Pensieri

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Foto presa da qui

Prima metà del mese passata senza lavoro. Non sto male per niente. Un po’ di ansia, un po’ di preoccupazione, certo. Ma forse è davvero un segno. Ovviamente al momento scrivo, mi dedico alla casa e ai bambini, e praticamente quasi nient’altro (non che sia poco, scrivo otto ore al giorno alla fine, ed è sfiancante, ma è una stanchezza molto diversa da quella di quando lavoro). Beh, traduco lo stesso. Per me. Finito il libro potrò dedicarmi ad altri progetti lavorativi e non, evidentemente sta arrivando il momento giusto. E a proposito, ieri dalla finestra aperta è entrato di nuovo un pettirosso. quando ho aperto la porta della camera è volato fuori ma si è fermato poco lontano. Mi ha guardato un po’, poi si è allontanato. Oggi ho messo delle briciole di biscotti e un po’ d’acqua sul davanzale, forse è solo quello che vuole, ma chissà. Anche perché ieri ho anche letto una cosa detta da Robin che mi ha fatto suonare un campanello d’allarme:

There’s a biography out now about Peter Sellers, written by an unfunny man, which is kind of like having Ray Charles as an art critic. But if you have somebody with humour writing about you it’s great,

E’ uscita recentemente una biografia su Peter Sellers scritta da un tipo serioso, che è un po’ come se Ray Charles facesse il critico d’arte. Ma se è qualcuno con senso dell’umorismo a scrivere di te, è fantastico.

Caro Robin, aiutami tu, perché sul senso dell’umorismo non so come sto messa, ma so che come critica d’arte sarei pure peggio di Ray!

Facciamo il punto

Sono arrivata più o meno a pagina 135 del mio libro (non crediate, so benissimo che non stavate più nella pelle dalla voglia di saperlo). E quindi? E quindi, manca ancora un bel pezzetto anche se certo, il più è fatto, ma il problema è che non dovrei assolutamente superare le 150 pagine. Ecco, già l’uso del condizionale con l’avverbio ‘assolutamente’ è indicativo (no, resta comunque condizionale! Vabbè). Io lo sapevo che il mio problema non sarebbe stata la sindrome da foglio bianco, ma la sindrome da pluralità di fogli (molto) densamente scritti, da sfoltire senza sapere che cosa tagliare…

Pensieri (ingarbugliati) sulla scrittura

Poi le parole districate tornano subito a ingarbugliarsi, chissà se questo lo sapevi già anche tu, e per questo hai deciso di non scrivere mai; o meglio, di scrivere solo ciò che ti veniva immediato e sgorgava da sé come acqua dalla fonte, semplici appunti, giusto una base per improvvisare, che era quello che realmente ti stava a cuore. Oh, non senza dolore, anzi. Ma quasi senza intermediazioni, e dunque senza questo continuo sbrogliare matasse e ritrovare bandoli smarriti. Perché quando poi il dolore lo devi interpretare, raccontare e tradurre in parole per gli altri, qualcosa si perde. Un poco di innocenza, tra le altre cose.

Una parte di te continua a sentire profondamente, a vivere l’emozione sotto la pelle e lasciarsene attraversare senza far nulla, come ti lasci attraversare dall’improvvisa bellezza di una lama di luce che taglia l’orizzonte dove il mare finisce e inizia il cielo, come ti lanci senza rete da una nostalgia o un desiderio che ti acchiappano senza aspettare il momento giusto.

Una parte cerca addirittura di sprofondare, di immergersi fin quasi ad affogare nel lago d’ombra che è il guazzabuglio dei nostri sentimenti, sperando poi di riemergerne sapendo qualcosa di più e amando un po’ di più, ma senza alcuna certezza di questo.

Ma c’è quella parte che guarda le parole con la lente d’ingrandimento, provando a mettersi nella prospettiva di chi leggerà. Si cerca allora di renderle limpide, trasparenti, oppure un poco più oscure, secondo l’effetto che si vuole produrre. Si cerca l’eleganza, il sinonimo più vicino al senso da dare, ma anche quello più fine, il cui suono fa presa al tuo orecchio e nella tua mente s’intona col ritmo dell’insieme; si utilizzano figure retoriche, si individuano costruzioni d’impatto, si lavora di cesello, si intaglia, si sbalza, si leviga, si incide, si lima, perché nonostante quello che si pensa, scrivere è in buona parte un lavoro da artigiano.

