IL BOSCO – PARTE IV – CAPITOLO IX

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Dalla cucina gli arrivava il profumo dei pinoli tostati e soffritti con aglio, prezzemolo, olive, forse un’acciuga, uvette e pomodoro fresco. Viviana non sapeva fare molto, in cucina, ma c’erano un paio di cose che le riuscivano benissimo. La buridda di pesce era una di queste. Ma che strano che lui riuscisse a distinguere ogni profumo, ogni ingrediente da un altro, pur mescolati, e riconoscerli, uno per uno, lasciando che lo avvolgessero senza distrarlo, mentre leggeva, come se le due sensazioni, quella del cibo e quella delle parole, si completassero senza sovrapporsi.
La sentì avvicinarsi, dapprima un po’ confusamente, perché quello che stava leggendo comunque gli entrava dentro, ritardando la coscienza di quello che c’era all’esterno. Ma la sentì, percepì la sua inquietudine. Alzò gli occhi dal libro, tolse gli occhiali e le sorrise. Da quanto tempo portava gli occhiali? Non lo ricordava più. La vista aveva cominciato ad appannarsi, in modo quasi impercettibile, e poi sempre di più. Il primo segno dell’età, ma era passato ancora tanto tempo. Non si sentiva vecchio, questo no, ma aveva avuto tanto tempo, in un certo senso.
Le tese le braccia e lei gli andò vicino, lasciò che la stringesse. Era straordinario il modo in cui poteva ancora desiderarla. I fili biondi sul collo, che aveva amato accarezzare da sempre, erano diventati bianchi. Viviana non si tingeva i capelli, li schiariva, perché il grigio diventasse meno triste, più luminoso.
Gli capitava, a volte, di guardarsi allo specchio e non riconoscersi, ma lei, lei la riconosceva, era il punto di riferimento che gli impediva di perdersi, che gli permetteva di accettare il passare degli anni, sentendosi ancora giovane, ma senza essere troppo spaventato dai cambiamenti del suo corpo e della sua faccia.
– Sei triste – gli disse. Lo conosceva così bene, eppure avrebbe potuto continuare a mentire, a dire che erano i ricordi del passato. Forse lei non gli avrebbe creduto, ma se avesse capito che non voleva parlarne, non avrebbe insistito.
– No, non è niente – rispose. Il suo sguardo lo colpì. Sapeva di non essere riuscito a ingannarla, e sapeva che si stava chiedendo se davvero lui avrebbe preferito tacere, e fino a che punto. Se lo chiedeva anche lui. Non sapeva quale scelta sarebbe stata più egoista, dirglielo e affrontare con lei anche questo, oppure restare a soffrire da solo, non dirle niente finché non fosse stato indispensabile, togliersi dalle spalle la responsabilità di un dolore che sarebbe venuto dopo, e che lui non avrebbe mai visto.
– Ho paura, Fabrizio. Se non vuoi dirmi niente per non farmi paura, voglio che tu sappia che di qualunque cosa si tratti, preferirei saperlo… se non ti costa troppo dirmelo.
Era sempre stato lui a leggere nel cuore delle persone, così gli dicevano, ma questa volta era stata lei a scavargli dentro, a guardare oltre.
Stava leggendo le Memorie di Adriano, della Yourcenar. Non era la prima volta, ma era la prima volta che sentiva quelle parole così vicine al suo cuore. Aveva acquistato una consapevolezza nuova del suo corpo, il corpo che lo tradiva, e tuttavia mentre lo tradiva, gli permetteva anche di trovare insospettate strade per rinnovare il suo amore per le persone, per le cose e per la vita. Era come se tutti i suoi sensi avessero sviluppato una capacità di percezione che non aveva mai saputo di avere. Sapori, odori e suoni diventavano più intensi, scopriva nelle sue mani il potere di cambiare il suo rapporto con il mondo. Solo la vista era più debole, ma non tanto da non permettergli di vedere la bellezza con una capacità di stupirsi che non aveva mai dimenticato, ma che si era come moltiplicata.
Aveva impressi nella memoria i momenti della cruda disperazione, della rabbia impotente. Il giorno in cui era andato al mare e aveva guardato i nuotatori raggiungere punti lontani a grandi bracciate, e non aveva sentito, come Adriano, l’imperatore-filosofo, quella partecipazione totale alle sensazioni di altri, quella comprensione al di là dell’intelligenza. Aveva sentito solo tutta l’immensità della paura e del dolore. Si era gettato in acqua, aveva nuotato fino quasi a soffocare, non per provare la resistenza dei suoi polmoni, ma per fiaccare quello che gli restava della sua voglia di vivere e lasciarsi andare, senza che l’istinto di sopravvivenza, nonostante tutto, gli imponesse di tornare fuori dall’acqua e riprendere respiro. Ricordare le sue corse di ragazzo, le giornate di vento con il windsurf tra le onde, la neve delle montagne dove aveva sciato milioni di volte non gli aveva dato conforto, ma aveva acuito il vuoto, l’idea che tutto era stato inutile, che non c’era più niente che contasse.
Alla fine era tornato indietro, ma per molto tempo aveva continuato a chiedersi, e ancora se lo chiedeva a volte, che cosa avesse davvero un senso in tutta quella confusione di sensazioni, di cose che sapeva e di cose che avrebbe voluto sapere. L’orgoglio che aveva provato per certe sue creazioni cui era più affezionato, per il suo successo. L’avidità con cui imparava nuove lingue, per poter parlare con le persone senza i confini di parole mal dette o mal comprese. La cura che aveva avuto per quel suo corpo che invecchiava, la cura che continuava ad avere, sia pure con modi e misure diverse. Il suo amore per Viviana.
Che era quello che gli aveva fatto riscoprire il senso di tutto il resto. E aveva ritrovato la capacità di sorprendersi che una frase detta da qualcuno, una sinfonia, una canzone, o le parole di un libro, potessero togliergli il fiato per l’emozione.
– Sto morendo, Vi. Il cancro… è molto esteso, e non è più operabile. Non so quanto tempo mi resta, qualche mese, forse un anno.
Non c’era un modo gentile per dirlo, non c’erano altre parole.
Se Viviana non lo avesse conosciuto così bene, non gli avrebbe creduto. C’era, sì, quell’ombra di tristezza, quella che l’aveva spaventata. Ma lui la guardava con gli stessi occhi di sempre, il suo viso, il suo corpo, non erano cambiati. Solo un’ombra, e poi, lo stesso sorriso che gli illuminava lo sguardo, lo stesso equilibrio che niente era mai sembrato scalfire, tranne la morte di Raf, l’unica volta in cui l’aveva visto piangere con una disperazione senza rimedio, aggrappandosi a lei come lei si aggrappava a lui, per non morire.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II (segue)

