LA LETTRICE DELLA DOMENICA 10 – Huckleberry Finn

 

Huckleberry Finn

Che meraviglia i libri di Mark Twain! Avevo letto Tom Sawyer all’età giusta, per così dire, e debitamente sognato una vita sul fiume tra briganti e caverne. Ma Huck Finn! L’uomo che ha scritto questo libro doveva essere un genio, però anche simpatico, che non è una cosa così comune.
L’ideale sarebbe leggerlo in inglese, perché lui passa con la massima disinvoltura dalle dotte citazioni (magari con qualche strafalcione) delle signore per bene al linguaggio di un ragazzino di una decina, forse una dozzina d’anni con qualche (svogliato) studio alle spalle, al dialetto di uno schiavo nero del sud, del tutto illetterato ma intelligente e di grande umanità.
Comunque azzardo qui un pezzetto, tanto per gradire, preso dall’inizio, quando Huck è appena tornato, di malavoglia, dalla vedova Douglas che vorrebbe “adottarlo” e farne un ragazzino come si deve.

Dopo la cena lei ha tirato fuori il suo libro e ha cominciato a dirmi di Mosè e delle Paludi e io ci tenevo un sacco a scoprire tutto di lui; solo che poi poco a poco si è lasciata scappare che questo Mosè era morto da un bel pezzetto; e così non me ne è fregato più niente perché a me dei morti non mi interessa proprio.
Dopo un po’ mi è venuta voglia di fumare e ho chiesto alla vedova se mi lasciava. Lei però non ha voluto. Ha detto che era una cattiva abitudine e che dovevo cercare di smettere. E’ sempre così con certa gente, criticano le cose senza che saper niente. Cioè, questa prima era tutta agitata per questo Mosè che non era suo parente e non serviva a nessuno, visto che era stecchito, capite, e poi mi fa una capa tanta perché ho fatto una cosa che mi piaceva. Che poi lei ha aspirato del tabacco, anche; questo naturalmente andava benissimo, visto che era lei a farlo.
Sua sorella, la signorina Watson, un’anziana zitella magra magra e con gli occhiali è appena venuta a vivere con lei e mi ha preso di mira con un libro di ortografia[…]
La signorina Watson continuava a dire “Non mettere i piedi là sopra, Huckleberry”; e “Non stravaccarti così, Huckleberry – stai seduto diritto”; e subito dopo: “Non sbadigliare e non stirarti in quel modo, Huckleberry – ma non riesci proprio a comportarti come si deve?” Poi mi ha raccontato tutto su un certo brutto posto e io ho detto che avrei voluto andarci. Allora è diventata matta, ma non è che io volevo dire niente di male. Tutto quello che volevo era andare da qualche parte, cambiare aria, non sono schizzinoso. Lei disse che ero cattivo ad aver detto così, che lei non l’avrebbe detto per tutto l’oro del mondo; che “lei” intendeva vivere in modo tale da poter andare nel posto bello. A dir la verità non vedevo il vantaggio di andare dove andava lei e così ho deciso che non mi sarei sforzato per questo. Però non l’ho detto, per non avere guai e comunque tanto non serviva a niente.

Qui il testo originale:

“After supper she got out her book and learned me about Moses and the Bulrushers, and I was in a sweat to find out all about him; but by and by she let it out that Moses had been dead a considerable long time; so then I didn’t care no more about him, because I don’t take no stock in dead people.

Pretty soon I wanted to smoke, and asked the widow to let me. But she wouldn’t. She said it was a mean practice and wasn’t clean, and I must try not to do it any more. This is just the way with some people. They det down on a thing when they don’t know  nothing about it. Here she was a-bothering about Moses, which was no kin to her, and no use to anybody, being gone, you see, yet finding a power of fault with me for doing a thing that had some good in it. Ans she took snuff, too; of course that was all right, because she done it herself.