Tu preferivi lasciare che il mondo entrasse dentro di te, e al resto pensava poi quella mente così insolita, agile e intensa, libera e duttile, penetrante e cristallina. Il filo dei tuoi pensieri non lo perdevi mai, e tuttavia lasciavi che prendesse direzioni inaspettate per cogliere scorci sempre nuovi e farceli percepire con i sensi e l’istinto. La ragione semmai dopo.

Chi scrive ha il tempo di preoccuparsi fin da prima di ciò che il pubblico penserà; e in fondo, di plasmare in qualche modo le proprie passioni proprio perché possano leggersi meglio, perché siano riconoscibili e persino apparire più genuine: talvolta occorre molto artificio e molta cura per far apparire poi in superficie l’intensità e la naturalezza.

Credo tuttavia che questo tu lo abbia intuito subito o comunque imparato non appena hai messo piede su un set. Autenticità e immediatezza non vanno necessariamente insieme. Far entrare il mondo in sé resta necessario, ma bisogna anche poi saper uscire da se stessi, guardare il mondo da dentro e guardare se stessi da fuori, perché tutto alla fine si ricomponga e ciò che noi siamo, reinventato attraverso le parole, torni a essere, proprio mentre diventa di tutti, tanto più profondamente, intimamente nostro.

Di sentieri, scrittura, cinghiali, bacche…

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L’alba oggi non mi ha portato nuovi racconti. Sono uscita solo per cercarti, per provare a sentirti nel peso delle gambe, quando fanno più fatica ad affrontare anche la salita più lieve, a vederti, naturalmente, prima di tutto nelle luci: quelle che celano l’incanto al di là di uno strato di nebbia…

 

… e quelle che improvvise ti rivelano un angolo di bosco dove l’intrico dei rami si ingentilisce, nei colori e nelle forme…

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… o che lasciano intravedere, molto più vicino del paesaggio sullo sfondo, quei cespugli di bacche che io particolarmente amo, non saprei dire se per i colori, per la loro caparbietà nel crescere nelle situazioni più improbabili, o semplicemente perché sono un piacere per gli occhi.

Ti cerco e mi rendo conto di quanto sia facile trovare metafore, qui. Mi ero prefissata di arrivare a un certo obiettivo, ma sono tanti i punti in cui ho pensato che era meglio, forse, fermarmi, se non tornare indietro. I sassi in cui ho inciampato, quelli che mi sono rotolati da sotto i piedi, i rovi (con le more, tra l’altro, ancora inspiegabilmente acerbe), i momenti in cui ho rischiato di perdere il sentiero, quelli in cui volutamente mi sono arrampicata su una piccola roccia, niente di che, ma solo per poter allargare la visuale. E mi sono ricordata di quel giorno in cui mi sono quasi persa, vicino al fiume, e in realtà ero a appena dieci minuti dalla meta ma non lo sapevo e mi ero così agitata, poi però mi sono calmata e ho cercato di trovare una soluzione e infatti dopo poco ho ritrovato la strada. O quell’altra volta in cui sono arrivata a un punto in cui il sentiero non saliva più, cominciava a scendere, e ho pensato, non può essere qui il luogo che cerco, forse l’ho già oltrepassato e non me ne sono accorta, chissà dove sto andando, meglio tornare indietro, ma poi invece ho deciso di andare avanti ancora un po’, vedere ancora oltre, dietro la curva, dietro quell’altra… e la mia destinazione, ho scoperto, era appena poche decine di metri più in là, ho rischiato di non raggiungerla per pochi passi.

Quindi vedi, se dopo l’ebbrezza di un paio di giorni fa mi hanno ceduto un po’ i nervi, se mi sono sentita per un poco quasi più spossata che felice, tutto questo non è altro che un piccolo sasso, basta allargare un po’ le braccia per non scivolare. Il materiale è davvero tantissimo, solo per esaminarlo tutto mi ci vorrebbero almeno sei mesi, anche senza considerare il fatto che in teoria dovrei fermarmi un paio d’ore ogni volta che qualcosa mi incide in profondità (e non è raro). Ma ad ogni punto critico del sentiero che si oltrepassa, c’è sempre qualcosa di bello da vedere. Oggi ho iniziato uno dei sentieri nuovi che volevo percorrere. A un certo punto ho sentito un grufolare non troppo distante e un pesante trotto apparentemente ancora più ravvicinato. Era tardi, ho deciso che quello era il momento giusto per tornare indietro. Ma domani riprenderò da dove ho lasciato. La meta potrebbe essere più vicina di quello che penso e comunque, il percorso vale la pena. E ora vado a scrivere.

