LUNEDI’ FILM – 20. Aladdin

Aladdin

Magia.
Magia pura.
Magia infinita.
Non c’è parola che esprima meglio di questa tutto quello che questo film racchiude in sé.
Man mano che ci si addentra nel mondo cinematografico di Robin Williams, non si può fare a meno di rendersi conto che l’aspetto visivo deve aver avuto un ruolo non indifferente nelle sue scelte. Anche i lavori più criticati o di minor successo spesso colpiscono per la bellezza o la particolarità delle immagini (pensate per esempio a Popeye, che del resto era di Altman, al Barone di Munchausen di Gilliam, a Toys di Levinson e, più di tutti, Al di là dei sogni di Vincent Ward). Penso che abbia a che fare con il mantenere in sé una parte bambina, perché il nostro sguardo sappia ancora lasciarsi incantare da ciò su cui si posa.
Aladdin è sicuramente una gioia per gli occhi e tanto, tanto altro. Le canzoni, fantastiche (Friend Like Me mi fa pensare che RW avrebbe potuto benissimo fare anche il cantante, per dire). Il cattivo Jafar e il suo irascibile pappagallo Iago. Una bella storia, ironia, cura dei dettagli. E poi… poi pensate a un personaggio nato quasi interamente da una delle menti più creative che siano esistite allo scopo principalmente di regalare stupore e meraviglia, un personaggio in cui finalmente, di nuovo, Robin Williams ha potuto riversare tutta la sua comicità più spregiudicata e immaginifica, senza doversi frenare (tanto poi, il materiale inutilizzato mica sarebbe mai stato buttato via… sarebbe servito semplicemente ad altro) e quindi al suo meglio.
Insomma, pensate al Genio. Il personaggio con cui forse è stato identificato più di tutti, da quel momento. Fin troppo. Al punto che oggi nemmeno io riesco a guardare la scena in cui il Genio esprime il desiderio di essere libero (“la libertà… è un mestieraccio, sai, quello del genio. Fenomenali poteri cosmici… e minuscolo spazio vitale… Ma oh, essere libero… essere padrone di me stesso. Questa sarebbe una cosa più preziosa di tutte le magie, di tutti i tesori di tutto il mondo”) senza ridere e piangere e commuovermi, anche per l’addio a RW (Genie, you are free), pur restando fermamente dell’idea che lui sia stato libero e padrone di sé stesso per quasi tutta se non tutta la sua vita.
Buon incanto, cari amici!

Magic.
Pure magic.
Endless magic.
There is no other word to better convey all that this movie enshrines.
As we explore the cinematographic world of Robin Williams, we cannot help realizing that the visual aspect must have had a far-from-negligible role in his choices. Even the most criticised or less successful works often stand out due to the beauty or peculiarity of the set design (think of Popeye, which was directed by Altman, in fact, of Gilliam’s Baron Munchhausen, or of Levinson’s Toys, and most of all, Vincent Ward’s What Dreams May Come). I think this may have something to do with keeping a child part inside, so that our sight can still take delight in everything it sets on.
Aladdin surely is a joy to behold and much, much more than that. The songs, amazing (Friends Like Me makes me think RW could have been a singer, say, had he just so decided). The wicked Jafar and his cranky parrot Iago. A nice plot, irony, care for details. And then… then just think of a character that was almost entirely born of one of the most creative minds that existed mainly for the purpose of bringing us wonder and amazement, a character into which Robin Williams was able again, at last, to pour all his most unbridled imaginative humour, without being forced to hold back (indeed, the unused material would not have been thrown away, that’s for sure… it would be just used for something else) and therefore at his best.
In short, think of the Genie, the character with whom, perhaps, he has been identified most, even too much maybe. To the point that now even I cannot watch the scene in which the Genie expresses his wish to be free (“Freedom… it’s part of the whole genie gig. Phenomenal cosmic powers… itty-bitty living space… But oh, to be free… to be my own master. Such a thing would be greater than all the magic and all the treasures in all the world”) without laughing and crying and feeling moved, also because of the goodbye to RW (Genie, you are free), although I remain firmly convinced that he was free and his own master during all, or almost all of his life.
Let you be charmed, my dear friends!

Di sciarpe e berretti e lupi e altre cose / Of scarves and caps and wolves and other things

Wolf-shaped cap

Wolf-shaped cap

Tre giorni fa, lezione d’inglese coi bambini di terza/quarta elementare (ma ce n’è anche uno di seconda). Ogni volta un rebus, cerca attività adatte ai vari livelli, cerca di farli divertire, cerca di farli lavorare, parla solo inglese, anche se non capiscono pazienza, non parlare solo inglese altrimenti non capiscono…

Poi, agli ultimi quindici-venti minuti, il lampo di genio, o piuttosto, il colpo di fortuna (e meno male che non era quello della strega, che un po’ qualcuno forse già mi vede in quella veste). Uno dei bambini, che già non vedeva l’ora di prepararsi per andare via, s’infila un berretto di lana a forma di lupo. E’ fatta! Glielo chiedo in prestito e comincio a portarlo in giro, infilato a mo’ di marionetta mostrandolo agli altri. Hai paura del lupo? Ti piacciono i lupi? Conosci Cappuccetto Rosso? E intanto Qualche ruggito ci scappa, anche se in realtà, gli ululati sarebbero stati più in carattere. Così riesco a salvare capra, cavoli e anche il lupo e la lezione: inglese, divertimento, risate, parole e strutture nuove…

Così ho ripensato a quella volta in cui hai creato, con la sciarpa chiesta a una ragazza tra il pubblico, uno dei tuoi momenti straordinari fatti di piccole cose ordinarie e quella sciarpa è diventata tutto, improvvisazione, magia, libertà totale di espressione della mente e del corpo. E’ quella magia, quella libertà che voglio, e l’avrò, e saprò trasmetterla, da insegnante, a tutti quelli che vorranno sentirla e capirla e viverla.

Three days ago, English lesson with the third/fourth-graders (and one is a second-grader). inspired guesswork is needed every time: look for activities that may be suitable for each level, try to make them have fun, try to make them work, speak only in English, never mind if they don’t understand, don’t speak only in English, otherwise they don’t understand…

And then, there were just 15-20 minutes left, a sudden stroke of genius! (A stroke of luck, more likely, and it was just as well that it wasn’t that back strain we call colpo della strega, or witch’s stroke, as “my” kids probably already see me as one): one of the kids, who couldn’t wait to get ready to go, apparently, put on a woollen wolf-shaped cap. That was it! I borrowed it, put it on my hand puppet-like and began to show it around: ‘are you afraid of wolves?’ ‘Do you like wolves?’ ‘Have you ever heard of “Red-Riding Hood?’ And some roars came out too, even though howls would have been more appropriate, I suppose. So I’ve run with the hares, hunted with the hounds, and brought all of them safely home 🙂 I mean everything was there, the lesson, English language, fun, laughs, new words and structures…

Then I’ve thought of that time when you created, with the scarf of a girl among the public, one of your extraordinary moments made of very little, ordinary things and that scarf became everything: magic, improvisation, total freedom of expression, mind and body. It’s that magic, that liberty I want, and I’ll have it and I’ll learn how to pass it on, as a teacher, to everyone that wants to feel it and understand it.