Una non-introduzione a una non-biografia

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No, non una biografia.
Una biografia richiederebbe tra l’altro contatti con la famiglia, gli amici, i conoscenti, gli intervistatori… Lo so che non è un obbligo, altrimenti non si scriverebbe della vita di personaggi vissuti secoli fa. Dunque questo non sarebbe un ostacolo insormontabile. Ma credo che una biografia necessiterebbe di obiettività e io non sono obiettiva, non posso e non voglio esserlo. Quindi questa non sarà una biografia. Racconterò piuttosto, al meglio che posso, il lavoro che Robin Williams ha fatto, i principi in cui credeva, le cose di cui ha parlato, anche la sua vita, nei limiti (tutt’altro che angusti comunque) in cui lui ha ritenuto di aprirne le porte agli altri. Tutte cose rigorosamente pubbliche. Tutto quello che si può conoscere, film, spettacoli, interviste, aneddoti, retroscena curiosi, dovunque si possano trovare le sue parole condivise con il mondo. Alcune sono molto intime, ma nessuna è segreta o strettamente privata.
E parlerò inevitabilmente anche di me, in rapporto a lui. Le cose in cui mi riconosco, l’infinito, incondizionato rispetto, la luce che ancora resta come il suo elemento, la sua luce nella mia vita. Ho un blog in cui parlo moltissimo di lui e di tutto quello che mi ha dato e che continua a darmi: dal blog è nato il suggerimento di scrivere su di lui qualcosa di più organico e l’idea mi è piaciuta, perché probabilmente quella luce è appartenuta, appartiene e potrebbe appartenere in futuro a una buona parte di mondo, per generazioni a venire. Senza dire che la scusa è ottima per fare ulteriori ricerche, studiarlo meglio, conoscerlo di più, e in generale parlare di lui, cosa che mi è molto cara. E così, eccomi qui.
Giocherò a carte scoperte, quindi, raccontando con tutta l’intensità di queste emozioni che sarete liberi di trovare eccessive e persino scomposte, perché anche lui era così, ai miei occhi almeno. Non è una parte trascurabile del suo fascino, il fatto che la sua libertà riguardasse in primo luogo l’essere “sentimentale”, ossia, per come lo intendo io, non avere paura di esporsi, mai, perché quello che per alcuni è esagerato, per altri significa semplicemente essere sé stessi, senza filtri, nella maniera più piena e immediata possibile.
Per questo non fingerò che questa sia una biografia. Dirò solo che nel tempo ho approfondito tutto quello che lo riguardava, ho intuito delle cose e quello che ho pensato mi è poi stato quasi sempre confermato da cose che ho letto, dette da lui o da chi lo conosceva. Non è accaduto sempre, e quando si tratta solo di mie supposizioni lo farò presente. Ma è un fatto che lo sento molto, molto vicino.
Un’altra ragione per cui questa non potrebbe essere una biografia è che dovrebbe essere sistematica, mentre non lo sarà, perché per quanto io mi renda conto che un certo grado di organicità è indispensabile, penso che in questo caso non si possa prescindere da un che di estroso, da una scintilla di follia, se volete.
Insomma, credo di averlo detto, questa non è una biografia. Cos’è allora? È una storia d’amore, direi. Non se ne può fare mai a meno, no? Si racconta sempre di ciò che si ama, non importa che si scriva un capolavoro o una sciocchezza. Si parla d’amore nei romanzi, nelle poesie, ma si finisce per parlarne anche nei saggi, quando ci si sofferma su un autore venerato, su uno scienziato che ha posto le basi di una teoria rivoluzionaria. Io ho deciso di scrivere una storia d’amore su quello che ho sempre considerato e che continuerà a essere il mio maestro, la mia stella guida, il mio capitano.

Questo è l’inizio che ho pensato per questo libro (al momento non so definirlo meglio) che ho cominciato a scrivere su Robin Williams. Scrivendo ho messo comunque un po’ a punto la linea che intendo dare al libro. Se avete voglia, ditemi cosa ne pensate. E intanto grazie di cuore a tutti perché con il vostro passaggio (di qualunque natura, che comprenda o meno commenti, like, ecc.) aumenta ancor più la mia (già pressante) voglia di raccontare, che è per me una fonte di energia incredibile, come forse non avrei neanche creduto. 

17. Hook

Hook

Un’altra tappa fondamentale, nella costruzione della complessità dei miei sentimenti verso RW.

Se molti dei film precedenti hanno contribuito a forgiare i miei sogni e almeno in parte il mio carattere, Hook… beh, Hook è il film che più di ogni altro ha dato vita alla mia gratitudine. Per riassumerlo con le parole di mio figlio, questo è un film che fa stare bene. Penso che sia per quel senso magnifico di libertà di giocare, di lasciarsi andare all’istinto, senza sensi di colpa, senza timore del ridicolo, consapevoli anzi che è l’unica cosa seria da fare, l’unico modo possibile di vivere fino in fondo, di non perdere nulla di quello che è importante. Io comunque lo adoro a prescindere, di pancia, anche indipendentemente dalla qualità (che comunque è notevole. Del resto è pur sempre un film di Spielberg).

La scena dei fiori che lo annusano a Never Never Land (l’Isola che non c’è) è un piccolo capolavoro di allegria e commozione. La scena in cui Peter viene riconosciuto dal bimbo piccino che lo guarda, gioca con la sua faccia, lo “costringe” a specchiarsi in lui a “riconoscersi” a sua volta mi fa venire le lacrime agli occhi, magari per ragioni solo mie, ma non credo. E poi c’è la mia amatissima scena del “banchetto” con i ragazzi perduti, tutta sul potere dell’immaginazione e delle risate.

Questo film è colore, gioia, divertimento, passione, anche momenti di grande pathos, c’è anche il dolore e la perdita perché i sentimenti non sono scindibili, dopotutto, e perché scegliere di crescere comporta comunque rinunciare a qualcosa, anche quando si è capaci di tenere una parte “piccola” dentro di sé. Ma tanto la capacità di commuoversi e provare rabbia e dolore quanto la capacità di divertirsi, di esultare, di gioire, di appassionarsi e di giocare sono modi di sconfiggere la paura del tempo che passa, quella che tormenta Hook (il grande Dustin Hoffman) e lo rende “cattivo”. Fermare il tempo non è il modo giusto di “essere tutto quello che vuoi essere”. L’unico modo per farlo è “sentire” il tempo.

CURIOSITA’

Qui il tributo di Dante Blasco, l’attore che interpretava Rufio nel film, alla morte di Robin Williams, dal quale aveva imparato in passato ad amare la poesia grazie a Dead Poets Society, fino a diventare lui stesso poeta, e con il quale durante la lavorazione di Hook ebbe diverse conversazioni su Walt Whitman e Bukowski. E io sono d’accordo sul fatto che la gara di “insulti” che i due si scambiano sullo schermo sia a tutti gli effetti una gara poetica.

Qui uno degli innumerevoli resoconti di quanto difficile fosse intervistare “seriamente” Robin Williams, perché lui trasformava ogni intervista in uno spettacolo (in ogni senso possibile). Alla giornalista che, orripilata dalla sua ammissione di non aver mai visto una rappresentazione di Peter Pan, gli aveva chiesto che razza di infanzia avesse avuto, rispose così:”I lived in Detroit, in a big house with no TV. We just had books. I’m sorry.” (Ho vissuto a Detroit, in una grande casa senza TV. Purtroppo avevamo solo libri”), per poi lanciarsi in “some of the famous shtick that makes a reporter nervous about getting things straight by referring to Robin Williams as a grownup” (in un paio di quelle famose improvvisazioni di comicità, tali da spingere l’autrice dell’articolo a chiedersi se aveva fatto bene a definirlo all’inizio un “adulto”). Tra l’altro c’è questa cosa molto bella che dice di lui Julia Roberts (Tinkerbell, ovvero Campanellino nel film): “You just know when he’s there, there just seems to be more oxygen in the room — or something.” (“Sai sempre quando c’è lui, sembra proprio come se ci fosse più ossigeno nella stanza – qualcosa del genere”).

Qui un’altra delizia, un’intervista in tv di Jimmy Carter, a Robin Williams e a tutte le sue voci

Comunque molto di lui viene fuori da tutto questo, la verità è che con tutti i suoi scherzi e il suo prendere in mano le interviste e farne ciò che voleva, non era uno che “scappasse” dal raccontarsi. Come quando, ricordando che la parte per lui più difficile del film era stata calarsi nei panni dell’avvocato rampante, che mette il lavoro prima delle emozioni, ha parlato del periodo in cui lui stesso ha rischiato di diventare un workaholic, e di perdersi la parte migliore dell’esperienza della paternità, e di come questo film lo abbia aiutato a rendersene conto (in effetti, avevo notato che nel 1991, anno di Hook, aveva fatto quattro film in tutto e l’anno successivo cinque. Non pochi anche per uno stacanovista dotato della sua energia e della sua passione. In seguito ha rallentato, per un po’ di tempo almeno).

A proposito di Spielberg, pare che si sentisse spesso con Robin Williams durante le riprese di Schindler’s List per “tirarsi su il morale” e che lo facesse parlare col “vivavoce” perché anche il resto della troupe lo sentisse in quanto l’atmosfera si era fatta molto carica di tensione e tristezza. (Addirittura si racconta che gli abbia chiesto di filmare qualche scena divertente appositamente per questo scopo). Così il grande regista lo ricordava: “Robin was a lightning storm of comic genius and our laughter was the thunder that sustained him.” (“Robin era come un temporale in cui il lampo era la sua genialità comica e le nostre risate erano i tuoni che lo sostenevano”)

 

Il senso dell’amore per la vita e della bellezza

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Stasera in un commento si parlava di questa vita che abbiamo in prestito e che non è “nostra”. Il che è verissimo, pensavo, però io la sento molto “mia”, per il tempo in cui mi è data. Non, naturalmente, nel senso di una proprietà di qualcosa che appartiene solo a me ed esclude tutti gli altri, ma nel senso di un’individualità e una universalità che meravigliosamente si sfiorano, poi si toccano, poi s’intrecciano e infine, forse, tornano a distaccarsi, tutto in un modo assolutamente unico per ciascuno di noi.

Sono andata sul mare, ho camminato un paio d’ore, mi sono nutrita ancora una volta di bellezza, perché penso che ogni volta che ascoltiamo musica, leggiamo un libro, scriviamo, andiamo a teatro, al cinema, a una mostra, o semplicemente regaliamo bellezza ai nostri occhi, mettiamo in atto una piccola ma significativa forma di ribellione contro le paure indotte. Non solo siamo vivi, ma ci piace esserlo, riempiamo le nostre giornate di stupore e meraviglia perché non ci sia alcuno spazio per l’odio o il terrore. Certo, questo vale di più per chi fa queste cose dove sono proibite e possono costare persino la vita. Ma ribellarsi ad ansie subdolamente instillate richiede talvolta, se non lo stesso coraggio, un impegno e una fatica simili.

Sappiamo, in fondo, quanto può essere difficile, dovunque, difendere la libertà di ciascuno di amare chi e come vuole (non c’è bisogno che specifichi “se entrambi sono consenzienti”, vero?). Sappiamo quanto può essere difficile difendere la libertà delle donne, la libertà della ricerca scientifica, la libertà di chi intende scegliere una morte dignitosa e non una sofferenza protratta a tempo indefinito che non considera vita. Nessuno di coloro che difendono queste libertà intende imporre la propria scelta agli altri, eppure, spesso, la scelta di altri viene loro imposta.

