello che c’era in giro, e certo non poteva risparmiarsi l’influenza.
“Babba, secoddo te l’idfluenza viede perché i microbi haddo freddo e si scaldado dedtro di doi?” Era stata quella la domanda da cento milioni di dollari, questa volta. Cosa avrebbe potuto dire? Chissà, forse. L’unica cosa che sapeva era che si trasmetteva facilmente. Bastava che passasse prima di sabato… per fortuna era passata, grazie anche a un paio di robuste aspirine.
Il campanello continuava a suonare, uno squillo dopo l’altro, a ripetizione. Ci saranno state già sette o otto persone. Quando sarebbe arrivato, lui?
E finalmente, eccolo.
Ma a vederlo, Elisa sentì una fitta al cuore, incontrando lo sguardo freddo che aveva tanto temuto, gli occhi duri che la guardavano senza tregua, taglienti.

Non era quello il modo in cui Andrea avrebbe voluto guardarla. Aveva deciso di volerla vedere, e non era stato certo per mettere ancora più distanza tra loro. Ma adesso che era lì davanti a lui, l’orgoglio era tornato. Non le avrebbe fatto capire quanto aveva sofferto a causa sua. E dietro l’orgoglio la paura, forse, perché anche Andrea aveva paura. Anche lui non sapeva cosa aspettarsi, anche lui cercava, come poteva, di difendersi.
La pioggia adesso scendeva con rabbia, schiocchi di frusta sulla strada, lo sguardo di Elisa corse alla finestra, per non sentire più la durezza altrettanto sferzante degli occhi di lui fissi nei suoi, per ritrovare il coraggio.
Tornò a guardarlo.
– Andrea, io… vorrei parlarti. Per favore. Vuoi venire sulla terrazza con me? – La sua voce suonava così strana, velata, stanca, eppure determinata. Andrea pensò che anche lei doveva aver sofferto molto. La seguì.
La terrazza era chiusa, eppure gli scrosci erano così violenti che qualche goccia arrivava fino a loro, portata dal vento, infiltrandosi tra gli spifferi delle vetrate.
Non c’era nessuno, ma era quello che volevano.
– Voglio… voglio dirti quello che ho sentito in questi mesi, poi puoi farne quello che vuoi, ma devo cercare di spiegarti. Probabilmente è stata la paura, come dicevi tu, ma io credevo che fosse l’unica cosa ragionevole da fare. Continuavo a dirmi, non posso rischiare di far del male ai bambini, non posso mettere in pericolo tutto quello che ho, perché anche se ti amo così tanto, anche se avevi risvegliato una passione così grande… no, anzi, proprio per questo, ho pensato che … che tu avresti potuto portarmi a dimenticare tutto il resto, che sarebbe stata una rovina, un terremoto. L’istinto mi diceva che stavo sbagliando, che con te stavo bene, che quello che sentivo era amore, e l’amore non distrugge. Sapevo, dentro di me, che avresti potuto rendere la mia vita più bella, ma avrei dovuto abbandonarmi, avrei comunque dovuto perdere tutta una vita di certezze. Adesso so che sarei pronta a rischiare ma non so… quello che senti tu.
Elisa lo guardò, fermandosi di botto, come se le fosse impossibile pronunciare anche solo un’altra sillaba, Aveva il viso umido di pioggia, e probabilmente anche di lacrime.
Per un attimo Andrea ebbe la tentazione di lasciarla piangere per un po’. Tutto il dolore che aveva provato a causa sua gli aveva lasciato una vena di crudeltà. Ma si vergognò del pensiero, anche per le cose che lei gli aveva detto, e per come le aveva dette, senza difese, con tutta l’anima sulle labbra. E comunque, anche se avesse voluto non avrebbe potuto. Le sue emozioni erano incontrollabili di fronte a lei, e sapeva di amarla al punto che avrebbe sofferto ancora per lei, e l’avrebbe ancora perdonata.
Alzò una mano a sfiorarle il viso. Non riusciva a toccarla, anche solo un contatto casuale, senza che il desiderio di lei gli scombussolasse tutte le funzioni vitali.
Cosa c’era in lei che ogni volta che la vedeva gliela faceva immaginare distesa nuda su un letto, aspettando solo di far l’amore con lui? Non aveva il fascino distante e irreale di una diva del cinema, i suoi sguardi non erano, di solito, sguardi assassini, almeno non volutamente. Si possono lanciare involontariamente sguardi assassini? E un uomo può seriamente farsi domande di quel genere? Certo, era vero che il modo in cui i suoi occhi si illuminavano quando lo guardava gli era sempre piaciuto, ma… vestiva anche in modo piuttosto sobrio, anche se in un paio di occasioni gli era venuta una tentazione alquanto sciovinisticamente possessiva di chiederle dove diavolo credeva di andare vestita così, e questa era una di quelle. Ma non era la luce nei suoi occhi, e non era il vestito. Tutto quello che voleva, anche adesso, era di stringere quel suo corpo morbido e caldo e far l’amore con lei fino a non poterne più. Ecco, forse era proprio questo, quella sua qualità morbida, rotonda, concava. gli veniva da dire, o forse la parola era “ricettiva”, nel modo in cui si abbandonava senza pudore e senza paura. La paura, semmai, veniva dopo.
Elisa lo guardò, vide tutto questo nei suoi occhi, e stranamente si mise a piangere ancora più forte, ma non stava piangendo, stava ridendo, senza sapere perché. Di felicità, forse. Di sollievo, di tensione che improvvisamente si scioglieva.
– Chissà cosa penseranno lì sotto – disse, quando si fu un po’ calmata, – Non è proprio una giornata da starsene a godersi il fresco sulla terrazza.
– Se sapessi quanto me ne importa di quello che pensano. Per tutto questo tempo volevo solo te, e anche adesso voglio solo te. Possiamo tornare giù, se vuoi, possiamo andare a cena, e se ti fa sentire meglio, posso andarmene prima di te, perché non ci vedano uscire insieme. Basta che dopo vieni a casa mia. Ho immaginato ogni sera di far l’amore con te, e ad ogni sera il desiderio cresceva, e adesso è diventato insopportabile.
Elisa sorrise, abbassò gli occhi. C’era un’ombra di rimprovero, in quella parole, ma era il calore del suo sguardo a farle abbassare gli occhi, adesso.
– Non ha importanza – disse. – Possiamo andare via insieme, non ho più bisogno di nascondere niente. Se non mi nascondo più a me stessa, perché dovrei nascondermi agli altri?

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV (continua)