Her sister, Miss Watson, a tolerable slim old maid, with goggles on, had just come to live with her, and took a set at me now with a spelling-book. […] Miss Watson would say “Don’t put your feet up there, Huckleberry”; and “Don’t scrunch up like that, Huckleberry – set up straight”; and pretty soon she would say, “don’t gap and stretch like that, Huckleberry – why don’t you try to behave?” Then she told me all about the bad place, and I said I wished I was there. She got mad then, but I didn’t mean no harm. All I wanted was to go somewheres; all I wanted was a change, I warn’t particular. She said it was wicked to say what I said; said she wouldn’t say it for the whole world; she was going to live so as to go to the good place. Well, I couldn’t see no advantage in going where she was going, so I made up my mind I wouldn’t try for it. But I never said so, because it would only make trouble, and wouldn’t do no good“.

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 7 – The Human Stain / La Macchia Umana

The Human Stain 2Questo è il primo romanzo che ho letto di Philip Roth e non so se ne seguiranno altri. Mi è piaciuto, anche molto, ricordo (è passato un po’ di tempo), ma per qualche ragione sento che Philip Roth non è il “mio” scrittore. L’io narrante è Nathan Zuckerman, personaggio già comparso in precedenti libri dello scrittore, so, e anche in uno successivo. E’ uno scrittore a sua volta e credo sia un alter ego di Roth. In questo romanzo Zuckerman racconta la storia di un suo vicino di casa, Coleman Silk, ex professore in una università del Massachussets, Attraverso il licenziamento di Silk per un pretesto fondato su una political correctness che entra a piedi uniti nell’ipocrisia, Roth descrive quel puritanesimo d’accatto di una società che in realtà pesca continuamente nel torbido e usa gli scandali (sessuali e d’altra natura) come una clava per colpire i personaggi scomodi, i rivali politici e così via. Ma Silk, a parte avere un’amante che non sa leggere e ha la metà dei suoi anni, ha un altro segreto molto più profondo, intimo, direttamente collegato alla sua identità, a quello che avrebbe voluto essere, alle cose contro cui ha combattuto e a quello che ha finito per diventare a dispetto di sé stesso.

Incipit:

Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà – mi confido che all’età di settantun anni aveva una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al college. Due volte la settimana questa donna puliva anche l’ufficio postale, una piccola baracca rivestita di scandole grigie che pareva aver protetto una famiglia di braccianti dai venti della Dust Bowl negli anni trenta e che, piantata solinga e derelitta a metà strada tra la pompa di benzina e l’emporio, fa sventolare la bandiera americana all’incrocio delle due strade che caratterizzano il centro commerciale di questa cittadina di montagna.”

Citazioni:

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.”

«Tutti sanno… Cosa? Perché le cose vanno come vanno? Cosa? Tutto ciò che sta sotto l’anarchia del corso degli avvenimenti, le incertezze, i contrattempi, il disaccordo, le traumatiche irregolarità che caratterizzano le vicende umane? Nessuno sa, professoressa Roux. “Tutti sanno” è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza, e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula il cliché a riuscire così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente»

This is the first novel by Philip Roth I’ve read and I’m not sure I’ll read any others. I liked it, I really did, I remember (it’s been some time), and yet for for some reason, I feel Philip Roth is not “my” writer. The first-person narrator is Nathan Zuckerman, a character I know was already in a few previous books by this author, and in a subsequent one as well. He’s a writer too, and as far as I know, he’s an alter ego of Roth’s. In this novel, Zuckerman tells the story of a neighbor, Coleman Silk, a former professor in a Massachusetts academy. Through Silk’s dismissal, based on an excuse founded in a political correctness that falls head first into hypocrisy, Roth describes the second-hand puritanism of a society that in actual fact is always fishing in troubled waters and using sex and other scandals as a club to bludgeon troublemakers, political rivals, and so on. Apart from having an illiterate lover half his age, however, Silk has another, much deeper and personal secret, directly related to his own identity, to what he wanted to be, to the things he fought and to what he ended up being, in spite of himself.