E allora, il rispetto di sé e degli altri, del modo di essere di chiunque che non limiti l’altrui libertà, resta per me il miglior modo di nom piegarsi. mantenendo fermi quei principi che diciamo essere i capisaldi della nostra civiltà, salvo poi rinnegarli inneggiando alla distruzione totale dei “barbari” e invocando la stessa spietatezza che in loro ci indigna.

Mi chiedevo se sarei capace di dire cose simili se un giorno mi trovassi a sopravvivere a un attentato. Posso dire che spero di sì, che “credo” di sì, ma non ne sono certa. L’altro giorno ho incontrato, per lavoro, un giovane uomo proveniente da uno di questi paesi di cui si parla molto, diciamo. Ho sentito come una piccola sconfitta il fatto che un frammento di me dicesse “speriamo bene”. Ho sentito come una piccola vittoria il fatto di aver fatto il lavoro e preso un caffè con lui come avrei fatto con chiunque, come se nulla fosse, senza che quel fastidioso retropensiero interferisse. i traumi possono forse agire su di noi in modi che non riusciamo a immaginare. Ma io voglio credere che non lascerei a nessuno il potere di cambiare così radicalmente il senso di me stessa, delle cose in cui credo e di quello che rende la mia vita degna di essere vissuta.

E’ buffo, poi, che a urlare con più violenza “guerra, guerra” siano di solito quelli che in guerra sanno che non ci andrebbero mai. “Armiamoci e partite”, come diceva Olindo Guerrini in tempi non sospetti nella sua ode “Agli eroissimi“. E’ tornato di moda disprezzare chi non è convinto delle soluzioni militari, quasi che l’accettazione del senso profondo della vita di cui sono capaci le persone miti fosse indice di debolezza. No, ve lo assicuro, la mitezza richiede una grande forza d’animo, chi è mite conosce il dolore e le ferite ma non le brandisce come armi contro gli altri, chi è mite ha una capacità di sentire su di sé anche la sofferenza altrui come se fosse la propria, ma conosce il confine, pur talvolta labile, tra il dolore e la rabbia. Chi è mite ha saputo diventare adulto, mantenendo magari una parte bambina che permette la leggerezza, ma non ricadendo nell’infantilismo del “tu mi hai dato uno schiaffo e io te ne do due”, che tra i grandi può essere davvero pericoloso. Chi è mite ha principi saldissimi, una identità profonda e così veramente “sua” che nessuno la potrà mai distruggere, radici ben ancorate alla terra e ali che gli permettono di non lasciarsi mai immobilizzare, ma non ha verità da rivelare. Chi è mite non lascerà mai che gli tolgano quella sua preziosa determinazione a vivere senza far male agli altri.

12. Dead Poets Society

Dead Poets Society

Eccolo dunque…

Uno dei tre, quattro film di cui posso davvero dire che hanno forgiato parte del mio carattere e persino della mia vita. Quelli che è una fortuna essere lì al momento giusto e coglierli, come ci fosse un albero da cui piovono cioccolatini ed essere lì, esattamente in tempo perché ti cadano in bocca e ti sciolgano definitivamente qualche nodo fino ad allora insolubile, rendendo più dolce non solo quella giornata lì, ma tutte quelle a seguire.

La trama è fin troppo nota per raccontarla, anche se seguirà qualche (limitato) spoiler. Una scuola soffocata da tradizioni antiche quanto Matusalemme, un gruppetto di ragazzi propensi a piccole, poco significative ribellioni che lasciano immutata la realtà delle cose, un professore speciale.

Ecco, che cosa rende questo professore tanto speciale? Perché sia prima, sia, soprattutto, dopo, di film sulla scuola ne sono stati fatti tanti. Scuole difficili, insegnanti votati alla missione di redimere le pecorelle smarrite… no, nulla di tutto questo, qui. Eppure questo è un film da cui non si può più prescindere quando si parla di educazione (nel senso migliore del termine). Per ironizzare, per celebrare, per ridimensionare, per prendere esempio, per mille altre ragioni possibili. Ma anche per chi non ha visto il film (e se non l’ha visto, probabilmente è perché si è rifiutato, categoricamente e per partito preso, di vederlo), se qualcuno, in qualunque contesto di quel genere, sale su un tavolo, il collegamento è immediato, istintivo. Così come avviene persino se qualcuno, citando magari Whitman più ancora che il film, almeno nelle sue intenzioni, pronuncia le parole “Oh capitano, mio capitano”.

Da qui sono tratte alcune di quelle frasi che ricorrono fino all’esaurimento sui social. Omaggi, certo, ma omaggi malriposti, monchi, persino. Perché fuori dal contesto, quelle frasi perdono la loro importanza, la loro profondità, la loro freschezza. E’ tutto l’insieme che può far venir voglia a qualcuno di pensare è così che voglio essere. Come insegnante, come genitore, come poeta, non importa. Come essere umano. Perché è per questo che scriviamo e leggiamo poesie. Perché siamo membri della razza umana.

Io credo che siano essenzialmente due, le cose che rendono il “Capitano Keating” più memorabile di altri protagonisti anche di film famosi (mi vengono in mente attori anche grandissimi o molto noti, come Sidney Poitier, Michelle Pfeiffer, Kevin Kline, e chissà quanti ne dimentico). La prima è che resta sé stesso sempre, dal momento in cui mette piede in classe la prima volta (anzi, dal momento in cui viene presentato di fronte all’intero istituto) fino alla fine. Non ha intenzione di compiacere nessuno né di mettersi contro nessuno, solo di trasmettere la passione per le cose che ama nel modo che gli è congeniale, che è il “suo” modo. La sua reazione di fronte al collega nella memorabile scena delle pagine strappate, per esempio, è indicativa. La massima tranquillità, la massima consapevolezza, nessun imbarazzo possibile perché non può esserci imbarazzo, quando fai qualcosa che è profondamente in linea con i tuoi principi.

La seconda cosa è che ha certo una grande fiducia nella possibilità degli studenti – quasi tutti gli studenti, quelli che lo vogliono, in effetti – di trovare la propria voce, e dà loro gli strumenti per farlo, ma sempre e solo, rigorosamente, se lo vogliono. La libertà ognuno deve sempre comunque scegliersela per conto suo, anche se può aiutare avere qualcuno che te ne mostra la bellezza.

I ragazzi di questo film hanno ciascuno una propria personalità ben definita, una propria “voce”, davvero. Il modo stesso in cui strappano la famigerata pagina dell’introduzione di J. Evans Pritchard allo studio della poesia è rivelatore del loro carattere.

Charlie Dalton è il più maudit tra tutti, il più trasgressivo, anche se di fatto, inizialmente la sua contestazione si ferma sulla soglia della sua stanza. Un trascinatore, comunque, un leader, forse, tra tutti, il più determinato nelle sue idee. Oggi mi piace più di un tempo. E’ quello dotato di maggiore personalità e forza di carattere.

All’epoca in cui ho visto il film per la prima volta, Il mio preferito era Neil Perry. Romantico, bellissimo e sfortunato, se non ci fosse stato Robin Williams magari un pensierino… Ancora adesso penso che la scena in cui recita Puck sia una grandissima interpretazione e non mi ha stupito vedere che nonostante un modesto successo al cinema, Robert Sean Leonard abbia in seguito fatto due film con Kenneth Branagh. E per una ragazzina indubbiamente Neil aveva molte caratteristiche da far spezzare il cuore, compresa quella passione così trascinante, così poetica, e quella fragilità che gli impediva di difenderla davanti a tutto e tutti.

Todd Anderson (un Ethan Hawke indubbiamente bravissimo, peccato che io abbia un problema con lui, mi sta cordialmente antipatico) come personaggio del film incute molta tenerezza. E’ il più timido, quello meno convinto delle sue capacità, quello che pensa di non poter mai trovare un senso alla sua vita e la sua “voce” ma che poi, quando la tira fuori, mostra una ricchezza interiore profonda, che si esprimerà poi alla fine, quando sarà lui (non essendoci più Charlie Dalton, peraltro), il primo a dare il via a quell’atto di ribellione “vera” che è l’esprimere la propria opinione contro l’autorità.

Cameron è ovviamente il leccapiedi (diciamo eufemisticamente), la spia, quello che non potrà probabilmente mai far parte davvero della classe dirigente, per manifesta mancanza di capacità, e si accontenta allora di accompagnare I potenti restando un passo indietro.

Knox Overstreet è il Romeo, il Leandro innamorato delle commedie goldoniane e Stephen Meeks è il secchione (simpatico, peraltro).

Ma veniamo alla domanda che vi avevo fatto nel teaser.

Avete mai odiato un personaggio di un film, ma intendo proprio odiato visceralmente, con un sentimento ben vivo e reale, come se quella persona avesse un potere nefasto sulla vostra stessa vita e voi non desideraste altro che di cancellarla dalla faccia della terra? Devo dire per fortuna che è qualcosa che mi è quasi sconosciuto riguardo a persone in carne e ossa. Ma ecco, il padre di Neil Perry mi fa esattamente quell’effetto. Capisco l’amore male espresso, ma davvero, a tutto c’è un limite. Sono bravissimi, sia il regista che l’interprete, a evitare l’effetto “villain”. Tom Perry non è necessariamente bieco o interamente cattivo. Non è un padre violento, vuole bene a suo figlio, senz’altro. Solo che è abituato a ottenere sempre e comunque quello che vuole, schiacciando tutto ciò che si mette sulla sua strada né più né meno di un elefante con un ramoscello di cui neanche si cura, semplicemente lo strappa perché si trova lì.

Nella scena iniziale, che serve anche un po’ da presentazione dei principali protagonisti, c’è un piccolo dettaglio che in realtà, come in un giallo, è un indizio significativo. Mentre tutti i genitori salutano il preside con una certa formalità, usando il cognome come sembra naturale, Perry e il preside si chiamano reciprocamente per nome.  Non ci si fa neanche caso, ma a un osservatore attento non sfuggiranno i rapporti di forza tra i due.

Poco dopo, Perry sale a discutere col figlio Neil nella sua stanza (una cosa che avrebbe dovuto essere inaudita già di per sé), lo umilia pubblicamente davanti ai compagni e lo maltratta solo perché cerca di convincerlo a lasciargli fare una cosa per lui importante. Torna umano solo quando Neil si rassegna a fare esattamente come dice lui e gli chiede scusa (manca solo si metta in ginocchio) per aver cercato di essere, almeno in una piccola cosa, sé stesso, invece che il manichino perfettamente ubbidiente che è l’unico tipo di figlio (e di essere umano in genere) che Perry possa accettare.

E’ quel tipo di persone che causano tragedie spaventose, rovinano irrimediabilmente la vita agli altri e riescono poi sempre a salvarsi persino da sé stesse, perché niente e nessuno potrà mai convincerli che possono aver torto, che possono aver sbagliato qualcosa. La responsabilità è sempre di qualcun altro. E loro procedono, comunque, continuando a non guardarsi intorno, continuando a strappare rami fino a che intorno a loro si crea il vuoto, ma tanto non se ne accorgono, perché comunque hanno sempre visto solo ed esclusivamente sé stessi.

Una promessa

Sono pronta a partire. Da stasera. Da adesso. Te lo devo in fondo. Ho riordinato le idee, mi sono riconosciuta capacità di cui ero tutt’altro che sicura, ho affilato le armi, per così dire, ho usato la scrittura per fare scorta di cose belle, per accostare il mio cuore al tuo e prendere in prestito da te quello che non avevo. Per fermarmi a pensare senza avere la sensazione di “perdere tempo”, ma al contrario, di prepararmi nel modo migliore per qualcosa di importante e fortemente voluto. Sei stato e sei dentro ogni fotografia, ogni parola, ogni emozione, tutto quello che c’è qui dentro, questo luogo ti appartiene almeno tanto quanto appartiene a me. Ti appartiene anche l’attimo di esitazione prima di dire qualcosa, quel piccolo fremito di quando infine lascio andare quello che ho scritto e sono felice e un po’ spaventata. Ti appartiene il momento in cui qualcun altro si ferma su qualcuno di questi segni che ho tracciato, e ci si ritrova almeno un poco. Ho parlato di coraggio, di libertà, di sogni, e tu eri lì. Ho parlato di luce, di forza, di mettersi in gioco, e tu eri sempre lì, più che mai. Ho parlato di vivere le proprie scelte fino in fondo, e non potevi che esserci.

