Fino al mare

Quest’inquietudine non si placa, so che ha a che fare con te perché mi tremano le labbra, ma non so in che modo c’entri; ascolto ma non sento quello che mi chiedi, resta qualcosa in sospeso al di sopra della vita, scrivo, mi immergo nelle cose ma c’è questa distanza come di chi fa non tanto per fare ma per osservare ciò che ha fatto. Finisco una poesia e l’inquietudine non si quieta, non si quieta, è un dolore dolce ma talvolta lacerante questa ricerca infinita, Non c’è forse poi questo gran spazio tra l’immaginazione e la realtà, ma c’è uno spazio immenso tra i desideri e la vita. E’ anche uno spazio di libertà, quello in cui il vento muove gli aquiloni, altrimenti non sarebbero che inutili pezzi di carta colorati, e non i sogni leggeri che cambiano il cielo. Ti sembra allora che la poesia valga qualunque pena, che il prezzo non sia mai troppo alto, anche se quello è poi lo spazio da cui si intrufola l’idea della nostra insignificanza, dell’insoddisfazione perenne, l’insensato correre dietro alle cose come Bianconigli solo perché sappiamo che nulla sarà mai abbastanza. Che ci vorrebbe l’eterno, l’infinito, siamo zeppi di “intanto”, di “frattempi” e dio se certe domande fanno male e non basta averle in comune per liberarsi dello struggimento. Non è forse per questo che parliamo con i morti e facciamo bungee jumping, lanciandoci da un grattacielo o da una parola? Continua a bussare, tu non smettere, fino a che si sbricioli anche l’ultimo muro. La parola Sconfinato è la più vicina a libero, sono sicura che lo pensi anche tu.

Fino al mare

Il mio cuore è un gatto che sonnecchia al porto,
tra le immobili navi e le reti e d’improvviso
con balzo felino scatta, come avesse visto
qualcosa che nessun altro vede:
un’acciuga, un tramonto, un amante distratto.
Il mio cuore invecchia piano,
ma ad ogni amore ha un anno in meno,
ad ogni memoria cammina con passo più svelto
è un gatto tranquillo, il mio cuore
ma talvolta con mossa inattesa
lo vedi correre verso il mare o in cerca
di un luogo che solo lui conosce,
un’inquietudine d’altrove,
un arcano cercarti in insoliti indizi
un ponte tra le mie labbra e il tuo silenzio.
Farei naufragio, se tu fossi un’isola.
Dove sei mio mare, mia nave, mio capitano?
Dove può raggiungerti la mia bocca tremante
d’infinite cose rimaste sulla soglia?
Adesso è notte, il mio gatto dorme,
lui non ha paura delle stelle, ha fatto tana
nell’incavo più scuro di una strada deserta.
Domani correrà ancora, ti amerà
come si ama chi ci nutre, il tronco
a cui ci aggrappiamo per salvarci,
la musica di ogni isola su cui sfiniti approdiamo,
o le tue orme sulla sabbia, fino al mare.

– 5 La pazienza

Mancano cinque giorni al viaggio e stamattina pareva che invece che essere felice, abbia tutto d’un colpo lasciato andare tutta la mia parte debole, irritabile e lunatica.

Ho scritto pochissimi giorni fa che sono brava col dolore degli altri e col mio. A volte è vero, spesso è vero, ma non è sempre vero. Forse per nessuno può essere sempre vero. Qualche volte il dolore uccide la nostra parte paziente. Eppure c’è una pazienza del dolore, come c’è una pazienza dell’attesa e dell’ascolto e forse una pazienza della vicinanza, la più difficile di tutte. Quando si è molto vicini è dura non prendere certe cose per scontate, non pensare di sapere già, restare aperti e disponibili a “sentire” l’altro fino in fondo. C’è anche una rabbia del dolore. Una rabbia dell’amore, persino. Quando l’amore non basta, quando sembra che l’impegno e la fatica e la fiducia non vengano riconosciuti e si dimentica che è il dolore dell’altro a parlare, come così tante volte, troppe volte, il dolore e la rabbia parlano per noi. Rabbia nel dolore, dolore nella rabbia, si finisce per non sapere neanche più quale sia più forte, che cosa si prova davvero.