Incipit

It was in the summer of 1998 that my neighbor Coleman Silk – who, before retiring two years earlier, had been a classics professor at nearby Athena College for some twenty-odd years as well as serving for sixteen more years as the dean of the faculty – confided to me that, at the age of seventy-one, he was having an affair with a thirty-four-year-old cleaning woman who worked down at the college. Twice a week she also cleaned the rural post office, a small gray clapboard shack that looked as if it might have sheltered an Okie family from the winds of the Dust Bowl back in the 1930s and that, sitting alone and forlorn across from the  gas station and the general store, flies its American flag at the junction of the two roads that mark the commercial center of its mountainside town.

Quotes:

We leave a stain, we leave a trail, we leave our imprint. Impurity, cruelty, abuse, error, excrement, semen – there’s no other way to be here. Nothing to do with disobedience. Nothing to do with grace or salvation or redemption. It’s in everyone. Indwelling. Inherent. Defining. The stain that is there before its mark. Without the sign it is there. The stain so intrinsic it doesn’t require a mark. The stain that precedes disobedience, that encompassesdisobedience and perplexes all explanation and understanding.’

 “Because we don’t know, do we? Everyone knows… How what happens the way it does? What underlies the anarchy of the train of events, the uncertainties, the mishaps, the disunity, the shocking irregularities that define human affairs? Nobody knows. ‘Everyone knows’ is the invocation of the cliché and the beginning of the banalization of experience, and it’s the solemnity and the sense of authority that people have in voicing the cliché that’s so insufferable. What we know is that, in an unclichéd way, nobody knows anything. You can’t know anything. The things you know you don’t know. Intention? Motive? Consequence? Meaning? All the we don’t know is astonishing. Even more astonishing is what passes for knowing.”

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 6 – Il cacciatore di aquiloni

Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina, quasi frase per frase potrei dire.
E’ uno di quei libri che continuo a tenere a portata di mano dopo averli letti.
Se dico che è un racconto di amicizia, tradimento e redenzione so che può apparire come il “tipico” best-seller. Ma dopotutto, forse i libri molto belli e quelli molto brutti affrontano spesso le stesse cose, solo che lo fanno in maniera diversa.
Qui la guerra è “sentita”, più che descritta. Quello che sconvolge la vita dei protagonisti non è la guerra, se non indirettamente. E’ l’atroce crudeltà e arroganza degli individui e la difficoltà di trovare il modo giusto per contrastarla, la difficoltà di affrontare i propri stessi fantasmi, gli opposti desideri e affetti, il proprio senso di inadeguatezza.
Le circostanze possono essere diverse ma secondo me libri come questo ci dicono che le nostre debolezze e la nostra forza, le nostre paure e il nostro coraggio sono in larga misura gli stessi. Gli aquiloni accompagnano il legame tra i due protagonisti, il loro distacco, l’abbandono e diventano simbolo di una pienezza di vita che è possibile soltanto se si accetta che non è possibile costruire niente sull’oblio, perché quello con cui non facciamo i conti continua a perseguitarci anche quando crediamo di vivere nel presente e fingiamo di esserci lasciati il passato dietro le spalle, e proprio perché non gli permettiamo di far parte della nostra vita, tanto più la condiziona.

“Un sogno:

Mi sono perduto in una tormenta di neve. Il vento ulula, soffiandomi negli occhi raffiche di nevischio. Procedo incespicando. Chiedo aiuto, ma il vento soffoca le mie grida. Cado nella neve ansimando, il vento geme nelle mie orecchie. Osservo la neve che cancella le mie orme. Sono diventato un fantasma, penso. Un fantasma che non lascia orme. chiedo ancora aiuto, mentre la speranza svanisce come le mie orme sotto la neve. Ma questa volta ricevo una risposta soffocata. Schermendomi gli occhi con le mani riesco a mettermi a sedere.

Al di là delle fluttuanti cortine di neve  intravedo qualcosa che si muove, un balenìo di colore. Una figura familiare prende forma. Mi tende una mano. Ci sono tagli paralleli sul palmo, da cui esce sangue. La neve si macchia di rosso. Afferro la mano e improvvisamente la neve sparisce. Ci troviamo in un campo d’erba verde chiaro e nel cielo passano leggere nubi sfilacciate. Alzo lo sguardo. Il cielo è affollato di aquiloni rossi, verdi, gialli, azzurri, arancioni, che luccicano nella luce del pomeriggio“.