In tutto questo c’entra, e c’entra molto, questo progetto di cui non riesco ancora a parlare se non per brevi cenni, piccoli appunti, note a margine e allusioni. E dentro ci sei talmente tanto che forse è anche questo che mi fa un po’ paura. Ho scelto di sentirti in questo ancor più che in qualunque altra cosa. Ho scelto che ci fossi, e tu ci sei. Da stasera, lo prometto qui, a te e a me perché sia una promessa irrevocabile, da stasera ci sono anch’io. E questo progetto lo prendo per mano come se prendessi te, per mano. e lo porto avanti, Come se camminassimo sulla stessa strada, come se fosse il nostro viaggio.

L’EROE NEL MITO E NELLE FIABE – Prometeo

Immagini dal web

Per chi ama gli eroi umani, in cui potersi riconoscere, questo è per me uno dei più umani di tutti, uno di quelli che amo di più in assoluto. Un po’ lungo, ma è una figura così affascinante… 🙂

            Di Prometeo si narrano diverse origini, ma tutte ne fanno un dio, o un semidio, eppure nello stesso tempo anche l’antenato e il rappresentante del genere umano, tra tutti gli dei il più vicino agli uomini, e non solo per il suo amore nei loro confronti, ma anche per le sofferenze subite per loro e come loro.

            In genere viene considerato un Titano, figlio di Giapeto e di Climene, e nato dunque dalla terra: i Titani, dei antichissimi e selvaggi, erano i figli di Gea, la Terra, e di Urano, il Cielo. I discendenti di Giapeto sono parte di una genealogia di Titani ostili a Zeus e agli dei olimpici, e per questo motivo puniti: Menezio, scagliato agli inferi con il padre (ma va detto che il legame con gli inferi si rivela già nel nome stesso di Climene, e forse anche in quello di Giapeto); Atlante, condannato a reggere il peso del cielo; e Prometeo, il più furbo, quello “dal pensiero tortuoso”[1].

            D’altra parte si diceva anche che gli uomini e gli dei avessero la stessa origine: secondo alcuni miti, gli uomini sarebbero nati dalla terra come frutti, destinati a dominare per intelligenza gli altri esseri viventi, animali e piante, che pure derivavano dalla terra. Anche il racconto secondo cui Zeus trasformò le formiche in uomini (il popolo dei Mirmìdoni, nome affine al termine greco per “formiche”), per dare compagnia al proprio figlio Eaco, ne rivela in sostanza l’origine terrestre.

            Ma se gli Olimpici avevano poi voluto sempre più allontanarsi e differenziarsi dagli uomini, rendendoli deboli, indifesi, impotenti e soprattutto mortali, Prometeo aveva al contrario dedicato la propria vita a portare loro quanti più doni poteva, per rendere la loro vita meno dura. Egli è considerato l’inventore dell’architettura, dell’astronomia, della medicina, della navigazione, della lavorazione dei metalli e della scrittura. Nella tragedia di Eschilo ne parla egli stesso, e sono versi bellissimi, benché questo insistere del titano su se stesso, sulle proprie azioni quanto sulle proprie sofferenze, ne sveli un certo caparbio amore di sé che gli dèi infatti gli rimproverano:

Io li formai: riflessivi, sovrani del loro intelletto. Narrerò, non a umiliare gli esseri umani, ma a svelare fino in fondo l’affetto che mi dettava quei doni. Anche prima di me guardavano, ed era cieco guardare; udivano suoni, e non era sentire; li vedevi, ed erano forme di sogni, la vita un esistere lento, un impasto opaco senza disegno; non sapevano case – trame di cotti mattoni – inondate di sole, né il mestiere del legno; l’alloggio era un buco sottoterra – come formiche sul filo del vento – nel seno di grotte cieche di sole…Fu mia – e a loro bene – l’idea del calcolo, primizia d’ingegno, e fu mio il sistema di segni tracciati, Memoria del mondo, fertile madre di Muse. Io, inventai l’attacco di bestie selvatiche al giogo… Fu mia, solo mia, la scoperta di un mezzo marino – vele come ali – per la gente che corre le onde. Io che ho ideato tanti congegni per l’uomo non trovo per me uno scaltro pensiero, sollievo al tormento che ora m’assale. E’ la mia sofferenza! … se l’uomo piombava infermo, nulla gli faceva da scudo, né alimento, né pozione, né balsamo… Finché venni io a indicare gli amalgami, i composti che alleviano, fanno barriera a qualunque malanno. Non basta: io regolai le linee infinite dell’arte profetica … Poche parole a dirti tutto il concetto: fonte di tutte le scienze ai viventi è Prometeo[2].

            Secondo qualche versione lo stesso Prometeo aveva creato gli uomini[3]. Ma il mito più noto, perpetuato nella tragedia di Eschilo che ci è rimasta, è quello per cui Prometeo donò agli uomini il fuoco “artefice, strada maestra d’ogni mestiere ingegnoso”.

            Benché fosse un Titano, nella lotta di questi dei primordiali contro gli olimpici Prometeo aveva combattuto a fianco di questi ultimi. Per questo, sconfitti i Titani, venne dato a lui il compito di decidere il tributo che gli uomini avrebbero dovuto offrire ai nuovi dei, in forma di sacrificio. Prometeo, il preveggente e scaltro gigante, pose la sua prima sfida al nuovo re degli dei: facendo le parti, preparò il pezzo migliore del toro sacrificato in modo da renderlo repellente all’aspetto, e ricoprì le ossa di grasso per renderle appetibili. Zeus si accorse dell’inganno, e tuttavia accettò di tenere per gli dei la parte meno buona ma più bella a vedersi. Da allora gli uomini offrivano nei sacrifici sempre solo le ossa degli animali uccisi. Zeus tuttavia, volle, per vendetta o per punizione, togliere agli uomini il fuoco, lasciandoli al freddo e all’oscurità.

            Prometeo allora sottrasse il fuoco ad Efesto, l’artigiano dell’Etna, o, come sembra più probabile, lo rubò dal focolare stesso di Zeus, se non addirittura, come in altri racconti, dal sole, e lo portò sulla terra dentro una canna vuota.

            Per indebolire ancora una volta gli uomini, dopo questo dono così prezioso, Zeus avrebbe inviato loro Pandora, la prima donna, che scoperchiando il vaso dei mali avrebbe per la prima volta introdotto malattie, sofferenze e la morte stessa. Così, secondo il racconto di Esiodo, che non doveva amare molto le donne, e che vedeva nella bellezza della fanciulla soltanto il velo dorato di un male di cui gli uomini avrebbero gioito, “il loro male circondando d’amore”[4]. Inoltre, a Esiodo premeva fare della vicenda un esempio morale, per insegnare al fratello Perse che non è mai bene cercare di ingannare gli dèi: probabilmente per questo, in fondo il suo Prometeo finisce per sembrare uno sciocco ragazzo ribelle nei confronti della grandezza di Zeus, piuttosto che il generoso soccorritore di uomini, il difensore della libertà che molti altri dopo di lui celebreranno.

            Ma il nome Pandora, dal significato di “ricca di doni”, o “portatrice di doni”, richiama anche l’origine della donna, come dell’uomo, dalla madre terra, anche se si dice che la fanciulla fosse stata un’opera d’arte, una statua, un’opera di Efesto o di Epimeteo o dello stesso Prometeo. Questi diversi racconti sembrano richiamare la donna come complemento all’uomo, che fino ad allora, benché figlio della terra, era considerato imperfetto, proprio perché privo della sua parte femminile.

            L’invio di Pandora come punizione divina è poi contraddetto anche da un altro fatto: se Prometeo, come ricaviamo dal mito più noto, rubò il fuoco agli dei per proteggere gli uomini e aiutarli nella loro debolezza e impotenza, ciò significa che tra essi erano già presenti freddo, malattie e sofferenze. Tutta la storia di Prometeo è la storia dei suoi tentativi di alleviare le sofferenze umane. E’ dunque più probabile che Pandora fosse stata inviata come un dono in più, e forse prima ancora del fuoco, poiché la sua fatale distrazione consentì poi ai mali di uscire dal vaso, costringendo Prometeo ad intervenire ancora una volta in favore dei suoi protetti.

            La vera punizione, per il furto del fuoco, la subì Prometeo stesso, com’era naturale. Benché fatto a fin di bene, il suo era pur sempre un furto, e per di più il padre degli dei si era visto più volte ingannato e vinto da questo Titano impudente.

            Così la vendetta che Zeus studiò fu tremenda. Prometeo, in quanto Titano, era immortale, ma poteva patire il dolore. Incatenato ad una roccia, “rigido, riarso agli aerei dirupi”, a un “morto, spopolato macigno[5]. Esposto agli sguardi degli dèi, che gioiscono del suo tormento: “M’avesse scagliato sotterra, più in fondo dell’Inferno che ospita i morti nel Tartaro senza spiragli… Né un dio, allora, né un altro godrebbe di queste mie pene[6]

            Tra tutti gli dei pagani, Prometeo sembra precorrere il Salvatore del Cristianesimo: un dio, ma anche un uomo. E’ vero, anche gli dei, per i Greci, potevano soffrire, perfino Era, la moglie di Zeus, era stata un giorno colpita al petto da una freccia, e aveva provato dolore come una donna. Ma la tortura di Prometeo era subita per amore degli uomini, da uno che era considerato anche un loro capostipite, e che con essi si identificava. Quando pensiamo a Prometeo, probabilmente non pensiamo al gigantesco figlio della Terra, all’astuto immortale, rivale di Zeus e degli dei olimpici, ma a colui che lottò, come un qualsiasi eroe umano, per rendere migliore la nostra vita, accettandone in piena consapevolezza le conseguenze.

            Questa consapevolezza è uno dei tratti più commoventi del Titano. Per contrasto con le parole dell’inflessibile Dominio, risalta in tutta la sua forza l’amore di Prometeo, che non ha portato il suo dono a chi potesse dargli qualcosa in cambio, ma sapendo benissimo, anzi, che non gliene sarebbe derivata che sofferenza, perché i deboli uomini nulla potevano fare per contrastare il volere di Zeus:

Sta lì, sfogati, adesso, a predare gli onori riservati ai celesti, offrili agli esseri che in un giorno tramontano. Come sapranno i viventi cavarti di dosso la zavorra della tua sofferenza? E i divini ti chiamano Prometeo, il Presago. Illusione d’un nome![7]

             Ciò che il brutale Dominio non può comprendere, è che appunto l’accettazione del proprio destino, conoscendolo fin dal principio, risalta il coraggio di Prometeo, ne rende tanto più evidente la grandezza. Inizialmente il Titano si lamenta per la crudeltà del castigo inflittogli, chiama a testimoni della propria sofferenza l’aria, i fiumi, il cerchio del sole, e la “maestosa Genitrice, terra”. Ma ben presto ritrova nella certezza di aver agito bene la forza per affrontare la pena:

Basta, che dico? Ho limpida scienza io, in anticipo, di ciò che sarà. Nessun male verrà, improvviso, a sorprendermi. Certo, io devo portare il mio peso fatale – quanto mi tocca – più sciolto che posso: so che è assurdo resistere contro un duro,  fisso destino[8].