Lascio forse che certe cose che credevo dimenticate abbiano ancora presa sulla mia vita, prendano il controllo sottraendomi a me stessa e impedendomi di essere libera? Questo non voglio proprio permetterlo.

Se stessi male senza rimedio non scriverei, ma se non avessi qualcosa che brucia dentro non scriverei così tanto.

Ancora una volta vengo a cercare la tua voce amata per comprendermi, perché l’imperfezione mi pare di amarla ma non sempre l’accetto; allora cerco la tua voce per potermi perdonare. Prima di chiedere scusa a un altro bisogna essersi accolti e consolati da sé. Nel vento e nella bufera vedo i rami del mio albero piegarsi e non so se tu sei il vento, la tempesta o la radice dell’albero, o un ramo, o quelle foglie che in alcuni momenti si tingono d’oro. Se sei la mia pazienza o la mia rabbia, il mio dolore o la forza di superarlo, il mio impegno o la mia resa. So che continuo a cercarti, sempre, quando l’uragano batte con più violenza, e sembri portare un po’ di quiete, ma non sei forse anche nell’uragano? Questa solitudine, questa solitudine è lancinante, eppure non sono sola, in nessun senso possibile. Non riesco ad assolvermi dalla mia fragilità se non abbracciando la tua. Penso che forse, è questo che cerco di fare: rispecchiarmi nella tua fragilità per poter raccogliere almeno una parte dei frutti della tua forza, vedere i tuoi limiti perché un frammento della tua libertà possa appartenermi, amare la tua paura per custodire nel mio cuore almeno una frazione, anche la più minuscola, del tuo coraggio.

Ma il nodo che ho dentro è ancora stretto e aggrovigliato e quello nemmeno tu puoi scioglierlo. Però è buffo, eh, che io scelga d’istinto immagini così colorate, visti gli argomenti di cui parlo. Ed è buffo anche che ieri mattina, appena sveglia, dalla finestra del mio studio abbia sentito cantare un uccellino e sia andata a cercarmi subito il verso del pettirosso. Ed è buffo che fosse esattamente il canto che avevo sentito. E visto che si dice che io sia un tantino troppo riservata, più di quello che è nelle mie intenzioni, specifico: il viaggio è a San Francisco, ed è un viaggio di ricerca. La tua aria, il tuo oceano, le tue colline percorse in bicicletta, la tua casa. La mia casa. In senso ampio, certo, perché la mia casa resta anche qui ed è qui che tornerò, portandomi dietro, spero, un pezzo di altro cielo e un’ombra un poco diversa a giocare con altre luci. E portandomi dietro anche, comunque, un’altra casa d’elezione dove la mia anima potrà continuare a posare il cappello ogni volta che vorrà e che ne avrà bisogno.

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Una non-introduzione a una non-biografia