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E adesso era sul treno. Stordito, quasi inebriato da quella sua inedita capacità di fare cose sorprendenti. Come, per esempio, chiedere tre giorni di ferie fuori stagione, praticamente senza preavviso, e saltare su un treno.
Nuvole grigie, nuvole bianche, e frammenti di azzurro. “Non sa se vuol piovere” avrebbe detto Stéphanie. Per tutto il giorno quei frammenti di sereno erano andati allargandosi e richiudendosi continuamente, instancabilmente. Labili promesse di un sole opaco, seguite da rapide disillusioni. Ma le previsioni dicevano che non avrebbe piovuto, per quanto ci si potesse fidare di quella scienza inesatta. Non rimpianse neppure per un minuto di non aver preso la macchina, mentre davanti ai suoi occhi il rapido movimento delle cose e dei suoi pensieri si alternava alla rassicurante distanza, emotiva quanto temporale, delle “Vite” di Plutarco (sì, le sue preferenze andavano ancora ai classici un po’ polverosi dei suoi anni di gioventù. E guai a chi insinuava che fossero letture pesanti. Non c’era niente che gli desse altrettanto piacere. Beh, d’accordo, quasi niente). Però non riusciva a impedirsi di pensare, non riusciva a fermare quel suo cervello razionale e perennemente timoroso di tante cose. Alessandro Magno aveva domato un cavallo ombroso costringendolo a guardare sempre verso il sole, perché aveva compreso che era spaventato dalla sua stessa ombra proiettata sulla terra. Matteo immaginava il cavaliere indomabile lanciato al galoppo, pieno di gioia per la vittoria della ragione sullo spirito selvaggio dell’animale. Ma forse lui era il cavallo, invece, il cavallo che aveva paura della propria ombra.
Pensò a sua madre, a quando gli aveva detto che un matrimonio non deve mai essere spezzato, pensò alla faccia che aveva fatto alla sua risposta. “Mamma, ho un’amante da quattro anni. Forse è arrivato il momento che prenda qualche decisione sulla mia vita”. Sua madre che aveva sopportato da suo padre, adesso poteva ammetterlo anche con se stesso, un numero difficilmente calcolabile di tradimenti. Sua madre che aveva riversato sul marito e sul figlio, con acida soddisfazione, tutto il suo malumore di moglie a metà, forte della sua posizione protetta dal vincolo del matrimonio, una donna sposata che non può essere semplicemente lasciata così, come se niente fosse. E quando infine lui era morto, lei aveva ormai da tempo perso ogni fiducia nella propria capacità di amare. Sua madre che aveva perduto il marito e aveva un figlio che non era come lo avrebbe voluto. Il vecchio senso di colpa tornò a pungerlo, ma lo accolse quasi con affetto. Poteva permetterselo, adesso. Poteva permettersi di criticare sua madre senza odiarla, e di volerle bene senza venerarla. Gli era finalmente chiaro che non avrebbe potuto riscattare neanche una piccola parte della sua infelicità fingendo di aver fallito nelle cose in cui lei aveva avuto successo, e di essere riuscito dove lei aveva perduto.
C’erano altre due persone nello scompartimento, una brunetta probabilmente sui diciott’anni che masticava il chewing-gum con evidente diletto, quasi voluttuosamente, e un’anziana signora che aveva fatto qualche debole tentativo di conversazione sulla scomodità dei treni, prima di ripiombare, a sua volta, nella lettura concentratissima di un giornale femminile francese. Ma tutto era tranquillo, e Matteo si gustava quella tranquillità, le ultime ore in cui avrebbe ancora potuto, se voleva, fingere di essere parte di un pacifico, inalterato tran-tran, oppure stupirsi di quel cambiamento che lo faceva sentire a tratti invincibile, capace di tutto. Avrebbe potuto, se voleva, immaginare di lanciarsi nell’avventura, adesso che aveva cominciato. Di lasciarsi portare dal vento del capriccio e dell’improvvisazione. Di non fermarsi a Marsiglia, ma proseguire per il Nord, un Nord indefinito, bianco, freddo, pieno di insidie e di pericoli, il Nord dei Vichinghi, degli Esquimesi, il Nord di Moby Dick e dei Balenieri. Anche soltanto ritrovarsi da solo, senza una donna vicino, per la prima volta nella sua vita, sarebbe stata una specie di avventura. Ma non voleva pensare che Stéphanie potesse non volerlo più. La paura c’era, il tratto costante del suo carattere, da sempre. Cosa avrebbe fatto in quel caso? Sarebbe partito per il Nord, o sarebbe, come era più probabile, tornato a casa, alla vita di sempre, tornando ad essere il buon vecchio Matteo, tanto caro, tanto dolce, sempre uguale a se stesso, affidabile, prevedibile e mediamente scontento?