Un po’ frastornata ma…

Niente alba oggi, ma un appuntamento importantissimo per il libro. Atteso con molta trepidazione. Andato oltre ogni più rosea aspettativa. Adesso, quindi, ho anche dei tempi. Strettini. Dovrei finirlo intorno a dicembre e sono nel panico più totale, ma sono anche sospesa in una bolla, leggera, trasportata da nuovo entusiasmo. Per una volta, vorrei non avere paura, per una volta voglio crederci che sì, sta succedendo a me, e non solo godermi questo momento, ma portarmelo dietro come un talismano, da sentire con me ogni volta che ho la tentazione di disperdermi. Non ho più solo un sogno, adesso, ho un progetto (quasi) preciso. E una volontà di ferro di realizzarlo. E’ faticoso, è emotivamente spossante, ma frastornante. Meravigliosamente frastornante.

Di questo cielo non mi stanco

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Di questo cielo non mi stanco mai. Potrei vivere creando storie con le nuvole, rubando loro i pensieri, le forme e la fantasia, potrei scriverci sopra. Usare quelle bianche come bloc-notes per prendere appunti, quei pensieri improvvisi ed effimeri, che se non li acchiappi subito svaniscono. Sulle nuvole nere scriverei in lettere d’oro, non per fermare la pioggia, no, anzi, la pioggia saprebbe allora di essere preziosa, non solo agli occhi di chi gioca con le parole, ma agli occhi di chiunque guardi.

Ancora un’alba, è di un paio di giorni fa, ma metto nel forziere anche questa. Stamattina ho scritto (un pezzo di libro, intendo) e non ho nemmeno pianto. Beh, avevo già dato ieri. Nel pomeriggio ho lavorato e da ora riprendo a scrivere. Ho ancora un po’ paura, ma non mi fermo, se piango va bene, credo, vuol dire che quello che scrivo è necessario, almeno per me. Per il resto si vedrà. E’ come se avessi in mano tanti fili da gomitoli diversi, di tanti colori. Ogni tanto si aggrovigliano. Ma credo sia importante intrecciarli tutti, perché ogni sfumatura ha senso non solo in sé, ma per come si affianca a tutte le altre

Mica facile neanche il titolo: dell’infanzia, e delle cose che tornano, e di quelle che restano

(scusate, ho preferito togliere qualche nome)

E’ arrivato il momento, direi, di lasciar andare questo post. Quello che mi ha fatto penare, in questi giorni, per cose che credevo di aver lasciato definitivamente dietro le spalle. Forse non succede mai del tutto, e comunque viene il momento in cui solo raccontarle può togliere ancora un po’ di quell’appannamento che rischia di oscurare i vetri, per vedere meglio il lato luminoso delle cose. Il motivo per cui  amo alcune persone, alcuni libri, alcuni oggetti, moltissime parole. Ma alcune persone di più. Quasi infinitamente.

Alcune di queste parole, poesia compresa, qualcuno di voi le conosce già, ma fuori contesto, per così dire. Stavolta avevo bisogno di dar loro un contesto. 

Mork e Mindy… amatissimo telefilm della mia infanzia, riscoperto da adulta, a frammenti su Internet, e che mi sono infine decisa a ordinare dopo anni di esitazione, forse un assurdo imbarazzo. Ma volevo averlo in ordine, riguardarmi le puntate dalla prima all’ultima e poi magari rivedermene qualcuna a piacimento ogni volta che ne avessi voglia. Mork e Mindy, arrivato a casa il giorno della tua morte, aperto quella sera, che io, senza sapere ancora niente, ho trascorso ridendo per te e con te come una bambina. Mork e Mindy, che mi ha aiutato a capire che dovevo continuare a pensarti e cercarti, perché provando a dimenticare stavo peggio, non potendo riuscirci. Mork e Mindy, il primo segno di qualcosa di cui mi sono convinta ogni giorno di più, cioè che ridere – e piangere – con tutto il cuore e l’anima negli occhi e sulle labbra è il modo migliore di mostrarti tutto il rispetto che meriti.