 Ma Prometeo sapeva qualcosa che avrebbe causato la rovina del potente Zeus: c’era una dea, che egli un giorno avrebbe desiderato sposare. Quelle nozze tuttavia gli sarebbero state fatali, poiché ne sarebbe nato un figlio che lo avrebbe spodestato, come egli un tempo aveva fatto con Crono. La stessaarroganza del titano – tratto comune agli eroi! – che le Oceanine gli rimproverano, è difficilmente scindibile dalla piena coscienza del proprio valore, dall’incrollabile fede nella giustizia del proprio agire, contro la cieca violenza di Zeus:

(Pr.) Di me, sì, di me – di quest’infamia vivente coi polsi nei ceppi di ferro – avrà urgenza il sovrano celeste: che gli spieghi il nuovo tranello, la mano decisa a razziargli corona e potere. Dolci scongiuri a incantarmi, fascini a farmi dire di sì: nulla potranno. Né mai mi fletto all’aspra minaccia. Non chiarirò il segreto, se prima non snoda i disumani ceppi, e consente a pagarmi il riscatto d’osceno martirio.

(Co.) Hai coraggio. Non t’incrina l’amaro soffrire. Ma il tuo labbro è sfrenato. Irta angoscia mi scava, profonda. E’ spavento per me il tuo domani. Mi chiedo se un giorno potrai salutare porto sicuro al tormento. Non si espugna il cuore di Zeus: non si stempra, parlando, il figlio di Crono.

E tanto di più appare iniqua la vendetta di Zeus, perché accompagnata dall’ingratitudine: Prometeo infatti lo aveva aiutato nella lotta contro Crono, ma “Certo: è nel cuore dell’essere despoti – un’intima peste, diresti – non confermare fiducia a chi è più vicino[9].

Uno degli elementi con cui più Prometeo contrappone al “vuoto cervello” di Zeus[10] la propria fermezza morale è l’ironia. Questo tratto lo caratterizza fortemente per tutta la tragedia, e più che in qualunque altro momento, proprio quando sta per subire la pena più dolorosa. Egli ha già incontrato la povera Io,  trasformata in giovenca e costretta a peregrinare senza sosta per il mondo, sospinta da un dolore senza fine per volere della gelosa Era. Le ha già narrato della fine cui Zeus andrà incontro, se non scosterà da sé la minaccia di cui solo lui, Prometeo, è a conoscenza. Zeus gli manda il suo messaggero, Ermes, a minacciarlo, e Prometeo risponde in un tono pungente che raramente troviamo in un personaggio tragico:

“Discorso sublime, davvero. Si sente, mente superba, la tua: da sgherro di dèi. Siete di oggi. Di oggi è il vostro dominio: illusi di vivere in torri sbarrate all’angoscia. Non sono già due i sovrani piombati dall’alto? Coi miei occhi li ho visti. Un lampo, e vedrò anche il terzo, quello che è ora monarca: più umiliato che mai. Rabbrividire, io, acquattarmi di fronte a quei giovani dèi? Ti par proprio? Ne manca, anzi, non sarà mai”.

All’ostinato minacciare di Ermes, Prometeo ribadisce la sua logica: “Il tuo stare a servizio, il mio sacrificio: non farei cambio mai, imparalo bene”.

Già, meglio il servizio a questa tua roccia, che esser portavoce docile di Zeus padre, immagino” dice Ermes. E Prometeo, beffardo: “Peccatori superbi così peccano, superbamente”. Ermes giudica folle il suo odio per i nuovi dèi:

Er.       “Tu ancora però non conosci equilibrio di mente”.

Pr.        “Purtroppo: non starei a parlare con te, sgherro”

Er.        “Nulla hai da dire, vedo, alle richieste del padre

Pr.        “Al contrario. Che gli sono obbligato, e vorrei ricambiarlo”

Er.       “Ti beffi. Per bimbo immaturo m’hai preso”.

Alla fine Ermes passa a descrivere ciò che accadrà: la rupe si spaccherà, precipitando Prometeo in fondo all’abisso, dove per innumerevoli anni un’aquila verrà ogni giorno a divorargli il fegato. Ma Prometeo resta saldo. Il coro delle Oceanine lo esorta a “deporre l’amor proprio caparbio”, a “esplorare la via del chiaro, pensoso equilibrio”. “Peccare sfregia chi possiede ragione”. Ma loro stesse, poco dopo, si rendono conto che la loro è una esortazione alla viltà, e rifiutano di abbandonare lo sventurato titano. Ciò che Prometeo rappresenta è la incrollabile fermezza degli ideali. “Se c’è l’odio, non è sfregio patire da quello che t’odia”. Egli ha aiutato gli dèi, e in cambio non ne ha ricevuto altro che male. Li odia, sì, ma il suo odio deriva solo dal loro, e non ha mai dato adito ad alcuna azione malvagia nei loro confronti.

Per i Romantici Prometeo ha incarnato più di ogni altro eroe il mito del ribelle contro la tirannia: e certo lo Zeus della tragedia di Eschilo è straordinariamente spietato, sospettoso, un despota circondato da sgherri prepotenti e servili come Dominio e Terrore (“Domina Zeus / con regole si strano stampo / non radicate alla legge”[11]). E la storia di Io è presa da Prometeo a conferma dell’iniquità di Zeus: (“che vi sembra: quello, il despota del cielo, non è impetuoso, troppo, con tutti? Ecco, una donna. Lui, dio, per la voglia di lei le precipita addosso questa vita randagia. Aspro innamorato ti toccò, fanciulla, per la tua mano.”). I suoi tratti così univocamente negativi sono insoliti per il pio Eschilo: e proprio questo ha confermato chi vedeva in questo dramma l’esaltazione della virtù eroica di chi lotta contro un sovrano il cui regno è fondato sulla sopraffazione.

            Altri ha invece ritenuto che l’apparente dicotomia insanabile tra le virtù tutte umane di Prometeo e uno Zeus vendicativo che sembra capace solo di brutalità, sarebbe stato certamente sanato dalle altre due tragedie che avrebbero dovuto formare una trilogia, ma che sono andate quasi interamente perdute: il Prometeo Liberato e il Prometeo Portatore di Fuoco. Qui l’armonia temporaneamente perduta nel primo atto sarebbe stata ritrovata, i contrasti ricomposti. Zeus avrebbe infine acconsentito a porre fine al tormento dell’alleato di un tempo, e Prometeo avrebbe rivelato il nome della dea che Zeus non doveva toccare, se non voleva che un figlio più forte di lui prendesse il suo posto. La dea, si sa, era Teti, che fu data poi in sposa al mortale Peleo, dal quale ebbe il più forte di tutti gli eroi greci, Achille. A questo punto, Eracle uccise con una freccia l’aquila e liberò Prometeo. E’ evidente che non avrebbe potuto farlo, senza il consenso del sovrano olimpico.

            Ma questo aspro conflitto tra i due protagonisti nel Prometeo Incatenato mette in luce anche un’altra tesi che sorprendentemente avvicina il protagonista eschileo all’Eracle di Euripide: con orgoglio Prometeo rivendica il suo ruolo di portatore di civiltà. L’olimpo non è altro in fondo che il succedersi di lotte tra esseri di pari forza, onniscienti e onnipotenti, nel quale non può darsi progresso, né civiltà. E’ l’uomo dunque, proprio come in Eracle, che ha in sé “l’impulso più vivo”, il germe della virtù che gli dèi non potranno mai possedere[12]. E qui, in questa contrapposizione tra la dignità e il valore che appartengono solo all’uomo, e l’arroganza distante degli dei indifferenti ai destini della terra, se pure si trattava forse di una contrapposizione destinata ad appianarsi, si intravede comunque la traccia del ragionamento che avrebbe portato l’Eracle euripideo a preferire la propria umanità rispetto alla condizione immortale:

Rapido – s’era allora insediato sul trono del padre – di volo spartiva i poteri, il proprio a ciascuno dei numi, e pensava a inquadrare, fila per fila, il suo impero. Degli uomini invece – dolente miseria – non volle saperne. Aspirava a dissolverne il ceppo, a fondo, a trapiantarne una fresca semenza. Nessuno provava a resistergli, in questo: io da solo. Io, temerario, io volli salvare i viventi… Io, sì, io ho pianto – fu mia quella scelta – sugli esseri umani: fortuna – il compianto – che a me, troppo vile, è stata negata. Così eccomi, rimesso in riga senza pietà: spicco, vivido sfregio all’onore di Zeus.

E ancora:

Pr.           Era fisso, sbarrato all’ora mortale, l’occhio dell’uomo: io lo distolsi

Co.          Che medicina inventasti a questa piaga?

Pr.           Opaco sperare: l’ho fatto colono dei cuori

Non basta: io, ho fatto loro compagna la fiamma.

             Dunque, come le Ondine gli fanno osservare, Prometeo ha effettivamente commesso un peccato, una colpa. A questo Prometeo risponde così:

Lieve cosa, a chi cammina fuori dai mali, alzare la voce, criticare chi naviga in acque agitate. Io, io sapevo le cose fino in fondo. Scelsi, scelsi io di peccare, non voglio negarlo. Da me, da me ho creato il mio strazio per proteggere l’uomo…

            Questa è molto di più di un’assunzione di responsabilità: c’è la rivendicazione della propria scelta, solitaria, contro la massa di chi obbedisce all’autorità (Nessuno provava a resistergli… io da solo…), e, soprattutto, la rivendicazione della libertà. Prometeo non è “innocente” agli occhi di Zeus, e la sua colpa è sì quella di aver portato il fuoco “strada maestra di ogni mestiere ingegnoso” e la speranza nel cuore degli uomini, ma soprattutto la sua è la colpa della libertà. Non c’è da stupirsi che il titano fosse così amato, in ogni tempo, da chi lottava contro il tiranno. Ma la libertà cui egli si riferisce è soprattutto la libertà morale, la libertà di scegliere, la libertà di seguire la strada giusta, anche quando è la più difficile, contro chi pretende di imporre la propria volontà “non radicata alla legge”: è la stessa forma di eroismo che avrebbe dimostrato Antigone, scegliendo, a prezzo della vita, la legge divina che imponeva di dare onore ai defunti contro un ordine umano immorale.

            Che Prometeo incarni una superiore moralità, che non si piega a compromessi col potere, è dimostrato anche dal dialogo con Oceano. Se le Oceanine sue figlie avevano espresso una sincera, pur se impotente solidarietà con il dolore del titano, e i loro rimproveri erano solo dettati dal timore che con l’arroganza l’eroe si attirasse un castigo ancora più devastante, Oceano è palesemente l’incarnazione di chi è solito cedere al più forte:

Oc.: Studiati, dentro: accorda nel modo più adatto, rinnova le tue tendenze. C’è un despota nuovo, adesso, in mezzo agli dèi. Se t’ostini e saetti sempre le crude parole, vere armi temprate, c’è rischio che Zeus presti orecchio… Creatura di dolore, placa la tensione che hai dentro, studia le vie per staccarti dal tuo martirio…Lascia che io t’insegni: non devi impuntarti sotto la sferza.