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No, non una biografia.
Una biografia richiederebbe tra l’altro contatti con la famiglia, gli amici, i conoscenti, gli intervistatori… Lo so che non è un obbligo, altrimenti non si scriverebbe della vita di personaggi vissuti secoli fa. Dunque questo non sarebbe un ostacolo insormontabile. Ma credo che una biografia necessiterebbe di obiettività e io non sono obiettiva, non posso e non voglio esserlo. Quindi questa non sarà una biografia. Racconterò piuttosto, al meglio che posso, il lavoro che Robin Williams ha fatto, i principi in cui credeva, le cose di cui ha parlato, anche la sua vita, nei limiti (tutt’altro che angusti comunque) in cui lui ha ritenuto di aprirne le porte agli altri. Tutte cose rigorosamente pubbliche. Tutto quello che si può conoscere, film, spettacoli, interviste, aneddoti, retroscena curiosi, dovunque si possano trovare le sue parole condivise con il mondo. Alcune sono molto intime, ma nessuna è segreta o strettamente privata.
E parlerò inevitabilmente anche di me, in rapporto a lui. Le cose in cui mi riconosco, l’infinito, incondizionato rispetto, la luce che ancora resta come il suo elemento, la sua luce nella mia vita. Ho un blog in cui parlo moltissimo di lui e di tutto quello che mi ha dato e che continua a darmi: dal blog è nato il suggerimento di scrivere su di lui qualcosa di più organico e l’idea mi è piaciuta, perché probabilmente quella luce è appartenuta, appartiene e potrebbe appartenere in futuro a una buona parte di mondo, per generazioni a venire. Senza dire che la scusa è ottima per fare ulteriori ricerche, studiarlo meglio, conoscerlo di più, e in generale parlare di lui, cosa che mi è molto cara. E così, eccomi qui.
Giocherò a carte scoperte, quindi, raccontando con tutta l’intensità di queste emozioni che sarete liberi di trovare eccessive e persino scomposte, perché anche lui era così, ai miei occhi almeno. Non è una parte trascurabile del suo fascino, il fatto che la sua libertà riguardasse in primo luogo l’essere “sentimentale”, ossia, per come lo intendo io, non avere paura di esporsi, mai, perché quello che per alcuni è esagerato, per altri significa semplicemente essere sé stessi, senza filtri, nella maniera più piena e immediata possibile.
Per questo non fingerò che questa sia una biografia. Dirò solo che nel tempo ho approfondito tutto quello che lo riguardava, ho intuito delle cose e quello che ho pensato mi è poi stato quasi sempre confermato da cose che ho letto, dette da lui o da chi lo conosceva. Non è accaduto sempre, e quando si tratta solo di mie supposizioni lo farò presente. Ma è un fatto che lo sento molto, molto vicino.
Un’altra ragione per cui questa non potrebbe essere una biografia è che dovrebbe essere sistematica, mentre non lo sarà, perché per quanto io mi renda conto che un certo grado di organicità è indispensabile, penso che in questo caso non si possa prescindere da un che di estroso, da una scintilla di follia, se volete.
Insomma, credo di averlo detto, questa non è una biografia. Cos’è allora? È una storia d’amore, direi. Non se ne può fare mai a meno, no? Si racconta sempre di ciò che si ama, non importa che si scriva un capolavoro o una sciocchezza. Si parla d’amore nei romanzi, nelle poesie, ma si finisce per parlarne anche nei saggi, quando ci si sofferma su un autore venerato, su uno scienziato che ha posto le basi di una teoria rivoluzionaria. Io ho deciso di scrivere una storia d’amore su quello che ho sempre considerato e che continuerà a essere il mio maestro, la mia stella guida, il mio capitano.

Questo è l’inizio che ho pensato per questo libro (al momento non so definirlo meglio) che ho cominciato a scrivere su Robin Williams. Scrivendo ho messo comunque un po’ a punto la linea che intendo dare al libro. Se avete voglia, ditemi cosa ne pensate. E intanto grazie di cuore a tutti perché con il vostro passaggio (di qualunque natura, che comprenda o meno commenti, like, ecc.) aumenta ancor più la mia (già pressante) voglia di raccontare, che è per me una fonte di energia incredibile, come forse non avrei neanche creduto. 

17. Hook

Hook

Un’altra tappa fondamentale, nella costruzione della complessità dei miei sentimenti verso RW.

Se molti dei film precedenti hanno contribuito a forgiare i miei sogni e almeno in parte il mio carattere, Hook… beh, Hook è il film che più di ogni altro ha dato vita alla mia gratitudine. Per riassumerlo con le parole di mio figlio, questo è un film che fa stare bene. Penso che sia per quel senso magnifico di libertà di giocare, di lasciarsi andare all’istinto, senza sensi di colpa, senza timore del ridicolo, consapevoli anzi che è l’unica cosa seria da fare, l’unico modo possibile di vivere fino in fondo, di non perdere nulla di quello che è importante. Io comunque lo adoro a prescindere, di pancia, anche indipendentemente dalla qualità (che comunque è notevole. Del resto è pur sempre un film di Spielberg).