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Elisa sospirò. Era sempre una lotta per trovare le chiavi nella borsa. Anche quando era una borsetta piccola, da tracolla e con solo due tasche, come quella che portava in questo momento. C’erano sempre documenti, carte, oggetti che ci finivano chissà come, spiccioli sparsi. Sentiva il tintinnio, sapeva che dovevano esserci, ma chissà dove erano finite. In quel momento suonò il telefono. Tipico, pensò lei. La gente deve avere sviluppato un sesto senso per chiamarti solo quando sei sotto la doccia, o stai mangiando, o sei fuori dalla porta e non trovi le chiavi per aprire.
Ma finalmente riuscì a trovare le benedette chiavi, e ad aprire la porta, incredibilmente ancora in tempo per rispondere. Era Gianna. Di nuovo. Sapeva che si stava comportando male con l’amica, aveva rifiutato tutti i suoi inviti negli ultimi mesi. Proprio non aveva voglia di ritrovarsi in mezzo a un mucchio di facce semi-sconosciute, a mangiare troppo, bere troppo, sentire musica troppo alta.
Naturalmente non era quella l’unica ragione. Lo sapeva Elisa e lo sapeva anche Gianna. Si erano viste un paio di volte nell’intervallo di pranzo, quasi di sfuggita, e Gianna non aveva perso occasione per sgridarla.
“Ti stai arrendendo”, le aveva detto. “Ti stai facendo prendere da troppe cose che non sono importanti. Lasci passare il tempo, solo perché scorre così in fretta sembra che siano passati solo pochi giorni, e invece sono mesi. Gli uomini non aspettano in eterno”.
Quelle parole l’avevano stupita, perché Gianna era sempre stata piuttosto perplessa riguardo alla sua “storia” con Andrea, anche prima che diventasse tale. Forse aveva anche contribuito a farle pensare che seguire l’istinto potesse rivelarsi una scelta potenzialmente eversiva, oltre che dagli esiti incerti. “Hai un marito meraviglioso, non capisco cosa vai cercando”, le aveva detto più di una volta. “Non si può rivoluzionare tutto così. La tua vita ha preso un certo indirizzo, hai preso certe decisioni, magari adesso decideresti diversamente, ma ormai quello che è stato è stato. Come fai essere sicura che con Andrea non ti troverai, tra qualche anno, nella stessa situazione in cui sei adesso con Matteo?” E giù altri ammonimenti sulla passione che finisce, sull’amore che diventa “stima e rispetto reciproco”. Elisa si era sempre ribellata: “ma se l’amore per te è questo, allora in che cosa si distingue dall’amicizia? E come si può pensare di continuare a portare avanti una scelta sbagliata, solo perché ormai l’hai fatta e cambiare comporta dei rischi?”
Eppure il tarlo l’aveva tormentata per tutto quel tempo. C’erano voluti diversi mesi e una buona opera di convincimento da parte soprattutto di Fabrizio, perché Elisa si rendesse conto di odiare tutti gli “ormai”, e di non essere una perversa rovinafamiglie per questo.
Non che Gianna avesse inteso giudicarla, del resto lei era tutt’altro che una moralista. Gliel’aveva detto esplicitamente, forse era solo perché quello che Elisa aveva, una famiglia stabile e dei figli, era proprio quello che mancava a lei.
– Senti, Elisa, non so se faccio bene – le disse al telefono quella sera. – Come la penso lo sai, ma mi sto convincendo che forse non avevi torto, il prezzo da pagare è troppo alto. Ti vedo affannarti dietro a mille cose, freneticamente e senza fermarti mai, come se avessi paura di fermarti. Ed è la stessa cosa che vedo fare ad Andrea. Siete davvero simili in questo. Vi buttate a corpo morto nel lavoro, e in un fiume di altre attività che vi occupino il cervello, però non ci mettete più nessuna gioia. E per come vi conosco, siete due persone piene di gioia di vivere. Sinceramente mi fa male vedervi così. Io credo che a questo punto tu devi guardare in fondo a te stessa, decidere quello che davvero vuoi, deciderlo definitivamente, pesando tutte le ragioni della tua scelta, e poi, qualunque sia questa scelta, parlarne con lui, e fargli capire che se scegli di rischiare, lo farai mettendoci un vero impegno, e se scegli di non amarlo più, non avrai poi né cedimenti né rimpianti e soprattutto non cambierai idea.
– Lui… lo hai visto? Come sta?
– Come vuoi che stia? Metà delle infermiere che lavorano per lui gli fanno gli occhi dolci. Lui è sempre gentile, una persona dolcissima, ma ha qualcosa di impenetrabile, non si smuove neanche di un millimetro. Però prima queste cose le prendeva allegramente, adesso credo che non se ne accorga proprio. Ma te l’ho detto qual è la cosa peggiore. Anche se continua ad essere gentile con tutti, e anche se non lo ammetterebbe mai, io che lo conosco vedo benissimo che ha dentro molta rabbia e molto dolore.
Elisa aveva scelto di non preoccuparsi del dolore di Andrea. Aveva pensato che se fosse rimasta con lui, avrebbe fatto del male alla sua famiglia. Essendosi fatta carico del dolore dei suoi bambini, avendo rinunciato a lui per la fatica e i rischi che le avrebbe comportato uscire da una situazione ormai assestata, avendo lasciato che la paura del giudizio altrui occupasse tutte le energie che aveva a disposizione, non avrebbe potuto affrontare l’idea che anche Andrea avrebbe sofferto. Era troppo per lei. Aveva rifiutato di pensare che lui l’amasse così tanto. Si era detta persino – se ne vergognava molto, e non l’aveva confessato a nessuno – che lui era un uomo, e che gli uomini dimenticano più in fretta. Paura. Solo paura. Adesso doveva fare i conti con la realtà. Aveva già deciso che voleva parlargli, adesso doveva farlo, accettandone le conseguenze, guardando in faccia il male che gli aveva fatto, anche se avrebbe potuto essere così tanto da allontanarlo da lei definitivamente. Le decisioni, anche quelle che si prendono per restare tranquilli e sfuggire a emozioni troppo forti, hanno sempre degli effetti sia per chi le ha prese, sia per gli altri, e a volte sono effetti a cui non si era pensato.
– Cosa dovrei fare secondo te? Non posso parlare con lui di queste cose per telefono. Lo so che l’ho fatto, l’altra volta, ma è proprio per questo. Hai ragione tu, se prendo una decisione definitiva, qualunque sia, devo avere il coraggio di dirglielo in faccia.
– Mi ha promesso di venire sabato da me. Ho organizzato una cena a casa mia, e naturalmente ci saranno anche altre persone, del resto credo che sarebbe anche più imbarazzante se avessi invitato solo voi due, tipo colloquio chiarificatore. Però credo che questa occasione dovresti prenderla al volo. Lui non sa che vieni, ma non so perché, ho la sensazione che non gli dispiacerebbe.
Chissà, pensò Elisa. Si era detta che doveva accettare quello che sarebbe venuto, prendersi la responsabilità delle conseguenze delle sue decisioni, ma per tutto quel tempo buona parte del motivo per cui non aveva fatto niente era stata l’ansia per la risposta che lui le avrebbe dato.
Ma alla fine pensò, non posso stare peggio di come sto adesso. Comunque non lo vedo, comunque non è con me, e se non gli parlo, non avrò mai la possibilità che le cose cambino.
– Va bene – disse. – Verrò.
Di là dalla camera di Roby le arrivavano le note di Knock on Wood cantata da Eddie Floyd. L’avevano cantata spesso, nelle loro serate con la chitarra, più o meno vent’anni prima, e le parole le ricordava bene. – “Non voglio perdere questa cosa così bella; se dovesse succedere, certo perderei moltissimo, perché il tuo amore è meglio di qualunque altro amore che io conosca. E’ come il tuono, come il fulmine, il modo come mi ami mi spaventa…”. Ad Andrea piaceva quella canzone, e le parole erano così vicine ai suoi pensieri che le sembrarono un segno. Se fosse un segno positivo non poteva saperlo, ma decise di sì. Quello che voleva era conservare per sempre quel senso di leggerezza, quella musicalità lieve che adesso guidava i suoi movimenti, dove prima c’era stata solo fatica.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV

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Andrea aveva fatto il chirurgo per sbaglio. Quello che aveva sognato, uscendo dall’università, era di fare il ricercatore, probabilmente nel campo della genetica. In qualche modo si vedeva benissimo tra le provette, nell’ambiente asettico di un laboratorio.
Ma fin da quando faceva praticantato gratuito negli ospedali come specializzando, il primario del reparto di chirurgia di allora aveva osservato non solo che aveva una “buona mano” per le operazioni, ma anche che aveva un ottimo contatto con le persone, riusciva sempre, per quanto era possibile, a rasserenarle. Loro sentivano la sua partecipazione alle loro ansie e alle loro paure, si sentivano meno soli e più fiduciosi.
– Questo sì che è un dono veramente raro – gli aveva detto il dottor Cangiani. E lui, che aveva una sconfinata ammirazione per il “Professore”, a quelle parole era diventato rosso, o almeno, aveva temuto che sarebbe successo. Era stato a causa del dottor Cangiani che alla fine aveva cambiato il corso della sua vita. Del dottor Cangiani e del periodo di professione negli ospedali inglesi, dove ancora una volta non avevano perso occasione di dirgli quanto era straordinario il suo modo di comunicare con i pazienti, e lo avevano attribuito al fatto che era italiano. E Andrea, che conosceva benissimo la spocchia e il distacco condiscendente di certi “baroni” italiani, si era sentito un po’ più orgoglioso delle sue origini, e ancora un po’ più incline a dedicarsi, tutto sommato, alla chirurgia.
E adesso, eccolo qui. Assistente del primario – un primario molto diverso da Cangiani, purtroppo – innamorato del suo lavoro e costretto, a volte suo malgrado, a non lasciar trapelare le emozioni, o non troppo, comunque. A mantenere la sua freddezza professionale, almeno per quanto era necessario a non fargli tremare le mani.
Perché già allora, quando Cangiani gli aveva detto, e lo avrebbe ricordato per sempre “hai un’ottima mano, e una testa anche migliore, ma la parte a cui devi stare attento è il cuore”, si era reso conto che all’esterno le sue mani apparivano ferme, senza neppure il più piccolo fremito, e tanto di più quanto più la situazione era delicata, ma dentro di lui, invece, ogni volta doveva combattere contro l’ansia, e peggio ancora, contro il dolore quando, nonostante tutto, non riusciva a salvare qualcuno.
Gli era capitato di operare ragazzi usciti da un incidente in condizioni disperate, e qualche volta era riuscito a strapparli alla morte, qualche volta no. In tutti e due i casi, dopo, quando la tensione lo aveva abbandonato, avrebbe voluto potersi lasciar andare e piangere senza ritegno, ma sapeva di non poterselo permettere. Gli altri medici, i suoi pazienti, si fidavano di lui perché sapevano che poteva scherzare con loro, ascoltare le loro confidenze, incoraggiarli e confortarli, ma al momento buono, sarebbe stato capace di allontanare qualunque cosa potesse fargli tremare le mani. Confidavano nella sua sicurezza, nella sua forza, anche loro. Non si sarebbe mai liberato di quella sua maledetta sorte, di dover essere sempre la roccia di qualcuno?
Avrebbe dovuto essere contento, perché in quel periodo gli stavano capitando solo interventi non molto gravi, dunque non troppo distruttivi emotivamente. Ma non dipendeva da quello.
Era soltanto un momento nero, e lo sapeva. Gli era successo altre volte, e di solito gli passava nel giro di pochi giorni. Questa volta forse ci sarebbe voluto un po’ di più, ma sarebbe passata anche questa. Cinque mesi, e Elisa gli mancava ancora. Aveva sperato, era stato quasi sicuro, che si sarebbe resa conto abbastanza presto dell’insensatezza della sua decisione. Invece non gli aveva più telefonato, nemmeno una volta, nemmeno per sentire come stava, dopo che avevano condiviso le cose più importanti della loro vita, tutto il dolore e tutta la gioia che era possibile sentire, “nel bene e nel male”, gli venne da pensare.
Irrequieto, prese a cambiare uin disco dopo l’altro, senza sapere che cosa esattamente stesse cercando. La voce di diamante grezzo di Springsteen riempì la stanza, graffiando “It’s gonna be a long way home”. E poi sei sparita / Potevo respirare lo stesso verde intenso dell’estate/ Sopra di me risplendeva lo stesso cielo notturno /In lontananza potevo vedere la città dove sono nato / Sarà lunga la strada per tornare a casa / Ehi, tesoro, non aspettarmi… Un attimo dopo Springsteen lasciava il posto agli Eagles. Non sapevo quanto fossi solo, prima di incontrarti… no, decisamente no. Fossati forse? E giù alberghi della posta / Per ritorni senza eleganza e senza sosta / Stiamo volentieri ad aspettare / che la nostra casa stessa prenda il mare