            In tutto il dialogo è presente una fortissima ironia: Oceano non fa che ribadire che il suo affetto è sincero, che farà qualcosa di concreto per sottrarre Prometeo al suo castigo: “Realtà è la mia prova, non chiacchiere. Bene, in cammino! Tu non crearmi ostacoli: è inutile”. E tuttavia, è lì e non si muove, e tutto ciò che fa è cercare di convincere Prometeo – a chiacchiere! – a rientrare nei ranghi, a rappacificarsi con Zeus, anche se questo dovesse costargli la rinuncia alle proprie idee. E Prometeo è sferzante: “Mi fa gola il tuo stato, davvero! Nessuno t’incrimina. Eppure tutto hai spartito con me, hai osato con slancio costante[13]. E più avanti: “Ora però non devi impegnarti. Sperderesti alla cieca il tuo impegno – impegno certo sincero – senza frutto per me. Calmati, intanto. Alla larga da questa vicenda. Il mio è destino sinistro. Mi spiace se – per mia colpa – cresce la cerchia di quelli che soffrono urti fatali. Non voglio!”. Prometeo ribalta le parole di Oceano e le rivolge a lui, consigliandogli di calmarsi e di tenersi lontano dai guai. Ma d’altra parte probabilmente vuole anche davvero evitare ad altri il suo stesso destino. Le parole con cui piange lo strazio dei suoi fratelli Atlante e Tifeo, puniti gravemente a loro volta per la loro ribellione, vogliono mostrare a Oceano i rischi a cui va incontro se compiange troppo la sorte altrui. Oceano ha ancora un sussulto di umanità, probabilmente sincero: egli crede di riuscire a convincere Zeus col ragionamento, ma Prometeo, come le Oceanine, sa bene che “non si tempra, parlando, il figlio di Crono”.

Oc.            Se uno si offre di cuore, nel suo scatto s’annida rovina, ai tuoi occhi. Insegnami, quale?

Pr.             Sciupare le forze. Leggerezza, da buonuomo senza criterio.

Oc.            E’ questa la mia febbre. Lasciami questa mia febbre. Preferisco provare, io, sensi d’affetto e parere insensato.

Pr.             E’ il mio caso! Io, mi sentirò dire che proprio questo è il mio sbaglio

Qui Oceano va oltre: egli vorrebbe attribuire a sé quell’affetto incondizionato, capace di slanci che dimenticano ogni ragionevolezza, quando fino a quel momento ha esortato Prometeo a ragionare: e Prometeo si riprende ciò che è suo. “E’ il mio caso!” Mentre sembra voler convincere Oceano a non andare, o forse saggiarne le reali intenzioni, lo rimette al suo posto. Si tenga pure Oceano il suo saggio equilibrio, e lasci a Prometeo “sensi d’affetto e parere insensato”. In questa arroganza che rifiuta ogni aiuto, Prometeo è forse più di ogni altro eroe greco quello che incarna la solitudine. L’eroe è sempre solo: Eracle, Achille, perfino Odisseo esaltavano la “singolarità”, l’unicità dell’individuo (in quanto persona, e non solo in quanto eroe), contro l’ideologia militare che vedeva i soldati perdere ogni individualità nella massa dell’esercito. Ma Eracle aveva Iolao, aveva Teseo; Achille aveva Patroclo, Odisseo aveva Penelope, anche se lontana. E nessuno di loro voleva essere solo. Prometeo insegue questa unicità, e qui sta la sua arroganza e la sua grandezza. E’, appunto, la vittoria della scelta del singolo (“Scelsi, scelsi io di peccare”) contro chi cerca ad ogni costo di uniformarsi.

E infatti Oceano non regge alla prova. Quando Prometeo gli prospetta il rischio di attirarsi “odio nemico”, sembra quasi che per la prima volta egli si renda conto dell’insensatezza di ciò che stava per fare: “Da lui? Da lui che siede da poco sul trono del cosmo?” “Da quello”, risponde Prometeo: “Veglia, che il suo cuore non senta il peso dell’odio”. E comprendendo infine che perderebbe, anche solo con la compassione per i mali del titano, il favore del nuovo sovrano, Oceano desiste: “Il tuo patire, Prometeo, è scuola per me”. E adesso che ne ha smascherato la viltà, sotto il manto delle solenni dichiarazioni di amicizia, Prometeo torna a rivolgergli contro la sua ironia: “Ti saluto. Incamminati, tieniti la tua mentalità”. E Oceano: “Mi sferzi, col tuo ultimo grido. Ma io già mi stacco”.

[1]Kàroly Kerényi, op. cit., p. 182

[2]Eschilo, Prometeo, cit., p. 37 e ss.

[3]“Nacque l’uomo, o fatto con divina semenza da quel grande artefice, … o plasmato dal figlio di Giàpeto, a immagine degli dèi che tutto regolano, impastando con acqua piovana la terra ancora recente, la quale, da poco separata dall’alto ètere, ancora conservava qualche germe del cielo da cui era nata; mentre gli altri animali stanno curvi e guardano al suolo, all’uomo egli dette un viso rivolto verso l’alto, e ordinò che vedesse il cielo e che fissasse, eretto, il firmamento.” Così Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, Torino 1994, pag. 9

[4]Esiodo, Erga, v. 58, in Opere, ed. Einaudi-Gallimard, Torino 1998, pag. 57; del resto nella Teogonia il poeta fa delle donne, sempre a proposito della vicenda di Prometeo e Pandora, un ritratto ancora più malevolo: “e lo stupore teneva gli dèi immortali e gli uomini mortali /come videro l’insuperabile inganno [cioè Pandora, appunto], senza scampo per gli uomini, / perché è da lei che proviene la stirpe delle donne. / Da lei infatti nefaste provengono la stirpe e le razze delle donne, / che, sciagura grande, fra gli uomini mortali hanno dimora…” e prosegue paragonandole ai fuchi, che restano nell’ombra senza faticare, eppure raccolgono in parte i frutti della fatica delle api operose (cioè gli uomini), v. op. cit., pag. 33.

[5]Eschilo, Prometeo, cit., p. 25

[6]Eschilo, Prometeo, cit., p. 19

[7]Eschilo, Prometeo, op. cit., p. 13

[8]Ibidem, p. 15

[9]Ibidem, p. 23

[10]Ibidem, p. 57

[11]Ibidem, p. 19

[12]Ezio Savino, Nota al “Prometeo incatenato” di Eschilo, Garzanti 2002, p. XXXIX

[13]Ibidem, p. 31. Mi sembra palesemente ironico il riferimento a presunte imprese di Oceano, che in realtà è l’emblema della creatura imbelle, che lascia rischiare gli altri e resta nell’ombra fino a che il vincitore non sia deciso, ottenendone poi i favori con l’adulazione e la sottomissione più completa. Del resto poco prima Prometeo aveva rivendicato per sé la solitudine della scelta di amare l’uomo, contro tutti gli altri che assecondavano Zeus.

4. Moscow on the Hudson

Moscow on the Hudson (1984, ‘Mosca a New York’ nel titolo italiano) è un film delicato. Con qualche momento forse un po’ troppo patriottico, ma non in maniera sguaiata. Possiede una sua grazia tutta particolare. E quel tipo di sense of humour gentile che accompagnando le emozioni le addolcisce e le rende al tempo stesso più profonde.

Mi è piaciuto la prima volta che l’ho visto, di più la seconda, la terza ho cominciato ad amarlo seriamente. E non credo sarà l’ultima.

Il protagonista, Vladimir (Volodya, o Vlad) Ivanoff, è un sassofonista russo che suona con un circo di Mosca. Per questo film Robin Williams ha imparato a suonare il sassofono (molto bene a quanto diceva il suo insegnante, anche se data l’abituale tendenza all’understatement nei propri confronti, ne aveva parlato raramente e solo per prendersi in giro) e a parlare russo.

Apro qui piccola parentesi personale. Nella mia vita professionale le lingue hanno uno spazio molto importante. Traduco, insegno, ascolto, leggo e parlo spesso in lingue diverse da quella con cui sono cresciuta. L’inglese poi è diventato lingua del cuore, parte delle mie radici e ancor più, parte della mia voglia di volare. Ora, uno che in pochissimi mesi impara il russo tanto da poter passare per un nativo e che nel corso del film passa con questa nonchalance dal parlare come lingua madre una lingua che lingua madre non è, al parlare la sua vera lingua madre come se non lo fosse, beh, mi commuove, ecco. E posso anche dire che già solo per questo sarebbe un genio. Anche tralasciando il fatto che Robin Williams fosse poi un genio per varie altre ragioni (non ultima la stratosferica quantità di lingue – e di ‘dialetti’ americani – che era in grado di parlare o quanto meno imitare).

Qui una piccolissima dimostrazione delle sue capacità linguistiche

Ma torniamo a Volodya. I tempi sono quelli di Reagan e Brezhnev/Andropov, anni ’80, primi segni di distensione ma un rapporto tra i due paesi ancora molto conflittuale. Durante una tournee in America, Volodya decide improvvisamente di ‘defezionare’, ossia chiedere asilo politico.

Qui trovo molto azzeccato il modo in cui il protagonista attraversa una serie di eventi non necessariamente ‘gravi’, che anche noi vediamo coi suoi occhi e che via via costruiscono il processo che porterà quest’uomo desideroso soprattutto di non aver grane, ma che osserva tutto quello che gli succede intorno, verso una scelta che sorprenderà lui per primo. Anche per riscattare in qualche modo l’inadeguatezza dell’amico Tolya, che lui sì, aveva già deciso di fare quel passo, e invece non ne aveva poi avuto il coraggio.

Una bella caratteristica di questo film, in generale, è che molto viene detto per immagini e attraverso gli sguardi, che accompagnano le parole e dicono il non detto, un po’ come succede, in effetti, nella vita. Come nella scena in cui Lucia, la ragazza italiana conosciuta da Vlad in America, va a casa sua per la prima volta e lui le chiede di ballare. Lei getta uno sguardo intorno e si capisce che sta pensando tra sé, dov’è lo spazio? E poi risponde ‘perché no’, ma in quello sguardo c’è già quello che poi seguirà, il timore di innamorarsi di un immigrato squattrinato e più indietro di lei sulla strada per ottenere la cittadinanza, il timore di legarsi, di sentirsi soffocata, tutto ciò che può tradursi in incertezza, dubbio, riflessioni sull’opportunità o non opportunità di qualcosa, e sull’altro piatto della bilancia, il desiderio, il volersi comunque lasciar andare, le prime fasi di un amore che sta già nascendo.

Lo definirei un film molto emotivo, molto intimo, un film su quello che accompagna le nostre scelte più radicali: nostalgia, paura, affetti, disillusioni, solidarietà, sconforto, voglia di continuare a sperare, fatica, incontri, forse a volte il rimpianto. Ma solo a volte, perché se è vero che possiamo rassegnarci a tutto, è anche vero che il nostro bisogno di libertà è grande, e se lo soffochiamo, finiamo comunque per pagare un prezzo ancora più alto.

Se volete, qui trovate le mie precedenti ‘recensioni’:

PopeyeIl Mondo secondo GarpThe Survivors / Come ti ammazzo un killer

Moscow on the Hudson (1984) is a gentle film. With what could be called an excess of patriotism in certain moments, but not in a crass, loutish way. It has a grace of its own, and that kind sense of humour that sweetens emotions and deepens them at the same time.

I liked it the first time I saw it; I liked it more the second time; the third, I began to love it seriously. And I don’t think it will be the last.

The leading character, Vladimir (Volodya, or Vlad) Ivanoff, is a Russian saxophonist who plays with a cirque in Moscow. For this film, robin Williams learnt to play the sax (and very well tooo, according to his teacher, although, given his tendency to understatement in his own regard, he seldom spoke of this, and just to make fun of himself) and to speak Russian.

I’ll add a personal note here. Languages have quite an important space in my life, for work and for passion. I often translate, teach, listen, read and speak in languages other than the one I’ve grown up with. English, particularly, has become the language of my heart, part of my roots and even more, of my desire to fly. Someone who needs just a few months to learn Russian so well as to be taken for a native and goes so nonchalantly during the movie from speaking as a mother tongue a language that wasn’t such, to speaking his mother tongue as if it wasn’t, well, it moves me deeply inside. And I can also say that for this alone, this person would be a genius, anyway. Even disregarding the fact that Robin William was a genius for so many other reasons (not least, the astronomical number of languages and of American ‘dialects’ he was able to speak or imitate).