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II

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Tre anni. Tre anni ad aspettare… che cosa? Che qualcun altro aprisse per lui la porta della gabbia? Tre anni, e lui ne aveva quarantacinque.
Elisa continuava a vedersi con Andrea. Non solo lui lo sapeva benissimo, ma praticamente le aveva dato la sua benedizione. Cosa avrebbe dovuto fare, giocare al marito sconvolto e offeso? O fingere di ignorare quello che sapevano anche le pietre, lasciando che dicessero di lui “il marito è sempre l’ultimo a saperlo” e lo compatissero, o lo ritenessero uno sciocco da commedia? Aveva preferito lasciar capire a tutti e due, senza dirlo, che sapeva e accettava. Aveva riannodato i rapporti con Andrea, ogni tanto lo invitava a cena, e andava a casa sua. Qualcuno avrebbe detto che era ridicolo, ma lui si sarebbe sentito molto più ridicolo a immaginare sanguinarie vendette, o a distruggere tutto tra scenate nello studio di un avvocato di grido e il gelo delle carte bollate. Qualcuno diceva che aveva coraggio, ma lui non pensava che fosse coraggio. Se avesse avuto coraggio, sarebbe stato con Stéphanie, adesso. Gli sembrava soltanto l’unica scelta di buon senso. Il suo caro vecchio buon senso. Ma per una volta era certo che lo avesse consigliato bene, perché gli rendeva la vita se non più semplice, almeno un po’ meno difficile. Non aveva perduto il suo migliore amico, e forse questo era il solo punto di luce, nei momenti in cui cercava, inutilmente, di convincersi di aver preso la decisione giusta, ossia non decidere nulla, tenersi i suoi sporadici incontri con Stéphanie, tenersi la sua parvenza di famiglia, tenersi l’ordine apparente delle sue cose, illudendosi che niente sarebbe mai cambiato, che avrebbe potuto tenersi tutto senza sacrificare niente.
Che cosa era stato a svegliarlo? Forse un certo ridimensionamento nell’enfasi amorosa delle lettere di Stéphanie, o magari appena un’ombra velata di impazienza, la sensazione che in qualche modo sottile e non troppo diretto, ma comunque percepibile, lei gli stesse dicendo guarda che non sei l’unico uomo al mondo, guarda che la mia vita non ruota completamente intorno a te. Aveva paura, ma non paura di vivere, questa volta. Piuttosto forse paura di perdere l’occasione e non riuscire a vivere mai più.
Un giorno, un tranquillo pomeriggio di novembre, si era guardato intorno e non aveva riconosciuto più il suo ufficio. Certo, in superficie era sempre uguale. Le poltrone con la struttura di metallo e il sedile di pelle nera, il tavolo di legno scuro con il piano di cristallo, che andava pulito tutti i giorni e anche un paio di volte al giorno, per non averlo sempre pieno di ditate, i mobiletti di metallo che contenevano i fascicoli dei clienti, una libreria, anche quella di metallo, con qualche volume di economia, di informatica e di marketing, la pianta sotto la finestra, le foto della famiglia sul tavolo, l’immancabile poster alla parete che parlava ironicamente del “capo”, e quell’altro che avvertiva di connettere il cervello prima di mettere in moto la bocca.
Era orgoglioso del suo lavoro, lo era sempre stato, e sempre di più man mano che andava avanti. Non aveva fatto carriera con le spinte, e nemmeno “coltivando le amicizie”, come molti facevano. Non era consumato dall’ambizione, né il fatto di avere dei dipendenti sotto di lui ai quali dare delle disposizioni gli faceva sentire l’ebbrezza del potere o roba del genere. Ma era soddisfatto, e amava quello che faceva. Una vera fortuna, quando tutti dicevano di tenersi stretto qualsiasi lavoro si potesse avere, che c’era la crisi, che non si poteva pretendere troppo… accontentarsi. In tante cose Matteo si era accontentato, ma non nel suo lavoro.
E allora perché d’improvviso il suo ufficio, il suo rifugio, gli sembrava squallido, perché si sentiva insofferente con i colleghi, e si irritava con la segretaria per un nonnulla, e avrebbe voluto, in certi momenti, sbattere per terra tutto quello che c’era sul tavolo, svuotare le cassettiere e lanciare i fascicoli giù dalla finestra, e già che c’era sbattere giù anche le cassettiere, e la libreria, e il tavolo, e anche la pianta?
Questo suo umore lo spaventava. Non era mai stato così. Era l’arteriosclerosi? Era l’inizio della demenza senile? O magari le prime avvisaglie dell’alzheimer? L’ansia a volte diventava insopportabile. Tutte queste cose Matteo le pensava seriamente, ne aveva paura davvero. Qualche volta si faceva con la mente dei quadri foschi in cui, cacciato ignominiosamente dalla ditta dopo un raptus nel quale aveva preso a calci tutto l’arredamento non solo del suo ufficio, ma dell’intera società, vagava senza meta per giorni in uno stato di crescente confusione, fino a che… ma la conclusione di quelle scene desolanti non l’aveva ancora elaborata.
Quando non si faceva prendere troppo dalle visioni cupe di un’inarrestabile decadenza, però, dentro di lui la spiegazione di quello scombussolamento cominciava a farsi strada. Paura, appunto. Paura di restare legato alle sue vecchie abitudini, invischiato in quella rete appiccicosa senza riuscire a districarsi. La voglia di prendere a calci i mobili dell’ufficio forse non era altro che la voglia di prendere a calci il suo vecchio modo di vivere, rassicurato dall’immutabilità dei riti quotidiani, dalla ripetizione di gesti sempre uguali che non richiedevano lampi d’ingegno o radicali sovvertimenti di un ordine decennale, di una vita e un pensiero rigorosamente programmati.
Che cosa ne avrebbe fatto dei suoi ferrei, austeri, irremovibili programmi, quando ormai sapeva che bastava poco a mandare tutto a carte quarantotto?
I bambini… i ragazzi, avrebbe dovuto dire. Roby aveva compiuto quattordici anni, e Luca andava per i dodici. Erano praticamente irriconoscibili. Roby era quasi alto come lui, quella sua voglia di approfondire le cose che si era trasformata in una adolescenziale sfrontatezza, la convinzione di poter imparare tutto, di poter conquistare il mondo… e una sotterranea paura di cose più grandi di lui, che si intuiva sotto la musica a volume sempre troppo alto, le risate troppo forti e sguaiate, quello scherzare sulle cose più atroci, e la passione per i film horror. Lo irritava, ma qualche volta, quando la presuntuosa saccenteria che sfoderava di fronte agli amici e alle ragazze lasciava il posto a una normale conversazione, quando il broncio adolescenziale si apriva in un sorriso allegro e affettuoso, intravedeva l’uomo che probabilmente sarebbe diventato, e si sentiva orgoglioso di lui, ma non sapeva dirglielo. Sembrava avere un rapporto molto migliore con Elisa, che respingeva, di solito dolcemente, con rispetto e senza mai umiliarlo, ma con punte di asprezza, quelle sue arie di superiorità, ottenendo una considerazione che lui non era certo di avere. Anche Luca era cambiato. Le guance infantili che ancora aveva fino a un paio d’anni prima erano sparite, lasciando il posto a un viso da ometto serio, che avrebbe voluto ancora, qualche volta, essere abbracciato come un bambino, ma temeva le prese in giro di suo fratello, e aveva paura che non fossero cose da “grandi”, e così passava, incerto, da momenti in cui faceva il cucciolo, ad altri in cui drizzava gli aculei come un istrice. E trascorreva ore in camera sua, a leggere, senza fare nessun rumore, invisibile e silenzioso, fino a farsi dimenticare. Come era stato lui, da ragazzo. Lo inteneriva e lo preoccupava.
Erano le sei, le giornate andavano accorciandosi, e un nuovo tramonto si impadroniva delle cose tutt’intorno, lì sopra il porto antico, tra il vecchio e il nuovo, tra la pietra e il metallo. Forme tanto diverse avvolte nella stessa luce arancio, che rendeva più nitidi i contorni ma nello stesso tempo rendeva tutto uniforme, tante sagome nere ben delineate contro un cielo sgargiante e chiassoso. Il rumore del traffico non gli aveva mai dato fastidio, adesso lo trovava insopportabile.
Tre anni. Come avevano potuto passare tre anni? Tre anni pieni di cose, senza particolari avvenimenti, d’accordo, ma con emozioni che si portava dentro senza sapere dove collocarle. Frasi importanti, mostre che era sembrato essenziale andare a vedere, libri che non avrebbe mai potuto fare a meno di leggere, e adesso tutto era avvolto in questo spazio compatto, senza più distinzione di giorni, di mesi, di anni. Era stato in gennaio che… no, era stato a ottobre dell’anno prima. D’accordo, forse non era la cosa più importante, il tempo in cui le cose accadevano, ma gli faceva paura questo ingoiare le differenze, i minuti che erano stati significativi e quelli in cui non c’era stato niente di importante, i minuti in cui aveva dormito, o che aveva trascorso nel traffico e quelli in cui aveva incontrato Stéphanie e l’aveva amata, come se fossero tutti uguali, quei minuti, appiattiti, spianati da una ruspa che aveva tolto loro ogni individualità, ogni singolarità.

 

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – I

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I

Pioveva.
Stéphanie amava la pioggia, le piaceva sentirsela scorrere addosso, fresca e allegra. Quando stava bene, la pioggia la faceva sempre pensare a “Singing in the Rain”, e rivedeva Gene Kelly che danzava il tip tap per le strade di New York. E adesso stava piuttosto bene. Forse perché Matteo le aveva appena scritto, forse perché la sua amicizia con Adrien procedeva come un’oasi di serenità nella sua vita altrimenti solitaria, forse perché, semplicemente, aveva deciso che voleva stare bene.
Anche se pioveva non aveva voluto rinunciare alla passeggiata domenicale nella foresta che era diventata la meta abituale di quelle escursioni con Adrien.
Era stata un’estate torrida, e la settimana prima era stata colpita dall’aria sofferta, assetata della terra e delle piante. Era contenta che fosse arrivata la pioggia, perché tutto adesso era di un verde più brillante, più intenso.
Si erano spinti piuttosto in là, come al solito. Ad entrambi piaceva molto camminare, e quando chiacchieravano quasi non si accorgevano delle distanze, né della fatica. Ma all’improvviso, un primo lampo attraversò l’aria, seguito dal cupo rombo di un tuono in lontananza. Fino a poco prima, nonostante la pioggia, il cielo era stato di un colore grigio perla quasi elegante e per niente minaccioso. In pochi minuti, era diventato scuro e pesante e metallico, come se davvero fosse fatto di piombo. Involontariamente, Stéphanie strinse più forte la mano di Adrien.
– Hai paura dei temporali! Credevo che non avessi paura di niente – la prese in giro lui.
– Immagino che a te, invece, non ci sia niente che ti spaventa – lo rimbeccò lei, imbronciata.
– Ma certo che c’è. Io odio gli aerei. Se fosse per me, andrei in treno anche in Australia. Fortunatamente finora non mi hanno mai chiesto conferenze in Australia. In un paio di occasioni comunque ho dovuto volare, e ti assicuro che non è stata un’esperienza piacevole.
Adrien sorrideva, la consueta aria equilibrata e rassicurante un po’ da professore.
Ma l’atmosfera era vagamente inquietante. Forse era quell’oscurità così fitta, alle due di un pomeriggio d’estate. Le luci del paese più vicino erano avvolte nella foschia, rese irreali dalla distanza, e gli alberi sembravano assumere forme vagamente umane, tanto che quando la maglietta le si impigliava in un ramo, Stéphanie provava quasi l’impulso di gridare.
– In momenti come questi non sono sicura che le streghe non esistano – commentò.
– Sarebbe un’occasione straordinaria. Credo che tra poco qui si scatenerà il finimondo, e se saremo bloccati qui, forse assisteremo a un sabba!
– Restare bloccati qui? Non scherzare!
Lui tornò subito serio.
– Mi dispiace, Stéphanie, ma ho detto la verità quando ho detto che sta per succedere di tutto. Non hai visto il cielo? Non puoi correre per chilometri in un bosco con un temporale.
In quell’istante, la luce di un lampo li abbagliò, vicinissima. Stéphanie si ritrasse istintivamente. Sembrava terrorizzata, e Adrien la strinse più forte, protettivo.
– Non succederà niente, te lo prometto – Le disse con dolcezza. E Stéphanie si sentì confortata, come se davvero lui potesse tenerla al sicuro dagli elementi.

