LA LETTRICE DELLA DOMENICA – La saggezza del mare

Dall’introduzione (dello stesso autore) del libro che ho iniziato adesso, La saggezza del mare di Björn Larsson (Iperborea, trad. di Katia De Marco):

“(…) Secondo il metro di giudizio della maggior parte delle persone dovrei quindi essere definito un’anima irrequieta e senza radici, una di quelle persone la cui aspirazione più profonda è il desiderio di viaggiare. (…)

Forse cercavo una patria, o almeno un posto dove valesse la pena di vivere per un po’ come meglio è possibile, finché dura. Il presupposto da cui parto è il più semplice che si possa immaginare: abbiamo una sola vita a disposizione, e non ci serve a niente diventare immortali dall’altro lato della fossa.

Ammetto dunque di non avere radici, ma lo considero una risorsa, la possibilità di decidere in prima persona di mettere radici dove la terra è più fertile, nient’altro, dunque, di quello che l’uomo ha sempre fatto, da tempi immemorabili.

Ma forse mi sto di nuovo prendendo delle libertà con la realtà. Perché la mia unica patria è il movimento (…). È solo su un treno o sprofondato in un sedile d’aereo, ma soprattutto sul Rustica, che vivo nel presente. Altrimenti voglio troppo. Cento vite da vivere, cento libri da scrivere, ancora di più da leggere, nuove persone da conoscere e da amare o con cui fare amicizia, pietre da trovare e levigare, stelle da osservare, teorie scientifiche da elaborare, altre acque da navigare. E così via. Avrei voluto avere più vite, ma mi ritrovo ad averne una sola. (…)

Professo dunque la mia fede nel movimento e nella mancanza di radici. L’irrequietezza invece è una maledizione. Lei e la sua variante moderna, lo stress, la vacuità di affannarsi dentro un recinto, bisogna far di tutto per evitarle”.

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LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Bisogno di libertà di Bjorn Larsson

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La scrittura di Björn Larsson mi è entrata nel cuore dai tempi della vera storia del pirata Long John Silver, libro che ho amato a tal punto da comprare tutti i libri suoi che potevo, e poi per anni non leggerli per timore di restare delusa. Timore infondato, come avrebbe dovuto essermi chiaro almeno dal giorno in cui ho assistito a una presentazione di Larsson a Genova e lungi dal ridimensionarsi, la mia stima nei suoi confronti è salita alle stelle.

Quest’estate, cercando qualcosa da portarmi in vacanza, i suoi tre libri che non avevo ancora letto mi si sono “fatti incontro” con tale entusiasmo che non avrei più potuto lasciare inascoltato il loro rischiamo rimandando ancora. E Bisogno di libertà (Iperborea 2013, traduzione dal francese di Daniela Crocco) in particolare, dopo un inizio in sordina, mi ha scavato dentro con la stessa forza del primo, benché sia molto diverso. Il tema della libertà è l’unico filo rosso che unisce questi come, a quanto ho potuto capire, tutti gli altri libri di Larsson.

Libertà e scrittura, libertà e amicizia, libertà e servizio militare, libertà e amore…

Appena l’ho finito, senza neanche accorgermene mi sono trovata il libro stretto al petto, come in un abbraccio, e non mi era mai successo. Si dice spesso che leggere apre sempre un “dialogo” con l’autore, ed è così, eppure raramente ho avvertito la verità “materiale” di questa frase come in questo libro, era un continuo riconoscermi, confondermi, ritrovarmi, trovare spunti di riflessione, ribellarmi a certe cose che credevo di non condividere e che poi però lasciavano tracce di inquietudine… Finisco sempre per amare ciò che mi inquieta, un libro rasserentante, che lasciasse in me esattamente quello che c’era prima, non mi sarebbe servito.

L’ho riletto da capo, dopo un paio di settimane. Lo rileggerò ancora, non è un libro da divorare e dimenticare, almeno per me. Ho bisogno di assimilarlo, lasciarlo decantare, lasciarlo agire in profondità.