Just a small demonstration of his linguistic skills

But let us go back to Volodya. It’s the period of Reagan and Brezhnev/Andropov, early eighties, first signs of easing, but still with no little tension in the relationships between the two countries. During a tour in the USA, Volodya suddenly decides to defect.

Here, I appreciate the dead-on way in which the protagonist witnesses a series of events, not particularly ‘serious’, apparently, which we also see through his eyes, and which, one by one, form the process that will lead this man, who is no troublemaker at all, and yet observes everything around him, towards a choice that will surprise even himself. Also to ‘make up’ somehow for the inadequacy of his friend Tolya, who was the one that had actually decided to take that step and in the end, had not had the guts to go through with it.

A beautiful characteristic of this film, in general, is that much is said through images and through the looks that accompany the characters’ words and tell the untold, a bit like in life, in fact. For instance in the scene in which Lucia, the Italian girl Vlad has met in America, goes to his home for the first time, and he asks her to dance. She casts a glance around and you can see she’s thinking where’s the room for that? And then she says ‘why not’, but that glance already contains everything that will follow, the fear of falling in love with a penniless immigrant who, moreover, is rather behind on the path towards obtaining the citizenship, the fear to feel bound and suffocated, all that can turn into uncertainty, doubt, reflections on whether something is advisable or not. Weighed against the desire, the wish to let one’s emotions free, the first steps of a love that is already beginning.

Overall, I’d say this is an emotional, quite intimate film on what accompanies our strongest decisions: homesickness, fear, people to care for, disappointment, solidarity, discouragement, wish to hope nonetheless, strain, meetings, sometimes regret, maybe. But only sometimes, because while it is true that we can resign ourselves to anything, it is also true that our need for freedom is strong, and if we stifle it, the price we pay will be even higher in the end.

You can find my previous reviews here if you like:

PopeyeThe World According to GarpThe Survivors

2. Il Mondo Secondo Garp / The World According to Garp

The World According to Garp (‘Il mondo secondo Garp’, 1982) è il secondo film interpretato da Robin Williams nel ruolo del protagonista, dopo Popeye. E’ un film a tratti duro, eppure riesce a essere sempre “leggero” (nel senso migliore del termine) e ha dei momenti di grandissima dolcezza.

L’ironia è una costante fin dalla sigla, un’allegra canzone dei Beatles (When I’m 64, quando avrò 64 anni) e potrebbe apparire talvolta un po’ perfida, se non fosse che il messaggio che passa è in realtà proprio questo: qualunque cosa, anche la più drammatica, può essere resa meno dolorosa dallo humour, anche solo un pizzico, magari, che diventa qui un altro modo di esprimere partecipazione umana. Solo le persone più irrimediabilmente infelici del film, infatti, ne sono del tutto prive.

Garp nasce nel 1944, a guerra ancora in corso. La madre Jenny (una Glenn Close molto giovane e già bravissima) aveva fatto l’infermiera al fronte e continuerà a svolgere quel lavoro, in vari modi, per tutta la vita. E’ una donna dal carattere molto forte, guidata da un senso di sé considerevole e da quella che si potrebbe definire un’ossessione per la ‘lussuria’, soprattutto quella maschile (non svelerò, per chi non lo conosce, il modo alquanto inusuale in cui era rimasta incinta). L’affronta tuttavia in modo estremamente personale, anticonformista e in un certo senso anche libertario (o per meglio dire, a tutela della libertà femminile). Molto di quello che accade a Garp e intorno a lui sembra in effetti frutto della lussuria – o della sua repressione. Il clima moralistico e la concezione alquanto ristretta della famiglia sono appena accennati in due scene del film, peraltro a mio parere memorabili e più che sufficienti: la prima è all’inizio, quando Jenny si presenta a casa dei suoi con il piccolo Garp appena nato, provocando un vero sconquasso. La seconda è il momento in cui il vicino di casa, padre di una piccola compagna di giochi di Garp e di un’altra nidiata di bambini, inclusa l’ombrosa Pooh, fa una foto di famiglia da inviare come cartolina di Natale. La mamma che cerca di far sorridere Pooh (‘se non sorridi non troverai mai un marito’) è l’emblema di quell’ambiente gretto. Solo una donna disperatamente anni ’50 e disperatamente fuori dal mondo poteva non accorgersi di come il profondo malessere della figlia andasse già trasformandosi in una feroce infelicità cui neanche le capacità curative di Jenny avrebbero potuto porre rimedio.

Garp sembra in apparenza restare un po’ in ombra, rispetto alla formidabile madre. Non si direbbe un uomo particolarmente forte, tuttavia finisce per sviluppare un proprio modo di essere se stesso di fronte a lei e a tutti gli altri, facendo della propria stessa mitezza una ‘cifra stilistica’ che gli permette di non lasciarsi smontare di fronte a nulla. Dalla scelta dello sport a quella della ragazza che diventerà sua moglie, fino ad altre decisioni più ‘rischiose’, cammina sulla strada della vita con una sorta di quieta ma indomabile determinazione. Inseguendo sempre, tra l’altro, il sogno di volare, salvo poi rendersi conto che ci sono molti modi di far crescere le proprie ali, persino dalle cicatrici che ci portiamo dietro le spalle.

Garp riesce a creare una famiglia ‘vera’, piena di conflitti e di difficoltà, ma ben lontana dalle finzioni di felicità perfetta che tanto danno avevano provocato e provocavano in quegli anni. Questo anche grazie al fatto che Helen, la moglie (Mary Beth Hurt, che mi è piaciuta moltissimo nel ruolo), con tutte le sue fragilità e i momenti di sperdimento, sa essere davvero una compagna di vita, con tutto ciò che questo comporta, capace di un amore forte e profondo ma senza alcuna forma di resa o di quella sopportazione passiva e paziente che in generale si richiedeva alle donne.

D’altra parte, Garp ha anche degli evidenti spigoli nel carattere, l’incapacità di frenarsi di fronte a quelle che considera ‘vessazioni’ o ‘ingiustizie’, e quello che l’amica Roberta (altro personaggio notevole, per inciso) definirà l’unico tratto che ha ereditato dalla madre, un talento per far infuriare la gente.

Quando Garp decide di diventare scrittore, la madre sembra ancora una volta soverchiarlo. Mentre lui è acclamato dalla critica ma vende pochissimo, lei, per una fortunata combinazione di tempi (siamo a questo punto tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70), scrive un libro che diventa un manifesto del femminismo e la rende ricchissima. Apre allora una sorta di clinica per prendersi cura di donne dal passato difficile. Tra loro, alcune appartenenti a un’associazione che prevede l’automutilazione come forma di protesta contro la violenza sessuale, in nome (ma contro il volere) di una donna che era stata violentata da bambina. Tutto questo avrà conseguenze di non poco conto sulla vita di Garp, il quale ha perfettamente chiara la distanza che esiste tra un’accettazione profonda (molto più della semplice ‘tolleranza’) per il modo di ognuno di esprimere la propria personalità, e lo sfruttamento (pur inconsapevole) del dolore altrui come arma contro il mondo, nell’inutile tentativo di sanare le proprie ferite causandone altre.

Come si vede, molti dei temi affrontati sono ‘forti’, in nessun momento ci viene permesso di dimenticare che al mondo esiste la violenza, il pregiudizio, esistono molte forme di fanatismo e alcuni tipi di inferno, compreso quello lastricato di buone intenzioni. E che però, per contrastare tutto questo, a parte il senso dell’umorismo, l’unico modo è non lasciarsi cambiare, non avere mai paura di restare se stessi. Senza tracotanza, ma con rabbia e determinazione se è necessario. Perché alla fine, quello che conta è comportarsi come è giusto, e non come sarebbe più facile. E quando si sbaglia, saper medicare le ferite. E quando si vive, preoccuparsi del “come” molto più che del “quanto”.

Da questo film è tratta una delle mie citazioni preferite, tratta da un dialogo tra Garp e la moglie Helen, in cui si parla della memoria e dell’importanza di ricordare:

Helen – You can’t live in the past
Garp – I’m not. But I can live in the present and think about the past.
Helen – You’re supposed to do that when you’re old and grey.
Garp – Oh, to hell with that. When I’m old and grey, I probably won’t remember my past. You’ve got to be young when you do it. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure.
Helen – I’m going to start teaching again.
Garp – I’m going to try hang-gliding.

“Helen – Non puoi vivere nel passato
Garp – Non lo faccio. Però posso vivere nel presente e pensare al passato.
Helen – Dovresti aspettare di essere un vecchio coi capelli grigi.
Garp – Oh, al diavolo. Probabilmente non me lo ricorderò il passato, quando sarò vecchio. Devi farlo da giovane. E’ bellissimo, non trovi? Guardare indietro e vedere l’arco della tua vita, come tutto è collegato. Da dove sei partito e come sei arrivato fin qui. La linea, capisci. E’ stata davvero un’avventura.
Helen –Riprenderò a insegnare.
Garp – Io voglio provare il deltaplano”.

La traduzione è mia perché non ho la versione italiana del film.

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The World According to Garp (1982) is the second movie with Robin Williams in the leading role, after Popeye. It is quite hard now and then, yet it manages at all times to be ‘light’ (in the best meaning of the word) and certainly has a few very sweet moments. Even from the initial tune, a cheerful Beatles’ song (When I’m 64) irony is a constant. It might actually even seem poisonous at times, were it not for the message it conveys and that is, in fact, this: anything, even the most dramatic event can be made less painful by humour, just a pinch, maybe, which is, here, just another way to express empathy and warmth. Indeed, only the people who are most hopelessly unhappy in this movie lack it entirely.
Garp was born in 1944, with the war still raging. His mother Jenny (a very young and already marvelous Glenn Close) had been a nurse at the front, and she would continue to work as such, in different ways, throughout her life. She’s a very strong woman, driven in her life by a considerable sense of herself and by something we could describe as an obsession for ‘lust’, and especially for male lust (I won’t reveal, for those who don’t already know, the quite unusual way in which she managed to get pregnant). On the other hand, she deals with it in a rather personal, nonconformist and even libertarian way (or rather, in a way to protect the women’s freedom).
Indeed, quite a lot of what happens to Garp and around him seems to be the result of lust – or of its repression. The moralistic atmosphere and the narrow conception of family are just hinted at, in two scenes which, however, I find memorable and more than sufficient for the purpose. The first one is at the beginning, when Jenny appears at her parents’ house with the little, newborn Garp, causing not a small turmoil. The second scene is when a neighbour, the father of a little girl, a playmate of Garp, and a crop of other children, including the umbrageous Pooh, takes a family photograph to be sent around as a Christmas card. His wife, who tries her best to make Pooh smile (‘if you don’t smile you will never find a husband’), is an emblem of that short-sighted environment. Only a woman who was desperately 50s-minded and desperately out of the world could fail to notice how unhappy her daughter was, and how that unhappiness was, even then, already becoming a form of meanness, against which, even Jenny’s healing skills would not be of any help.
Garp seems somehow overshadowed by his formidable mother. You wouldn’t think of him as a particularly strong man, and yet, he ends up developing his own way of being himself in front of her and of everyone else. He makes of his own gentleness a ‘hallmark’ that allows him not to be discouraged by anything. From the choice of his sports to that of the girl who will become his wife, and then to other more ‘dangerous’ decisions, he walks along the way of life with a sort of quite but indomitable determination. Always pursuing the dream of flying, as it is, only to realize at some point that there are many ways in which you can grow your wings, even from the scars on your back.
Garp manages to create a ‘real’ family, full of conflicts and troubles, but rather far from the pretence of perfect happiness that had been causing so much damage in those years. This was also thanks to the fact that Helen, his wife (Mary Beth Hurt, whom I liked a lot in this role), with all her fragility and moments in which she seems to go astray, is capable of being a true life companion, with everything that this implies. Her love is strong and deep, but with none of that surrender or passive and patient acceptance that was generally expected of women.
On the other hand, there are some sharp edges in Garp’s personality, the inability to restrain himself in front of what he considers to be ‘oppression’ or ‘injustice’, combined with something that his friend Roberta (another remarkable character, by the way) will define as the only trait he has inherited from his mother, a “natural ability to piss people off’.
When Garp decides to become a writer, his mother seems, once again, to overpower him. Whereas he is acclaimed by critics but does not sell very much, she writes a book which, thanks to good timing (we are now between the end of the ’60s and the early ‘70s), becomes a feminist manifesto and makes her immensely rich. So she opens a clinic to take care of women with a difficult past. These include a few members of an association which sees self-mutilation as a form of protest against sexual violence, in the name (although against the will) of a woman who had been raped when she was a child. All this will be of no small consequence for the life of Garp, who is perfectly aware of the distance that there is between deep acceptance (much more than mere ‘tolerance’) of the way of each one to express their personality, and the exploitation (in good faith as it may be) of the pain of others as a weapon against the world, in a useless attempt to heal one’s wounds by causing other wounds.
As can be seen, many ‘strong’ issues are dealt with. We are never allowed to forget that there is violence in the world, and prejudice, and many forms of fanaticism and quite a number of types of hell, including the one that is paved with good intentions. And that in order to contrast all that, apart from humour, the only way is not letting them change you, never be afraid of remaining yourself. With no arrogance, but with anger and resolution, if necessary. Because when all is said and done, what counts is to choose the right course, not the easy one. And when you make a mistake, be able to heal the wounds. And when it comes to living, think about ‘how’ rather than ‘how long’.
One of my favourite quotes is taken from this film, from a dialogue between Garp and his wife Helen, who talk about memory and how important it is to remember:

Helen – You can’t live in the past
Garp – I’m not. But I can live in the present and think about the past.
Helen – You’re supposed to do that when you’re old and grey.
Garp – Oh, to hell with that. When I’m old and grey, I probably won’t remember my past. You’ve got to be young when you do it. It’s really nice, you know. To look back and see the arc of your life. It’s all connected. How you got from there to here. To see the line, you know? It really has been an adventure.
Helen – I’m going to start teaching again.
Garp – I’m going to try hang-gliding.

I ladri del tempo

Parole. Parole scagliate, schiantate come una cascata verso la valle. Come stalagmiti di ghiaccio, bellissime e fredde, scintillanti e feroci. Le parole hanno inventato i sentimenti. Le parole hanno inventato l’uomo, e non il contrario. Le parole disegnano i nostri contorni, sono un seme piantato nella terra, e il grano che cresce, il vento che piega le spighe, la grandine che le schiaccia, il sole che le matura e la falce che le taglia. Oggi non avevo più parole, le avevo finite tutte. E per un istante, quell’istante in cui sono rimasto senza parole, ho smesso di esistere.

E non sono solo le parole. Anche il corpo mi sta abbandonando. I colori, per esempio. Ho già perso il rosso, il giallo, l’arancio. Il sole all’alba, al pomeriggio e al tramonto ha un unico non-colore. C’era tra il verde e l’azzurro una differenza nitida, evidente, incontrovertibile, come tra il cielo e il mare, o tra il cielo e la terra. Ora non più, e forse questo vuol dire che anche la differenza tra il cielo e il mare va svanendo, la stessa differenza tra il cielo e la terra è più sfumata, più presente nei miei ricordi, qualcosa che prendo per scontato, più che sperimentarlo con scientifica obiettività nel tempo della mia vita attuale. Forse stiamo tornando a quel tempo primordiale in cui non c’era separazione tra i continenti, le acque e la volta celeste. Forse stiamo tornando al Caos.

I sapori invece li ho perduti tanto tempo fa. E gli odori. C’era un tempo, lo so, in cui potevo riconoscere, dal gusto o dal profumo, tanto un frutto da un altro, quanto una donna da un’altra. Oggi non più. Vedo una pesca, so che è una pesca, ma in che cosa differisce da una mela o da un’arancia? Sanno di acqua, tutte allo stesso modo. E la mia donna… so che è la mia donna, ma in qualche modo è come se anche lei fosse diventata d’acqua. L’universo è solo una massa d’acqua insipida e inodore. Neanche toccare con le mani, mi aiuta, perché le mie mani non toccano che acqua, sfuggevole, evasiva, né fredda né calda, né dura né morbida. Inesistente. Trasparente. Inutile.

E le mie orecchie… le mie orecchie sono cambiate? Qualche volta penso di no. Le sento, le loro voci che parlano, alla radio, alla televisione, dalle piazze con gli altoparlanti. Non si fermano mai, e coprono ogni altro suono. Non c’è più musica, non ci sono più i chiacchiericci dei crocchi agli angoli delle strada, gli urli dei bambini, sempre sul confine tra la paura e il divertimento. Neanche il rumore delle frese, dei trapani, dei martelli pneumatici, degli allarmi che attaccavano il loro lamento d’improvviso nelle notti di temporale. Nulla più, solo le loro voci. E non so se è perché io riesco a sentire solo quelle, o se perché proprio i suoni sono scomparsi dalla faccia della terra, appiattiti e schiantati da quelle voci nefaste.

Chi è quella gente? Da quale abisso dello spazio e del tempo è arrivata qui?
Mio padre, lettore accanito di miti greci, mi diede nome Nestore, perché di tutti gli eroi dell’Iliade era stato Nestore l’unico a giungere a tarda età, audace in gioventù, saggio in vecchiaia. Questo sperava per me. Non un destino particolarmente glorioso, non la morte in battaglia o i viaggi nell’impossibile, ma l’orgoglio di rappresentare la memoria di un popolo. E la memoria, quella, mi è rimasta. Mnemosine, tra tutti gli dèi, non mi ha ancora abbandonato. E’ la mia fortuna o la mia disgrazia? Forse, la chiarezza delle percezioni che ho perduto è diventata perfezione del ricordo. Date, avvenimenti, persone, cose, sono tutti lì, nella mia mente, senza sbavature, senza ripensamenti, senza la nebbia che di solito li confonde, rendendoli vaghi quanto più sono remoti nel tempo. Ricordi di ieri o ricordi di trentasei anni fa, non c’è differenza per me.

L’urlo di quando sono nato paura libertà fame orgoglio immenso dolore di aver perso il mio nascondiglio smisurata dolcezza di vivere. Ogni nuovo segno sul viso di mia madre che invecchia, la forma delle unghie sulle mani di mio padre, la casa e tutti gli oggetti che conteneva, fino all’ultimo straccio nell’angolo più nascosto della dispensa, le foglie dell’albero su cui mi arrampicavo, le loro nervature, i cambiamenti di luce con le ore del giorno.

Non solo quello che appartiene a me. La nostalgia mi prende a volte per ciò che non è mai stato mio. Un giardino che scivola da un pendio della riviera, il bosco dietro, e davanti forse il mare che non vedo, ma c’è, so che c’è. E ogni fiore del campo, le radici, la terra, i calabroni, il bruco che smuove le zolle, il ragnetto dell’orto tra i vigneti che sale sul letto la notte. E le navi. Vele, sartie, alberi, ponti, cabine, senza misteri, senza lacune nella mia memoria di uomo della terra che mai ha messo piede sul mare. E le sale dei castelli, di cui conosco ogni arazzo, ogni disegno del pavimento, la forma della punta di ogni lancia nella sala delle armi. E aerei, e treni, e carovane di cammelli, e la sella dura sulla schiena di un cavallo. I miei antenati avevano forse abitato le case della mia nostalgia, percorso quelle strade, quei deserti, quelle acque. Sono stato mille volte cacciatore, prima che oggi mi costringessero a questa caccia, e mille volte contadino, e principe, marinaio, fabbro, calzolaio, esploratore.

Non ho mai fatto nessuno di questi mestieri.

Sono sempre stato solo un venditore di parole, le vendevo per nascondermi e confondermi in chi le leggeva le ascoltava le ripeteva le recitava le ricordava parole di luce parole d’ombra parole di follia parole di saggezza. E mai il silenzio.
Perché l’avevo capito, che il giorno del silenzio sarebbe stato il giorno della nostra resa e della nostra morte. L’avevo capito, che se avessi smesso di ricordare, se avessi perso le parole che avevo accumulato per tutti i giorni i minuti e gli istanti della mia vita, il mio popolo avrebbe perso la memoria. Avremmo perso tutto. Per sempre. Le parole, tutte le parole hanno un colore, un sapore, una consistenza, una forma. E questo è il mio colore, il mio sapore, la mia consistenza, la mia forma. Questo sono io, e devo scrivere prima di dimenticare. Il mondo buio, senza sapore, senza odore, senza forma o consistenza che mi siano visibili, posso ricostruirlo con le parole, ma senza le parole tutto sarà finito.

Loro lo sanno.

Sento le loro voci, di nuovo. Ogni volta che sento quelle voci sparisce un colore, non trovo più un suono, perdo un sapore. Le loro voci che ripetono, ossessionanti, sempre le stesse parole. Una lunga fila di orrori, di paure, di pericoli mortali.

“Si ricorda alla cittadinanza che è fatto obbligo di chiudere ogni casa con un muro dell’altezza di metri dieci che circondi interamente l’abitazione, chiuso da un cancello con corrente ad alto voltaggio; si ricorda altresì che porte e finestre dell’abitazione dovranno essere blindate. In mancanza di queste precauzioni, il Consiglio dei Saggi vi riterrà responsabili nel caso restiate vittima dei reati di furto, rapina, stupro, rapimento ed ogni altro delitto che venga commesso a causa della vostra negligenza.

Alla cittadinanza è vietato viaggiare oltre il confine del Regno della Saggezza, ogni viaggio comporta un rischio per la vostra sicurezza. Lo Stato non può difendervi. Incidenti, banditi, malintenzionati. Oggi le città del mondo sono ricettacoli di criminalità e il pericolo si annida ovunque.

I cittadini al di sotto dei quindici anni non potranno uscire se non accompagnati da un adulto armato o in grado di utilizzare tecniche di autodifesa. Ogni cittadino dovrà imparare ad usare mezzi di autodifesa a partire dai sei anni di età.
Si ricorda che sono vietati gli assembramenti di cittadini di qualsiasi età, poiché possono portare a disordini, litigi e contrasti che il Consiglio dei Saggi intende evitare perché la popolazione viva nella più grande pace e tranquillità. In nessun luogo, di qualsiasi natura, potranno essere presenti più di due persone per volta le quali si conoscano e possano avere reciproco contatto.

Si ricorda che è assolutamente vietato sotto pena di morte accogliere sotto il proprio tetto o avere comunque contatti di qualsiasi natura con persone di luoghi diversi dal Territorio dei Saggi.

Si ricorda che è fatto divieto di parlare con chicchessia di politica, religione, storia, geografia, letteratura, argomenti tutti i quali possono suscitare pensieri di malinconia, insoddisfazione, e dar luogo a conflitti di opinione che il nostro saggio governo intende in ogni modo evitare. Si ricorda che controlli casuali verranno effettuati sulla vostra corrispondenza e su ogni mezzo di comunicazione, e che sarà in ogni tempo facoltà del governo entrare nelle vostre abitazioni per ricercarvi mezzi clandestini che nella illuminata, benevola e insindacabile opinione del nostro Consiglio dei Saggi abbiano o possano avere come conseguenza l’insinuazione di idee pericolose nella mente dei nostri beneamati cittadini.