Il fragore assordante di un tuono, e presto una pioggia violenta e sferzante fino a far male creò una cortina che rendeva invisibile il sentiero. Proseguire era difficile, tornare indietro sarebbe stato del tutto impossibile.
Stéphanie provò l’impulso di mettersi a piangere.
– Non credevo che sarebbe successo così presto – nonostante tutto, la voce tranquilla di Adrien ebbe ancora un effetto rassicurante su di lei. Ma ogni lampo la faceva sussultare, e si aggrappava al braccio di lui come a un’ancora di salvezza.
Adrien non l’aveva mai vista così fragile. Doveva trovare al più presto una soluzione. Quell’istinto di protezione che si era risvegliato in lui lo stupiva, ma non era affatto sgradevole.
Come se il rovescio non bastasse, si era alzato anche un vento impetuoso, che gettava loro addosso torrenti d’acqua e a tratti rischiava quasi di far perdere l’equilibrio. Erano bagnati fino alle ossa, infreddoliti e anche spaventati, benché Adrien riuscisse a mantenere un certo controllo.
All’improvviso Stéphanie si mise a ridere.
– Cosa c’è di tanto divertente? – Adrien la guardava stupefatto.
– Niente – ammise lei, con le lacrime agli occhi, quasi soffocata da un altro scoppio di ilarità. – E’ sciocco, lo so. Ma all’improvviso l’idea di essere qui, tutti fradici come due pulcini, persi in mezzo a un bosco senza poter andare né avanti né indietro mi è sembrata buffa. Immagino che sia la paura. Non preoccuparti, comunque, non avrò una crisi di nervi.
Adrien sorrise con ammirazione. Era sicuro che lei non fosse in preda a una crisi di nervi. Doveva ringraziare, anzi, di essersi trovato in quella situazione con una donna come lei, perché molte probabilmente avrebbero pianto e strepitato e perso la testa, rendendo tutto ancora più difficile.
– Ricordati, Barbara / Pioveva senza tregua quel giorno su Brest / E tu camminavi sorridente / Raggiante rapita grondante / Sotto la pioggia… – citò. – E’ di Prevert. Ti somiglia, anche se in questo momento non sei così raggiante e rapita. Grondante sì però. E credo che nessun’altra donna potrebbe ridere allegramente sotto questo torrente d’acqua. – Poi tornò serio.
– Senti, Stéphanie, mi è venuto in mente che poco distante da qui c’è quella baracca abbandonata, dove una volta abbiamo visto dei bambini che giocavano. Direi di provare a dirigerci laggiù se sei d’accordo.
Stéphanie annuì pensosa, e di nuovo si sentì presa dall’inquietudine, ma questa volta non aveva niente a che fare con la tempesta.
D’altra parte, l’idea di trovare un rifugio non era un sollievo da poco, e diede a entrambi l’energia necessaria per andare avanti sotto il vento sferzante e gli scrosci d’acqua. Corsero tenendosi per mano, anche per evitare di perdersi. L’oscurità diventava più fitta ad ogni momento.
La “baracca” era in effetti una costruzione di legno con il tetto in lamiera, che probabilmente un tempo conteneva degli attrezzi, ma era ormai evidentemente in disuso. Stéphanie pensò con una punta di ribrezzo a quale tipo di animali potevano averne fatto la loro tana, ma bisognava fare di necessità virtù, e lei era ben decisa a non lamentarsi. Era già una bella fortuna aver trovato un posto dove ripararsi dal freddo e dalla pioggia.
Il temporale non accennava a diminuire, e con il vento le finestre piuttosto malridotte della piccola costruzione scricchiolavano e sbattevano con un rumore alquanto sinistro.
– Hai un fiammifero? – chiese Adrien.
Senza parlare, lei gli tese la scatoletta. Dopo un momento, lui emise un’esclamazione che parve quasi di trionfo.
– C’è della legna qui dentro. So che probabilmente appartiene a qualcuno, anche se qui sembra tutto abbandonato, ma questa è un’emergenza. Se riusciamo ad accendere un fuoco, potremo scaldarci e asciugarci un po’.
Vedendo la fiammella che cominciava a crepitare, trasformandosi in poco tempo in un bel fuoco caldo e vivace, a Stéphanie venne da pensare che aveva ragione suo nonno a dire che l’uomo ha bisogno di molto poco per sopravvivere, e può in certe situazioni rinunciare a cose che normalmente sembrerebbero assolutamente indispensabili. In qualsiasi altro momento quella squallida baracca non proprio profumata le sarebbe sembrata un posto inavvicinabile, avrebbe voluto una poltrona, una bella vestaglia calda, un libro e magari una tazza di tè o di cioccolata bollente, e adesso il solo fatto di avere un tetto sulla testa le sembrava già tanto, ed essere riusciti ad accendere un fuoco si avvicinava molto a un miracolo.
– Non sarà pericoloso, con queste pareti di legno, vero?
– No, basta stare attenti.
Adesso che si sentiva al riparo, e poteva avere luce e calore, Stéphanie tornò di buon umore.
– Senti, Stéphanie, non vorrei che la prendessi male, ma io suggerirei che ci togliessimo i vestiti per farli asciugare, altrimenti secondo me rischiamo una polmonite.
Lei esitò. La sua amicizia con Adrien era diventata molto profonda, ma comunque si sentiva a disagio all’idea di spogliarsi davanti a lui, tantopiù che sapeva di piacergli, e non era lei stessa esente da una certa attrazione.
– Se vuoi non ti guarderò neppure – disse Adrien, ed era quasi sincero. In realtà, si era chiesto se non stava almeno un po’ approfittando della situazione e si era risposto che probabilmente sì, lo stava facendo. D’altra parte, gli era caduta sulla testa come la mela di Newton, e comunque rischiavano davvero un malanno a tenersi addosso quegli abiti fradici.
Alla fine Stéphanie si decise. Lui si girò dall’altra parte, dandole le spalle, ma passato il primo momento di imbarazzo improvvisamente le parve ridicolo formalizzarsi. Avevano condiviso tante cose, avrebbero condiviso anche questa.
Per Adrien, invece, le cose erano più difficili. Lei era rimasta in reggiseno e mutandine, e la vicinanza del suo corpo gli dava un calore ben diverso da quello del fuoco, ben più intenso.
– Sarà meglio aggiungere un po’ di legna sul fuoco – disse, alzandosi quasi di scatto. – In realtà non era affatto necessario, ma aveva bisogno di un attimo di respiro.
In quel momento però, una raffica di vento più forte sembrò quasi far ballare l’intera catapecchia, e un lampo squarciò l’aria così vicino che parve puntare direttamente su di loro. Tutte le paure di Stéphanie tornarono.
– Non ti allontanare – gli disse, aggrappandosi al suo braccio. L’unico ritrovato moderno che le sembrava indispensabile in quel momento era un parafulmine.
Ma quel gesto, il modo in cui l’aveva guardato, chiedendogli di proteggerla e dandogli tutta la sua fiducia, lo aveva toccato nel profondo. Per troppo tempo aveva tenuto addormentate tutte le sensazioni che potevano metterlo in pericolo, per troppo tempo aveva cercato di dominare tutto, razionalizzare tutto, essere sempre controllato in ogni momento della sua vita. E adesso la passione esplose inarrestabile, facendogli perdere la testa.
La baciò, accarezzandola, stringendola, toccandola. Pensava che lo avrebbe respinto, e voleva prendere tutto quello che poteva, sentire il suo corpo finché lei glielo consentiva.
Ma lei non lo respinse. Era stata rabbia la prima cosa che aveva sentito. Come osava? Se non la stava violentando, ci mancava poco. Stava approfittando di un momento in cui era particolarmente vulnerabile. Aveva sempre sospettato di essere il membro più debole, in quella loro curiosa alleanza. Ma mentre per la sua testa passavano questi pensieri, già ricambiava il bacio, sentendo risvegliarsi la voglia di passione, di piacere, di oblio.
E lui, che dopo il primo attimo di sbandamento si era quasi pentito, e si aspettava una reazione violenta, o tutt’al più un passivo abbandono, si trovò stretto a lei che non voleva più lasciarlo.
Qualcosa che ancora c’era rimasto di razionale in lui gli diceva di non farsi illusioni, ma per la prima volta in tanti anni lui non voleva che la ragione controllasse i suoi sentimenti. Voleva solo quello che stava succedendo, qui e ora, anche se fosse stato solo per una sera, ma sì, chi se ne frega, andava bene così.
Quando Stéphanie staccò infine le labbra dalle sue fu solo per poggiare la testa sulla sua spalla. Lui le carezzò i capelli e pensò Dio quanto tempo che non compiva quel gesto su una donna, e come era bello.
Il fuoco adesso si stava spegnendo davvero, ma nessuno dei due parve farci caso fino a che l’ultima scintilla si fu spenta e si trovarono immersi nel buio, con solo la brace che continuava a bruciare.
– Bisognerà riaccenderlo – mormorò lui, ma senza convinzione, e non si mosse, anche perché lei non gli avrebbe permesso di toglierla da dove si trovava. Non aveva più né freddo né paura.
– Stai bene? – Le chiese lui con dolcezza.
– Meravigliosamente – rispose lei, con voce inconsapevolmente sensuale, appena velata forse dal fumo, o dalle troppe sigarette che aveva fumato pensando a Matteo, o forse dall’improvvisa consapevolezza di quello che stava per succedere.
Quello che è certo è che il desiderio che vibrava in quella voce roca, il suo improvviso abbandono, riportarono l’eccitazione di Adrien ad un livello incontrollabile. Riprese ad accarezzarla con gesti sempre più intimi, e il fuoco che era in lui venne alimentato ancor più quando lei cominciò a ricambiare quelle carezze. Quando alla fine fece l’amore con lei, fu con una tale intensità, una tale forza, da spaventarlo. Mai il termine “possedere” era stato più appropriato. Voleva averla, sentirla sua, sentirla dentro di lui, nel suo corpo, nel suo sangue.
Stéphanie, invece, non era spaventata. Quel che di selvaggio che c’era stato nel modo in cui lui l’aveva presa le aveva impedito di farsi domande, rendendo più completo il suo abbandono, cancellando la paura, annullando il dolore. Le cose che aveva considerato tanto importanti nella sua vita erano avvolte in una nebbia che le rendeva confuse e remote.
Nell’assoluta pace, in quel silenzio carico di promesse che erano state mantenute, in cui non c’era più né violenza, né ansia o smania di nulla, ma solo dolcezza, Adrien decise di dirlo:
– Ti amo. – Erano le parole sbagliate, e lui lo sapeva. Sapeva che lei non avrebbe risposto, perché se avesse risposto avrebbe dovuto dire cose che non le sembrava giusto dire, tanto lui comunque le conosceva già. Non gli importava. Non si sentiva tradito, al contrario, aveva avuto molto più di quanto si aspettasse. Per questo aveva voluto dirglielo, per vivere fino in fondo il suo ritrovato coraggio.
E adesso che i lampi si stavano allontanando, i tuoni non erano altro che sommessi brontolii, e la rabbia del cielo era diventata un’irritazione senza più minaccia, Adrien sapeva che questo avrebbe chiuso la loro storia, che con la tempesta era cominciata e con la tempesta sarebbe finita. Erano stati, com’era quella frase così sciocca, due treni che si sfioravano nella notte, sì, qualcosa del genere. Ma era stata una bellissima notte, e sfiorarsi era stato fantastico.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

