Oggi Book Pride

Da venerdì a Genova c’era il Book Pride, sono riuscita ad andarci solo oggi (forse è stata una fortuna, per il mio portafoglio), e ovviamente ho fatto incetta di libri. Vero, in questo momento i soldi sono pochi, ma per i libri non si spende, sui libri si investe, è un investimento su sé stessi e la propria gioia. Ne ho presi un bel po’ da Iperborea, tra cui soprattutto l’ultimo Björn Larsson, più un altro a cui ha scritto lui la postfazione, perché Larsson per me è sempre irrinunciabile, E poi un altro bel bottino da Exòrma, casa editrice di cui avevo sentito parlare, ma di cui non avevo ancora letto alcuna pubblicazione. Lacuna gravissima, da rimediare subito. E poi, so che qualcuno capirà perché, questo in particolare non potevo proprio lasciarmelo sfuggire!

 Quindi, i due della foto non sono che un piccolo campione dei miei acquisti, la maggior parte dei quali sono rimasti a Genova. E nonostante tutto, come sempre, ho lasciato un pezzo di cuore su quelli che non ho potuto comprare, ma che dovranno comunque entrare nella mia casa e nella mia biblioteca al più presto!

L’universo mi sta dicendo qualcosa

Libri, film e un giardino. La mia idea di vacanza perfetta. O di vita perfetta.

In realtà ho scritto, letto e guardato film molto meno di quanto avrei desiderato, ma va bene comunque. Il giardino e la casa hanno richiesto molte attenzioni. Sto studiando storia, nomenclatura e modalità di coltivazione di un sacco di piante, note e meno note, con tutte le possibili combinazioni e i possibili usi, esemplari singoli, siepi, alberi, erbacee, rampicanti, da sole, da ombra, da mezz’ombra, piante che fioriscono in inverno, piante da bacca, piante con foglie di forme e colori strabilianti. Da perderci la testa. E non ho un parco, intendiamoci, solo un giardinetto. Ma trovo che progettare sia una cosa meravigliosa. Anche in casa. Ho dato il bianco e insomma, alla mala parata oggi potrei anche inventarmi un nuovo mestiere, vivaista, imbianchina, magari presto anche costruttrice di pergolati e sostegni per rampicanti, vedi mai…

Nel frattempo comunque sto proseguendo con la lettura/ri-lettura costante di “Furore”, libro splendido e coinvolgente, ma difficile per le profondità che ti trovi a esplorare. E qualcosa di simile potrei dire per “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas, diversissimo, introspettivo, la storia di una famiglia e di sentimenti e pensieri contraddittori, talvolta quasi crudeli, spesso poetici, quasi sempre molto intensi.

E mi sono vista un film, il primo della wishlist del 1935, non ne sarebbe valsa per niente la pena se non fosse stato per la sempre magnifica Katherine Hepburn, che fu nominata e perse l’Oscar in favore dell’altrettanto grande Bette Davis, la quale ammise che lo avrebbe meritato lei, non so se fosse solo cortesia, ma comunque K. Hepburn a mio parere vale qualunque film possa capitare di vedere. Certo, questo “Alice Adams” ce la mette tutta per farsi dimenticare. Trama esilissima su una fanciulla di bassa origine, che per farsi accettare dalle amiche altolocate si finge (con scarso successo) aristocratica e finisce per farsi sposare dal principe azzurro di turno, naturalmente bello ricco e gentiluomo. Con contorno di storia strappalacrime sull’imprenditore che da anni mantiene posto e stipendio al padre di Alice, inabile al lavoro, che anni prima aveva inventato una formula per un collante miracoloso per il quale non aveva forse ottenuto tutti i benefici promessi. Quando per amore della figlia, l’uomo pensa bene di sfruttare quella formula e mettersi in proprio, senza nemmeno farne parola con l’imprenditore, questi, invece di fargli causa (che avrebbe vinto a mani basse), lo prende come socio. La protagonista e il regista avrebbero in effetti voluto un finale diverso, maggiormente realistico e aderente al libro, ma non ci fu verso. Eravamo negli anni ’30, forse dal cinema si chiedeva che facesse fino in fondo la sua parte di fabbrica dei sogni, e oltre a convincere la gente che il sistema capitalistico era pur sempre il migliore dei mondi possibili.

