L’apprendimento informatico continua…

Mi sto creando un sito per il lavoro, dove intendo parlare di tutto quello che riguarda la traduzione, l’inglese, la linguistica e insomma, quel mondo lì, che in fin dei conti è una parte cospicua del mio mondo. Sono contenta del risultato ottenuto in questa prima giornata, tra l’altro fare pratica con menu, sottomenu, pagine, temi ecc. potrebbe servirmi anche per il blog. Ad ogni passo che riesco a fare su questa strada, pur incerta e perigliosa, la mia fiducia aumenta!

La magia di provare

Guardo mio figlio piccolo che amorevolmente si coccola il cuginetto di un anno, mostrando una pazienza che con i bambini piccoli ha sempre avuto, ma che, anche se non lo sa, gli serve molto anche per sé stesso, e penso che ci sono, nella vita, dei momenti magici che non dovrebbero passare inosservati. Ci preservano, non dalla tristezza, o dalla rabbia, ma da una loro eccessiva influenza sulla nostra vita.

Sto trascurando alcune cose: i miei film serali, il giardino, i blog che seguo, il mio stesso blog, in parte, nel senso che non ci scrivo con la stessa frequenza di altri momenti.

La scrittura è un dono che permette di crearsi uno spazio di bellezza e di respiro, uno spazio proprio, lontano da ciò che appesantisce parte della giornata, personalissimo e al tempo stesso condivisibile.

È un dono a doppio taglio, che può essere estremamente doloroso e che comunque richiede spesso un impegno totalizzante; ma ci sono momenti che ripagano delle notti passate a scrivere invece di dormire, delle settimane intere in cui non riesci neanche a riguardare quello che hai scritto, non parliamo poi di creare qualcosa di nuovo, delle ferite che vai a scavare, dei momenti di sconforto in cui pensi che niente valga la pena. Ci sono incontri, viaggi, ricordi che restano nel cuore. Per questo considero la scrittura molto più una gioia che una condanna o una maledizione.

So di essere molto fortunata, perché vivo la mia vita intensamente quanto i miei sogni, la riempio, la identifico in parte con i sogni. La scrittura è una delle cose per me più reali, carne e sangue, ma è strettamente legata a uno dei sogni più importanti, un sogno che ha la parte egoistica del voler essere pubblicata (e di voler vendere, perché pubblicare un libro che resta poi dimenticato sugli scaffali delle librerie, se pure nelle librerie ci arriva, non è l’obiettivo), e una parte di desiderio di condivisione, la felicità di sapere che altri si riconoscono in quello che scrivo.

Oggi celebro un premio recentissimo, il Premio di Poesia Alda Merini,  che mi ha regalato frammenti di una felicità intensa. Ne sono onorata e orgogliosa, perché è un passo davvero importante verso la pubblicazione, perché ho avuto la gioia di emozionare molte persone che non avevo mai visto prima, perché ho ricevuto una motivazione che mi ha commossa più di quanto sappia dire, con i complimenti autografi di quello che è considerato uno dei grandi poeti viventi, e anche per l’umanità di molte persone che ho conosciuto, l’accoglienza dei luoghi, l’amore per quello che  si fa. Sono mattoni con cui ci si può costruire un piccolo nido, per quando fuori fa più freddo.

Subito dopo, mi è arrivata un’altra notizia che mi ha dato grande piacere e soddisfazione, legata questa volta al piano professionale, perché hanno accettato una mia proposta di presentazione alla Conferenza Annuale dell’Associazione Americana dei Traduttori. Ricevono  molte richieste e sono piuttosto selettivi. Anche questo ha a che fare con il mio amore per le lingue, le parole, il desiderio di condividere.

Una volta non ci avrei nemmeno provato. Potrei quasi dire che la cosa di cui sono più orgogliosa, forse, non sono i premi, o il fatto che la mia proposta sia stata accettata, anche se, l’ho detto e lo ripeto, sono cose che mi fanno molto, molto piacere, ma, prima di tutto, il fatto di averci provato.