Gianna li vide rientrare, presa da sentimenti contrastanti. Vide subito che la burrasca si era calmata. Non era particolarmente osservatrice, ma non era difficile accorgersene, avevano cambiato completamente espressione, tutti e due. Sembravano persino più giovani. Elisa aveva perso la ruga di concentrazione sulla fronte, di quando metteva tutte le sue forze nel convincersi che stava benissimo anche senza di lui, e Andrea sorrideva. Il sorriso di Andrea era sempre stato una cosa che parlava da sola.
Era meglio così? Sarebbe stato meglio che continuassero a non vedersi, e forse prima o poi sarebbero riusciti comunque a venirne fuori? Chi poteva saperlo? Ma Gianna aveva senso pratico, e pensava che se entrambi, nello stesso momento, avevano deciso di rivedersi, in qualche modo avrebbero fatto, se non fosse stato a casa sua avrebbero trovato comunque una strada. D’accordo, forse sarebbero riusciti, presto o tardi, a superare la rabbia, l’amarezza, il dolore, e tirare avanti. Ma perché?

Elisa aveva pensato che non sarebbe riuscita nemmeno a sentire il gusto del cibo, e invece lo sentiva benissimo, anche più del solito. Non aveva mai capito la connessione tra cibo ed erotismo, adesso la capiva. I profumi e i sapori dei piatti liguri, piatti della tradizione marinara e contadina, non certo raffinati, ma gustosissimi, a cui Gianna si dedicava con tutta la sua anima mediterranea, le provocavano un piacere decisamente sensuale. Andrea non faceva assolutamente niente per nascondere il fatto che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Mangiava guardandola, quasi che quello che stava assaporando fosse solo un anticipo di quello che sarebbe venuto dopo. Non aveva mai creduto che si potesse eccitare una persona in quel modo, ma era possibile, sì. Non si accorse nemmeno che partecipava anche lei a quel gioco, altrettanto incapace di filtrare le sue emozioni, fino a che anche portare un’oliva taggiasca alle labbra diventava un gesto malizioso.
Non fu tempo sprecato, non solo la concessione alle convenzioni dell’ospitalità, in attesa di potersi finalmente districare e scappare via. C’era, è innegabile, un’aspettativa un po’ impaziente. Non è certo facile continuare a far finta di niente mentre un fremito sinuoso e liquido rifluisce in onde di calore che arrivano anche alle mani, al viso, al collo, dove tutti possono vederle. Ma quegli istanti rubati all’appagamento del loro desiderio erano istanti regalati all’attesa che dilatava quel desiderio, annullando ogni altra cosa. Incoscienza, follia. Forse.