La mia vita in quel periodo era stata scossa da un bel numero di avvenimenti. Di fatto, da uno; dal quale erano poi scaturiti gli altri: tutto concatenato. Mia madre aveva conosciuto un uomo, A. Mi piaceva, mi lasciava giocare un po’ nel suo ufficio, piccoli esperimenti pseudo-scientifici adatti a una bambina di sei anni, per esempio ne ricordo uno fatto soffiando sui fogli di carta, voleva farmi capire perché si alzavano in volo se nulla li frenava, ma se c’era un peso, restavano ancorati alla scrivania.
Pensavo che avremmo potuto essere felici di nuovo. Qualche volta avevo strane malinconie, e quando mia madre tornava dal lavoro mi comportavo come se avessi temuto di non rivederla più. Immagino che mi mancasse mio padre, anche se non lo sapevo. Mi raccontava mia madre che all’epoca l’inglese lo rifiutavo categoricamente, non volevo sentirlo per nessuna ragione. Eh già, si cambia…
Vivevamo con mia nonna materna, persona splendida che ricordo con molto affetto, ma certo non era la situazione ideale. Ci trasferimmo in casa di A. Avrei avuto anche una nuova sorella, la figlia di A. Era più grande di me, ma andava bene, avevo sempre un po’ voluto una sorella. Non avevo molti amici. Poi forse avremmo potuto avere ancora altri fratelli.
Non tutto andò secondo le aspettative. Mia sorella era un piccolo uragano, e questo a lungo andare è stato un bene, ma subito rimasi un po’ stordita. Ero un po’ cocca di mamma io, sai, molto ligia, quieta, propensa a farmi dimenticare restando per ore in silenzio a leggere in qualche angolo remoto della casa. Il più remoto possibile. Con qualche piccolo, subdolo accesso di rabbia di cui mi vergognavo mortalmente. Non so se ci saremmo capiti, allora. Niente parolacce, tutto ciò che era lontano dai binari consueti e dal buon vecchio senso comune mi metteva a disagio. Curioso, eh?
Questo, dico, prima che con mia sorella cominciassimo ad arrampicarci sulle corde e sugli alberi, fuggire da squali inseguitori, giocare alla guerra, lanciandoci pietre da dietro i massi sugli spiazzi del sentiero che da casa nostra – l’ultima prima che la città finisse – conduceva direttamente a uno dei forti di Genova attraverso colline, rovi, more, ginestre e luoghi di avventura da esplorare.
Questo è stato il lato bello dell’infanzia. Con lei ci siamo anche picchiate a sangue, prima di diventare amiche inseparabili, più ancora che sorelle. E abbiamo avuto altri fratelli, sì. Abbiamo saltato e ballato e cantato per la gioia ad ogni nuova nascita, e sono state tre, di cui una gemellare. Sei fratelli siamo, ci pensi? Da figlia unica, sono diventata la seconda di una famiglia numerosa, vivacissima, movimentata, sconclusionata, per tanti aspetti meravigliosa.
Se.
Se non fosse stato che prima ancora che nascesse il primo dei suoi figli, appena morì mia nonna, A. rivelò un aspetto del suo carattere che non avevamo sospettato, ed era un aspetto che fagocitava tutti gli altri, annullando i giochi con i fogli di carta e l’aria, le passeggiate con me sulle spalle, le bambole regalate a cui mi ero affezionata pensando fossero i doni di un padre.
Di fatto, A. era, forse è ancora, e mi dispiace dirlo perché so di poter far male a persone a cui voglio bene, ma devo esprimerla questa cosa, lui era, è, dicevo, patologicamente incapace di voler davvero bene a qualcuno. Sé stesso compreso, penso. E questo si manifestava più di tutto in due modi: con la violenza, e buttando via le cose che ci erano più care.
Io reagivo tenendo gli altri lontani, e oscillando tra senso di inferiorità e di superiorità, cercando di parlare il meno possibile per poter continuare a credere che se mai avessi parlato, avrei dispensato perle di saggezza tali da lasciare tutti a bocca aperta e così tutti, io compresa, ci saremmo finalmente resi conto che ero perfetta.
Credo che molto di me non ti sarebbe piaciuto, allora, piaceva così poco anche a me. Ma sono sicura che una cosa l’avresti capita bene: ci vuole tempo, vero, ad accettare l’imperfezione? E ce ne vuole ancora di più per imparare ad amarla come una risorsa, per comprendere che il lavoro di Dio forse non è il più invidiabile, e che “Lui” si perde moltissimo anche ad essere infallibile, perché gli errori non servono solo a imparare, sono preziosi in sé, vanno fatti tanto per farli, già. Perché è quello che ci rende umani, ed essere umani non è affatto male, dopotutto. Ma è una cosa che si impara quando si diventa grandi. Fa parte del bagaglio di esperienze che porti con te quando lasci l’infanzia. E sai cosa ti dico? Che forse a perdonarmi, a perdonare, ho imparato perdonando te. Perché non ti ho mai visto perfetto in realtà, mai. Ho amato visceralmente i tuoi difetti tanto quanto le tue qualità. E senza rendermene conto, ho continuato a riflettere le mie imperfezioni e quelle degli altri nelle tue, per vedere se potevo accettarle. Perdono. Che parola densa. Cosa ci dia il diritto di perdonare e perdonarci non lo so, ma qualche volta ci è necessario.