 

 

Pensieri su un progetto che sta partendo

Ho capito che a volte, sotto la discrezione si nasconde un lasciare le cose un po’ vaghe per potermi poi permettere di tornare indietro, fare in modo che i sogni restino sogni e non diventino mai progetti. Forse perché in questo modo posso continuare a pensare che “se davvero avessi portato a termine” quello che avevo immaginato, sarebbe stato perfetto. Non mi sarei scontrata con gli errori, le paure, le testate contro i muri, la voglia di rinunciare, la fatica. Tutto avrebbe mantenuto l’immacolata bellezza dell’impossibile, o comunque dell’irrealizzato. E invece no, adesso voglio essere concreta. Oggi parlerò in modo chiaro del mio sogno, che lentamente ma costantemente si sta trasformando in progetto, e progetto realizzabile.

Lo sapete quanto amore ho per l’inglese, tanto, ma proprio tanto. E voglio insegnare. Da sempre, ma dai tempi dell‘attimo fuggente di più. Sono tra quelle centinaia di migliaia influenzati, qualcuno forse direbbe irreparabilmente danneggiati da… no, non dalla scena del tavolo (tra l’altro ho una confessione da fare: la adoro, ma quella della passeggiata nel cortile mi piace ancora di più). Quella non è stata che un modo memorabile di rappresentare qualcosa che vale per qualunque impresa in cui ci buttiamo, sempre che lo facciamo con passione e incoscienza, ovviamente. EsserciEssere in quello che facciamo, non per cambiare le cose, ma per non lasciare che ci cambino. Per fare in modo che chi vuole possa trovare in noi non solo qualcuno a cui fare domande e da cui imparare, ma qualcuno che c’è e nel quale se si vuole (sottolineo se si vuolesi possa trovare ispirazione per compiere grandi cose, diceva il Teddy Roosevelt di Robin; lui poteva permettersi di essere presuntuoso, ma io so che queste grandi cose sono semplicemente le nostre scelte. Quando noi siamo dentro una cosa che facciamo, anche preparare una torta di mele diventa una cosa straordinaria. Se lasciamo indietro il nostro modo di essere per inseguire qualcosa che è al di fuori, allora non c’è più niente di grande, neanche nell’essere presidenti di una nazione.

Come al solito mi sono fatta prendere la mano, e meno male che volevo essere concreta. Ma tornando al nocciolo, ecco, volevo dire che da settembre avrò uno studio tutto mio, continuerò a tradurre ma darò anche vita a quei corsi di inglese ai quali sto pensando da anni, e uso “dare vita” non a caso, perché li voglio vivi, intensi, voglio tornare a provare entusiasmo per quello che faccio. Non voglio (più) cambiare il mondo, voglio divertirmi e giocare, anche insegnando l’inglese ai professionisti. Si può, e oggi voglio pensare solo che ce la farò. Sono partita da qualcosa di molto più piccolo di quello che la mia immaginazione avrebbe creato, ma molto più grande del niente. E’ un punto di partenza. Ho paura. Ma la mia ispirazione è da tanto tempo che l’ho trovata, ora si tratta solo di mantenere la testa tra le nuvole, riappoggiando sulla terra i piedi… e lasciandomi comunque uno spazio perché possano ogni tanto decollare anche quelli.

Così mi sembra d’essere ancora in vacanza…

Hamlet

Stamattina mi è arrivato questo film. Di lunedì, dopo che sono finite tutte le feste. Mi sono sentita un po’ come se tornassi in vacanza. Sentite un po’ il cast: Kenneth Branagh, Julie Christie, Billy Chrystal, Gérard Depardieu, Charlton Heston, Derek Jakobi, Jack Lemmon, Robin Williams, Kate Winslet. Alla prima occhiata mi sono chiesta che lingua fosse: croato? cecoslovacco, polacco? Lui (intendo dire Robin Williams ovviamente) lo saprebbe… e apprezzerebbe sicuramente. Ero curiosa. Da una ricerca su internet capisco che è polacco. Mi avevano avvertito che non c’era l’italiano tra le lingue, per fortuna c’è l’inglese, che era l’unico che mi interessava. Ma non mi aspettavo di leggere “Szekspir” sulla custodia… 😀