Il tempo di un caffè, due chiacchiere con gli ospiti, l’ultimo goffo tentativo di fingere di essere ancora sulla stessa terra dove c’erano anche gli altri. Ma Gianna sapeva come stavano le cose. Guardò Andrea, gli fece segnali con gli occhi e con le mani, vai via, portala via, e non preoccuparti del resto. Chi vuole capire, capirà.
Così fuggirono via, nella macchina di lui, un’altra Ford, ma non quella che aveva comprato da ragazzo e che adesso sarebbe stata comunque in età per andare dignitosamente in pensione. Blu. Non eccessivamente curata, se non dove era necessario. In ordine, confortevole. Andrea non si inebriava con la velocità, ma si vedeva che gli piaceva guidare. Aveva una mano sicura sul volante, come… mentre gli guardava le mani, i pensieri di Elisa andavano per conto loro. Rimasero stranamente silenziosi, per tutto il viaggio, di tanto in tanto lui la guardava. Si sorridevano.
Quando lui ruppe il silenzio, non lo fece con una frase particolarmente evocativa.
– Il parcheggio è sempre un problema – disse.
– Cammineremo – rispose Elisa, e pensò a quante volte frasi così banali nascono da pensieri troppo forti per poterli esprimere.
Ma trovarono posto abbastanza vicino, persino troppo, per Elisa, che avrebbe quasi voluto prolungare ancora un po’ quella tortura così dolce, di desiderarlo tanto, sapendo che sarebbe stata un’attesa breve.
Di nuovo quella sensazione di familiare, casa sua gli somigliava così tanto che era come se lei ci avesse abitato con lui, come se la conoscesse da quando conosceva lui.
Si sfilò la giacca, i guanti, e rimase con il vestito che aveva indossato per la cena da Gianna, quel vestito che aveva suscitato in lui quel misto di gelosia, di orgoglio e di desiderio. Adesso voleva solo toglierglielo. Le fasciava il corpo, lasciando intravedere la curva dei seni, e le lasciava scoperte le braccia e le spalle. Aveva lunghe braccia snelle, e mani dalle dita lunghe, belle mani da pianista.
Ma fu lei a prendere l’iniziativa, questa volta. Superando ogni timidezza, ogni vergogna, per la voglia di scoprire il corpo di lui come lui aveva fatto col suo, ricordando e usando gli stessi gesti di lui, ma a modo suo, per restituirgli lo stesso incantato stupore che lui le aveva fatto provare, l’altra volta. Le piaceva toccarlo, le piaceva spogliarlo. Non lo aveva mai fatto, lasciando sempre che fosse Matteo a decidere i tempi e i modi del loro amore. Lo guardò, mentre gli sfilava il maglione, e Andrea trattenne il respiro. Anche il maglione era blu. Sentì l’odore della lana, misto con il detersivo da bucato e il fumo che gli era rimasto addosso da casa di Gianna. Poi l’odore della sua pelle, che non avrebbe saputo descrivere, ma le piaceva. Un profumo fresco e un po’ aspro, che le ricordava la resina degli alberi di un bosco.
Le sue dita sfiorarono le irregolarità del viso di lui, certi punti ruvidi e scabri della pelle, i rilievi e gli infossamenti delle spalle, le callosità e le parti più morbide. Come aveva mai potuto pensare di rimpiangere il fatto che lui non fosse più un ragazzo, quando proprio questo glielo rendeva infinitamente più caro? I segni che la vita gli aveva lasciato le parvero segni d’amore, come se ogni imperfezione fosse il risultato di una storia, ogni ruga un piccolo miracolo della sua capacità di arrendersi al tempo, che forse era l’unico modo di vincerlo. Allora seppe che si sarebbe aperta a lui come a uno straniero, accogliendo la ferita dell’incontro, l’inquietudine della differenza, le sgradevolezze e il lenimento delle somiglianze, amandolo completamente, senza confini, perché lui l’aveva incontrata e riconosciuta e non era tornato indietro. Un pensiero l’attraversò come un lampo. La felicità vive dell’imperfezione. Non era importante, adesso, eppure lo era. Il suo corpo reclamò spazio, scacciò la mente nei suoi recessi. Lei udì un suono che non aveva mai sentito ma che riconosceva, una musica che veniva dalla parte più profonda di lei.
– Non fermarti – mormorò lui – e la sua voce rauca, quell’accenno di urgenza, tornarono ad eccitarla ancora di più. Dopo averlo spogliato, si sfilò l’abito. Non sapeva bene i gesti, magari era un po’ goffa, ma non le importava niente, lui continuava a guardarla, e lo vedeva dai suoi occhi che non la trovava goffa. Le piaceva quando la guardava così, come se nei suoi occhi l’acqua del mare si mescolasse con il fuoco. Lasciò che la lentezza dei suoi gesti facesse divampare quel fuoco, oltre il punto di non ritorno. Solo dopo lasciò che lui la toccasse, lasciò che le carezze di lui sciogliessero il suo corpo come se fosse stato fatto di neve bollente, lasciò che lui le insegnasse cose che non aveva mai saputo esistessero. E poi rimase così, le gambe fuori dal letto selvaggiamente disfatto, la testa appoggiata al braccio, brividi di freddo che si mescolavano ai brividi di piacere, completamente, inesorabilmente felice.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

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Elisa si addentrò nei carruggi che aveva ormai imparato a conoscere bene non solo perché Gianna ci abitava, ma anche per le innumerevoli passeggiate che avevano fatto insieme, per fare shopping o semplicemente per girare. Mica puoi abitare a Genova e fermarti alla soglia dei vicoli, diceva Gianna. Quello che era certo era che lei, Gianna, ci si sentiva perfettamente a suo agio, la sua casa era aperta a tutti, italiani e non, purché stessero alle sue regole, e se a qualcuno non andava bene, mica era un obbligo frequentarla. Nessuno l’aveva mai scippata, ma, come ogni tanto raccontava, una sua cugina era stata scippata in piena Albaro, zona signorile, alle due del pomeriggio. Ci sono persone, diceva, che trovano sempre mille motivi di infelicità e neanche uno di gioia. Li chiamava i baciati dalla cattiva sorte, quelli che hanno come unico hobby la compilazione di lunghi elenchi di disgrazie, trovando in ogni cosa soltanto motivi di mugugnare e lamentarsi. Lei non aveva nessuna intenzione di farsi suggestionare dagli spettri agitati da qualche politico non in perfetta buona fede, e da qualche giornalista non precisamente indipendente, solo perché la gwerx spaventata si governa meglio. La sua bellissima casa era in uno di quei minuscoli vicoletti che si dipanavano come una ragnatela, un labirinto, una rete di sottili rivoli grigi delimitati dagli alti muri delle case addossate l’una all’altra, strette nell’antica difesa – c’era dell’ironia in questo – contro i Turchi, i Mori, gli Arabi, insomma.
Spesso a febbraio Genova è fredda, più fredda che a dicembre o a gennaio, quasi che l’inverno in quei suoi ultimi guizzi volesse mostrare la sua potenza, gelando i corpi e le case, da cui il sole della primavera avrebbe impiegato più tempo a sciogliere il ghiaccio.
Il profumo della farinata e delle torte di una vicina friggitoria si mischiava con odori molto meno gradevoli. Piovigginava, e l’umido le entrava nelle ossa. Ma si sentiva il cuore leggero. Tutta la pioggia, il freddo, la puzza e l’umidità del mondo non avrebbero potuto, in quel momento, scalfirla.