La scena dei fiori che lo annusano a Never Never Land (l’Isola che non c’è) è un piccolo capolavoro di allegria e commozione. La scena in cui Peter viene riconosciuto dal bimbo piccino che lo guarda, gioca con la sua faccia, lo “costringe” a specchiarsi in lui a “riconoscersi” a sua volta mi fa venire le lacrime agli occhi, magari per ragioni solo mie, ma non credo. E poi c’è la mia amatissima scena del “banchetto” con i ragazzi perduti, tutta sul potere dell’immaginazione e delle risate.

Questo film è colore, gioia, divertimento, passione, anche momenti di grande pathos, c’è anche il dolore e la perdita perché i sentimenti non sono scindibili, dopotutto, e perché scegliere di crescere comporta comunque rinunciare a qualcosa, anche quando si è capaci di tenere una parte “piccola” dentro di sé. Ma tanto la capacità di commuoversi e provare rabbia e dolore quanto la capacità di divertirsi, di esultare, di gioire, di appassionarsi e di giocare sono modi di sconfiggere la paura del tempo che passa, quella che tormenta Hook (il grande Dustin Hoffman) e lo rende “cattivo”. Fermare il tempo non è il modo giusto di “essere tutto quello che vuoi essere”. L’unico modo per farlo è “sentire” il tempo.

CURIOSITA’

Qui il tributo di Dante Blasco, l’attore che interpretava Rufio nel film, alla morte di Robin Williams, dal quale aveva imparato in passato ad amare la poesia grazie a Dead Poets Society, fino a diventare lui stesso poeta, e con il quale durante la lavorazione di Hook ebbe diverse conversazioni su Walt Whitman e Bukowski. E io sono d’accordo sul fatto che la gara di “insulti” che i due si scambiano sullo schermo sia a tutti gli effetti una gara poetica.

Qui uno degli innumerevoli resoconti di quanto difficile fosse intervistare “seriamente” Robin Williams, perché lui trasformava ogni intervista in uno spettacolo (in ogni senso possibile). Alla giornalista che, orripilata dalla sua ammissione di non aver mai visto una rappresentazione di Peter Pan, gli aveva chiesto che razza di infanzia avesse avuto, rispose così:”I lived in Detroit, in a big house with no TV. We just had books. I’m sorry.” (Ho vissuto a Detroit, in una grande casa senza TV. Purtroppo avevamo solo libri”), per poi lanciarsi in “some of the famous shtick that makes a reporter nervous about getting things straight by referring to Robin Williams as a grownup” (in un paio di quelle famose improvvisazioni di comicità, tali da spingere l’autrice dell’articolo a chiedersi se aveva fatto bene a definirlo all’inizio un “adulto”). Tra l’altro c’è questa cosa molto bella che dice di lui Julia Roberts (Tinkerbell, ovvero Campanellino nel film): “You just know when he’s there, there just seems to be more oxygen in the room — or something.” (“Sai sempre quando c’è lui, sembra proprio come se ci fosse più ossigeno nella stanza – qualcosa del genere”).

Qui un’altra delizia, un’intervista in tv di Jimmy Carter, a Robin Williams e a tutte le sue voci

Comunque molto di lui viene fuori da tutto questo, la verità è che con tutti i suoi scherzi e il suo prendere in mano le interviste e farne ciò che voleva, non era uno che “scappasse” dal raccontarsi. Come quando, ricordando che la parte per lui più difficile del film era stata calarsi nei panni dell’avvocato rampante, che mette il lavoro prima delle emozioni, ha parlato del periodo in cui lui stesso ha rischiato di diventare un workaholic, e di perdersi la parte migliore dell’esperienza della paternità, e di come questo film lo abbia aiutato a rendersene conto (in effetti, avevo notato che nel 1991, anno di Hook, aveva fatto quattro film in tutto e l’anno successivo cinque. Non pochi anche per uno stacanovista dotato della sua energia e della sua passione. In seguito ha rallentato, per un po’ di tempo almeno).