I’ve been crazy about Björn Larsson’s writing style since the time of Long John Silver – The True and Eventful History…, which I loved so much I had to buy all the books of this author I was able to find, and yet avoided reading them for years, for the fear of being disappointed. An unfounded fear, as I should have realized at least since the day I attended a presentation of one of Larsson’s books in Genoa and far from being reduced, my admiration for him skyrocketed.

Earlier this summer, while I was looking for a book to take on holiday, his three books I still hadn’t read “came to me” with such enthusiasm I could no longer leave their call unanswered, putting this off again. And Besoin de liberté in particular, after a lukewarm start, has dug into me as deeply as the first one, although it’s quite different. the issue of freedom is the only red thread that connects these two and, as I understand, all other Larsson’s books.

Freedom and writing, freedom and friendship, military service, love…

As soon as I finished it, I found myself almost unawaredly holding the book to my chest, as if hugging it, something that never happened to me before. They say reading always opens a “dialogue” with the author and it’s true, but I’ve seldom felt the “material” truth of this idea as in this book, I kept identifying myself, losing and finding myself, getting confused, finding food for thought, fighting against certain ideas I thought I disagreed with, and yet sowed a seed of unrest… I always end up loving the things and persons that disquiet me; a soothing book, one leaving myself exactly as I was before, would have been no use to me.

I read it over again after a couple of weeks. I’ll reread it some other times, too, it’s not a book to be devoured and forgotten, not for me, at least. I need to absorb it, let it settle and kick in.

L’avere sfiorato la perdizione non mi ha distolto dal tornare in foresta (…) Ma da quel giorno mi sono sempre, per così dire, “coperto le spalle”. Ho capito che per essere liberi dobbiamo sapere dove siamo. Chi è smarrito, chi non ha il senso della realtà, chi ignora come va il mondo non è libero. Non si può essere liberi che con cognizione di causa. Essere liberi non è perdersi e lasciarsi andare senza avere la minima idea di una direzione […] Bisogna essere realisti, radicati nella realtà, e insieme sognatori, per non rimanere vittime involontarie del mondo reale. (p. 24)

Tra amore e libertà non c’è unità di misura. L’uno non può equilibrare l’altro, né compensarlo. Tuttavia non si può vivere né senza l’uno né senza l’altro, per lo meno non a lungo. Ma se si dovesse assolutamente scegliere? Se si potesse scegliere? Ebbene, sceglierei senza ombra di dubbio la libertà, perché senza quella non potrei vivere. Senza amore, forse. (p. 72)

Per andare da Passy a Saint-Germain-des-Près e a Montparnasse, i miei quartieri d’elezione, prendevo il metrò che attraversava la Senna sul Pont de Grenelle. Passando sul ponte si gode di una vista magnifica su Parigi e ogni volta guardavo con ingordigia il Sacré-Coeur, i tetti di Parigi e la Senna. Poi, un giorno mi sono reso conto che avevo attraversato il ponte leggendo Le Monde senza neanche sollevare la testa, come tutti gli altri passeggeri che andavano al lavoro. Parigi mi era diventata familiare. (…) Ricordo perfettamente quel che ho pensato: ecco, è ora di proseguire il cammino, di andare a vedere altrove, per spezzare la cecità dell’abitudine che non ti fa vedere più niente. Non sono ripartito subito. Ma avevo capito fino a che punto avessi un bisogno vitale di novità e di resistenza da parte della realtà, e fino a che punto temessi di adattarmi alla routine. Questa necessità di cambiare paesaggio e ambiente, per non intorpidirmi nei confronti della vita, non mi ha mai abbandonato (p. 72-73)

Qualsiasi materia, studiata a fondo, diventa interessante sia da un punto di vista intellettuale che esistenziale. Dico sempre ai miei allievi che la scelta precisa di una materia o di una formazione non è poi così fondamentale. Conta di più spingere lo studio il più a fondo possibile. Alla fine del percorso, si scoprirà inevitabilmente la ricchezza e la complessità dell’esprienza umana. (…) L’errore che mi sembra commettano molti oggi è quello di fermarsi a metà strada, di fare lo stretto necessario per ottenere il primo impiego, insomma di vivere la vita facendo zapping. (p. 76)