4. Moscow on the Hudson

Moscow on the Hudson (1984, ‘Mosca a New York’ nel titolo italiano) è un film delicato. Con qualche momento forse un po’ troppo patriottico, ma non in maniera sguaiata. Possiede una sua grazia tutta particolare. E quel tipo di sense of humour gentile che accompagnando le emozioni le addolcisce e le rende al tempo stesso più profonde.

Mi è piaciuto la prima volta che l’ho visto, di più la seconda, la terza ho cominciato ad amarlo seriamente. E non credo sarà l’ultima.

Il protagonista, Vladimir (Volodya, o Vlad) Ivanoff, è un sassofonista russo che suona con un circo di Mosca. Per questo film Robin Williams ha imparato a suonare il sassofono (molto bene a quanto diceva il suo insegnante, anche se data l’abituale tendenza all’understatement nei propri confronti, ne aveva parlato raramente e solo per prendersi in giro) e a parlare russo.

Apro qui piccola parentesi personale. Nella mia vita professionale le lingue hanno uno spazio molto importante. Traduco, insegno, ascolto, leggo e parlo spesso in lingue diverse da quella con cui sono cresciuta. L’inglese poi è diventato lingua del cuore, parte delle mie radici e ancor più, parte della mia voglia di volare. Ora, uno che in pochissimi mesi impara il russo tanto da poter passare per un nativo e che nel corso del film passa con questa nonchalance dal parlare come lingua madre una lingua che lingua madre non è, al parlare la sua vera lingua madre come se non lo fosse, beh, mi commuove, ecco. E posso anche dire che già solo per questo sarebbe un genio. Anche tralasciando il fatto che Robin Williams fosse poi un genio per varie altre ragioni (non ultima la stratosferica quantità di lingue – e di ‘dialetti’ americani – che era in grado di parlare o quanto meno imitare).

Qui una piccolissima dimostrazione delle sue capacità linguistiche

Ma torniamo a Volodya. I tempi sono quelli di Reagan e Brezhnev/Andropov, anni ’80, primi segni di distensione ma un rapporto tra i due paesi ancora molto conflittuale. Durante una tournee in America, Volodya decide improvvisamente di ‘defezionare’, ossia chiedere asilo politico.

Qui trovo molto azzeccato il modo in cui il protagonista attraversa una serie di eventi non necessariamente ‘gravi’, che anche noi vediamo coi suoi occhi e che via via costruiscono il processo che porterà quest’uomo desideroso soprattutto di non aver grane, ma che osserva tutto quello che gli succede intorno, verso una scelta che sorprenderà lui per primo. Anche per riscattare in qualche modo l’inadeguatezza dell’amico Tolya, che lui sì, aveva già deciso di fare quel passo, e invece non ne aveva poi avuto il coraggio.

Una bella caratteristica di questo film, in generale, è che molto viene detto per immagini e attraverso gli sguardi, che accompagnano le parole e dicono il non detto, un po’ come succede, in effetti, nella vita. Come nella scena in cui Lucia, la ragazza italiana conosciuta da Vlad in America, va a casa sua per la prima volta e lui le chiede di ballare. Lei getta uno sguardo intorno e si capisce che sta pensando tra sé, dov’è lo spazio? E poi risponde ‘perché no’, ma in quello sguardo c’è già quello che poi seguirà, il timore di innamorarsi di un immigrato squattrinato e più indietro di lei sulla strada per ottenere la cittadinanza, il timore di legarsi, di sentirsi soffocata, tutto ciò che può tradursi in incertezza, dubbio, riflessioni sull’opportunità o non opportunità di qualcosa, e sull’altro piatto della bilancia, il desiderio, il volersi comunque lasciar andare, le prime fasi di un amore che sta già nascendo.