A proposito di Spielberg, pare che si sentisse spesso con Robin Williams durante le riprese di Schindler’s List per “tirarsi su il morale” e che lo facesse parlare col “vivavoce” perché anche il resto della troupe lo sentisse in quanto l’atmosfera si era fatta molto carica di tensione e tristezza. (Addirittura si racconta che gli abbia chiesto di filmare qualche scena divertente appositamente per questo scopo). Così il grande regista lo ricordava: “Robin was a lightning storm of comic genius and our laughter was the thunder that sustained him.” (“Robin era come un temporale in cui il lampo era la sua genialità comica e le nostre risate erano i tuoni che lo sostenevano”)

 

Il senso dell’amore per la vita e della bellezza

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Stasera in un commento si parlava di questa vita che abbiamo in prestito e che non è “nostra”. Il che è verissimo, pensavo, però io la sento molto “mia”, per il tempo in cui mi è data. Non, naturalmente, nel senso di una proprietà di qualcosa che appartiene solo a me ed esclude tutti gli altri, ma nel senso di un’individualità e una universalità che meravigliosamente si sfiorano, poi si toccano, poi s’intrecciano e infine, forse, tornano a distaccarsi, tutto in un modo assolutamente unico per ciascuno di noi.

Sono andata sul mare, ho camminato un paio d’ore, mi sono nutrita ancora una volta di bellezza, perché penso che ogni volta che ascoltiamo musica, leggiamo un libro, scriviamo, andiamo a teatro, al cinema, a una mostra, o semplicemente regaliamo bellezza ai nostri occhi, mettiamo in atto una piccola ma significativa forma di ribellione contro le paure indotte. Non solo siamo vivi, ma ci piace esserlo, riempiamo le nostre giornate di stupore e meraviglia perché non ci sia alcuno spazio per l’odio o il terrore. Certo, questo vale di più per chi fa queste cose dove sono proibite e possono costare persino la vita. Ma ribellarsi ad ansie subdolamente instillate richiede talvolta, se non lo stesso coraggio, un impegno e una fatica simili.

Sappiamo, in fondo, quanto può essere difficile, dovunque, difendere la libertà di ciascuno di amare chi e come vuole (non c’è bisogno che specifichi “se entrambi sono consenzienti”, vero?). Sappiamo quanto può essere difficile difendere la libertà delle donne, la libertà della ricerca scientifica, la libertà di chi intende scegliere una morte dignitosa e non una sofferenza protratta a tempo indefinito che non considera vita. Nessuno di coloro che difendono queste libertà intende imporre la propria scelta agli altri, eppure, spesso, la scelta di altri viene loro imposta.

E allora, il rispetto di sé e degli altri, del modo di essere di chiunque che non limiti l’altrui libertà, resta per me il miglior modo di nom piegarsi. mantenendo fermi quei principi che diciamo essere i capisaldi della nostra civiltà, salvo poi rinnegarli inneggiando alla distruzione totale dei “barbari” e invocando la stessa spietatezza che in loro ci indigna.

Mi chiedevo se sarei capace di dire cose simili se un giorno mi trovassi a sopravvivere a un attentato. Posso dire che spero di sì, che “credo” di sì, ma non ne sono certa. L’altro giorno ho incontrato, per lavoro, un giovane uomo proveniente da uno di questi paesi di cui si parla molto, diciamo. Ho sentito come una piccola sconfitta il fatto che un frammento di me dicesse “speriamo bene”. Ho sentito come una piccola vittoria il fatto di aver fatto il lavoro e preso un caffè con lui come avrei fatto con chiunque, come se nulla fosse, senza che quel fastidioso retropensiero interferisse. i traumi possono forse agire su di noi in modi che non riusciamo a immaginare. Ma io voglio credere che non lascerei a nessuno il potere di cambiare così radicalmente il senso di me stessa, delle cose in cui credo e di quello che rende la mia vita degna di essere vissuta.