Perdono

Forse non avrei voluto conoscerti ragazzo,
il tuo talento acerbo mi avrebbe
di certo ferita, io permalosa, e tu
m’avresti creduta altera, incapace
di leggerezza, scambiando per arroganza
quel velo di serietà con cui mi difendevo
dalla paura di desideri inconfessati,
così distante dal tuo il mio senso della vita.
O forse invece avrei voluto, allora,
veder crescere il tuo tempo a poco a poco
e poi tu quel velo lo conoscevi bene,
lo avresti scostato con dolcezza,
sfiorandomi i capelli, levando una ciocca
da davanti ai miei occhi e scrutandoli
attento per leggervi ciò che già sapevi,
e con te mi sarei davvero divertita,
al tempo giusto, quello che poi resta.
E avrei visto come la solitudine e il dolore
li avresti rivestiti d’amore da spandere
sul mondo a piene mani, studiando gli altri
per affetto e conoscenza, curioso
come un gatto o come quella scimmia, sì, il gorilla,
che ha pianto tanto, sai, dopo quel giorno
ché di amici veri, forse, neanche gli animali
ne hanno tanti, dico di quegli amici
che leggono dentro di loro fino in fondo
e li amano di più proprio per questo.
Avrei visto i tuoi giovani giorni duri,
quelli dell’amico che non si è salvato
ma anche i tuoi figli, silenziosamente
accettando che fossero di un’altra
e avrei visto crescere i tuoi no,
i tuoi respiri riprendersi lo spazio
di pari passo col tuo diventar grande.
Dicono sia inutile accanirsi col destino
ma non so fare i conti delle volte
che ho vinto oppure che ho perduto.
Quante cose avrei da farmi perdonare?
Quante, chissà, da perdonarti, che
l’affetto è fatto di piccoli perdoni quotidiani
per non doversene rimangiare poi
uno troppo ingombrante da poter portare.
E allora sai cosa ti dico, che ti perdono
per ogni singolo giorno, ogni singolo
istante, ogni prezioso granello
di sabbia ch’è entrato nei miei occhi
costringendomi a vedere ciò ch’era nascosto;
per ogni parola e gesto, ogni silenzio,
ogni spazio occupato nel mio cuore
per ogni stella che guardo, per ogni
lontananza di cui non so che fare.
Ti perdono per ogni poesia letta,
per ogni oggetto smarrito, per ogni
chiave che non ha girato ed ogni
porta ch’è rimasta muta e chiusa,
per ogni volta che ti cerco ed anche
per quando ti trovo solo per riperderti
e rivivere tutto da principio. Non so
alla fine, perdonarti per cosa, per nulla
forse. Diciamo per tutto, e così sia.

In seguito ho imparato a prendere per mano quella me stessa così infantile, rabbiosa, vendicativa, capricciosa, vittimista. A partire da Mork, ho imparato a sentire dentro di me la voce gentile che aveva fiducia che le cose potessero cambiare in meglio. A quella bambina ho riconosciuto la forza di rialzarsi, di chiedere aiuto, di volersi guardare dentro, capirsi e migliorare. E tu lo sai che la mia voce gentile, quella che comprende e perdona, che sostiene e incoraggia, quella, soprattutto, che ascolta, è ancora la tua, oggi più che mai, riconoscibile, scelta e decisa con cura tra tutte le altre, ha il tuo timbro, il tuo tono, la tua profondità, la tua allegria, ma più di ogni altra cosa, la tua tenerezza, capace sempre di sciogliermi dentro, addolcire ogni male e riscaldarmi il cuore.
La convivenza di mia madre con A. è andata avanti per oltre dieci anni, ero abbondantemente maggiorenne quando infine siamo riusciti ad allontanarlo.
Adesso puoi capire? Come avrei fatto senza l’adorabile alieno che ha saputo scompigliare la mia vita lasciandoci entrare il disordine, quello che crea e che sovvertendo costruisce, proprio mentre qualcun altro rischiava di distruggerla con la follia di una logica apparente, ogni cosa al suo posto e niente in ordine? In qualche modo, immagino, sarei andata avanti comunque, avrei trovato un’altra strada. Ma tu c’eri, allora e dopo, e… ecco, sono molto felice che sia stato proprio tu a essere lì. Devo molto a tante persone, ma il debito che ho verso di te è prima di tutto un debito di affetto. Ti voglio molto, molto bene e so che non avrei potuto sperare di trovare qualcuno che meritasse questo affetto e questa gratitudine più di te.