Mentre stava studiando un trattato sulle malattie dell’apparato digerente – non certo una lettura domenicale amena, ma aveva deciso che era l’ora di dedicarsi un po’ all’aggiornamento – squillò il telefono. Ci mise un po’ a rispondere. Era un periodo che il malefico apparecchio non squillava spesso. Lo aveva chiamato Marco, un paio di volte, e una volta Filippo, ma loro sapevano quando non era il caso di rompere troppo le scatole, e poi erano sposati, avevano bambini, non è che si facessero sentire troppo. Lui non aveva neppure quella scusa, solo che non si sentiva dell’umore giusto per spensierate conversazioni stile periodico sfogo e coalizione di tre uomini momentaneamente soli, che di solito davano la stura ad ogni più vergognoso istinto – guardare la partita mangiando pop-corn davanti alla televisione, sparlare delle donne generalmente adorate, lamentarsi della propria condizione di maschio-oggetto, lasciarsi andare ad espressioni corporali che di solito dovevano essere rigorosamente trattenute. No, proprio non era nello spirito adatto.
Comunque era Gianna.
– Stavo per mettere giù, credevo che non ci fosse nessuno, ma per come ti ho visto oggi non mi sembravi uno che si sta preparando a una serata godereccia.
– Mi hai visto oggi?
– Sì, io ti ho visto, anche se tu invece andavi in giro a testa bassa tipo toro all’attacco, e ti usciva anche il fumo dalle narici e dalle orecchie. Lo so che non ti sei accorto di me, eri troppo impegnato ad essere incazzato nero col mondo.
Andrea non poté trattenere un sorriso. L’aveva ritratto proprio bene, bisognava dirlo.
– Ti ho chiamato proprio per questo – continuò lei. – Va bene che non lavoro nel tuo reparto, per mia fortuna, ma anche così, non ti posso più sopportare con la luna sempre storta in questo modo. Anche solo vederti passare mette l’angoscia. E poi non è da te. Ho deciso che questa volta dovrai venire alla cena che organizzo per sabato prossimo, e non accetto un no come risposta.
Andrea non disse no. Dopo tanto tempo passato a evitare con cura ogni possibilità di incontrare Elisa, adesso voleva vederla. Ma non voleva chiedere a Gianna se lei ci sarebbe stata. Era sicuro che l’avrebbe invitata, ma sarebbe venuta? Avrebbe accettato la possibilità di vederlo? Per mesi e mesi aveva rifiutato ogni invito di Gianna – lei dava una festa ogni quindici giorni, era incredibile – e non aveva visto nessun altro dei suoi amici. Quasi tutti erano amici comuni, suoi e di Elisa. Non aveva rinunciato al suo tennis, ma per il resto se ne era stato lì, rintanato, in letargo, e questo non gli piaceva. Fuori la caccia era ancora aperta, ed era ora di tornare nella mischia. Una nuova luce di combattività si accese nei suoi occhi. Avrebbe fatto tutto quello che poteva per riconquistare Elisa. E se poi non ci fosse riuscito, in qualche modo doveva comunque ricominciare a fare i conti con il mondo, con le altre donne. Magari sarebbe andato in America a raggiungere Monica, o sarebbe tornato in Tanzania, pensò, tornando finalmente per un momento a sorridere di se stesso..

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – III (segue)

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Passò Natale e passò Capodanno. In una giornata di gennaio tersa e gelida, con un vento che soffiava impetuoso e gli spettrali aloni di luce dei lampioni appena accesi alle cinque del pomeriggio, Elisa decise di tornare nel suo bosco, in cima alle colline del Righi. Cercava la vita sotterranea e misteriosa di un tempo, le case degli abitanti fatati della foresta nascoste tra le foglie. Il tramonto infiltrava tra i rami raggi rosso sangue. Elisa pensò a Raf.
No, non riusciva a trovare quello che cercava. Al contrario, si sentiva estranea, quel mondo non faceva più parte di lei, quegli alberi spogli, secchi, con ogni traccia di vitalità cancellata dall’immobile, silenziosa, inerte accettazione di tutto quello che capitava, sole, pioggia o neve.
Aveva bisogno di parlare con qualcuno che potesse ascoltarla. Non darle delle risposte, questo no, le risposte poteva trovarle in se stessa, ma solo se fosse riuscita a parlare di quello che sentiva con chi poteva capire.
E sentiva, fortissimo, il bisogno di parlare di Andrea.
La prima con cui si confidò fu Gianna. Gianna che le aveva invidiato quel marito così dolce e arrendevole, quel matrimonio quieto e senza sorprese, e un po’ le invidiava Andrea. Però era una vera amica, e aveva visto tutto il dolore negli occhi di entrambi, e le disse solo:
– Se sei sicura di quello che senti, devi dirglielo, altrimenti te ne pentirai per tutta la vita.
Poi lo disse a Cristina, sempre un po’ distante, troppo presa dalla sua famiglia. La sua reazione suonò più o meno tipo:
– Non saprei cosa dirti, penso che nessuno meglio di te saprà cosa vuoi fare. – Il che avrebbe dovuto essere vero, del resto.
Marisa, la saggia, pacata Marisa le lanciò uno di quei suoi sguardi penetranti, e commentò:
– Beh, io un po’ me lo aspettavo. Sicuramente devi valutare bene, prima di prendere una decisione così importante.
Alla fine Elisa si sentiva più confusa di prima. Nessuna di loro le aveva dato il consiglio che cercava. Ma era un consiglio che voleva, allora? Forse quello che le serviva era parlare con un uomo. O, più esattamente, parlare con Fabrizio. Ogni volta che lo rivedeva era come rivivere un pezzo del dolore che ancora aveva dentro per Raf, però le mancava molto il suo pragmatismo, e soprattutto, la sua capacità di comprendere tutto e non giudicare mai.
Nel buio le luci delle case, le insegne dei negozi, i fari delle auto sembravano tante lucciole, o una sorta di strane stelle più grandi del normale, più luminose, stelle dorate ma anche rosse, o bianche, o verdi.
Elisa era stata sempre affascinata dalle luci che si accendevano di sera nelle case, dietro le tende. Immaginava come poteva essere la vita dentro quelle stanze, in quelle case. Sapeva che le persone che erano lì non erano diverse da quelle che incontrava ogni giorno sul lavoro, in fila alla posta, nei negozi, o davanti alla scuola dei bambini, ma tutto le sembrava differente, quando quelle luci serali si accendevano risaltando contro il cielo nero. Era che una vita sola non le bastava, e avrebbe voluto sfiorarle tutte. Solo sfiorarle, mantenendo tutto quello che aveva come un punto di riferimento. Non avrebbe mai voluto che le cose andassero diversamente, ma … sapere quello che c’era in un altro luogo, in altre possibilità di esistenza, nelle scelte che non aveva fatto.

Fabrizio le parve stanco, provato dal dolore ancora recente, ma pronto ad ascoltarla come sempre. Sedettero in cucina bevendo un caffè. Elisa lo osservò con un sorriso divertito mentre, come al solito, lui metteva il cioccolatino nella tazza, mescolava con cura fino a farlo sciogliere completamente, avvicinava la tazzina alle labbra, aspirandone il profumo prima di sorseggiare il contenuto con evidente piacere. Da quando ricordava, gli aveva sempre visto compiere quel rito, più o meno due volte al giorno tutti i giorni. Non aveva mai troppa fretta, non c’era mai qualcosa di così importante da indurlo a rinunciare a quella piccola gioia quotidiana.
– E’ insolito, non ti sembra? – Gli disse. – Moltissime persone accompagnano il caffé con un cioccolatino, ma non ho mai visto nessuno mettere il cioccolatino direttamente nel caffè.
– E’ una cosa che faceva sempre mia madre, quando era ragazzo. La prima volta avrò avuto dodici o tredici anni, dovevo essere piuttosto intrattabile quel giorno. Lei mi ha preparato questo intruglio, cioccolato fondente, caffé forte e pochissimo zucchero. “Bevilo” mi ha detto, “vedrai che poi le cose ti sembreranno meno nere”. E così, siccome quella prima volta ha funzionato, dopo ha continuato a farmelo sempre, ogni volta che mi vedeva ingrugnito, come diceva lei. Ho mantenuto l’abitudine, e anche Viviana lo sa che se mi sveglio con la luna storta, mi basta questo per mettermi a posto. E’ pazzesco, lo so, ma non ha mai fallito, forse perché è comunque difficile restare di cattivo umore mentre bevi qualcosa di così buono.
– Beh, direi che a giudicare dalle volte in cui ti ho visto di cattivo umore, l’intruglio deve avere effetti davvero miracolosi. Dovrò provarlo anch’io prima o poi.

