UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

pc5rrebni

Una cosa non capisco: questa nostra società che ci piace tanto poco è il risultato del modo in cui ci hanno cresciuti i nostri genitori, nonni e bisnonni e vari antenati ai quali possiamo risalire. Perché ci intestardiamo a credere che i buoni, vecchi valori tradizionali fossero meglio, che ci fosse più umanità, che i tempi irrimediabilmente peggiorino? Tralasciamo il fatto che i nostri ascendenti vicini e lontani hanno causato o partecipato a un bel numero di guerre, alcune delle quali di crudeltà inusitata; e tralasciamo anche le dittature che hanno funestato la vita di alcuni, ma nelle quali tanti altri hanno vissuto tranquilli come i famosi topi nel formaggio. A parte questo, dicevo, dobbiamo alla indiscussa autorità della cinghia un bel numero di danni, e altri danni li dobbiamo a quel principio per cui quello che fai bene è tuo dovere, ti punisco per quello che fai male, per cui non aspettarti lodi, mai.

Ci mancano dei punti fermi, questo è vero, e quindi non li sappiamo trasmettere. Ci pensavo in questi giorni perché non riesco a trasmettere ai miei figli (l’Orso Grande in particolare, perché la Bertuccia Piccola queste cose le ha dentro, per fortuna sua) l’impegno, il tempo da dedicare alle cose, la voglia di fare, ma prima di tutto questo l’entusiasmo, da cui nasce tutto il resto. E viceversa, veramente, perché è un circolo virtuoso, se una cosa ti piace le dedichi tempo e impegno, e quel tempo, quell’impegno, trasformano il piacere in passione, in entusiasmo. L’atarassia io non la concepisco, forse già l’ho detto, senza passione non potrei ma soprattutto non vorrei vivere. In pratica, so che il modo in cui si educava ai beati tempi era tutt’altro che perfetto, e non ho ancora trovato una valida alternativa.

Penso che sia questa una possibile causa comune del nostro malessere, in realtà. Siamo consapevoli che “questa è casa mia e qui comando io”, “ti ho fatto e ti disfo” e i vari “sguardi che non ammettono repliche”, prima ancora di essere non più proponibili, erano sbagliati in partenza. Li abbiamo contestati, discussi, sezionati e rigettati, e adesso ci tocca trovare qualcosa di meglio. Che è una bella fatica. Qui torniamo al punto di partenza: senza fatica, senza impegno, senza tempo dedicato, è possibile arrivare a qualcosa di buono?

Queste parole scrivevo ieri mattina, dopo una discussione di quelle toste (diciamo pure quasi un litigio) col figlio grande, con tanto di parole dure, da parte di uno e dell’altro. Ho pensato che quando sgridiamo un ragazzo adolescente o anche oltre (sui diciotto anni, poco più poco meno), lui/lei tende a mettersi sulle difensive e diventare aggressivo(a). Noi diamo la colpa all’età, alla fase particolare, gli ormoni, la crescita, e sarà tutto vero. Però mi sono resa conto che criticare è spesso più facile che trovare cose positive da dire, anche quando si è convinti che sottolineare il buono sia meglio che evidenziare ciò che non va. A me, almeno, succede. E ho riflettuto che non di rado siamo noi i primi a essere in certa misura aggressivi. E anche che spesso la nostra rabbia di adulti nasconde sia un dolore, sia un senso di inadeguatezza, e per questo non “funziona”. Perché forse, pensavo, gridiamo quando non riusciamo a farci ascoltare, quando, di fatto, ci sentiamo deboli.

Dopo quella “lite” qualcosa di positivo è scattato. In entrambi. E’ come se un piccolo pezzo di muro si fosse sgretolato. Mi sono un po’ lasciata andare, ho spiegato proprio questa mia difficoltà. Quando gli dico che buttano via la vita stando attaccati alla tv tutto il pomeriggio (sì, alla fine quasi sempre quello è l’oggetto del contendere), ho detto, non intendo che la buttano via in assoluto. Ma la vita è bellissima, qualche volta faticosa, dolorosa, difficile, ci sono cose che facciamo perché dobbiamo farle e non perché vogliamo, tutto vero. Ma  resta bellissima, se facciamo in modo che lo sia. E ho parlato, anche con loro, ma molto brevemente, due o tre frasi appena, di quelle mie idee che ho su entusiasmo, passione, fare cose con le proprie risorse.

Mentre lo dicevo a loro, ho sentito che ci credevo profondamente. E loro mi hanno ascoltato, e ho visto la loro espressione cambiare, aprirsi, e dopo Orsogrande ha cominciato a raccontarmi piccole cose, a interessarsi a quello che faccio. Granellini, ma ci sono. E in fondo, va detto anche, la lite era stata una lite tra genitori e figli, senza ulteriori qualificazioni, e anche questo è importante. Perché a volte ci si blocca al pensiero che loro sono adottati, hanno sofferto, che certe cose potrebbero prenderle male, che se gli dici… poi pensano… E invece la cosa bella è essere se stessi nelle risate, nelle arrabbiature, nella tristezza e nell’amore e loro lo sanno. E mi sono resa conto che anche quando mi sento un po’ goffa e penso che vorrei cambiare, poi in realtà dentro di me so che mi voglio bene, anche perché i miei principi sono realmente miei, e penso che sia vero per entrambi, come genitori, e che è quello l’importante. Anche se a volte non è facile comunicarli, ce li abbiamo dentro l’anima, e quindi non serve il “perché lo dico io”, ma serve il “perché è questo che migliora la tua vita e quella degli altri”. La strada è tutta da costruire, tra contestazioni, porticine che si aprono e si richiudono e poi si riaprono di nuovo. Si continua a cercare, che poi è l’essenza della vita, dopotutto, no?