Si ricorda che, benché l’uso del primitivo rito della nomina dei rappresentanti dei cittadini per via elettiva sia stato mantenuto per rispetto delle antiche tradizioni, il Consiglio dei Saggi suggerisce che i cittadini non hanno sufficiente consapevolezza e maturità per una funzione così delicata come la scelta dei propri governanti. Chi ritenesse nondimeno di avere i requisiti necessari, potrà richiedere la scheda elettorale, che verrà concessa dal Consiglio previa verifica dell’effettiva sussistenza di tali requisiti. Che ne fosse trovato sprovvisto, decadrà dalla possibilità di presentare una nuova richiesta per un tempo minimo di cinque anni, estendibile a discrezione del Consiglio. Si ricorda che chiunque abbia in passato manifestato opinioni non conciliabili con la politica di pace, serenità e sicurezza che il nostro illuminato governo porta avanti, sarà automaticamente ritenuto inidoneo al voto per un periodo di almeno cinque anni, estendibile a discrezione del Consiglio.

Ricordate di non affacciarvi alla finestra, esistono i proiettili vaganti. Ricordate di non uscire di casa senza esservi debitamente provvisti di giubbotto e cappuccio antiproiettile. Ricordate di dotare ogni vostro oggetto personale dei dispositivi di sicurezza di volta in volta specificati dal Consiglio dei Saggi.

Ricordate. Una vita sicura è una vita felice.
Adesso la mia compagna è qui. Non dovrebbe esserci, perché l’amore è proibito più di ogni altra cosa, in quanto mette a rischio la serenità del popolo. La cosa buffa è che la mia compagna si chiama Serena. E lei è davvero così. Nonostante questo nostro mondo paradossale, dove la vita si è persa nell’incubo del dover morire, e ogni cosa ha perso il senso della sua bellezza. Il sangue è vita ma è anche morte, un fiore può contenere un veleno mortale. Ma anche la saggezza, portata all’estremo, diventa follia.

All’improvviso so cosa devo fare, e lo sa anche lei. La guardo, cercando di compensare con la memoria quello che i miei occhi non riescono più a vedere, e le mie mani non sentono più. So che è bella. So che ha capelli e occhi scuri, e nel ricordo il suo corpo è ancora morbido, caldo e dolce, anche se non me ne accorgo più.

Non ho avuto nemmeno bisogno di parlare. Quando è arrivata, non ho richiuso la porta col catenaccio e la tripla mandata, come faccio sempre. L’ho lasciata aperta, spalancata, anzi. E lei si è messa a volare intorno come una farfalla, aprendo finestre, spegnendo la luce artificiale man mano che entra quella del sole, mettendo sul piatto del clandestino impianto stereo un disco proibito. Tutta la musica è proibita, alla radio si ascolta un solo canale, la Voce della Saggezza.

Questa casa ha un vantaggio. E’ vecchia. Vecchia e piena di anfratti, porte che sembrano aperte e invece sono chiuse, pareti che sembrano ininterrotte e contengono invece scomparti insospettati.

Prima di aprire porte e finestre abbiamo tirato fuori da ogni angolo segreto i miei libri, il mio tesoro accumulato negli anni, accuditi con amore, spolverati, sfogliati, letti e riletti perché le parole non mi abbandonassero, e Mnemosine continuasse a proteggermi. Una volta che la mia casa è tornata ad essere aperta al mondo, abbiamo aperto anche i libri al mondo. Là fuori, esposti a qualcosa che so essere più forte persino della saggezza: la curiosità umana. Non più un interlocutore alla volta, scelto con cura, per affinità e comunanza di emozioni. Non più quella cauta, furtiva trasmissione di conoscenze scambiate al buio, ma un fiume, un mare indistinto di persone non studiate, non selezionate, se non in base al loro stesso desiderio. L’uso che ne faranno non importa. Una parola può essere abusata, maltrattata, trascurata, ma non muore mai.

Adesso che i muri non mi proteggono più dai suoni esterni, ricomincio a sentire di nuovo. Non più solo le loro voci, ma l’angoscia della gente che nella certezza della sua tranquillità inalterabile ha scoperto una prigione molto più difficile da evadere di un edificio di acciaio e cemento.

La curiosità è donna, dicevano, molto tempo fa. Ed è proprio una donna a fermarsi per prima sotto casa nostra. Prende un libro con mani a un tempo titubanti e frettolose. Non sa se portarlo via. Vorrebbe sfogliarlo, ma sa di non avere molto tempo. I libri sono la cosa più vietata di tutte, la più pericolosa. Leggere il delitto più grave. E scrivere… scrivere è inconcepibile. Per questo lo faccio.

Vedo che la donna sta per andarsene, ha lasciato andare il libro, e mi prende lo sconforto. Ma quando già si è voltata, arriva un uomo con un bambino, le dice qualcosa. Lo sento parlare! Sta dicendo che conosceva anche lui quegli oggetti, un tempo, quando leggere non era ancora vietato, e sta spiegando qualcosa a suo figlio che lo riempie di domande a mitraglia. E ne arrivano altri. Si fermano e parlano, con aria di sfida.

Loro, i Saggi, si stanno organizzando, questo è certo. Ma ci mettono molto tempo, troppo. Non è trascorso neanche un quarto d’ora, e i libri sono spariti. La mia gente sa essere molto veloce, molto risoluta, e molto coraggiosa, se vuole.
Ma cosa succederà dopo? Non credo che lo saprò mai. Probabilmente non vivrò a lungo quanto Nestore. Non credo che racconterò ai figli dei miei figli la storia di questa strana guerra. Adesso che vedo e sento molte cose, adesso che sanno della mia memoria e delle parole che ho conservato e sparso con tanta disinvoltura per la nostra terra martoriata. Sarà forse una pallottola vagante a prendermi, presto o tardi, e spero ma non mi illudo che non ne abbiano abbastanza per prendere anche lei, Serena che mi dorme accanto e non so come non ha mai paura o forse ce l’ha e la nasconde per me o per se stessa o per tutti e due. Sento il suo corpo rannicchiato tra le mie braccia. Posso toccarla, seguire il suo profilo, e non più con la memoria soltanto, ma in questo presente. Come il sapore asprodolce, il rosso fresco e succoso delle fragole che abbiamo mangiato questa sera.

Il Bosco – Parte I – Capitolo I – V

VI (1963)

La strada si dipanava diritta come il filo di un gomitolo teso a indicare il cammino nel groviglio labirintico che partiva dal porto e giungeva chissà dove. Elisa camminava a fianco di sua madre, con Cristina dall’altro lato. Il vento appiccicava il vestito al corpo della mamma, i fiori gialli, piccoli e freschi, aderivano alle sue gambe, alla pancia che così, vista di profilo, prendeva una forma leggermente arrotondata che non aveva mai notato prima. Più tardi le sarebbe parso di aver intuito tutto, prima ancora che dal rigonfiamento del ventre, dai suoi occhi, da quello sguardo che già andava oltre loro due, verso qualcuno che si sarebbe appropriato di una fetta più larga del suo cuore. Ma fu Cristina a parlare per prima. A gridare, anzi: “Tu aspetti un bambino!”

Elisa si stupì. Cristina non gridava mai. “Io non voglio nessun altro bambino.” continuò la sorella, con un tono ancora più denso di rabbia, ancora meno riconoscibile.

“Beh, mi dispiace, signorina, ma che tu lo voglia o no, dovrai abituartici”, rispose sua madre, secca. Questo non la stupì, invece. Sua madre era sempre stata insofferente di fronte a qualunque espressione di rabbia, dolore o allegria che considerasse eccessivi, ed era allergica alle conversazioni importanti, nelle quali si sforzava inutilmente di rendere semplici le cose complicate e riusciva invece benissimo a rendere complicate quelle più semplici.

Elisa si disse che non le sarebbe dispiaciuto avere un fratellino. Però forse quello che provava era sbagliato, forse lei stessa era tutta sbagliata. Ancora adesso, a sprazzi, odiava Fabrizio. Lo odiava perché in fondo sarebbe stato naturale, quasi un suo dovere odiarlo, era la cosa giusta da fare. A volte lo aveva odiato ancora di più perché le era simpatico, gli aveva rivolto contro la rabbia di un affetto che non era riuscita a impedire e che non gli aveva mai perdonato.

E adesso … chi sarebbe stato esattamente quel bambino? Un fratellino avrebbe significato in un certo senso accettare che Fabrizio facesse parte della famiglia. E perché questo non le suscitava accessi di furia incontenibile? Perché non provava l’irrefrenabile impulso di picchiare tanto lui quanto sua madre, di far pagare a entrambi la confusione dei suoi sentimenti? Anche se non lo avrebbe ammesso neppure sotto tortura, in realtà sapeva di voler bene a Fabrizio molto più di quanto avrebbe dovuto. Questo voleva dire che stava cominciando anche lei ad abbandonare suo padre?

Elisa guardò sua sorella cercando di capire cosa ne pensava lei. Cristina era sempre stata così adattabile, sembrava che le andasse bene tutto, si preoccupava poco di quello che le succedeva intorno, come se nulla potesse toccarla, in fondo. Dopo lo sfogo di poco prima, il suo viso si era come richiuso, assumendo l’usuale espressione indecifrabile.

“A me piacciono i bambini”, si arrischiò a dire, con una certa cautela.

Cristina ebbe un’altra esplosione e questa volta non si contenne. “A me, a me, io, io”, gridò, con tutto il fiato che aveva in gola, così parve. “Ma di quello che provo io importa a qualcuno? Io sono solo la scema che fa sempre quello che le dicono, che si comporta come una signorina ammodo, che non crea mai problemi. Ma forse qualche problema ce l’ho anch’io, forse non mi piace essere perfetta, ci avete mai pensato? Forse in realtà sono cattiva, maleducata e incosciente e magari mi piace anche, essere così”.

“Ma cosa ti prende, Crissy?” Chiese Elisa, con una voce più dolce di quella che usava di solito parlando con la sorella.

“Cresce” disse asciutta Viviana. Aveva letto da qualche parte che i ragazzi, non avendo più riti di passaggio all’età adulta, vivevano negli anni dell’adolescenza una confusione ben maggiore di quella che avevano vissuto i loro genitori. Effettivamente a lei non sembrava di essere mai stata adolescente. Non aveva potuto permetterselo. C’era la guerra, allora, e poi l’immediato dopoguerra. Niente male come rito di passaggio all’età adulta.

Elisa intuì d’improvviso qualcosa che non aveva mai capito. Se era così difficile capire cosa passava nella sua testa, forse era perché Cristina stessa non lo sapeva.  Cristina era carina, era spiritosa, andava bene a scuola, piaceva alla gente e lei aveva sempre pensato che le piacesse essere così, che fosse quello che voleva anche lei. Invece forse la vera Cristina era nascosta da qualche parte, ma era troppo abituata a comportarsi come gli altri si aspettavano da lei – o come lei credeva che si aspettassero – per sapere come ritrovarla. Che cosa davvero le piaceva o non le piaceva, questo Elisa non avrebbe saputo dirlo. Pensò che forse, dopotutto, si somigliavano più di quanto le fosse mai sembrato. Si sentì solidale con lei, una sensazione quasi nuova, e la stupì che non fosse accaduto più spesso.  Le venne voglia di abbracciarla, forse non era il momento giusto ma lo fece lo stesso. La sentì ritrarsi un momento e poi, un po’ rigidamente, Cristina le posò la testa sulla spalla e scoppiò a piangere, e allora pianse un po’ anche lei, senza sapere se fosse perché si sentiva triste, o perché si sentiva felice.