16. The Fisher King / La leggenda del re pescatore

 

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Mica pensavate che mi fossi dimenticata del lunedì della recensione, vero? No, non mi sono dimenticata, ma ancora una volta il compito era impegnativo, trattandosi di un’opera complessa, multistrato, che merita secondo me un’attenzione particolare, pur nel poco tempo (e spazio) a disposizione.

E comunque non è facile per me recensire questo film. Non lo amo, ma mi colpisce profondamente. Non tanto perché io davvero creda che i cosiddetti “demoni” di Robin Williams vi si siano materializzati, come Terry Gilliam ha detto di recente. Ma perché è un film dolorosissimo (non ho idea del perché il riassunto di copertina parli di un “comic masterpiece”, tutto può definirsi tranne che comico, direi), in cui la fiaba, la magia, il sogno sono usati per scavare nel profondo della sofferenza umana, individuale e collettiva. Tra parentesi, la leggenda del re è bellissima e io adoro sentire RW che racconta.

E’ anche una storia di redenzione, indubbiamente, di speranza e di poesia e di dolcezza (penso ad esempio alla scena in cui Parry vede la gente intorno a lui danzare perché la gioia di vedere la ragazza di cui si è innamorato trasforma il mondo intorno a lui, tra l’altro una scena bellissima anche dal punto di vista della luce, sembra un quadro). Ma ci si arriva passando attraverso momenti di indicibile tormento.

Jack Lucas (Jeff Bridges) sta per spiccare un salto verso il successo. Conduce una trasmissione radio seguitissima in cui esprime tutto il suo cinismo da salotto inseguendo personaggi noti in cerca di pettegolezzi e rispondendo alle telefonate degli ascoltatori nella maniera più crudele che può. Fino a che un giorno uno dei suoi commenti sopra le righe tocca un nervo scoperto di qualcuno e provoca una tragedia.

Qualche anno dopo ritroviamo Jack perseguitato dal rimorso  (per quanto egocentrico e vittimistico), e incapace di riprendere a condurre una vita normale. Una notte, ubriaco, sta per essere ucciso da una banda di ragazzi dediti ad ammazzare i barboni, quando in suo aiuto arriva Parry (Robin Williams), una sorta di moderno abitante di una Corte dei Miracoli trasferita a New York.

Parry soffre di una forma curiosa di follia, crede di essere un cavaliere e di avere come missione il recupero di un presunto Santo Graal che si troverebbe nel castello di un miliardario della città. In questa missione è ostacolato però da uno spaventoso cavaliere rosso, una sorta di demonio sanguinoso e sanguinario che lo assale con particolare ferocia quando si avvicina troppo alla memoria del suo passato.

Perché come si scopre abbastanza presto, Parry non è impazzito senza ragione. Ha visto morire la moglie amatissima proprio in quella strage che Jack ha inconsapevolmente scatenato. E in qualche modo sembra “intuire” chi è Jack, il senso di questo incontro così improbabile tra due uomini che non avrebbero nulla in comune se non quel legame che dovrebbe semmai separarli da un muro di odio e che invece potrebbe forse essere per entrambi la porta verso un nuovo inizio.

Questo film portò un’altra nomination all’Oscar per Robin Williams, che credo questa volta se lo aspettasse, giustamente, persino più delle altre due. In seguito ci ha scherzato più di una volta, su tutte quelle occasioni in cui si era trovato a dover essere felice per qualcun altro (ma poi avrebbe scherzato anche sull’Oscar, dicendo che dopo la prima settimana di complimenti e congratulazioni, la gente aveva ricominciato a salutarlo, incontrandolo, con “Ciao Mork”) 😀