Lo definirei un film molto emotivo, molto intimo, un film su quello che accompagna le nostre scelte più radicali: nostalgia, paura, affetti, disillusioni, solidarietà, sconforto, voglia di continuare a sperare, fatica, incontri, forse a volte il rimpianto. Ma solo a volte, perché se è vero che possiamo rassegnarci a tutto, è anche vero che il nostro bisogno di libertà è grande, e se lo soffochiamo, finiamo comunque per pagare un prezzo ancora più alto.

Se volete, qui trovate le mie precedenti ‘recensioni’:

PopeyeIl Mondo secondo GarpThe Survivors / Come ti ammazzo un killer

Moscow on the Hudson (1984) is a gentle film. With what could be called an excess of patriotism in certain moments, but not in a crass, loutish way. It has a grace of its own, and that kind sense of humour that sweetens emotions and deepens them at the same time.

I liked it the first time I saw it; I liked it more the second time; the third, I began to love it seriously. And I don’t think it will be the last.

The leading character, Vladimir (Volodya, or Vlad) Ivanoff, is a Russian saxophonist who plays with a cirque in Moscow. For this film, robin Williams learnt to play the sax (and very well tooo, according to his teacher, although, given his tendency to understatement in his own regard, he seldom spoke of this, and just to make fun of himself) and to speak Russian.

I’ll add a personal note here. Languages have quite an important space in my life, for work and for passion. I often translate, teach, listen, read and speak in languages other than the one I’ve grown up with. English, particularly, has become the language of my heart, part of my roots and even more, of my desire to fly. Someone who needs just a few months to learn Russian so well as to be taken for a native and goes so nonchalantly during the movie from speaking as a mother tongue a language that wasn’t such, to speaking his mother tongue as if it wasn’t, well, it moves me deeply inside. And I can also say that for this alone, this person would be a genius, anyway. Even disregarding the fact that Robin William was a genius for so many other reasons (not least, the astronomical number of languages and of American ‘dialects’ he was able to speak or imitate).

Just a small demonstration of his linguistic skills

But let us go back to Volodya. It’s the period of Reagan and Brezhnev/Andropov, early eighties, first signs of easing, but still with no little tension in the relationships between the two countries. During a tour in the USA, Volodya suddenly decides to defect.

Here, I appreciate the dead-on way in which the protagonist witnesses a series of events, not particularly ‘serious’, apparently, which we also see through his eyes, and which, one by one, form the process that will lead this man, who is no troublemaker at all, and yet observes everything around him, towards a choice that will surprise even himself. Also to ‘make up’ somehow for the inadequacy of his friend Tolya, who was the one that had actually decided to take that step and in the end, had not had the guts to go through with it.

A beautiful characteristic of this film, in general, is that much is said through images and through the looks that accompany the characters’ words and tell the untold, a bit like in life, in fact. For instance in the scene in which Lucia, the Italian girl Vlad has met in America, goes to his home for the first time, and he asks her to dance. She casts a glance around and you can see she’s thinking where’s the room for that? And then she says ‘why not’, but that glance already contains everything that will follow, the fear of falling in love with a penniless immigrant who, moreover, is rather behind on the path towards obtaining the citizenship, the fear to feel bound and suffocated, all that can turn into uncertainty, doubt, reflections on whether something is advisable or not. Weighed against the desire, the wish to let one’s emotions free, the first steps of a love that is already beginning.

Overall, I’d say this is an emotional, quite intimate film on what accompanies our strongest decisions: homesickness, fear, people to care for, disappointment, solidarity, discouragement, wish to hope nonetheless, strain, meetings, sometimes regret, maybe. But only sometimes, because while it is true that we can resign ourselves to anything, it is also true that our need for freedom is strong, and if we stifle it, the price we pay will be even higher in the end.

You can find my previous reviews here if you like:

PopeyeThe World According to GarpThe Survivors