E’ buffo, poi, che a urlare con più violenza “guerra, guerra” siano di solito quelli che in guerra sanno che non ci andrebbero mai. “Armiamoci e partite”, come diceva Olindo Guerrini in tempi non sospetti nella sua ode “Agli eroissimi“. E’ tornato di moda disprezzare chi non è convinto delle soluzioni militari, quasi che l’accettazione del senso profondo della vita di cui sono capaci le persone miti fosse indice di debolezza. No, ve lo assicuro, la mitezza richiede una grande forza d’animo, chi è mite conosce il dolore e le ferite ma non le brandisce come armi contro gli altri, chi è mite ha una capacità di sentire su di sé anche la sofferenza altrui come se fosse la propria, ma conosce il confine, pur talvolta labile, tra il dolore e la rabbia. Chi è mite ha saputo diventare adulto, mantenendo magari una parte bambina che permette la leggerezza, ma non ricadendo nell’infantilismo del “tu mi hai dato uno schiaffo e io te ne do due”, che tra i grandi può essere davvero pericoloso. Chi è mite ha principi saldissimi, una identità profonda e così veramente “sua” che nessuno la potrà mai distruggere, radici ben ancorate alla terra e ali che gli permettono di non lasciarsi mai immobilizzare, ma non ha verità da rivelare. Chi è mite non lascerà mai che gli tolgano quella sua preziosa determinazione a vivere senza far male agli altri.

12. Dead Poets Society

Dead Poets Society

Eccolo dunque…

Uno dei tre, quattro film di cui posso davvero dire che hanno forgiato parte del mio carattere e persino della mia vita. Quelli che è una fortuna essere lì al momento giusto e coglierli, come ci fosse un albero da cui piovono cioccolatini ed essere lì, esattamente in tempo perché ti cadano in bocca e ti sciolgano definitivamente qualche nodo fino ad allora insolubile, rendendo più dolce non solo quella giornata lì, ma tutte quelle a seguire.

La trama è fin troppo nota per raccontarla, anche se seguirà qualche (limitato) spoiler. Una scuola soffocata da tradizioni antiche quanto Matusalemme, un gruppetto di ragazzi propensi a piccole, poco significative ribellioni che lasciano immutata la realtà delle cose, un professore speciale.

Ecco, che cosa rende questo professore tanto speciale? Perché sia prima, sia, soprattutto, dopo, di film sulla scuola ne sono stati fatti tanti. Scuole difficili, insegnanti votati alla missione di redimere le pecorelle smarrite… no, nulla di tutto questo, qui. Eppure questo è un film da cui non si può più prescindere quando si parla di educazione (nel senso migliore del termine). Per ironizzare, per celebrare, per ridimensionare, per prendere esempio, per mille altre ragioni possibili. Ma anche per chi non ha visto il film (e se non l’ha visto, probabilmente è perché si è rifiutato, categoricamente e per partito preso, di vederlo), se qualcuno, in qualunque contesto di quel genere, sale su un tavolo, il collegamento è immediato, istintivo. Così come avviene persino se qualcuno, citando magari Whitman più ancora che il film, almeno nelle sue intenzioni, pronuncia le parole “Oh capitano, mio capitano”.

Da qui sono tratte alcune di quelle frasi che ricorrono fino all’esaurimento sui social. Omaggi, certo, ma omaggi malriposti, monchi, persino. Perché fuori dal contesto, quelle frasi perdono la loro importanza, la loro profondità, la loro freschezza. E’ tutto l’insieme che può far venir voglia a qualcuno di pensare è così che voglio essere. Come insegnante, come genitore, come poeta, non importa. Come essere umano. Perché è per questo che scriviamo e leggiamo poesie. Perché siamo membri della razza umana.