A casa di Gianna il profumo era anche migliore di quello della friggitoria. Basilico fresco, minestrone, acciughe, frisceû di baccalà, torta di pinoli, tutto un miscuglio di odori che solleticavano le narici e facevano venire appetito.
Andrea non era ancora arrivato. Con tutta la buona volontà, non avrebbe potuto sostituirlo neanche con il famoso bagnon di acciughe di Gianna.
Gianna era ancora in grembiule, stava preparando una salsina dolce di sua invenzione, una sorta di gelatina di frutta. Un altro incantevole profumo.
– Ma quante cose hai preparato? – Le chiese Elisa, soffermandosi ammirata a guardare il bendidio sull’immensa tavolata della cucina.
– Beh – rispose lei, facendole l’occhiolino – gli uomini si prendono per la gola, anche se in questo caso per interposta persona. Spero che ci sarà qualcosa da festeggiare, stasera.
Elisa si sentì rincuorata. Almeno lui non aveva telefonato all’ultimo momento per dire che purtroppo non poteva proprio venire. A lei era venuta l’influenza, il giorno dopo la telefonata di Gianna. Luca si prendeva tutto quello che c’era in giro, e certo non poteva risparmiarsi l’influenza.
“Babba, secoddo te l’idfluenza viede perché i microbi haddo freddo e si scaldado dedtro di doi?” Era stata quella la domanda da cento milioni di dollari, questa volta. Cosa avrebbe potuto dire? Chissà, forse. L’unica cosa che sapeva era che si trasmetteva facilmente. Bastava che passasse prima di sabato… per fortuna era passata, grazie anche a un paio di robuste aspirine.
Il campanello continuava a suonare, uno squillo dopo l’altro, a ripetizione. Ci saranno state già sette o otto persone. Quando sarebbe arrivato, lui?
E finalmente, eccolo.
Ma a vederlo, Elisa sentì una fitta al cuore, incontrando lo sguardo freddo che aveva tanto temuto, gli occhi duri che la guardavano senza tregua, taglienti.

Non era quello il modo in cui Andrea avrebbe voluto guardarla. Aveva deciso di volerla vedere, e non era stato certo per mettere ancora più distanza tra loro. Ma adesso che era lì davanti a lui, l’orgoglio era tornato. Non le avrebbe fatto capire quanto aveva sofferto a causa sua. E dietro l’orgoglio la paura, forse, perché anche Andrea aveva paura. Anche lui non sapeva cosa aspettarsi, anche lui cercava, come poteva, di difendersi.
La pioggia adesso scendeva con rabbia, schiocchi di frusta sulla strada, lo sguardo di Elisa corse alla finestra, per non sentire più la durezza altrettanto sferzante degli occhi di lui fissi nei suoi, per ritrovare il coraggio.
Tornò a guardarlo.
– Andrea, io… vorrei parlarti. Per favore. Vuoi venire sulla terrazza con me? – La sua voce suonava così strana, velata, stanca, eppure determinata. Andrea pensò che anche lei doveva aver sofferto molto. La seguì.
La terrazza era chiusa, eppure gli scrosci erano così violenti che qualche goccia arrivava fino a loro, portata dal vento, infiltrandosi tra gli spifferi delle vetrate.
Non c’era nessuno, ma era quello che volevano.
– Voglio… voglio dirti quello che ho sentito in questi mesi, poi puoi farne quello che vuoi, ma devo cercare di spiegarti. Probabilmente è stata la paura, come dicevi tu, ma io credevo che fosse l’unica cosa ragionevole da fare. Continuavo a dirmi, non posso rischiare di far del male ai bambini, non posso mettere in pericolo tutto quello che ho, perché anche se ti amo così tanto, anche se avevi risvegliato una passione così grande… no, anzi, proprio per questo, ho pensato che … che tu avresti potuto portarmi a dimenticare tutto il resto, che sarebbe stata una rovina, un terremoto. L’istinto mi diceva che stavo sbagliando, che con te stavo bene, che quello che sentivo era amore, e l’amore non distrugge. Sapevo, dentro di me, che avresti potuto rendere la mia vita più bella, ma avrei dovuto abbandonarmi, avrei comunque dovuto perdere tutta una vita di certezze. Adesso so che sarei pronta a rischiare ma non so… quello che senti tu.
Elisa lo guardò, fermandosi di botto, come se le fosse impossibile pronunciare anche solo un’altra sillaba, Aveva il viso umido di pioggia, e probabilmente anche di lacrime.
Per un attimo Andrea ebbe la tentazione di lasciarla piangere per un po’. Tutto il dolore che aveva provato a causa sua gli aveva lasciato una vena di crudeltà. Ma si vergognò del pensiero, anche per le cose che lei gli aveva detto, e per come le aveva dette, senza difese, con tutta l’anima sulle labbra. E comunque, anche se avesse voluto non avrebbe potuto. Le sue emozioni erano incontrollabili di fronte a lei, e sapeva di amarla al punto che avrebbe sofferto ancora per lei, e l’avrebbe ancora perdonata.
Alzò una mano a sfiorarle il viso. Non riusciva a toccarla, anche solo un contatto casuale, senza che il desiderio di lei gli scombussolasse tutte le funzioni vitali.
Cosa c’era in lei che ogni volta che la vedeva gliela faceva immaginare distesa nuda su un letto, aspettando solo di far l’amore con lui? Non aveva il fascino distante e irreale di una diva del cinema, i suoi sguardi non erano, di solito, sguardi assassini, almeno non volutamente. Si possono lanciare involontariamente sguardi assassini? E un uomo può seriamente farsi domande di quel genere? Certo, era vero che il modo in cui i suoi occhi si illuminavano quando lo guardava gli era sempre piaciuto, ma… vestiva anche in modo piuttosto sobrio, anche se in un paio di occasioni gli era venuta una tentazione alquanto sciovinisticamente possessiva di chiederle dove diavolo credeva di andare vestita così, e questa era una di quelle. Ma non era la luce nei suoi occhi, e non era il vestito. Tutto quello che voleva, anche adesso, era di stringere quel suo corpo morbido e caldo e far l’amore con lei fino a non poterne più. Ecco, forse era proprio questo, quella sua qualità morbida, rotonda, concava. gli veniva da dire, o forse la parola era “ricettiva”, nel modo in cui si abbandonava senza pudore e senza paura. La paura, semmai, veniva dopo.
Elisa lo guardò, vide tutto questo nei suoi occhi, e stranamente si mise a piangere ancora più forte, ma non stava piangendo, stava ridendo, senza sapere perché. Di felicità, forse. Di sollievo, di tensione che improvvisamente si scioglieva.
– Chissà cosa penseranno lì sotto – disse, quando si fu un po’ calmata, – Non è proprio una giornata da starsene a godersi il fresco sulla terrazza.
– Se sapessi quanto me ne importa di quello che pensano. Per tutto questo tempo volevo solo te, e anche adesso voglio solo te. Possiamo tornare giù, se vuoi, possiamo andare a cena, e se ti fa sentire meglio, posso andarmene prima di te, perché non ci vedano uscire insieme. Basta che dopo vieni a casa mia. Ho immaginato ogni sera di far l’amore con te, e ad ogni sera il desiderio cresceva, e adesso è diventato insopportabile.
Elisa sorrise, abbassò gli occhi. C’era un’ombra di rimprovero, in quella parole, ma era il calore del suo sguardo a farle abbassare gli occhi, adesso.
– Non ha importanza – disse. – Possiamo andare via insieme, non ho più bisogno di nascondere niente. Se non mi nascondo più a me stessa, perché dovrei nascondermi agli altri?