– Che tra te e Andrea ci fosse qualcosa di più di quello che tu volevi ammettere mi sembrava evidente – disse con un sorriso, quando infine lei riuscì a tirar fuori la sua “confessione”.
– Sono passati quattro mesi, e ho continuato a fare quello che ho sempre fatto, però… non voglio dire che la mia vita è vuota, non è questo. Sembra che tra la casa, il lavoro, gli impegni, i libri che leggo, non avrei dovuto neanche avere il tempo di pensarci, ma non è neanche il pensarci la cosa peggiore. Anche quando non ci penso, anche quando sto bene, quando mi dedico alle cose che considero importanti, manca qualcosa. Credo di aver perso… l’allegria, forse. E’ come se facessi tutte queste cose solo per occupare il tempo, ma non mi coinvolgono.
– Mi sembra che tu stia scappando, perché non mi dici che cos’è che ti spaventa così tanto? – le chiese lui con dolcezza. – Non sei sicura di quello che senti?
– Sì, io… sono abbastanza sicura, no sono sicura, almeno, sono sicura che lui mi fa stare bene, ma se poi invece fosse solo un’infatuazione? Butterei all’aria tutto, rivoluzionerei la vita di un sacco di persone, per niente.
Lui la guardò, a lungo, con quegli occhi che le davano sempre l’impressione di entrarle in profondità nell’anima.
– Ho qualche dubbio che sarebbe “per niente”. Mi sembra evidente che comunque adesso non stai bene. Ma non credo che tu pensi davvero che si tratti di un’infatuazione.
Elisa abbassò la testa, sorridendo
– No, non lo credo davvero. – Poi il sorriso scomparve. – E’ che non sono sicura di niente. Credo di amarlo molto, ma non so se sarà ancora così tra cinque anni, tra dieci anni. Credevo di amare anche Matteo, ma le cose finiscono ed è così difficile da accettare. Se succedesse un’altra volta?
– Benvenuta nel mondo reale, dove non ci sono tutte quelle belle certezze, l’amore eterno, l’unico uomo, o donna, della tua vita… non è che queste cose non esistano, ma l’amore, come dice Fossati, spezza le vene delle mani. Costruirlo costa fatica. Ogni giorno devi reinventare qualche cosa, ogni giorno devi combattere con aspetti che non ti vanno, qualche spigolo da smussare, oppure con qualche parte di te che scalpita, che si sente legata, che vorrebbe essere altrove. Devi sempre ricordarti perché hai scelto quella persona, e quando te lo ricordi, rinnovare quella scelta tutti i giorni, e cercare ogni giorno di essere come lui, o lei, ti ha scelto, restituirgli le stesse emozioni, il lato di te che lui ama di più, e anche sorprenderlo ogni giorno. L’amore non è mica facile.
– Anche a te succede di voler essere da un’altra parte, o di sentirti legato?
– Adesso non più. No, dopo un po’ l’ho capito, che avevo esattamente quello che volevo. Quello che ancora mi succede, è di sforzarmi ogni giorno di non dimenticare quello che ha fatto innamorare tua madre di me, e di non prendere mai niente per scontato. Quando le porto un vaso di margherite, o le faccio vedere qualcosa di nuovo, o riesco a stupirla con un pensiero, o una parola o un gesto che non si aspettava, è come se davvero ricreassi tutto ancora una volta. Quando smetti di sprecare energie nella paura, o di lasciarti spaventare dalla fatica che si fa, scopri che sono emozioni meravigliose.
Fabrizio sembrava essersi allontanato per un attimo, il sorriso più dolce, lo sguardo perso lontano, quel velo di malinconia che non scompariva, attenuato però dalla consueta calma serenità. Si riprese quasi subito. – Comunque, tornando a noi, credo di capire cos’altro ti spaventa. Io credo che l’infelicità e la felicità siano entrambe contagiose, si trasmettono a chi ti sta intorno. I bambini capiscono molte più cose di quelle che crediamo e soffrono o sono contenti per cose che in gran parte ci sono ignote. Datti il tempo per ascoltare, te e gli altri, e trovare la strada più giusta per tutte le persone che ami.
– Vuoi dire… mi stai dicendo di diventare l’amante di Andrea?
– In un certo senso, sto dicendo proprio questo. Capisco che possa esserne turbata ma non credo che ti sorprenda. Se vuoi un’opinione che segua la morale comune, devi chiederla a un moralista, non a me. Immagino di poter essere considerato un vecchio rompiscatole, e magari anche con una morale discutibile, ma le cose discutibili mi sono sempre piaciute di più di quelle indiscutibili e comunque è sempre meglio questo, che essere un vecchio che ha raggiunto la pace dei sensi, dell’anima e del cervello. In realtà quello che sappiamo è soltanto che più le scelte sono complesse e coinvolgono altre persone, più richiedono tempo.
– Non credo che potrei. Vedersi di sfuggita, con un occhio all’orologio, stare attenti a evitare i posti dove possono vederci insieme… una vita di sotterfugi, una vita squallida. Renderebbe tutto più meschino.
– Non c’è niente di squallido o di meschino in una scelta d’amore, se non l’invidia degli altri. E’ bello che tu sia così contraria ai compromessi, ma qualche volta sei troppo intransigente con te stessa. Sembra quasi che davvero credi che per far stare meglio gli altri devi soffrire. Non è così.
Elisa tacque. Come Raf, Fabrizio aveva spesso quella capacità di dire cose che ti costringevano a pensare, magari discutevi, ti scaldavi, ti ribellavi, però comunque dovevi ragionarci, vedere le cose da un altro punto di vista, e spesso succedeva che ti accorgevi che aveva ragione.
– Senti, Elisa, io non voglio fare il maestro di vita di nessuno, però adesso ho i capelli bianchi, e qualche cosa posso dirtela. Quello che ho sempre cercato di fare, quello che ha dato senso alla mia vita, è cercare di essere libero. Non so se ci sono riuscito fino in fondo, e sicuramente ho fatto del male a qualcuno. A Raf più di tutti. Anche quando vedevo che qualcosa non andava, non ho mai capito l’intensità del suo dolore. Credevo di doverlo lasciare libero di decidere lui che cosa dirmi e quando dirmelo, e non ho capito che forse, invece, lui aveva bisogno che gli andassi incontro. L’ho amato moltissimo e non sono riuscito a scoprire la fragilità che gli ha spezzato la vita. Ma sono solo un essere umano, non potevo fermare i suoi pensieri, o le sue mani. Ci sono cose sulle quali non abbiamo controllo, e il senso di colpa non serve se non a nascondere la vera causa del tuo dolore e l’inevitabilità del distacco. La morte non puoi fermarla. Ogni amore è fatto anche degli amori che ci sono stati prima, ma ogni storia d’amore è unica e irripetibile, e vale la pena di essere vissuta, e ogni storia d’amore allontana un poco la morte. Non credo di avere rimpianti, tutto quello che abbiamo lo abbiamo in prestito, e non possiamo fare altro che curarlo con gratitudine e con amore, fino a che ci viene lasciato. Tutto il resto, il senso comune, le convenzioni, i sensi di colpa, la paura, non ha nessuna importanza. Questo è quello che credo io, ma sei tu a dover decidere, a doverti creare la tua scala di valori e i principi secondo i quali vuoi vivere. Basta che non siano troppo severi, e che tu sappia perdonarti se qualche volta non riesci a vivere all’altezza degli ideali – concluse, tornando a sorriderle.
Alla fine, Elisa aveva dovuto ammettere che non solo probabilmente Fabrizio aveva ragione, ma che a voler essere sincera, era andata da lui anche per questo, per sentirsi dire quello che lei non aveva il coraggio di pensare.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – III (continua)