Tanti buoni spunti, anche volendo mantenere lo stile da commedia, ci si chiede cosa ne avrebbe fatto un regista come George Cukor. Il rapporto col fratello bistrattato di Alice, ad esempio. O il vergognarsi delle proprie origini. Il lavoro, appunto… Fu invece diretto da George Stevens, che non era certo l’ultimo arrivato e avrebbe in seguito ricevuto anche due Oscar e diverse nomination, ma forse all’epoca era un po’ giovane o forse il film non era nelle sue corde. Il messaggio sembra essere: sei una fanciulla un po’ snob ma tanto carina e tutto sommato tanto una brava ragazza? Beh, tutto è lecito, per te e per la tua famiglia, se il fine è conquistare un buon partito. Fingi pure come se non ci fosse un domani, e non preoccuparti che al resto ci penserà il destino, che è pur’esso gentiluomo. Va beh. Meglio il giardino e la pittura alle pareti.

E poi ci sono sempre i tramonti, i cieli in fiore e i pensieri, le memorie, i nuovi incanti che di giorno in giorno si rinnovano. Un articolo visto di recente spiegava perché fa benissimo invecchiare in campagna. Ecco, sento che l’universo mi sta dicendo qualcosa…

Edit: questo post di un paio di giorni fa mi è uscito fuori datato 7 agosto. Non sarei il motivo, forse l’universo era un po’ stanco, a forza di lanciare segnali a destra e a manca e cospirare per la realizzazione dei sogni di tutti…

 

La lettrice della domenica (e che importa se è lunedì) – Mario Soldati, La sposa americana

Lunedì o no, sempre una lettrice della domenica sono.

Questa volta, come sempre senza nessuna logica o coerenza di genere, periodo o provenienza geografica, ho deciso che era il momento giusto per leggere qualcosa di Mario Soldati. Non conoscevo nessuno dei suoi libri, né i suoi film, ma avendo dato qualche occhiata ai suoi documentari, mi ero fatta l’idea che valesse la pena di provarci. E l’idea mi è rimasta, benché La sposa americana sia stato per molti aspetti una delusione. Probabilmente non il suo migliore (infatti non è citato tra i più importanti nella sua biografia). È la storia di un triangolo in cui non si capisce bene chi ama chi, il protagonista sostiene come una specie di giustificazione di aver amato una sola donna e che proprio i suoi tradimenti, e soprattutto quello più “importante” erano dettati appunto dall’amore, resi da esso inevitabili, addirittura.

Ne esce il ritratto di un uomo estremamente egocentrico, inutilmente tortuoso, che si fa (e ci racconta) un sacco di elucubrazioni mentali senza costrutto e non ama, di fatto, nessuno. Lo stile scorrevole mi ha indotto a proseguire la lettura, ma neanche nei personaggi femminili ho trovato quegli elementi di fascino adombrati nella quarta di copertina. A un certo punto il romanzo sembra virare verso il giallo, ma non dico di più per non svelare troppo. Lo consiglierei? Non se vi piacciono i romanzi con molti dialoghi serrati e i personaggi che agiscono più che pensare, e attraverso le azioni rivelano la propria personalità; sì se invece amate questo tipo di narrazione introspettiva.

La cosa che ho apprezzato di più? Le descrizioni di certi scenari di San Francisco!

Fiamma e metamorfosi

Se vediamo da vicino questo pezzo di legno, come ci appare in queste pagine, poche righe, scopriamo subito che è titolare di un destino misto e drammatico. Viene definito legno da mettere nelle stufe e nei caminetti; più avanti, maestro Ciliegia lo dirà legno «da buttar sul fuoco», per «far bollire una pentola di fagioli». Dunque, legno da ardere, da consumare in fiamma, per sopravvivere agli inclementi inverni e per nutrirsi. Ma insieme un altro destino lo insegue: quello di essere lavorato: maestro Ciliegia vuol farne «una gamba di tavolino». E di altre metamorfosi presto sapremo. Ma quel che costantemente noteremo è che i due destini sono paralleli: quel legno è materia che chiama la distruzione e la cenere, e insieme vuole diventare e trasformarsi.