Paradossalmente, se l’amore appassionato rischia di rendere meno liberi gli innamorati stessi, al tempo stesso, spezzando i codici e le regoledi una morale e di una società restrittive, possiede una forza liberatice che non va sottovalutata. In effetti, la grande maggioranza dei grandi romanzi d’amore racconta il conflitto tra la passione e la pressione di una società che non può permettere alla gentedi amarsi in qualsiasi modo, al di fuori del matrimonio, scavalcando classi sociali e razze. (…) Anche se non si sceglie di innamorarsi, ci sono sempre amori che esigono un vero coraggio e che costituiscono atti dalle implicazioni politiche molto forti, addirittura esplosive. (…) Ho sempre anche detto, e ugualmente lo ripeto, che non scriverò mai romanzi d’amore. Mi chiedo seriamente se servano a qualcosa. Ne sono già stati scritti di bellissimi, eppure continiamo a commettere gli stessi errori e le stesse idiozie. So perfettamente che la letteratura non ha come unica funzione di insegnarci a vivere concretamente. Resta che non può insegnarci ad amare meglio. Può tutt’al più – ed è già molto – consolarci di sapere amare così male (…). L’essenza della letteratura è essere l’espressione della libertà umana. E l’amore, appunto, non è l’espressione della libertà. Ecco la ragione profonda per cui i romanzi raccontano l’amore infelice e tragico. Quel che raccontano non è solo l’amore. È anche la lotta tra il bisogno d’amore e il bisogno di libertà. In questa lotta, non c’è mai vincitore. (p. 92)

 

Cambi d”amore

Non mi innamoro più facilmente come un tempo, sai, non mi basta più ciò che allora faceva scattare un senso immediato di appartenenza, sia che poi svanisse in un giorno o restasse più a lungo. Ancora può accadere che una luce mi  colga di sorpresa e mi illumini qualcosa dentro,  ma non vivo più di sobbalzi del cuore e di drammatici contrasti, di vuoti d’aria e subitanee pienezze che s”addensano tra petto e gola. È un bene, credo. Non pensare che mi batta meno il cuore, no, il fatto è che batte più forte e con frequenza accelerata per le scoperte più lente, quelle che richiedono tempi lunghi. Persino l’amore per la tua città, benché si,  il colpo di fulmine ci sia stato,  ha iniziato a farmi battere davvero il cuore dopo che ci ho litigato,  l’ho attraversata e lasciata e ricordata. Mi innamoro di ciò che ripercorro con la memoria dopo averci speso passi e pensieri, m’innamoro di ciò che mi cambia, di ciò che ci vuole una vita a imparare. È a causa tua, vedi, non solo perché mi hai insegnato che la bellezza dell’amore sta nella conoscenza lunga, duratura; ma anche perché mi ci sono voluti anni a imparare ogni sfumatura, ogni inflessione della tua voce, e a riconoscerla tra mille persino quando imiti qualcun altro; anni per cogliere ogni possibile mutamento dei tuoi occhi in base all”ora del giorno e alla marea; anni per cogliere il tuo umore dal lampo del sorriso o dal movimento delle mani. È stato un tempo prezioso, non dovrebbe forse questo aumentare i battiti del mio cuore? Ogni conferma, ogni smentita, ogni sorpresa e ogni rito che conosco alla perfezione come se fosse il mio mi dà quel nodo allo stomaco che trova eco nel cuore. M”innamoro con lentezza, cercando con cura lo spazio in cui si muova più libero il mio senso delle distanze e del viaggio necessario per abbreviarle.