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Non si poteva dire che Elisa non facesse di tutto per trovare continuamente cose che la tenessero occupata. Cose che le piacevano, che faceva volentieri. Ma non poteva impedirsi di avere un corpo, e quel corpo aveva dei desideri suoi, non poteva impedirsi di avere un cervello, un cervello che a volte pensava da solo. Non poteva impedirsi di fare le piccole, noiose, monotone cose che lasciano vagare l’immaginazione, come lavare i piatti o sgusciare piselli o pulire il bagno. E in quei momenti, non aveva controllo sulla sua fantasia. E nella sua fantasia, c’era Andrea.
Una delle cose che riuscivano a distrarla era l’associazione che si occupava dei “ragazzi perduti”, quelli che avevano smarrito la strada, i “casi difficili”, con cui aveva contatti abbastanza frequenti.
La Città del Sole. Un nome bellissimo, una bellissima utopia. L’utopia di comunicare con questi ragazzi, anche quelli che avevano commesso un reato, o comunque erano ai margini della società, come persone, recuperarne l’indivisibile integrità, con tutte le sue sfumature e i suoi contrasti. Negli anni Elisa aveva finito per odiare parole come “deviante” o “delinquente”, la loro capacità di inghiottire tutto il resto, di ridurre tutto ad un’unica, onnivora caratteristica, la distanza da una pretesa normalità. In quel tempo ne aveva conosciuto tanti di ragazzi “devianti”, e non ce n’era uno uguale all’altro. Avari o generosi, sensibili o insensibili, timidi o strafottenti, seri o portati allo scherzo, coraggiosi o pieni di paura, taciturni o invasi da un inesauribile bisogno di parlare. Aveva capito che non si poteva “rieducare” nessuno cercando di imporgli dall’alto dei principi astratti, ma che il rispetto e l’ascolto potevano fare miracoli. Aveva visto ragazzi considerati “irrecuperabili” cambiare profondamente nel giro di pochi mesi.
L’associazione era nata qualche anno prima, per iniziativa di qualche persona di buona volontà, e adesso collaborava stabilmente con il tribunale. Spesso organizzavano conferenze e seminari a cui partecipavano giudici, avvocati, psicologi e altri specialisti. Naturalmente il rischio era quello di “parlarsi addosso”, come si dice, di ritrovarsi a discutere tra addetti ai lavori, di compiacersi del proprio impegno e di non risolvere niente. Ma Elisa sapeva che bisognava abbattere dei muri, che continuava ad esserci un “dentro” e un “fuori”, un “noi” e un “voi” separati da muri mentali, molto più difficili da abbattere. Aveva insistito varie volte perché i ragazzi che avevano ripreso in mano la loro vita, anche grazie all’associazione, ma non necessariamente, fossero chiamati a raccontare la loro esperienza. Aveva incontrato molto scetticismo, e in realtà era successo pochissime volte, ma per lei era già una piccola vittoria.
In quel periodo si stava elaborando un progetto per il nuovo codice di procedura penale, che prevedeva per i minori molte possibilità diverse dal carcere, e l’associazione le aveva chiesto di intervenire in un dibattito sulla riforma. Elisa era stata tentata di rifiutare, si sentiva così stanca, tutto in quel momento le sembrava inutile, una lotta sterile, una perdita di tempo. Per convincerla le avevano promesso che avrebbero chiamato a parlare ben due ragazzi che avevano terminato l’anno prima un programma di “recupero”, uno di loro aveva ricominciato a studiare e voleva prendere un diploma, l’altro aveva trovato lavoro. Alla fine si era imposta di dire di sì, sapendo che l’argomento l’appassionava, che avrebbe avuto una scusa per occupare la mente, e in parte era stato così.
Adesso si trovava in una bella sala in uno dei palazzi dei vicoli, quelle cose misteriose che all’esterno sembrano solo muri scrostati di catapecchie dimenticate lì da tempi lontanissimi e oscuri, e poi entri, sali scalinate di marmo o di ardesia, e ti trovi in queste sale che entrano l’una dentro l’altra, le forme irregolari dei muri, un sali e scendi di gradini, soffitti a vela, affreschi, statue, giardini. Genova è una città schiva, ha un suo ritegno, non ostenta la sua bellezza. Va conquistata passo dopo passo, giorno dopo giorno, e bisogna sapere che la conquista non sarà mai completa, non è una città che si lasci soggiogare, rinchiudere in una definizione. Quando credi di aver trovato la chiave, una possibile chiave, di nuovo ti sorprende trasformandosi, ridiventa sfuggente ed elusiva come le sirene del Mediterraneo.
Intorno al tavolo sedevano i relatori. Ricordava ancora che impressione, la prima volta che l’avevano messa tra i “relatori”, quelli che avevano qualcosa da dire e stavano lì come in cattedra. Era come trovarsi dalla parte del professore che fa le domande, invece di quella dello studente che deve rispondere, una sensazione strana, la sensazione di essere definitivamente “cresciuta”. Ma aveva continuato, e continuava ancora adesso, a sentirsi sotto esame. Avrebbe poi avuto davvero qualcosa da dire, qualcosa di abbastanza importante da giustificare la fiducia della presidente dell’associazione e di tutte quelle facce sconosciute che erano lì anche per ascoltare lei?
Alla sua sinistra la dottoressa Pavolini, una donna molto intelligente ma che a Elisa non era particolarmente simpatica, le sembrava che avesse sempre verso gli altri un atteggiamento di condiscendenza, aveva sempre fretta, come se solo lei avesse cose importanti da fare, e quando non era d’accordo su qualcosa, semplicemente, smetteva di ascoltare, non rispondeva, non reagiva. Come se il suo interlocutore fosse scomparso dalla faccia della terra. Ci sarebbe voluto Andrea, per farla scendere dal suo piedistallo. Ma non doveva pensare ad Andrea.
Dall’altra parte aveva l’avvocato Nicola Congia, un ragazzo simpaticissimo con un sorriso sbarazzino che le ricordava Marco, anche se fisicamente era molto diverso. Piuttosto alto, i capelli castani sempre un po’ spettinati, begli occhi chiari. Era stato all’associazione che per la prima volta i rapporti di Elisa con gli avvocati erano andati un po’ più in là del più formale “buongiorno, mi dica”. Di solito, a parte il lavoro, magistrati e avvocati non si avvicinavano mai, al di là del lavoro, quasi che fossero due caste separate. Naturalmente gli uomini scherzavano insieme sulle partite di calcio, e poi c’era il tennis, ma una vera amicizia era molto difficile. Elisa stessa la vedeva con sospetto, e aveva visto cose spiacevoli succedere a causa di rapporti appena poco più che cordiali. Il confine tra la simpatia e il favoritismo sembrava fin troppo sottile. Del resto gli avvocati, si sa, non hanno una buona fama, e spesso la loro nomea non è del tutto ingiustificata. Negli anni li aveva visti tutti: quelli che camminavano impettiti, la toga aperta che frusciava al loro passaggio, guardando sempre troppo in alto per vedere gli altri ed essere costretti a salutarli; quelli che facevano battute a raffica, spesso proprio sugli avvocati, pensando forse che essere spiritosi ottenesse per i loro clienti un occhio di riguardo; quelli che tiravano continue frecciatine contro altri colleghi, facendo insinuazioni e cercando di umiliarli senza parere, anzi a volte ostentando amicizia e ammirazione; quelli che sarebbero passati sul cadavere della nonna pur di fare carriera; ma anche quelli che zitti zitti, senza dare troppo nell’occhio, si studiavano le loro cause e cercavano di dare il meglio, punto e basta.
D’altra parte anche i magistrati non erano sempre ben visti. La giustizia di per sé sembra sempre qualcosa di impersonale, di imperscrutabile, impartito dall’alto da qualcuno i cui motivi sono alla fine tutto sommato arbitrari. E non mancavano certo i giudici “in carriera”, o quelli che più semplicemente, per evitarsi emicranie, facevano il loro lavoro dimenticandosi del lato umano. Ma Elisa sapeva anche quante esitazioni, quanti timori c’erano nella maggior parte di loro, e quanto dolore. Non era mai facile. Adesso stava seguendo con un po’ di trepidazione le vicende di quel gruppo di magistrati di Milano che aveva sollevato uno scandalo andando a scoperchiare vasi di Pandora rimasti chiusi per troppi anni, da cui erano uscite corruzioni, connivenze, raggiri a livelli forse inimmaginabili.
Vedeva le facce sbigottite della gente, che sembrava non parlare d’altro. Tutti pensavano che la politica non potesse fare a meno di un certo grado di corruzione, ma questo era troppo. Quelli che un tempo dicevano cinicamente, con un’alzata di spalle “se fossimo al loro posto faremmo lo stesso” erano zittiti dall’enormità della cosa.
Ma al di là del coraggio e della buona volontà di pochi, non era difficile prevedere come sarebbe andata a finire. I segnali c’erano già. Ci sarebbe stata qualche modifica ai vertici, i più compromessi sarebbero stati sostituiti da altri forse non meno coinvolti, ma meno conosciuti, meno esposti ai riflettori. Qualcuno magari sarebbe stato in carcere per un po’, tanto per dare l’idea alla gente che giustizia era stata fatta. Poi tutto sarebbe stato dimenticato, e magari un giorno gli stessi che oggi erano disprezzati per colpe tanto gravi quanto evidenti, un giorno o l’altro sarebbero tornati in trionfo, come paladini della verità.
Però nonostante tutto, meno male che c’erano persone come quei magistrati, disposte comunque a rischiare, se non la pelle, quanto meno certo una bella dose di fango gettato addosso, e senza aspettarsi in cambio neanche la riconoscenza delle vittime, perché dopotutto a nessuno piace vedere messi in ridicolo i propri eroi, e a nessuno piace che gli si faccia notare di essere stato turlupinato tanto bene per tanto tempo.
Insomma, esistevano persone che facevano quello che ritenevano giusto, esponendosi in prima persona, lasciando spazio… sì, ai loro ideali, per quanto desueta e pesante questa parola potesse sembrare. Di solito non erano affatto persone più pesanti delle altre, ma semmai più placide, con un sorriso tranquillo che non si lasciava smontare da niente. Molte persone così le aveva ritrovate alla Città del Sole, a cercare di dare una possibilità ai ragazzi “a rischio”, quelli che già avevano subito qualche processo e gli altri, quelli di cui si veniva a conoscenza perché la madre si drogava, o perché i genitori si separavano con strascichi violenti, o perché passavano da una famiglia affidataria a un’altra senza mai trovare un punto fermo. L’associazione aveva creato rapporti nel tempo con una rete di persone disposte a dare un lavoro ai ragazzi, o a farli studiare, o a trovare una soluzione possibile per una situazione che sembrava senza via d’uscita.
Ormai in sala erano quasi tutti seduti, e la presidente dell’associazione cominciò a provare i microfoni. Il corso dei pensieri di Elisa si interruppe. La dottoressa Pavolini avrebbe parlato per prima, poi sarebbe toccato a lei, poi i due ragazzi dell’associazione e infine sarebbe stata la volta dell’avvocato Congia.
Non le parve che la Pavolini dicesse niente di originale, ma forse era prevenuta, e comunque neanche lei si sentiva particolarmente creativa in quel periodo. Il primo ragazzo, quello che studiava (al nautico) fece un discorso di ringraziamento piuttosto convenzionale, ma l’altro, Giacomo, che adesso lavorava in un’auto carrozzeria, disse alcune cose interessanti, sulle esperienze che l’avevano portato a pensare che solo la violenza portasse al rispetto degli altri, e su quello che gli aveva fatto cambiare idea.
– All’inizio avevo paura, ma la paura si supera. Quando gli altri vedevano che avevo paura si approfittavano e me ne facevano di tutti i colori. Poi ho cominciato a reagire, e siccome sono più forte di tanti altri, hanno cominciato a lasciarmi stare. Tutto quello che volevo era che mi lasciassero in pace. Quando sei dentro non è che racconti agli altri quello che ti passa per la testa, devi stare attento a quello che dici, a non far vedere che sei debole. Credo che a tutti manca l’affetto di qualcuno, però non lo dicono. Così ho capito che se mi sentivo triste o se avevo paura era meglio se non lo facevo vedere. I miei amici erano tutti gente con più precedenti di me, gente che mi insegnava il mestiere, però sono amici a cui certe cose non le puoi mica dire, devi fargli vedere che sei duro, che si possono fidare. Per noi tutto quello che contava era cercare di fregare gli altri, quelli di “fuori”, cercare di uscire prima, e poi fare quello che ci pareva. Tanto, dicevamo, a loro mica gliene importa niente di noi, pensano che siamo feccia, siamo delinquenti e lo resteremo per sempre.
Così quando è venuto lo psicologo e mi ha detto di questa associazione, io gli dicevo sempre sì, pensavo che se lo facevo contento mi facevano uscire, e io volevo solo uscire. Mi ha detto che c’era questa associazione che cercava di far studiare o di trovare un lavoro ai ragazzi che erano lì dentro e io ho pensato ecco, ci risiamo, di nuovo qualcuno che ci vuole rieducare. Però continuavo a dire di sì.
Poi lui a cominciato a chiedermi cosa volevo fare e io non sapevo cosa dirgli, perché mica potevo dirgli che volevo continuare a fare quello che facevo. Gli ho detto che secondo i miei non ero capace di fare niente, e lui mi ha detto che non voleva sapere cosa pensavano i miei, ma cosa pensavo io. Ho detto boh, il mio migliore amico dice che sono bravo colla matematica, perché son svelto a fare i conti, e lui di nuovo mi fa che non voleva sapere cosa dicevano i miei parenti e i miei conoscenti e tutto il resto. Allora ho pensato che per quello che mi ricordavo io, non me l’aveva mai chiesto nessuno cosa volevo fare. Lui ha visto che c’erano dei poster di macchine appese alla parete in cella, e mi ha detto se mi sarebbe piaciuto fare il meccanico, e io ho detto forse, non lo so, non ci ho mai provato, però le macchine mi piacciono. Così sono venuto all’associazione, però non ci credevo tanto che mi facevano fare quello che volevo. Tanti di quelli che erano dentro c’erano stati in queste associazioni e dicevano che decidevano sempre loro, e ti dicevano mi raccomando studia, oppure fai il bravo che ti abbiamo trovato un lavoro, e magari era un lavoro che loro odiavano, però dovevano farlo lo stesso, così dopo poco si stancavano e se ne andavano. Però per me è stato diverso, perché tutti continuavano a chiedermi che cosa mi piaceva fare, e poi anche se non mi chiedevano cose personali, dopo un po’ ho visto che cominciavano a volermi bene e volevano vedermi contento, così ho cominciato a parlare con loro delle cose che mi piacevano e di quelle che mi facevano stare male o mi facevano arrabbiare, e ho visto che loro non mi prendevano in giro, e non cercavano di fregarmi. Ho fatto fatica e qualche volta ho litigato, quando mi sgridavano però poi mi dispiaceva perché volevo che fossero contenti di me. Piano piano ho visto che potevo fidarmi, e ho pensato che volevo che loro si fidassero di me, così alla fine ho cambiato vita e adesso da due anni lavoro in questa carrozzeria e sono contento.
Giacomo prese fiato e sorrise, un sorriso timido, aveva parlato velocissimo, e le parole gli erano uscite dal cuore, ma adesso che si era fermato, forse qualche vecchia paura era riaffiorata. L’avrebbero accettato? Elisa incontrò il suo sguardo. Lui continuava a sorridere, e le parve di averlo già visto. Forse si ricordava di lei, o forse per lui era solo un volto tra tanti, qualcuno che lo stava guardando, e a cui lui chiedeva di non tradire quella fiducia faticosamente ritrovata. Comunque ricambiò il sorriso, e sentì che finalmente la giornata stava cambiando in meglio.
Aveva creduto che sarebbe a malapena riuscita a tirar fuori qualche trito concetto di quelli collaudati, cose già viste e già sentite, una recita meccanica. E invece dal canovaccio abituale, dagli appunti che si era scritta uscirono cose inaspettate che neanche lei sapeva di avere dentro. L’urgenza di prendere in mano la propria vita, l’importanza di ascoltare gli altri senza lasciarsi manipolare, di distinguere i principi veri da quelli che sembrano necessari solo perché qualcuno te lo ha fatto credere, quelli che non hanno una vera ragione d’essere. La bellezza, così difficile da esprimere, che si riesce a trovare soltanto quando ci si innamora della vita. La necessità di superare la paura per lasciare che gli altri ci entrino dentro, perché per uno che ti ferisce un altro può curare le tue ferite.
Diceva quelle cose e sentiva il tremito della sua voce e di tutto il corpo, le succedeva sempre quando l’emozione era troppo forte. La rabbia le provocava ondate di calore, la paura la faceva sentire come se avesse freddo. E adesso aveva paura. Le venne da pensare che chiedeva ai “suoi ragazzi” di prendere in mano la loro vita, di innamorarsi della vita, di abbandonare le difese, e sentiva quelle parole nella sua anima, perché le aveva dimenticate per un po’. Stava ritrovando la passione, e si stava riavvicinando alla vita, anche lei.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – III (continua)