Io credo che siano essenzialmente due, le cose che rendono il “Capitano Keating” più memorabile di altri protagonisti anche di film famosi (mi vengono in mente attori anche grandissimi o molto noti, come Sidney Poitier, Michelle Pfeiffer, Kevin Kline, e chissà quanti ne dimentico). La prima è che resta sé stesso sempre, dal momento in cui mette piede in classe la prima volta (anzi, dal momento in cui viene presentato di fronte all’intero istituto) fino alla fine. Non ha intenzione di compiacere nessuno né di mettersi contro nessuno, solo di trasmettere la passione per le cose che ama nel modo che gli è congeniale, che è il “suo” modo. La sua reazione di fronte al collega nella memorabile scena delle pagine strappate, per esempio, è indicativa. La massima tranquillità, la massima consapevolezza, nessun imbarazzo possibile perché non può esserci imbarazzo, quando fai qualcosa che è profondamente in linea con i tuoi principi.

La seconda cosa è che ha certo una grande fiducia nella possibilità degli studenti – quasi tutti gli studenti, quelli che lo vogliono, in effetti – di trovare la propria voce, e dà loro gli strumenti per farlo, ma sempre e solo, rigorosamente, se lo vogliono. La libertà ognuno deve sempre comunque scegliersela per conto suo, anche se può aiutare avere qualcuno che te ne mostra la bellezza.

I ragazzi di questo film hanno ciascuno una propria personalità ben definita, una propria “voce”, davvero. Il modo stesso in cui strappano la famigerata pagina dell’introduzione di J. Evans Pritchard allo studio della poesia è rivelatore del loro carattere.

Charlie Dalton è il più maudit tra tutti, il più trasgressivo, anche se di fatto, inizialmente la sua contestazione si ferma sulla soglia della sua stanza. Un trascinatore, comunque, un leader, forse, tra tutti, il più determinato nelle sue idee. Oggi mi piace più di un tempo. E’ quello dotato di maggiore personalità e forza di carattere.

All’epoca in cui ho visto il film per la prima volta, Il mio preferito era Neil Perry. Romantico, bellissimo e sfortunato, se non ci fosse stato Robin Williams magari un pensierino… Ancora adesso penso che la scena in cui recita Puck sia una grandissima interpretazione e non mi ha stupito vedere che nonostante un modesto successo al cinema, Robert Sean Leonard abbia in seguito fatto due film con Kenneth Branagh. E per una ragazzina indubbiamente Neil aveva molte caratteristiche da far spezzare il cuore, compresa quella passione così trascinante, così poetica, e quella fragilità che gli impediva di difenderla davanti a tutto e tutti.

Todd Anderson (un Ethan Hawke indubbiamente bravissimo, peccato che io abbia un problema con lui, mi sta cordialmente antipatico) come personaggio del film incute molta tenerezza. E’ il più timido, quello meno convinto delle sue capacità, quello che pensa di non poter mai trovare un senso alla sua vita e la sua “voce” ma che poi, quando la tira fuori, mostra una ricchezza interiore profonda, che si esprimerà poi alla fine, quando sarà lui (non essendoci più Charlie Dalton, peraltro), il primo a dare il via a quell’atto di ribellione “vera” che è l’esprimere la propria opinione contro l’autorità.

Cameron è ovviamente il leccapiedi (diciamo eufemisticamente), la spia, quello che non potrà probabilmente mai far parte davvero della classe dirigente, per manifesta mancanza di capacità, e si accontenta allora di accompagnare I potenti restando un passo indietro.

Knox Overstreet è il Romeo, il Leandro innamorato delle commedie goldoniane e Stephen Meeks è il secchione (simpatico, peraltro).

Ma veniamo alla domanda che vi avevo fatto nel teaser.

Avete mai odiato un personaggio di un film, ma intendo proprio odiato visceralmente, con un sentimento ben vivo e reale, come se quella persona avesse un potere nefasto sulla vostra stessa vita e voi non desideraste altro che di cancellarla dalla faccia della terra? Devo dire per fortuna che è qualcosa che mi è quasi sconosciuto riguardo a persone in carne e ossa. Ma ecco, il padre di Neil Perry mi fa esattamente quell’effetto. Capisco l’amore male espresso, ma davvero, a tutto c’è un limite. Sono bravissimi, sia il regista che l’interprete, a evitare l’effetto “villain”. Tom Perry non è necessariamente bieco o interamente cattivo. Non è un padre violento, vuole bene a suo figlio, senz’altro. Solo che è abituato a ottenere sempre e comunque quello che vuole, schiacciando tutto ciò che si mette sulla sua strada né più né meno di un elefante con un ramoscello di cui neanche si cura, semplicemente lo strappa perché si trova lì.