Fino al mare

Quest’inquietudine non si placa, so che ha a che fare con te perché mi tremano le labbra, ma non so in che modo c’entri; ascolto ma non sento quello che mi chiedi, resta qualcosa in sospeso al di sopra della vita, scrivo, mi immergo nelle cose ma c’è questa distanza come di chi fa non tanto per fare ma per osservare ciò che ha fatto. Finisco una poesia e l’inquietudine non si quieta, non si quieta, è un dolore dolce ma talvolta lacerante questa ricerca infinita, Non c’è forse poi questo gran spazio tra l’immaginazione e la realtà, ma c’è uno spazio immenso tra i desideri e la vita. E’ anche uno spazio di libertà, quello in cui il vento muove gli aquiloni, altrimenti non sarebbero che inutili pezzi di carta colorati, e non i sogni leggeri che cambiano il cielo. Ti sembra allora che la poesia valga qualunque pena, che il prezzo non sia mai troppo alto, anche se quello è poi lo spazio da cui si intrufola l’idea della nostra insignificanza, dell’insoddisfazione perenne, l’insensato correre dietro alle cose come Bianconigli solo perché sappiamo che nulla sarà mai abbastanza. Che ci vorrebbe l’eterno, l’infinito, siamo zeppi di “intanto”, di “frattempi” e dio se certe domande fanno male e non basta averle in comune per liberarsi dello struggimento. Non è forse per questo che parliamo con i morti e facciamo bungee jumping, lanciandoci da un grattacielo o da una parola? Continua a bussare, tu non smettere, fino a che si sbricioli anche l’ultimo muro. La parola Sconfinato è la più vicina a libero, sono sicura che lo pensi anche tu.

Fino al mare

Il mio cuore è un gatto che sonnecchia al porto,
tra le immobili navi e le reti e d’improvviso
con balzo felino scatta, come avesse visto
qualcosa che nessun altro vede:
un’acciuga, un tramonto, un amante distratto.
Il mio cuore invecchia piano,
ma ad ogni amore ha un anno in meno,
ad ogni memoria cammina con passo più svelto
è un gatto tranquillo, il mio cuore
ma talvolta con mossa inattesa
lo vedi correre verso il mare o in cerca
di un luogo che solo lui conosce,
un’inquietudine d’altrove,
un arcano cercarti in insoliti indizi
un ponte tra le mie labbra e il tuo silenzio.
Farei naufragio, se tu fossi un’isola.
Dove sei mio mare, mia nave, mio capitano?
Dove può raggiungerti la mia bocca tremante
d’infinite cose rimaste sulla soglia?
Adesso è notte, il mio gatto dorme,
lui non ha paura delle stelle, ha fatto tana
nell’incavo più scuro di una strada deserta.
Domani correrà ancora, ti amerà
come si ama chi ci nutre, il tronco
a cui ci aggrappiamo per salvarci,
la musica di ogni isola su cui sfiniti approdiamo,
o le tue orme sulla sabbia, fino al mare.

– 5 La pazienza

Mancano cinque giorni al viaggio e stamattina pareva che invece che essere felice, abbia tutto d’un colpo lasciato andare tutta la mia parte debole, irritabile e lunatica.

Ho scritto pochissimi giorni fa che sono brava col dolore degli altri e col mio. A volte è vero, spesso è vero, ma non è sempre vero. Forse per nessuno può essere sempre vero. Qualche volte il dolore uccide la nostra parte paziente. Eppure c’è una pazienza del dolore, come c’è una pazienza dell’attesa e dell’ascolto e forse una pazienza della vicinanza, la più difficile di tutte. Quando si è molto vicini è dura non prendere certe cose per scontate, non pensare di sapere già, restare aperti e disponibili a “sentire” l’altro fino in fondo. C’è anche una rabbia del dolore. Una rabbia dell’amore, persino. Quando l’amore non basta, quando sembra che l’impegno e la fatica e la fiducia non vengano riconosciuti e si dimentica che è il dolore dell’altro a parlare, come così tante volte, troppe volte, il dolore e la rabbia parlano per noi. Rabbia nel dolore, dolore nella rabbia, si finisce per non sapere neanche più quale sia più forte, che cosa si prova davvero.

Lascio forse che certe cose che credevo dimenticate abbiano ancora presa sulla mia vita, prendano il controllo sottraendomi a me stessa e impedendomi di essere libera? Questo non voglio proprio permetterlo.

Se stessi male senza rimedio non scriverei, ma se non avessi qualcosa che brucia dentro non scriverei così tanto.