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   Andrea era stupito di come il mondo fosse cambiato. Cose che fino al giorno prima lo avevano irritato fino quasi a rovinargli una giornata, erano all’improvviso ridimensionate, ridotte a piccolezze di cui poteva sorridere. Cose che aveva preso per scontate, a cui non aveva badato, lo sorprendevano per la loro bellezza. Gli sembrava che valesse la pena di vivere solo per poter vedere la luce dell’alba illuminare il cielo dietro i contorni di un palazzo, o un passero che si fermava a beccare nelle aiuole vicino all’ospedale. Il caso che aveva scelto di far nascere proprio lui, tra infinite possibilità, aveva qualcosa di miracoloso. Era tornato adolescente, sì, entusiasta e romantico come un ragazzino, ma con la capacità che gli anni gli avevano dato di saper vivere la bellezza di un momento fino in fondo, senza chiedersi (quasi mai) cosa sarebbe venuto dopo, senza lasciarsi distrarre troppo da altre cose. Saggezza? Mah! No, saggezza no, diceva lui. Forse piuttosto il fatto di aver sperimentato in prima persona che aspettarsi il peggio non aiuta a vivere meglio, e quindi tanto vale tentare di trovare una strada diversa.
Quando sentì Elisa, pensò che gli avesse telefonato perché sentiva qualcosa di simile. I loro pensieri e le loro emozioni erano spesso in sintonia. Il lungo silenzio che seguì i saluti gli disse che qualcosa non andava, ma il pugno nello stomaco non fu meno forte per questo.
– Io non me la sento di … Non ce la faccio, Andrea. Devo pensare a Roby e Luca, non… mi dispiace.
– Stai dicendo che vuoi smettere di esistere per i tuoi figli, vuoi che loro pensino che non sei niente se non per loro, che non hai una vita tua, che quello che senti tu non vale niente, che l’amore non vale niente?
– Non capisci, non si tratta solo di me. Stare con te significherebbe rivoluzionare le loro vite, e non credo di avere diritto di farlo. E poi mi sembra di dovere lealtà a Matteo.
– Non posso crederci. Far finta di amare un uomo che non ami più, è questa la lealtà per te? E’ questo che credi sia bene per i tuoi bambini? Anche io credevo di dovere lealtà a Matteo, ma quello che provo per te è più importante, era più importante anche delle giornate che passavo con te dovendo trattenermi per non baciarti, delle notti che ho passato sveglio quando avrei voluto gridarti che ti amavo e non capivo come facevi a non accorgertene, e però speravo anche che non lo capissi perché sapevo che avresti sofferto. Non ti sto dicendo queste cose per fartele pesare. Se tu non … avrei continuato così, è stata una mia scelta e non me lo hai chiesto tu. Ma è anche di te che si tratta, so che mi ami, so che stai sbagliando, e che è un errore che probabilmente ti costerà moltissimo.
– Io… non lo so, forse l’errore più grande è quello di non aver preso questa decisione prima. Ho voluto vedere come avrebbe potuto essere la mia vita, ma adesso che so a che cosa sto rinunciando è più difficile, e so benissimo che ho fatto soffrire di più anche te. Non credo di aver mai amato come amo te adesso ma… ero persa in una specie di sogno, e la realtà è una cosa diversa.
– No. La vera Elisa è quella che era con me ieri sera. Forse avrei dovuto andare via di nuovo, prima che le cose arrivassero a questo punto, ma mi sono stancato di scappare, e comunque non potrei mai rimpiangere quello che c’è stato tra di noi. Una volta ho detto a Matteo che per ottenere quello che si vuole bisogna essere disposti a mettersi in gioco fino in fondo, accettando anche di perdere le sicurezze, la tranquillità, le convenzioni, anche le amicizie, e credo che sia da questo che tu stai fuggendo, adesso.
Elisa non rispose.
– Posso dire quello che voglio, tanto non cambierà niente, vero? Forse non hai neanche più voglia di starmi a sentire, è meglio che lasciamo perdere, prima di farci del male. Però te lo dico, Elisa, non me la sento di essere sballottato in questo modo, sì o no, ti voglio o non ti voglio, prima sulle nuvole e poi ricacciato giù con un calcio. Se è finita è finita, la chiudiamo qui e non ci sentiamo più.
Elisa aveva gli occhi velati di lacrime e un groppo in gola. Avrebbe voluto dirgli di no, che non voleva che finisse così, che non sarebbe riuscita a non rivederlo più, che non sarebbe riuscita neanche in una vita a dirgli cosa aveva significato per lei fare l’amore con lui, e tutto quello che aveva provato, e che era proprio per questo che non poteva fare altro che lasciarlo. Ma la voce non usciva, e alla fine lui mise giù il telefono, e solo allora lei riuscì a piangere.

Matteo guardò sulla scrivania la foto del suo matrimonio. Era lì da sempre, e la vedeva tutti i giorni, ma da anni non la guardava più. Elisa deliziosa nel suo abito bianco, con lunghi nastri intrecciati nei capelli e in testa una ghirlanda di fiori, gli occhi lucidi per l’emozione, e lui tutto serio, in tight, e così giovane, come non ricordava di essere mai stato. Adesso finalmente si sentiva giovane. “40 anni: l’età in cui finalmente ti senti giovane, ma è troppo tardi”, diceva il biglietto scherzoso che un collega gli aveva dato quando, appunto, aveva compiuto 40 anni, e da allora ne erano passati altri quattro.
Negli ultimi due mesi aveva visto Elisa appassire, la sua allegria e la sua gioia di vivere inaridirsi, per quanti sforzi lei facesse per nasconderlo. La sua piccola Lily, il suo piccolo fragile fiore che sopravviveva alla neve e al sole del deserto. Le voleva ancora molto bene, e non capiva quelli che consumavano gli ultimi scampoli di un rapporto nelle reciproche accuse, avvelenando tutto quello che restava. Il fatto era che appunto, erano così giovani quando si erano sposati, così bambini. Ma era stato con Elisa che per la prima volta si era sentito a casa, per lei avrebbe voluto essere migliore di quello che era, l’aveva adorata, ma era stata Elisa ad insegnargli che la vera difficoltà non è idealizzare una donna, ma accettarla per quello che è. Erano entrambi cresciuti, e chissà, se si fossero conosciuti adesso, dopo aver fatto altre esperienze, avrebbero magari potuto amarsi davvero. Ma non era andata così, e non era colpa di nessuno.
Sapeva, era sicuro di sapere quale era la ragione della malinconia della sua Lily. Combattiva come sempre, lei aveva fatto del suo meglio per non intristirsi, si era dedicata come al solito alle mille cose che occupavano le sue giornate, ma l’ombra nei suoi occhi era sempre là. Lui non le aveva chiesto nulla, gli sarebbe sembrata un’ingerenza. Lui, così schivo, continuava ad avere una sorta di timore a intromettessersi nei pensieri altrui. Ma capiva. Non poteva fare a meno di vederla, quella battaglia che Elisa stava combattendo con se stessa per scacciare ogni traccia del suo amore per Andrea. E per il bene che voleva a entrambi, il conformista, austero Matteo, che era stato convinto che i figli dovessero essere per una donna tutto quello che riempiva la sua vita, sperò che Elisa perdesse quella battaglia. Se la conosceva come credeva di conoscerla, non avrebbe sopportato a lungo di lasciarsi trascinare dalla corrente. Era lui che aveva sempre avuto bisogno di trovare una ragione per giustificare la vita che gli era stata data, e si era sempre sentito in dovere di anteporre a quello che lo rendeva felice quello che considerava “giusto”. Elisa amava troppo la vita per pensare troppo al suo significato. Si limitava a viverla.
Ed era giusto così. Pensare a Stéphanie gli aveva dato ancora una volta quella fitta di paura. Qualche volta la notte aveva sognato che lei lo respingeva, gli diceva che era troppo tardi. La sensazione di freddo che provava in quei momenti gli aveva dato la misura di quello che provava per lei. Lo trattenevano le sue solite bestie nere, la difficoltà di scegliere, il senso di colpa, quel maledetto principio per cui il dovere veniva sempre prima del piacere, ma in realtà il tempo del piacere non arrivava mai. Qualche volta si sentiva chiuso in una gabbia, una gabbia di vetro che non lo lasciava respirare, e allora gli veniva quella voglia di scalciare, di agitarsi, di rompere tutto. Ma quella gabbia aveva una porta.    Un giorno lui avrebbe spinto quella porta, e si sarebbe accorto che era aperta.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – III