Khaled Hosseini, Il Cacciatore di aquiloni, Piemme, traduzione di Isabella Vaj

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 5 – Se consideri le colpe

Tra gli scrittori italiani Bajani è uno di quelli che amo di più sicuramente e questo quando l’ho letto, quasi una decina di anni fa ormai, ridendo e scherzando, l’ho trovato uno dei libri più belli usciti negli ultimi tempi e non solo. Un libro in cui hanno una voce forte i sogni, i sentimenti, la difficoltà di staccarsi da una madre lontana e idealizzata e di accettarne la figura reale, e nello stesso tempo hanno una voce forte certi aspetti della realtà del nostro tempo.
Un libro in cui mi sono immersa, “riconosciuta”, in un certo senso, non solo in certi aspetti che probabilmente appartengono in qualche misura a tutti, ma nello stesso modo in cui è scritto, compresa la forma della lingua usata.
Incantevole è il termine che mi viene alla mente.

«Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall’altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d’acqua l’Europa. Poi il foglio l’avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire».

Andrea Bajani, Se consideri le colpe, Einaudi, 2007

La lettrice della domenica 4 – Harry Potter

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Con la saga di Harry Potter è stato un amore a prima vista, benché un po’ tardivo. Quel tanto di snobismo che non riesco a sconfiggere in me mi ha tenuto lontano per un po’ dal primo volume perché era un “best-seller” e quindi sospetto in quanto tale… Poi mi sono decisa a leggerlo… e non mi sono più fermata.

Harry Potter and the Sorcerer’s Stone (“Harry Potter e la Pietra Filosofale”) è deliziosissimo, una presa in giro ironica e scanzonata del sistema dei college inglesi, un libro di avventure mozzafiato, un concentrato di miti, leggende e fiabe che mescola cultura classica, folklore nordico e fantasia in un mix equilibrato, leggero e divertente senza essere superficiale. La descrizione dei personaggi, delle loro amicizie, della vita scolastica ed extra-scolastica mi pare calarsi perfettamente nelle esperienze di ragazzini di quell’età.

Tutto questo penso sia alla base del successo anche di vendite del primo e dei successivi romanzi della saga, secondo me meritatissimo. Ho letto due volte (e poi ripreso in varie fasi) tutta la serie in inglese; ho letto ai miei figli tutta la serie in italiano, e ogni tanto mi hanno chiesto di riprendere uno dei libri, interamente o in parte. Cosa che ho fatto senza stancarmi neanche quando mi richiedevano uno stesso pezzo per la decima volta…

Ma dicevamo del primo volume, qui il protagonista Harry, che vive con due zii per nulla affettuosi e un pestifero cugino, a undici anni viene improvvisamente a sapere che i suoi genitori non sono morti in un incidente d’auto, come ha sempre creduto, ma uccisi da un mago spaventoso, talmente terrificante che persino il gigantesco Hagrid, che non teme draghi e ragni giganti, ha paura a pronunciarne il nome (ma alla fine ci riesce ed è Voldemort). Questo mago è apparentemente morto nel tentativo di uccidere anche lui stesso, Harry, che invece è sopravvissuto ed è famosissimo per questo solo fatto nel mondo dei maghi. Hagrid è un sorta di custode delle chiavi/guardacaccia nel castello di Hogwarts dove, come spiega a un frastornato Harry, i maghi come lui imparano a usare i loro poteri. Dopo un primo momento di incredulità Harry si lancia con entusiasmo nella nuova vita ed entra in questa scuola, dove non tutto è rose e fiori comunque. Alle prese con diverse materie tutt’altro che semplici, tra l’ostilità di Draco Malfoy e dei suoi amici bulli e l’antipatia di alcuni professori, tra cui il famigerato Severus Snape (Piton nella versione italiana), Harry cercherà di imparare a preparare pozioni, farà amicizia con Ron ed Hermione, sperimenterà l’ebbrezza del volo e il piacere di giocare a Quidditch, e si troverà a fronteggiare un misterioso nemico deciso a rubare la pietra filosofale protetta all’interno del castello, preziosissima perché consente di preparare l’elisir di Lunga Vita.