Ancora una volta vengo a cercare la tua voce amata per comprendermi, perché l’imperfezione mi pare di amarla ma non sempre l’accetto; allora cerco la tua voce per potermi perdonare. Prima di chiedere scusa a un altro bisogna essersi accolti e consolati da sé. Nel vento e nella bufera vedo i rami del mio albero piegarsi e non so se tu sei il vento, la tempesta o la radice dell’albero, o un ramo, o quelle foglie che in alcuni momenti si tingono d’oro. Se sei la mia pazienza o la mia rabbia, il mio dolore o la forza di superarlo, il mio impegno o la mia resa. So che continuo a cercarti, sempre, quando l’uragano batte con più violenza, e sembri portare un po’ di quiete, ma non sei forse anche nell’uragano? Questa solitudine, questa solitudine è lancinante, eppure non sono sola, in nessun senso possibile. Non riesco ad assolvermi dalla mia fragilità se non abbracciando la tua. Penso che forse, è questo che cerco di fare: rispecchiarmi nella tua fragilità per poter raccogliere almeno una parte dei frutti della tua forza, vedere i tuoi limiti perché un frammento della tua libertà possa appartenermi, amare la tua paura per custodire nel mio cuore almeno una frazione, anche la più minuscola, del tuo coraggio.

Ma il nodo che ho dentro è ancora stretto e aggrovigliato e quello nemmeno tu puoi scioglierlo. Però è buffo, eh, che io scelga d’istinto immagini così colorate, visti gli argomenti di cui parlo. Ed è buffo anche che ieri mattina, appena sveglia, dalla finestra del mio studio abbia sentito cantare un uccellino e sia andata a cercarmi subito il verso del pettirosso. Ed è buffo che fosse esattamente il canto che avevo sentito. E visto che si dice che io sia un tantino troppo riservata, più di quello che è nelle mie intenzioni, specifico: il viaggio è a San Francisco, ed è un viaggio di ricerca. La tua aria, il tuo oceano, le tue colline percorse in bicicletta, la tua casa. La mia casa. In senso ampio, certo, perché la mia casa resta anche qui ed è qui che tornerò, portandomi dietro, spero, un pezzo di altro cielo e un’ombra un poco diversa a giocare con altre luci. E portandomi dietro anche, comunque, un’altra casa d’elezione dove la mia anima potrà continuare a posare il cappello ogni volta che vorrà e che ne avrà bisogno.

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Una non-introduzione a una non-biografia