Dal libro

Ti ascolto, ho pensato, e mi stupisce che non mi fosse venuto in mente prima. Ti ascolto vuol dire: devo continuare a rivolgermi a te, questo libro è una lettera che ti scrivo. Così è nato, così deve restare, un dialogo inventato, una specie di immaginaria intervista, in cui tutto quel poco o tanto che so di te verrà fuori raccontandoti di me e delle molte ragioni per cui ti ho amato – sì, amato, di questo amore così speciale, unico come tutti gli amori, ideale sì, ma non certo immacolato, anzi, con tutte le macchie che una vita è capace di lasciare. Sarò io a fare le domande e darmi le possibili risposte ma questo non conta, perché sei stato tu a insinuarmi nel cuore così tante di quelle domande; e delle risposte in fondo importa poco, credo, a tutti e due, salvo che non siano quelle che spingono a continuare a cercare, ancora oltre.
Nato a Chicago quindi. E poi trasferito a Lake Forest, una casa non eccessivamente grande, un periodo felice, dicevi. E’ stato là che hai imparato ad andare in bicicletta, ci scommetto. Un amore lungo una vita intera. Ed è stato là che hai cominciato ad affrontare la solitudine a modo tuo. C’è chi si crea un amico immaginario, ma tu avevi talmente tanto dentro, come avrebbe potuto bastarti? Ci voleva un esercito intero, soldatini/amici, con personalità ben distinte, a ciascuno la sua voce. Che era sempre la tua, ma dava vita a mille voci diverse, all’infinito suono del mondo. Perché è stato allora che hai capito che dalla tua voce nascevano universi interi. Gli altri si divertivano, ridevano. E di quegli universi, tu imparavi a fare strumenti per vivere qui, in questo minuscolo frammento di un minuscolo universo che è diventato la tua casa, luogo d’incanto e disincanto.
Il sospetto devi averlo avuto presto, se i compagni delle elementari e delle medie ti ricordano come così divertente, pur se tu ti descrivevi come timidissimo. E avevi scoperto che lo humour funzionava per ottenere l’attenzione – e le risate – di tua madre, quella mamma bellissima – amatissima, qualcuno ha accennato, e ne sono certa. Ma quando, tanti anni dopo, ti hanno chiesto chi avresti voluto incontrare per primo in una ipotetica altra vita, hai subito detto tuo padre, l’uomo taciturno e pragmatico che al tuo annuncio di aver scelto di recitare per professione, non aveva fatto una piega, ma ti aveva suggerito di imparare comunque un mestiere di riserva, tipo il saldatore. Sai, quando lo raccontavi col tuo sorriso caratteristicamente sbarazzino e un po’ impudente, ma anche con evidente tenerezza, al momento del tuo tanto sospirato, meritatissimo Oscar, ho avuto la sensazione che ci fosse anche un senso di rivalsa, in quelle parole. Un rimprovero affettuoso per chi non aveva avuto fiducia in te fino in fondo. E anche in questo mi ritrovo, ché le scelte che ho fatto da me, spesso osteggiate, si sono alla fine sempre rivelate più azzeccate di quelle che altri vedevano come meno incerte o comunque più adatte. Dopotutto i rischi, mi hai insegnato, bisogna andarseli a cercare apposta, qualche volta. E’ il sale della vita.
Amici immaginari, una casa piena di libri, una timidezza quasi morbosa… a me quel ragazzo sembra sempre più di conoscerlo, sai. Non avevo idea, quando ho cominciato ad appassionarmi tanto a quello che facevi, che un tempo eri stato un adolescente appartato, difficile alle amicizie fin quasi all’isolamento, persino deriso. Amicizie pochissime, ma quelle poche, per la vita. Non lo sapevo, ma quando a poco a poco l’ho capito, da quello che della tua vita veniva fuori, quasi strabordava, dalla tua bocca ma molto prima dal tuo cuore, non ne sono stata affatto sorpresa. E’ l’intuito di chi quegli aspetti li ha vissuti sulla propria pelle, ché tra uguali ci si riconosce. Ho riso tanto, Dio quanto ho riso, mi hai sempre fatto ridere più di chiunque altro. In questo non ci assomigliamo, io non so far ridere, oggi forse un po’ di più che in passato, ma certo non viene da sé, come respirare. Per te era così. Quelle risate sono una delle ragioni più importanti dei sentimenti così assurdamente profondi che hai radicato dentro di me fin da subito.
Tuttavia, sono sempre stata certa che ci assomigliavamo in molto altro, che l’affinità andava ben oltre quelle differenze così evidenti, che saltavano agli occhi. Dentro, in profondità, ho avvertito la vicinanza e l’ho coltivata con cura cercando, a modo mio, di farmi più simile a te anche dove lo ero di meno. Mi sento ancora lontana dal traguardo, ma il fatto stesso di percorrere quella strada dà senso, bellezza e luce alla mia vita. Più somiglio a te, più mi sento in contatto con me stessa.
Tu eri un artista, hai usato il teatro. Io scrivo. Io non potrei certo pensarmi attrice, e men che meno improvvisatrice, e tu non riuscivi a immaginarti come autore nemmeno di un’autobiografia (e sì che quanto avevi e avresti avuto da raccontare… tutta la tua vita è stato l’immenso racconto tessuto da un cantastorie d’eccezione, narratore inusuale ma grandissimo). Entrambi però convogliamo nelle parole l’amore, la cura che abbiamo per la lingua come mezzo di comunicazione, ne facciamo espressione del corpo e dell’anima. E’ tra le cose che abbiamo in comune, che non sono mai state poche, e più mi addentro nella tua vita e più ne scopro. Eppure le differenze, quelle che comunque restano, sono altrettanto importanti. Io non voglio essere te, né voglio pensarti come se tu fossi me. Una parte di me, questo forse sì. Ma la freschezza di un altro sguardo e di un diverso cuore conta tanto quanto il calore di tutto ciò che unisce.
Più tardi, a Detroit, in una casa piena di stanze e vuota di persone, hai imparato anche che il tuo corpo era il miglior rifugio e veicolo delle emozioni. Poteva servire a proteggerle, a farle emergere, a condividerle, nasconderle o lasciarle esplodere in uno spettacolo di fuochi d’artificio. A seconda delle situazioni e delle persone con cui ti trovavi, ma forse, per il momento, in modo un po’ incontrollato. Ancora quello strumento poteva sfuggirti dalle mani, del resto ci vuole tempo per padroneggiare la magia. Accadeva persino che si trasformasse in un’arma, uno strumento di dolore, addirittura un nemico.
Quando gli altri già sapevano di quali meraviglie eri capace (e non avevi neanche vent’anni), tu non eri certo di niente, probabilmente ti sentivi un po’ alla mercé di quel talento, che era arte e scintilla e splendore ma anche impegno, un coinvolgimento totalizzante per cui non eri preparato. Condanna e salvezza al tempo stesso, ti dominava, pretendeva pezzi della tua mente e del tuo cuore. Prendere il proprio dolore e giocarci non è da tutti. Solo i grandi ci riescono e tu non eri ancora grande. Sei cresciuto apprendendo che le lacrime e il riso, la leggerezza e la malinconia non sono che facce della stessa medaglia, aspetti della stessa profonda vita emotiva, da accogliere e amare con la stessa vorace passione e la stessa intensa dolcezza. Una volta compreso questo, accettata la complessità della tua anima, eri infine pronto per prendere il volo. Un poco di polvere di fata, i pensieri felici che eri riuscito finalmente a regalare a te stesso, ed eccoti padroneggiare gli spazi del cielo e delle stelle e quelli della terra e dell’umanità con la stessa naturalezza.