In Harry Potter and the Chamber of Secrets (“Harry Potter e la Camera dei Segreti”) comincia ad avere un maggior ruolo il lato “dark”, benché ancora comunque relativamente blando. Qualcuno sembra aver trovato quella Camera leggendaria, della cui esistenza si dubitava ma che, secondo le voci che circolavano, conteneva orrori inenarrabili. E quando uno dopo l’altro diversi studenti di Hogwarts vengono trovati “pietrificati” in una sorta di coma, Harry e i suoi amici non possono fare a meno di indagare.

Nel terzo volume, The Prisoner of Azkaban (“Il Prigioniero di Azkaban”) Harry viene a sapere che un assassino, uno degli alleati di Voldemort, è fuggito dalla prigione di Azkaban dove sono rinchiusi i maghi che avevano a suo tempo aderito al “lato oscuro” e lo sta cercando. Apprende anche che è stato uno dei migliori amici dei suoi genitori a tradirli, consentendo a Voldemort di ucciderli, presumibilmente quello stesso evaso che ora vuole uccidere anche lui. Tra grifoni, viaggi nel tempo e lupi mannari, sempre più qui cresce la complessità della storia e dei personaggi, molti dei quali hanno diverse sfumature, luci e ombre e “crescono” nel corso della saga rivelando sempre nuovi aspetti.

Il quarto, The Goblet of Fire (“Il Calice di Fuoco”), è secondo me uno dei più belli. Harry e i suoi compagni hanno quattordici anni a questo punto, e sono alle prese con molti dei problemi dei ragazzi della loro età, in primo luogo le prime “cotte”, ma anche le prime prove davvero difficili della loro vita, rappresentate in questo caso dal “Torneo Tremaghi” (Triwizard Cup) in cui dovranno far leva su tutte le loro risorse di intelligenza e coraggio. In realtà Harry non dovrebbe partecipare essendo ancora troppo giovane, ma qualcuno ha infilato il suo nome nel calice di fuoco usato per scegliere i campioni delle tre scuole partecipanti… il ritratto della giornalista gossipara è veramente un capolavoro e mi piace molto anche il personaggio di “Malocchio” (Mad-Eye) Moody.

Segue The Order of the Phoenix (“L’Ordine della Fenice”), un altro bel capitolo, forse il migliore di tutti. Già nel precedente si cominciava a fare i conti con la perdita e la morte. Qui Harry si trova a dover organizzare una resistenza contro le interferenze che il Ministero sta mettendo in atto contro la scuola di Hogwarts per far passare sotto silenzio il ritorno di Voldemort. Harry, che ne è stato testimone, si ritrova vittima di una campagna di denigrazione e anche peggio, quando finisce nelle grinfie della professoressa Umbridge, uno dei più riusciti personaggi malvagi della letteratura, fintamente amabile, dotata di stanza colma di gattini e merletti, davvero inquietante e così abominevole da far venire la pelle d’oca.

Nel sesto anno, Harry non è più un adolescente, con le rabbie e le frustrazioni di un quindicenne, si avvia a diventare un uomo, questo volume mi pare tutto sommato di passaggio, veniamo a sapere di più sulle ragioni della forza e anche della debolezza di Voldemort, viene rivelato l’oscuro segreto degli horcrux, mentre un pericolo gravissimo incombe su Hogwarts.

Il settimo libro, la parte finale, vede la ricerca di tutti gli horcrux, la cui distruzione è l’unico modo per sconfiggere definitivamente Voldemort, e poi la battaglia decisiva contro quest’ultimo. Una battaglia che costerà molte perdite, molto dolore, anche tra i più cari amici di Harry e che lo vedrà di fronte ancora una volta a scelte difficilissime e laceranti.