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV (continua)

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Elisa sospirò. Era sempre una lotta per trovare le chiavi nella borsa. Anche quando era una borsetta piccola, da tracolla e con solo due tasche, come quella che portava in questo momento. C’erano sempre documenti, carte, oggetti che ci finivano chissà come, spiccioli sparsi. Sentiva il tintinnio, sapeva che dovevano esserci, ma chissà dove erano finite. In quel momento suonò il telefono. Tipico, pensò lei. La gente deve avere sviluppato un sesto senso per chiamarti solo quando sei sotto la doccia, o stai mangiando, o sei fuori dalla porta e non trovi le chiavi per aprire.
Ma finalmente riuscì a trovare le benedette chiavi, e ad aprire la porta, incredibilmente ancora in tempo per rispondere. Era Gianna. Di nuovo. Sapeva che si stava comportando male con l’amica, aveva rifiutato tutti i suoi inviti negli ultimi mesi. Proprio non aveva voglia di ritrovarsi in mezzo a un mucchio di facce semi-sconosciute, a mangiare troppo, bere troppo, sentire musica troppo alta.
Naturalmente non era quella l’unica ragione. Lo sapeva Elisa e lo sapeva anche Gianna. Si erano viste un paio di volte nell’intervallo di pranzo, quasi di sfuggita, e Gianna non aveva perso occasione per sgridarla.
“Ti stai arrendendo”, le aveva detto. “Ti stai facendo prendere da troppe cose che non sono importanti. Lasci passare il tempo, solo perché scorre così in fretta sembra che siano passati solo pochi giorni, e invece sono mesi. Gli uomini non aspettano in eterno”.
Quelle parole l’avevano stupita, perché Gianna era sempre stata piuttosto perplessa riguardo alla sua “storia” con Andrea, anche prima che diventasse tale. Forse aveva anche contribuito a farle pensare che seguire l’istinto potesse rivelarsi una scelta potenzialmente eversiva, oltre che dagli esiti incerti. “Hai un marito meraviglioso, non capisco cosa vai cercando”, le aveva detto più di una volta. “Non si può rivoluzionare tutto così. La tua vita ha preso un certo indirizzo, hai preso certe decisioni, magari adesso decideresti diversamente, ma ormai quello che è stato è stato. Come fai essere sicura che con Andrea non ti troverai, tra qualche anno, nella stessa situazione in cui sei adesso con Matteo?” E giù altri ammonimenti sulla passione che finisce, sull’amore che diventa “stima e rispetto reciproco”. Elisa si era sempre ribellata: “ma se l’amore per te è questo, allora in che cosa si distingue dall’amicizia? E come si può pensare di continuare a portare avanti una scelta sbagliata, solo perché ormai l’hai fatta e cambiare comporta dei rischi?”
Eppure il tarlo l’aveva tormentata per tutto quel tempo. C’erano voluti diversi mesi e una buona opera di convincimento da parte soprattutto di Fabrizio, perché Elisa si rendesse conto di odiare tutti gli “ormai”, e di non essere una perversa rovinafamiglie per questo.
Non che Gianna avesse inteso giudicarla, del resto lei era tutt’altro che una moralista. Gliel’aveva detto esplicitamente, forse era solo perché quello che Elisa aveva, una famiglia stabile e dei figli, era proprio quello che mancava a lei.
– Senti, Elisa, non so se faccio bene – le disse al telefono quella sera. – Come la penso lo sai, ma mi sto convincendo che forse non avevi torto, il prezzo da pagare è troppo alto. Ti vedo affannarti dietro a mille cose, freneticamente e senza fermarti mai, come se avessi paura di fermarti. Ed è la stessa cosa che vedo fare ad Andrea. Siete davvero simili in questo. Vi buttate a corpo morto nel lavoro, e in un fiume di altre attività che vi occupino il cervello, però non ci mettete più nessuna gioia. E per come vi conosco, siete due persone piene di gioia di vivere. Sinceramente mi fa male vedervi così. Io credo che a questo punto tu devi guardare in fondo a te stessa, decidere quello che davvero vuoi, deciderlo definitivamente, pesando tutte le ragioni della tua scelta, e poi, qualunque sia questa scelta, parlarne con lui, e fargli capire che se scegli di rischiare, lo farai mettendoci un vero impegno, e se scegli di non amarlo più, non avrai poi né cedimenti né rimpianti e soprattutto non cambierai idea.
– Lui… lo hai visto? Come sta?
– Come vuoi che stia? Metà delle infermiere che lavorano per lui gli fanno gli occhi dolci. Lui è sempre gentile, una persona dolcissima, ma ha qualcosa di impenetrabile, non si smuove neanche di un millimetro. Però prima queste cose le prendeva allegramente, adesso credo che non se ne accorga proprio. Ma te l’ho detto qual è la cosa peggiore. Anche se continua ad essere gentile con tutti, e anche se non lo ammetterebbe mai, io che lo conosco vedo benissimo che ha dentro molta rabbia e molto dolore.
Elisa aveva scelto di non preoccuparsi del dolore di Andrea. Aveva pensato che se fosse rimasta con lui, avrebbe fatto del male alla sua famiglia. Essendosi fatta carico del dolore dei suoi bambini, avendo rinunciato a lui per la fatica e i rischi che le avrebbe comportato uscire da una situazione ormai assestata, avendo lasciato che la paura del giudizio altrui occupasse tutte le energie che aveva a disposizione, non avrebbe potuto affrontare l’idea che anche Andrea avrebbe sofferto. Era troppo per lei. Aveva rifiutato di pensare che lui l’amasse così tanto. Si era detta persino – se ne vergognava molto, e non l’aveva confessato a nessuno – che lui era un uomo, e che gli uomini dimenticano più in fretta. Paura. Solo paura. Adesso doveva fare i conti con la realtà. Aveva già deciso che voleva parlargli, adesso doveva farlo, accettandone le conseguenze, guardando in faccia il male che gli aveva fatto, anche se avrebbe potuto essere così tanto da allontanarlo da lei definitivamente. Le decisioni, anche quelle che si prendono per restare tranquilli e sfuggire a emozioni troppo forti, hanno sempre degli effetti sia per chi le ha prese, sia per gli altri, e a volte sono effetti a cui non si era pensato.
– Cosa dovrei fare secondo te? Non posso parlare con lui di queste cose per telefono. Lo so che l’ho fatto, l’altra volta, ma è proprio per questo. Hai ragione tu, se prendo una decisione definitiva, qualunque sia, devo avere il coraggio di dirglielo in faccia.
– Mi ha promesso di venire sabato da me. Ho organizzato una cena a casa mia, e naturalmente ci saranno anche altre persone, del resto credo che sarebbe anche più imbarazzante se avessi invitato solo voi due, tipo colloquio chiarificatore. Però credo che questa occasione dovresti prenderla al volo. Lui non sa che vieni, ma non so perché, ho la sensazione che non gli dispiacerebbe.
Chissà, pensò Elisa. Si era detta che doveva accettare quello che sarebbe venuto, prendersi la responsabilità delle conseguenze delle sue decisioni, ma per tutto quel tempo buona parte del motivo per cui non aveva fatto niente era stata l’ansia per la risposta che lui le avrebbe dato.
Ma alla fine pensò, non posso stare peggio di come sto adesso. Comunque non lo vedo, comunque non è con me, e se non gli parlo, non avrò mai la possibilità che le cose cambino.
– Va bene – disse. – Verrò.
Di là dalla camera di Roby le arrivavano le note di Knock on Wood cantata da Eddie Floyd. L’avevano cantata spesso, nelle loro serate con la chitarra, più o meno vent’anni prima, e le parole le ricordava bene. – “Non voglio perdere questa cosa così bella; se dovesse succedere, certo perderei moltissimo, perché il tuo amore è meglio di qualunque altro amore che io conosca. E’ come il tuono, come il fulmine, il modo come mi ami mi spaventa…”. Ad Andrea piaceva quella canzone, e le parole erano così vicine ai suoi pensieri che le sembrarono un segno. Se fosse un segno positivo non poteva saperlo, ma decise di sì. Quello che voleva era conservare per sempre quel senso di leggerezza, quella musicalità lieve che adesso guidava i suoi movimenti, dove prima c’era stata solo fatica.