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No, non una biografia.
Una biografia richiederebbe tra l’altro contatti con la famiglia, gli amici, i conoscenti, gli intervistatori… Lo so che non è un obbligo, altrimenti non si scriverebbe della vita di personaggi vissuti secoli fa. Dunque questo non sarebbe un ostacolo insormontabile. Ma credo che una biografia necessiterebbe di obiettività e io non sono obiettiva, non posso e non voglio esserlo. Quindi questa non sarà una biografia. Racconterò piuttosto, al meglio che posso, il lavoro che Robin Williams ha fatto, i principi in cui credeva, le cose di cui ha parlato, anche la sua vita, nei limiti (tutt’altro che angusti comunque) in cui lui ha ritenuto di aprirne le porte agli altri. Tutte cose rigorosamente pubbliche. Tutto quello che si può conoscere, film, spettacoli, interviste, aneddoti, retroscena curiosi, dovunque si possano trovare le sue parole condivise con il mondo. Alcune sono molto intime, ma nessuna è segreta o strettamente privata.
E parlerò inevitabilmente anche di me, in rapporto a lui. Le cose in cui mi riconosco, l’infinito, incondizionato rispetto, la luce che ancora resta come il suo elemento, la sua luce nella mia vita. Ho un blog in cui parlo moltissimo di lui e di tutto quello che mi ha dato e che continua a darmi: dal blog è nato il suggerimento di scrivere su di lui qualcosa di più organico e l’idea mi è piaciuta, perché probabilmente quella luce è appartenuta, appartiene e potrebbe appartenere in futuro a una buona parte di mondo, per generazioni a venire. Senza dire che la scusa è ottima per fare ulteriori ricerche, studiarlo meglio, conoscerlo di più, e in generale parlare di lui, cosa che mi è molto cara. E così, eccomi qui.
Giocherò a carte scoperte, quindi, raccontando con tutta l’intensità di queste emozioni che sarete liberi di trovare eccessive e persino scomposte, perché anche lui era così, ai miei occhi almeno. Non è una parte trascurabile del suo fascino, il fatto che la sua libertà riguardasse in primo luogo l’essere “sentimentale”, ossia, per come lo intendo io, non avere paura di esporsi, mai, perché quello che per alcuni è esagerato, per altri significa semplicemente essere sé stessi, senza filtri, nella maniera più piena e immediata possibile.
Per questo non fingerò che questa sia una biografia. Dirò solo che nel tempo ho approfondito tutto quello che lo riguardava, ho intuito delle cose e quello che ho pensato mi è poi stato quasi sempre confermato da cose che ho letto, dette da lui o da chi lo conosceva. Non è accaduto sempre, e quando si tratta solo di mie supposizioni lo farò presente. Ma è un fatto che lo sento molto, molto vicino.
Un’altra ragione per cui questa non potrebbe essere una biografia è che dovrebbe essere sistematica, mentre non lo sarà, perché per quanto io mi renda conto che un certo grado di organicità è indispensabile, penso che in questo caso non si possa prescindere da un che di estroso, da una scintilla di follia, se volete.
Insomma, credo di averlo detto, questa non è una biografia. Cos’è allora? È una storia d’amore, direi. Non se ne può fare mai a meno, no? Si racconta sempre di ciò che si ama, non importa che si scriva un capolavoro o una sciocchezza. Si parla d’amore nei romanzi, nelle poesie, ma si finisce per parlarne anche nei saggi, quando ci si sofferma su un autore venerato, su uno scienziato che ha posto le basi di una teoria rivoluzionaria. Io ho deciso di scrivere una storia d’amore su quello che ho sempre considerato e che continuerà a essere il mio maestro, la mia stella guida, il mio capitano.

Questo è l’inizio che ho pensato per questo libro (al momento non so definirlo meglio) che ho cominciato a scrivere su Robin Williams. Scrivendo ho messo comunque un po’ a punto la linea che intendo dare al libro. Se avete voglia, ditemi cosa ne pensate. E intanto grazie di cuore a tutti perché con il vostro passaggio (di qualunque natura, che comprenda o meno commenti, like, ecc.) aumenta ancor più la mia (già pressante) voglia di raccontare, che è per me una fonte di energia incredibile, come forse non avrei neanche creduto. 

17. Hook

Hook

Un’altra tappa fondamentale, nella costruzione della complessità dei miei sentimenti verso RW.

Se molti dei film precedenti hanno contribuito a forgiare i miei sogni e almeno in parte il mio carattere, Hook… beh, Hook è il film che più di ogni altro ha dato vita alla mia gratitudine. Per riassumerlo con le parole di mio figlio, questo è un film che fa stare bene. Penso che sia per quel senso magnifico di libertà di giocare, di lasciarsi andare all’istinto, senza sensi di colpa, senza timore del ridicolo, consapevoli anzi che è l’unica cosa seria da fare, l’unico modo possibile di vivere fino in fondo, di non perdere nulla di quello che è importante. Io comunque lo adoro a prescindere, di pancia, anche indipendentemente dalla qualità (che comunque è notevole. Del resto è pur sempre un film di Spielberg).

La scena dei fiori che lo annusano a Never Never Land (l’Isola che non c’è) è un piccolo capolavoro di allegria e commozione. La scena in cui Peter viene riconosciuto dal bimbo piccino che lo guarda, gioca con la sua faccia, lo “costringe” a specchiarsi in lui a “riconoscersi” a sua volta mi fa venire le lacrime agli occhi, magari per ragioni solo mie, ma non credo. E poi c’è la mia amatissima scena del “banchetto” con i ragazzi perduti, tutta sul potere dell’immaginazione e delle risate.