Io credo che questa saga possa leggersi come un unico, grande romanzo di formazione. Dall’inizio, in cui Harry bambino si sceglie le sue figure di riferimento e dà prova di lealtà e coraggio ma in una maniera ancora un po’ impulsiva e incosciente, nel corso del tempo acquista sempre maggiore consapevolezza attraverso la difesa delle proprie idee, della propria integrità, del proprio senso dell’amicizia, ma anche attraverso la dolorosa presa di coscienza dei propri limiti, del fatto che i propri eroi sono persone umane con debolezze e difetti, il che non toglie che siano anche capaci di grandezza, e che questo vale anche per lui. La vita e la morte, la scelta tra il “giusto” e il “facile”, la difficoltà di preservare l’amicizia da gelosie, invidie e frustrazioni, la consapevolezza che le proprie azioni, anche nobili, possono portare dei rischi per altri e non solo per sé stessi, l’accettazione dell’”altro” con tutte le complessità che questo comporta, i rapporti con la politica e l’informazione. Insomma, tutto quello che comporta “diventare grandi” è tutto qui dentro. Non c’è da stupirsi che i ragazzi l’abbiano amato così tanto. Nel mio piccolo, anch’io 🙂

La lettrice della domenica 3 – The Songlines / Le Vie dei Canti

The Songlines

Le Vie dei Canti è un libro meraviglioso, un libro che va alla scoperta delle nostre origini nomadi, quelle dell’umanità e quelle di ciascuno di noi, per cui fin dalla culla ci è difficile star fermi, quasi che fosse una forzatura, la stanzialità, e che ogni viaggio fatto da adulti significasse reimparare quella esigenza e quella capacità di essere in costante movimento che per buona parte della vita siamo quasi costretti a reprimere. Un libro umanistico, mi viene da dire, in cui anche chi non ama viaggiare troverà, credo, sempre qualcosa di sé.

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originario di poiesis, e cioè “creazione”. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aeva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – e così ricreava il Creato.

“certe volte,” disse Arkady “mentre porto i ‘miei vecchi’ in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. ‘Che cosa state cantando?’ domando, e loro rispondono: Un canto che fa venir fuori il paese, capo. Lo fa venir fuori più in fretta’”.
Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.
“Quindi, se ho capito bene, la terra deve prima esistere come concetto mentale. poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste””.
“Esatto”
“In altre parole “esistere” è “essere percepito”?”
“Sì”
“Somiglia pericolosamente alla confutazione della Materia del verscovo Berkeley”.

[da: Le Vie dei Canti, Bruce Chatwin, Ed. Adelphi, traduzione di Silvia Gariglio]

The Songlines is an amazing book, a book that takes you on a journey to discover our nomadic origins, those of humanity and those of each of us, so that to this day it is difficult for us to stay still, even from the cradle: almost if sedentism continued to be something that constrains us, and every time we travel as adults meant we learn again that need and that ability to be constantly on the move, a need and an ability we are probably forced to restrain for a good part of our life. A humanistic book, that’s what I’d call it, where even those who don’t like travelling will always find, I think something of themselves.

By singing the world into existence, he said, the Ancestors had been poets in the original sense of poesis, meaning ‘creation’. No Aboriginal could conceive that the created world was in any way imperfect. His religious life had a single aim: to keep the land the way it was and should be. The man who went ‘Walkabout’ was making a ritual journey. He trod in the footprints of his Ancestor. He sang the Ancestor’s stanzas without changing a word or note – and so recreated the Creation.

‘Sometimes,’ said Arkady, ‘I’ll be driving my “old men” through the desert, and we’ll come to a ridge of sandhills, and suddenly they’ll all start singing. “What are you mob singing?” I’ll ask, and they’ll say, “Singing up the country, boss. Makes the country come up quicker.”
Aboriginals could not believe that the country existed until they could see and sing it – just as, in the Dreamtime, the country had not existed until the Ancestors sang it.
‘So the land’, I said, must first exist as a concept in the mind? Then it must be sung? Only then can it be said to exist?’
‘True’
‘In other words, “to exist” is “to be perceived”?’
‘Yes’.
‘Sounds suspiciously like Bishop Berkeley’s Refutation of Matter.’

[From: The Songlines, Bruce Chatwin, Picador]