Temporali, coriandoli e altro

NWS storm

Foto presa da qui

Ti stavo scrivendo una cosina allegra e tenera, poi sono arrivati i temporali e il vento e hanno un po’ scombussolato le cose. Niente case distrutte o tetti scoperchiati, solo un po’ d’acqua nei capelli, e che vuoi che sia, fa bene alle foglie e forse anche alla tristezza. Del resto mi sa che tra un po’ pioverà di nuovo, io ho steso i panni, dovrò ritirarli di corsa, ma almeno nel frattempo avranno preso un po’ di sole e d’aria e penso che anche l’allegria e la tenerezza potranno far di nuovo capolino.

Gli  uccelli del giardino ieri tacevano ma già oggi, persino qui in città, tra i rami dei due alberi che abbiamo davanti a casa, hanno ripreso a zigare… no aspetta, quelli sono i conigli, però questi anche fanno zi-zi. Che verso è? Forse si dice che trillano, o chioccolano, come i fringuelli, i canarini o i pettirossi (sono andata a cercarmeli, i nomi dei versi), ma non mi convincono, non mi sembrano suoni abbastanza onomatopeici. Insomma, comunque cantano, chiacchiericciano, rumoreggiano, spettegolano. Nonostante questo cielo così nero che però in questo momento sembra aprirsi, a tratti.