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III

Forse era proprio perché tutto era stato così perfetto, che Elisa, una volta fuori dall’incantesimo dello sguardo e del sorriso di Andrea, cominciò a domandarsi se quella perfezione avrebbe mai potuto durare, se non stava mettendo tutto a rischio per qualcosa che poi chissà come sarebbe andato. Non che avesse propriamente dei dubbi su quello che provava per lui, questo no. Il suo amore per lui era l’unica salda certezza in quella cosa confusa che la sua vita stava diventando, però… Però non aveva più l’età dei “per sempre”. Non aveva più quell’assoluta sicurezza dell’eternità, dell’infinito.
Mentre ripercorreva all’indietro la stessa strada che aveva fatto qualche ora prima, non faceva che chiedersi se non sarebbe stato meglio lasciare tutto com’era, tenersi dentro il ricordo di quel giorno come qualcosa di irripetibile, non vedere più Andrea, e lasciare che quella perfezione rimanesse intatta, senza essere scalfita dai rubinetti che perdono, da un disaccordo su un particolare di importanza secondaria, da una sera storta o da qualcosa detto a voce troppo alta.
Il sole non si vedeva già più, anche se c’era luce, ancora, una luce smorta, un azzurro scolorito. Aveva lasciato Andrea solo da pochi minuti e già le mancava da toglierle il respiro, eppure non era difficile, in quell’aria sbiadita, pensare di poterne anche fare a meno, che bastasse il ricordo, che non le sarebbe tornata la voglia di essere ancora felice, o che quella voglia sarebbe stata addomesticabile, e comunque le sarebbe bastato, per rivivere la felicità, anche solo ricordare.

Luca sembrava particolarmente affettuoso, quella sera, volle essere salutato con il bacino e l’abbraccio e tutti i crismi, una cosa che rifiutava le volte in cui voleva sentirsi “grande”.
Roby le raccontò, indignato, che gli era stato dato un brutto voto di italiano perché aveva fatto delle domande che al professore non erano piaciute.
– Cosa gli hai chiesto?
– Ma niente, delle cose su una poesia che ci ha fatto leggere, a me non piaceva e gliel’ho detto, cercavo di capire che cosa c’era di tanto interessante, e continuavo a fargli domande, allora lui si è arrabbiato e mi ha messo un due. Tanto lo so che poi se vado bene nel tema me lo toglie. – Si strinse nelle spalle. Era proprio da lui, voleva andare sempre a fondo delle cose, ma gli insegnanti dicevano che era un po’ saccente, forse perché i suoi dodici anni non gli avevano ancora insegnato il confine della strafottenza. Sua madre lo chiamava un “bastian contrario”, perché non se ne stava mai di quello che gli si diceva.
Elisa guardò i suoi due ragazzi, il ribelle, generoso, estroverso Roby e il suo tenero, dolce Luca, che a volte sembrava perdersi in strani pensieri, e i cui lunghi silenzi erano interrotti da idee inaspettate. Una volta, da piccolo, dopo aver tirato sassi in mare per un po’, se ne era uscito con una domanda del tipo: “ma se colpisco un pesce sulla testa, gli fa male?”
Da quel momento, le sue rare domande erano diventate la leggenda della famiglia. Buffe, curiose, ma in qualche modo riflettevano una sua visione della realtà che sembrava non partire mai dal punto di vista più comune.
Quella volta le aveva anche chiesto se i pesci si innamorano, adesso che le veniva in mente. Doveva aver dato una di quelle risposte vaghe e un po’ sciocche che gli adulti danno quando una domanda li spiazza, qualcosa come “probabilmente sì, visto che fanno i figli”, e allora Roby, quello che voleva capire bene, le aveva chiesto che cosa voleva dire innamorarsi, come si faceva a capirlo, e se era vero che per fare dei figli bisognava amarsi per forza, e se l’amore durava per sempre, e un sacco di altre domande a cui non aveva certo risposto in modo né esaustivo né convincente.
Adesso il suo senso di colpa le faceva vedere negli occhi di Roby e di Luca uno sguardo di rimprovero che probabilmente era del tutto immaginario. Come avrebbero reagito se improvvisamente li avesse messi di fronte a una verità a cui non era stata capace di prepararli? Andrea la faceva stare bene, ma avrebbe fatto stare bene anche loro? Aveva diritto di stare bene, o avrebbe significato non prendersi la responsabilità legata alla famiglia? Perché se un giorno aveva scelto male, o comunque se le cose non erano andate come aveva sperato, restava il fatto che le sue decisioni avevano coinvolto altri, e soprattutto i suoi due bambini, che aveva il dovere di proteggere. Ma proteggerli… da che cosa? le avrebbe chiesto Roby. La paura che aveva per loro forse non era che il riflesso della paura che aveva per se stessa, per quella cosa travolgente a cui era lei, prima di tutto, a non essere preparata. Non avrebbe potuto proteggerli dal dolore per sempre. Se avesse rinunciato, rassegnandosi a trascinare quel rapporto stanco e senza amore, forse avrebbero imparato a fuggire dalle emozioni troppo intense e troppo pericolose. Era questo che voleva per loro? Era questo, proteggerli dalla sofferenza?
Sentiva ancora la passione con cui Andrea l’aveva esplorata, il modo in cui era andato alla scoperta del suo corpo, con dolcezza e prepotenza, senza lasciarle altra scelta che abbandonarsi nel modo più totale, senza prepararla a quello che sarebbe venuto dopo, a quell’infinita voglia che aveva di lui, che sembrava non lasciare spazio quasi a niente altro. Non poteva lasciare che lui entrasse nella sua vita in quel modo. Avrebbe avuto sempre più bisogno di lui, ogni giorno un po’ di più, fino a che, prima che lei se ne accorgesse, lui avrebbe cancellato tutto il resto, la passione avrebbe divorato tutto quello che aveva avuto importanza per lei fino a quel momento, l’avrebbe portata a tradire la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi ideali, le sue certezze.
Sì, questo era la passione, diceva una voce dentro di lei, e credeva che fosse la voce della ragione. Qualcosa che ti acceca, un fuoco che brucia tutto intorno a sé, e una volta spenta la fiamma, non ti resterà niente. Era la voce delle persone sagge, quelle che non si lasciano mai trascinare da un’emozione troppo forte, quelle che non vogliono lasciarsi ferire, che non vogliono mettere il caos nella loro vita, che non vogliono sorprese né rischi. Elisa scambiò quella voce per la voce della ragione, e confuse la forza, l’intensità, il calore di quello che aveva vissuto con il mostro divoratore della sua fantasia.
Per questo telefonò ad Andrea, per dirgli che era meglio non vedersi più, per spegnere quel fuoco prima che fosse troppo tardi.
Quando sentì la sua voce esitò, la sua voce così calda e viva, con cui dolcemente la prendeva in giro, con cui aveva gridato il suo nome, solo ieri, e adesso stava pensando di non sentirla mai più. Ma “mai” è un concetto sfuggente, e Elisa aveva pensato solo che avrebbe preferito non vederlo “per qualche tempo”.
Non voleva pensare a quello che avrebbe significato per lui, dopo tutto il tempo in cui le era stato vicino in silenzio e l’aveva amata senza che lei potesse dargli in cambio niente. Aveva rifiutato allora di vedere quello che significavano i suoi sguardi e i suoi gesti, aveva rifiutato di capire quello che non voleva capire, di vedere quello che non voleva vedere, e adesso stava facendo la stessa cosa. Non perché non le importasse, al contrario, perché non voleva che quella decisione, che era convinta di prendere per amore dei figli, vacillasse sotto il peso del suo dolore, quando avrebbe dato giorni di vita per non vederlo soffrire.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – II (segue)