Questo film è colore, gioia, divertimento, passione, anche momenti di grande pathos, c’è anche il dolore e la perdita perché i sentimenti non sono scindibili, dopotutto, e perché scegliere di crescere comporta comunque rinunciare a qualcosa, anche quando si è capaci di tenere una parte “piccola” dentro di sé. Ma tanto la capacità di commuoversi e provare rabbia e dolore quanto la capacità di divertirsi, di esultare, di gioire, di appassionarsi e di giocare sono modi di sconfiggere la paura del tempo che passa, quella che tormenta Hook (il grande Dustin Hoffman) e lo rende “cattivo”. Fermare il tempo non è il modo giusto di “essere tutto quello che vuoi essere”. L’unico modo per farlo è “sentire” il tempo.

CURIOSITA’

Qui il tributo di Dante Blasco, l’attore che interpretava Rufio nel film, alla morte di Robin Williams, dal quale aveva imparato in passato ad amare la poesia grazie a Dead Poets Society, fino a diventare lui stesso poeta, e con il quale durante la lavorazione di Hook ebbe diverse conversazioni su Walt Whitman e Bukowski. E io sono d’accordo sul fatto che la gara di “insulti” che i due si scambiano sullo schermo sia a tutti gli effetti una gara poetica.

Qui uno degli innumerevoli resoconti di quanto difficile fosse intervistare “seriamente” Robin Williams, perché lui trasformava ogni intervista in uno spettacolo (in ogni senso possibile). Alla giornalista che, orripilata dalla sua ammissione di non aver mai visto una rappresentazione di Peter Pan, gli aveva chiesto che razza di infanzia avesse avuto, rispose così:”I lived in Detroit, in a big house with no TV. We just had books. I’m sorry.” (Ho vissuto a Detroit, in una grande casa senza TV. Purtroppo avevamo solo libri”), per poi lanciarsi in “some of the famous shtick that makes a reporter nervous about getting things straight by referring to Robin Williams as a grownup” (in un paio di quelle famose improvvisazioni di comicità, tali da spingere l’autrice dell’articolo a chiedersi se aveva fatto bene a definirlo all’inizio un “adulto”). Tra l’altro c’è questa cosa molto bella che dice di lui Julia Roberts (Tinkerbell, ovvero Campanellino nel film): “You just know when he’s there, there just seems to be more oxygen in the room — or something.” (“Sai sempre quando c’è lui, sembra proprio come se ci fosse più ossigeno nella stanza – qualcosa del genere”).

Qui un’altra delizia, un’intervista in tv di Jimmy Carter, a Robin Williams e a tutte le sue voci

Comunque molto di lui viene fuori da tutto questo, la verità è che con tutti i suoi scherzi e il suo prendere in mano le interviste e farne ciò che voleva, non era uno che “scappasse” dal raccontarsi. Come quando, ricordando che la parte per lui più difficile del film era stata calarsi nei panni dell’avvocato rampante, che mette il lavoro prima delle emozioni, ha parlato del periodo in cui lui stesso ha rischiato di diventare un workaholic, e di perdersi la parte migliore dell’esperienza della paternità, e di come questo film lo abbia aiutato a rendersene conto (in effetti, avevo notato che nel 1991, anno di Hook, aveva fatto quattro film in tutto e l’anno successivo cinque. Non pochi anche per uno stacanovista dotato della sua energia e della sua passione. In seguito ha rallentato, per un po’ di tempo almeno).

A proposito di Spielberg, pare che si sentisse spesso con Robin Williams durante le riprese di Schindler’s List per “tirarsi su il morale” e che lo facesse parlare col “vivavoce” perché anche il resto della troupe lo sentisse in quanto l’atmosfera si era fatta molto carica di tensione e tristezza. (Addirittura si racconta che gli abbia chiesto di filmare qualche scena divertente appositamente per questo scopo). Così il grande regista lo ricordava: “Robin was a lightning storm of comic genius and our laughter was the thunder that sustained him.” (“Robin era come un temporale in cui il lampo era la sua genialità comica e le nostre risate erano i tuoni che lo sostenevano”)