Se scrutiamo poi tra parola e parola vedremo dell’altro: che mai significa quel «capitò»? L’impressione è che il pezzo di legno abbia scelto di recarsi in quella bottega; e che un legno vada da un falegname ha certamente il suo significato. Possiamo suggerire che codesto legno si propone ad una trasformazione, una nascita? E donde viene? Non è verosimile che, a sbalzi e strattoni, bambinesco e cocciuto,ma fatalmente mosso, sia giunto fin qui per prati e sentieri, dopo essersi staccato dalla materia iniziale di una foresta materna? Presto lo sapremo capace di sgarbati strattoni, ed a quel modo si sarà staccato da una qualche madrepianta, e si sarà mosso in cerca di una bottega pervasa dall’odore fraterno di tutte le forme e i modi del legno.

(Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi)

Sto leggendo…

Libro preso un po’ per caso, vagando con lo sguardo e poi con la scala in recessi sempre meno a portata di mano, non so se vi succede, ne afferrate diversi, uno dopo l’altro, e vi sembra di non essere nel giusto mood per nessuno, finché alla fine ne scegliete uno, non convinti fino in fondo, ma perché ricordate che c’era stato un momento in cui averlo era sembrato imprescindibile e una ragione doveva pur esserci.

Una ragione c’era, infatti, e leggendo la sto riscoprendo. È un libro bellissimo, inquietante, dalla scrittura magnifica, severa, sicura e insieme aperta a mille altri dubbi, domande, possibilità, nuove interpretazioni, pensieri anche recalcitranti e ribelli, in disaccordo. Un libro fertile, ecco.

Volevo qualcosa che mi coinvolgesse profondamente, che anche senza rispecchiarmi del tutto, mi appartenesse al punto da rendere difficile staccarmi dalle sue pagine. L’ho trovato.

Il blog (e la scrittura): passione indisciplinata

Sono disordinata, sconclusionata, disorganica, lo sapete. Non sempre, qualche volta. Per scelta, più spesso che no. Faccio duemila cose perché ne inizio cinquecento e poi devio, vado un po’ qua e un po’ là, ne incontro altre, mi lascio incantare e perdo la strada, trovo altri sentieri nascosti.

Tutto questo per dire che ho iniziato tante rubriche e sono anche riuscita, per qualche tempo, a seguirle con una certa regolarità, ma credo che questo non sia il momento adatto per proseguire in quel modo. Scriverò, d’ora in poi e non so per quanto, forse per sempre, quello che voglio quando ho tempo e quando mi viene, per cui può essere che un giorno posti tre articoli, o chissà, magari quattro o cinque, e poi non scriva per una settimana. Come già sta accadendo, del resto, sto solo prendendo maggiore consapevolezza del fatto.

Scrivere è una fatica, bellissima, ma una fatica. Molta della sua bellezza sta, per me, nel fatto che è una fatica non organica, non sistematica, indisciplinata. Alla fine, mi ci sono voluti oltre cinquant’anni, ma ho capito che ogni volta che comincio a fare qualcosa con una cadenza fissa, perdo la passione, e quella, proprio non voglio perderla.

Quindi ecco, volevo dirvi, non aspettate il Robin’s Monday o il Sabatoblogger o il Cinema del Martedì, o la Lettrice della Domenica (e poi la musica, allora? e i viaggi? e…) perché mi sa che tutto potrà succedere in qualunque giorno della settimana…

Il mio barbarico yawp e altre indispensabili sciocchezze

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Dopo tanto tempo, sono finalmente entrata di nuovo in una libreria, intesa come luogo “fisico” e non virtuale. Sapevo cosa stavo cercando. Alla poesia sono arrivata relativamente tardi, a parte il mio mito, Neruda, non conosco molto degli autori novecenteschi, e volevo cominciare a colmare la lacuna, per cui eccolo qui: “Dopo la lirica – Poeti italiani 1960-2000)”, Ed. Einaudi con prefazione del curatore, Enrico Testa, in cui ho trovato queste parole per me illuminanti:

Al momento questi poeti [ossia quelli della generazione post-lirica, negli anni 1960-2000, a cui si riferisce il libro] … paiono operare tutti secondo quel “procedimento accumulativo” che … si attua “inglobando e stratificando paesaggi e fatti reali, private inquietudini e minimi eventi quotidiani”. Spinti dall’esigenza primaria di dar conto della loro sorte ed esperienza individuale e guidati da una prensile mobilità interiore, irriducibile alla recensione cronachistica del “mondo” come al verticale e attrattivo distacco da esso, recuperano così alla poesia un senso che altri … davano per perduto o impossibile. E riescono a ciò proprio convertendo il “timore di evadere dal tessuto della storia in atto” (un limite anticlassico, secondo Montale, della poesia contemporanea) in una nuova forma del coraggio: l’adesione al doloroso e mutevole profilo dell’esistere e alle sue dimensioni capitali: lo scorrere del tempo, la realtà della natura, il modificarsi della società.

Questo, sto comprendendo, è il “mio” senso della poesia, quello che vorrei avesse. Mi rendo conto che è espresso in un linguaggio non semplicissimo da critica letteraria, ma mi sono immersa in queste parole come in quelle pagine di romanzo che ci appartengono fino in fondo. Posso dire che nella mia ricerca sto forse arrivando anch’io a unire gli stimoli che, nel bene e (purtroppo soprattutto) nel male mi vengono dal mondo esterno al privato, alle mie esperienze e al mio sentito personale.

Sono lontana dalla “cronaca”, non riesco quasi mai a scrivere di fatti singoli, anche drammatici e di grande importanza; ma cerco di combattere la tentazione di distaccco dal mondo, che provo eccome,  con il tentativo di afferrare il senso generale di quello che cambia, che si muove, che resta, che si espande o si restringe, che proprio per questo carattere “generale” resta sfuggente, ma qualche volta può succedere di afferrarne un’ombra. Basta questo, un’ombra, un’illusione, a spingermi a continuare a scrivere, quando più sembra inutile. E inutile è quasi certamente, ma credo che niente sia indispensabile quanto le cose inutili.

Poi, certo, Walt Whitman. Non (per me) un mito come Neruda, ma un poeta con cui mi incontro e mi scontro da tempo, grazie a un altro amore, quello per Robin e i suoi poeti più cari. Perché la libertà la si trova quando si è disposti a morire non per un’idea, per un mondo migliore, e neppure per la libertà stessa, ma per la propria anima profonda, la luce e l’ombra del proprio sé.

E per chi crede nei segni, nelle coincidenze che sono altro, piccole benefiche cospirazioni dell’universo, sapete dove ha sede la Casa Editrice di questo secondo libro? A Boulder, Colorado, il piccolo, sperduto borgo della provincia americana dove era ambientato Mork&Mindy. Tutto si tiene, insomma. I fili formano trame imprevedibili.

Do I contradict myself?
Very well, then… I contradict myself;
I am large… I contain multitudes.
[…]
I too am not a bit tamed… I too am untranslatable,
I sound my barbaric yawp over the roofs of the world
[…]
I bequeath myself to the irt to grow from the grass I love
If you want me again, look for me under your bootsoles.

You will hardly know who I am or what I mean,
but I shall be good health to you nevertheless,
and filter and fibre your blood.
Failing to fetch me at first keep encouraged
Missing me one place search another,
I stop some where waiting for you

TRADUZIONE*

Mi contraddico?
Benissimo, allora… mi contraddico;
Sono ampio, contengo moltitudini.
[…]
Anch’io non sono affatto addomesticabile… anch’io sono intraducibile,
E risuona il mio barbarico yawp sopra i tetti del mondo.
[…]
Mi dono alla terra per ricrescere dall’erba che amo,
Se mi vuoi ancora, cercami sotto le suole dei tuoi stivali.

Non saprai chi sono, né il mio scopo,
eppure avrai, grazie a me, buona salute,
e io filtrerò e darò fibra al tuo sangue.

Se non mi trovi subito, non perdere il coraggio,
Se in un luogo non mi vedi, esplorane un altro,
Io sono fermo da qualche parte, ad aspettarti

Naturalmente, di entrambi i libri tornerò a parlare, ancora e ancora…

*mia, tranne la celeberrima citazione dello “yawp” tratta dal film L’attimo fuggente)