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Andrea accompagnò Elisa nel piccolo giro turistico di routine, che non richiese più di tre o quattro minuti. Era un appartamentino piuttosto piccolo, ma la personalità di Andrea era presente dovunque: ricordi di viaggio, libri, spezie dai nomi misteriosi, e alle pareti fotografie ingrandite di Genova accanto a quelle di posti più esotici, come il Nicaragua, la Cina, la Malesia e la Tanzania.
– Sei stato anche in Tanzania!
Andrea ebbe uno dei suoi frequenti sorrisi autoironici, che Elisa conosceva così bene.
– A sedici anni avevo in camera un poster di Che Guevara e sentivo le canzoni di Joan Baez, convinto che bastasse quello per essere diversi. A diciannove anni sono andato a Cuba. A venti, l’anno in cui ci siamo conosciuti, venivo da tre mesi di volontariato in un ospedale della Tanzania. E lì ho imparato che cosa vuol dire essere diversi. Sono diversi quelli che si fermano in quei posti, mettono su famiglia, abbandonano le nostre strutture e i nostri ospedali di cui ci lamentiamo tanto, e se ne restano lì a curare la gente in una baracca. Imparano la loro lingua, raccolgono le loro leggende, comunicano con loro, diventano parte di loro. Io non ne sono stato capace. Tra l’altro, mi sembrava che ci fosse tanto da fare anche qui. Sembra bello a dirlo così, lasciarsi tutto dietro le spalle e partire, ma è una vita di desolazione e di solitudine, senza la tua famiglia a sostenerti, senza sapere se il bambino che hai visitato oggi domani sarà ancora vivo, senza neanche sapere se tu sarai ancora vivo. Ho visto tanta fame e tanta disperazione come non credevo nemmeno che esistesse. Credo che nessuno di noi possa veramente capire quello che significa, se non c’è stato.
“La nostra partecipazione al destino degli altri spesso si ferma dietro una soglia e forse neanche noi sappiamo dove è esattamente quella soglia. E’ più facile immaginare che un mendicante abbia una storia da raccontare, piuttosto che sedersi con lui e ascoltarla. E’ facile amare la libertà degli zingari, fino a quando il fascino di una vita nomade resta comunque confinato nelle pagine di un libro e non interferisce con il nostro bisogno di sentirci stanziali anche quando ci muoviamo.
“A quarant’anni devi fare i conti con la morte, e con la tua fallibilità. A vent’anni siamo tutti invincibili, ma si impara che il mondo procede indipendentemente da te, a meno che tu non sia Che Guevara, o il Papa o il presidente degli Stati Uniti. E forse persino così…”
Elisa lo guardava. Conosceva tanto poco di lui, in tutto quel tempo in cui erano stati insieme gli aveva raccontato tanto di sé e anche lui aveva raccontato tanto, eppure c’erano ancora così tante cose da sapere, così tante cose da fare insieme, così tanti posti da vedere. Il pensiero la spaventò, perché significava qualcosa a cui non voleva ancora pensare, significava dare alla loro storia un tempo, un tempo lungo, farla smettere di essere una storia, farla uscire da quel senso di sospeso, di provvisorio, di presente. Farla diventare una parte del futuro.
Lui vide quello sguardo e fraintese, pensò che fosse perché dava troppa importanza a quella sua solidarietà lontana ed effimera. Accennò un gesto per sfuggire a quell’ammirazione che non voleva, ma cambiò idea e lasciò il gesto a metà. Sì che la voleva. Non si prendeva mai troppo sul serio, ed aveva verso quelle sue arruffate iniziative un atteggiamento quasi irridente. Però aveva tenuto la fotografia, ed era affezionato più di quanto volesse ammettere a quel ragazzino velleitario e un po’ folle, e dopotutto forse ne era anche un po’ orgoglioso.
Elisa proseguì nel suo giro esplorativo, cercando di avvicinarsi a lui guardando e toccando le sue cose. Accarezzava le copertine dei libri, scorrendo i titoli. Classici come Omero e Ovidio e i tragediografi greci, Dante, Shakespeare, Ariosto. Moltissima letteratura inglese, dal Settecento ai contemporanei, tutto Swift, e Sterne, e poi Dickens, Oscar Wilde, tanti, troppi per guardarli tutti. … E naturalmente tutto Chatwin – di Chatwin le aveva parlato, e più di una volta – e molti altri libri di geografia e di viaggi. Molti sudamericani, anche: Borges, Amado, Garcìa Marquez, Isabel Allende, Sepùlveda. I libri di “Che” Guevara, le poesie di Neruda. Qualche libro comico, diverse raccolte di fumetti. Là c’era tutto lui, senza gerarchie o ordini di importanza, con leggerezza e forse inconsapevole ironia, senza nessun timore che i mostri sacri della letteratura potessero aversene a male per certi accostamenti irrispettosi.
Poi la musica. Dischi di musicisti che in molti casi lei aveva a malapena sentito nominare. Jazz e blues, soprattutto, ma anche Sting, Joe Cocker, Tom Jones, e tra gli italiani, più o meno tutto il repertorio dei cantautori da Paoli e Tenco a Vecchioni, Branduardi, Rino Gaetano, Fossati. Elisa si aggrappò a quei nomi che le erano noti, ma era evidente che lui aveva gusti piuttosto particolari. Lei che si basava su Sanremo per stabilire se comprare un disco o no si sentiva un po’ in soggezione di fronte a B.B. King, George Benson o Otis Redding, tanto per citarne qualcuno dei meno oscuri. Senza parlare di tutti i dischi che si era comprato in Inghilterra, e che forse in Italia non erano nemmeno usciti.
Su un altro piccolo scaffale c’erano due maschere africane, oggetti di artigianato indiano, un vaso cinese – anche il divano del soggiorno era foderato con una stupenda stoffa cinese – e un vaso giallo con dentro dei fiori di stoffa rossa.
– Quello è un regalo di Monica – disse lui, vedendo che lo guardava. Lo aveva immaginato, non era un oggetto molto maschile, e comunque non le sembrava accordarsi con quello che le altre cose rivelavano di lui.
– Come sta Monica? – Gli chiese.
– Bene. E’ tornata in America, si è risposata e sembra che questa volta stia andando meglio. Facendo i debiti scongiuri – aggiunse con un sorriso. Monica l’irrequieta, che a trent’anni aveva già divorziato, con un bambino piccolo e una voglia di indipendenza e di fuga che l’aveva portata in giro per tutta l’America. Un nomadismo simile a quello del fratello, ma senza un punto fermo a cui tornare. Adesso, forse, sembrava aver trovato il suo punto fermo.
Elisa restò lì, senza sapere cos’altro dire. Anzi, avrebbe saputo cosa dire, ma non trovava il coraggio. Senza neanche rendersene conto, continuava a guardarlo, fino a che, ancora un po’ incredulo, Andrea non poté fare a meno però di chiedersi se…
– Ma tu…
E’ una legge di natura. Neanche l’uomo più sicuro di sé riuscirà mai a mantenere un maturo, dignitoso distacco di fronte a una donna in quel nebbioso passaggio da quando comincia a pensare che forse non le è indifferente, al che cosa fare dopo. Per questo tutto quello che le disse furono quelle due parole: “ma tu…” e poi la baciò, così avrebbe preso il toro per le corna, per così dire, e in qualche modo avrebbe risolto il problema.
Lei pensò che era la prima volta che sentiva il sapore della sua bocca. In quell’unico bacio di tanti anni prima, l’emozione era stata troppa e le cose erano andate troppo in fretta per accorgersi di una cosa come quella. Ma questa volta, tutto sommato se lo aspettava. Tutto quello che era successo da quando era arrivata lì, tutte le parole che si erano detti, tutti i silenzi, e gli sguardi e ogni loro movimento era stato soltanto una preparazione, un prendere tempo.
E adesso, finalmente, sentiva il sapore della sua bocca.
– Sei bella come il giorno in cui ti ho baciata per la prima volta – disse Andrea.
– Non so se devo prenderlo come un complimento. Non è che fossimo granché quel giorno – disse lei, fingendosi dubbiosa. Ma i suoi occhi ridevano.
Lui la baciò un’altra volta.
– Mi hai fatto aspettare un po’ di tempo, ma ne è valsa la pena – disse poi. Lei afferrò un cuscino e glielo tirò. Lui lo scansò e glielo rilanciò. Era talmente felice che si sarebbe messo a ballare sul tetto del Grattacielo della Sip, eppure non era ancora del tutto sicuro che quello che stava vivendo fosse reale. La baciò ancora molte volte, ogni volta con più passione, e ad ogni bacio lo sentiva più tangibile, una forza viva, palpabile e concreta che prendeva il posto dell’inaccessibilità del sogno. Ad ogni bacio la felicità lo assaliva, prepotente, bruciante, inarrestabile. Senza tregua, senza respiro, come quella sete che non si era ancora spenta, e forse non si sarebbe spenta mai, neppure adesso che lei lo amava.
Che cosa meravigliosa, pensò lei, che il mio corpo sia capace di rendere un uomo così felice, e di farmi sentire così felice. Come se fosse lui a dar forma a questo corpo sconosciuto, che va per conto suo eppure è il mio corpo, più mio di quanto lo sia mai stato prima. Anche la voce sfuggiva al suo controllo, sembrava venire da una parte di sé così profonda, che non aveva mai saputo che ci fosse. Senza difese, libera. Chiuse gli occhi un momento, perché quello che le stava scuotendo il corpo e l’anima, era troppo intenso per poterlo guardare. Ma era anche troppo intenso per tenere gli occhi chiusi. Non aveva paura, non più.
Andrea aveva gli occhi avvolti in una specie di nebbia che lo teneva ai confini di un sogno, ma sapeva che era bellissima, molto più bella di quando la credeva irraggiungibile, ed era proprio perché quello che sentiva era così profondamente fisico, e sensuale, e reale, che la trovava così bella. Neanche nelle sue più sfrenate fantasie aveva mai pensato che potesse essere un’esperienza così totale, come se avesse vissuto tutto quello che c’era da vivere, salvo a desiderare di riviverlo ancora, e ancora, e ancora….

Quando infine, dopo molto, molto tempo Elisa guardò l’orologio si accorse che erano passate quasi due ore.
– Sai che la media nazionale del tempo per il sesso è di tre minuti, compresi i preliminari? – gli disse ridendo.
– Alla faccia degli amanti latini! – rispose Andrea, scoppiando a ridere anche lui. – Ma se la media è di tre minuti, e c’è qualcuno che ci mette due ore come noi, vuol dire che ci sono anche quelli che ci stanno tre secondi… un bel record, ma non sanno cosa si perdono!
Ridere di niente, giocare, scherzare, parlare di sciocchezze, e quella sorta di stordimento, come se avessero bevuto troppo, in un certo senso era tutto così nuovo per Elisa, era un tipo di amore che non conosceva. Conosceva la tenerezza, la dolce abitudine, l’affetto. La passione era ancora qualcosa di misterioso, e di non troppo rassicurante.
– Adesso devo proprio andare – disse dopo un po’, e non solo perché a casa l’aspettavano. Le emozioni la sovrastavano, la confondevano, un senso di tremenda spossatezza sostituiva in certi momenti la forza che aveva sentito in sé e la bellezza di quella giornata perfetta.