Ieri mentre pioveva ho iniziato a rivedere e raccontare il film di oggi, bello tosto anche questo, c’è stato un momento che devi aver deciso di dare sfogo tutto in una volta a quel famoso lato “oscuro” su cui tanti giornalisti si sono deliziati a soffermarsi in seguito alla tua morte, scoprendo improvvisamente – oh, gawrsh! – che neanche tu ridevi sempre, che avevi le tue giornate nere (really?) e che, udite udite, eri persino arrabbiato, qualche volta. E questo in certe occasioni si vedeva. Ma perché avrebbe dovuto essere strano? Direi semmai il contrario: se la tua vita fosse stata un continuo susseguirsi di battute, risate e allegria, forse non sarebbe stata più sopportabile, ma decisamente di meno. E poi via, ma ti hanno mai davvero guardatoascoltato? Voglio dire, prima.

E mentre scrivevo, sono successe un po’ di cose, e ormai lo sai che a raccontarle a te mi riesce un po’ più facile, come quando da bambina scrivevo sui quaderni e iniziavo con Caro Diario. Per pensare che ci fosse davvero qualcuno a cui potevo dire tutto, assolutamente tutto, come a me stessa, e che però mi facesse sentire meno sola. Vedi che anche in questo, un po’ ti assomiglio? La strada è diversa, ma serve a raggiungere la stessa meta.

Non è importante parlare degli eventi, quelli, chi li deve sapere li sa. Ma voglio raccontarti delle lacrime, della paura, dei cedimenti, della rabbia e della forza, del freddo che ti può gelare da dentro senza essere giustificato dalla temperatura esterna, e del calore di un pensiero che ti coglie all’improvviso. Di parole che non sono le mie ma mi assomigliano più di tutte le altre, così  che posso adoperarle per guardarmi il cuore e scoprirlo diverso ogni volta ma con un nucleo che non cambia mai. A te queste cose posso dirle più a fondo ancora di quanto possa fare qui, le conosci e comunque non potrebbero farti male.

Dopo ho continuato ancora un po’ a scrivere del film e di te ma mi sono accorta che stavo esprimendo anche altro, emozioni che c’entrano con te sicuramente (e come potrebbe essere altrimenti?) ma si rimescolano, si confondono con parti di me e non solo di me. Sai, è che tutti noi siamo fatti di tante sfumature, ma addentrandomi nella tua storia mi pare proprio di vedere che tu ne avessi un numero impressionante. Ognuno poteva di fatto vedere in te quello che voleva, senza dover inventare nulla, perché comunque, qualunque aspetto potesse scegliere, tu dentro ce l’avevi. Più o meno pronunciato, più o meno intenso, ma c’era tutto. Tutto quello che uno può immaginare di essere, o di voler essere, o di non voler essere. Mi pare di procedere in una foresta di rovi, mi si graffiano le gambe e le braccia, vado avanti a fatica, devo sfrondare, devo farmi male, più mi inoltro, più la bellezza dei colori mi attira, e più la durezza delle spine mi respinge, a volte devo tornare indietro di qualche passo, per riprendere poi il cammino da un altro punto; altre volte tagliare rami che altrimenti mi impeirebbero di passare. Credo che la direzione sia quella giusta e la destinazione sia quella che dev’essere, ma non sempre ne ho la certezza e a volte mi sembra di arrancare un po’ a caso.

Ho la vaga idea di dover far cadere certi veli, certe costruzioni che si sono sovrapposte alla realtà, per poterti vedere bene e profondamente e riuscire davvero a trovarti, a sentirti, magari anche con l’aiuto della tua arte, che era parte della tua vita, non c’è dubbio, ma andando al di là e non cercando a tutti i costi di adattare i tuoi ruoli – quando non addirittura delle frasi prese fuori contesto qui e là – a un’immagine preconfezionata, e tuttavia tenendone conto quando è il caso. Dopotutto, noi “fotografiamo i momenti felici della nostra vita. Nessuno fotografa le cose che vuole dimenticare”. Ma non è vero neanche questo. Nelle foto di famiglia, forse. Ma quando fabbrichiamo la nostra idea delle altre persone, le etichettiamo, le incaselliamo come ci fa comodo, fotografiamo solo il loro profilo migliore o solo quello peggiore, a seconda della posizione da cui i nostri occhi guardano. Io voglio ritrarti nella tua interezza, tutto il tuo caleidoscopio di colori, il tuo essere poliedrico e mutevole come ogni essere umano che sia veramente in cerca di se stesso. Forse solo un po’ di più, quel tanto che basta per fare delle etichette coriandoli e gettarle nel vento nei giorni in cui fuori c’è il temporale.

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Foto dal web