Nella scena iniziale, che serve anche un po’ da presentazione dei principali protagonisti, c’è un piccolo dettaglio che in realtà, come in un giallo, è un indizio significativo. Mentre tutti i genitori salutano il preside con una certa formalità, usando il cognome come sembra naturale, Perry e il preside si chiamano reciprocamente per nome.  Non ci si fa neanche caso, ma a un osservatore attento non sfuggiranno i rapporti di forza tra i due.

Poco dopo, Perry sale a discutere col figlio Neil nella sua stanza (una cosa che avrebbe dovuto essere inaudita già di per sé), lo umilia pubblicamente davanti ai compagni e lo maltratta solo perché cerca di convincerlo a lasciargli fare una cosa per lui importante. Torna umano solo quando Neil si rassegna a fare esattamente come dice lui e gli chiede scusa (manca solo si metta in ginocchio) per aver cercato di essere, almeno in una piccola cosa, sé stesso, invece che il manichino perfettamente ubbidiente che è l’unico tipo di figlio (e di essere umano in genere) che Perry possa accettare.

E’ quel tipo di persone che causano tragedie spaventose, rovinano irrimediabilmente la vita agli altri e riescono poi sempre a salvarsi persino da sé stesse, perché niente e nessuno potrà mai convincerli che possono aver torto, che possono aver sbagliato qualcosa. La responsabilità è sempre di qualcun altro. E loro procedono, comunque, continuando a non guardarsi intorno, continuando a strappare rami fino a che intorno a loro si crea il vuoto, ma tanto non se ne accorgono, perché comunque hanno sempre visto solo ed esclusivamente sé stessi.

Una promessa

Sono pronta a partire. Da stasera. Da adesso. Te lo devo in fondo. Ho riordinato le idee, mi sono riconosciuta capacità di cui ero tutt’altro che sicura, ho affilato le armi, per così dire, ho usato la scrittura per fare scorta di cose belle, per accostare il mio cuore al tuo e prendere in prestito da te quello che non avevo. Per fermarmi a pensare senza avere la sensazione di “perdere tempo”, ma al contrario, di prepararmi nel modo migliore per qualcosa di importante e fortemente voluto. Sei stato e sei dentro ogni fotografia, ogni parola, ogni emozione, tutto quello che c’è qui dentro, questo luogo ti appartiene almeno tanto quanto appartiene a me. Ti appartiene anche l’attimo di esitazione prima di dire qualcosa, quel piccolo fremito di quando infine lascio andare quello che ho scritto e sono felice e un po’ spaventata. Ti appartiene il momento in cui qualcun altro si ferma su qualcuno di questi segni che ho tracciato, e ci si ritrova almeno un poco. Ho parlato di coraggio, di libertà, di sogni, e tu eri lì. Ho parlato di luce, di forza, di mettersi in gioco, e tu eri sempre lì, più che mai. Ho parlato di vivere le proprie scelte fino in fondo, e non potevi che esserci.

In tutto questo c’entra, e c’entra molto, questo progetto di cui non riesco ancora a parlare se non per brevi cenni, piccoli appunti, note a margine e allusioni. E dentro ci sei talmente tanto che forse è anche questo che mi fa un po’ paura. Ho scelto di sentirti in questo ancor più che in qualunque altra cosa. Ho scelto che ci fossi, e tu ci sei. Da stasera, lo prometto qui, a te e a me perché sia una promessa irrevocabile, da stasera ci sono anch’io. E questo progetto lo prendo per mano come se prendessi te, per mano. e lo porto avanti, Come se camminassimo sulla stessa strada, come se fosse il nostro viaggio.