Il principio di massima entropia

Non ho il senso del tempo, confondo
le ore, i giorni e le stagioni,
è stato un anno fa, dico,
e invece sono cinque, o dieci, o cento.
Ridendo e scherzando, s’è fatto tardi;
mi sono sfuggite alcune stragi,
qualche guerra troppo lontana
per accorgersene in tempo,
un terremoto e l’offesa del fango,
gli incendi delle case e delle foreste.
Guarda questa polvere,
le ragnatele accumulate tra le tombe
di questo cimitero di campagna,
che raccontano lo scorrere del fiume,
il passaggio delle onde, ad una ad una
irreversibili.
Riconosciamo il tempo dalle foglie,
che respirano al vento,
il loro aggrapparsi al ramo come ultima
resa al principio di massima entropia,
il miracolo del disordine del vivere,
delle possibilità infinite
contro gli officianti di un ordine mortale,
della fatale sicurezza della quiete
che solo appartiene a ciò che non esiste.
Avete seppellito il mio cuore, e
non sapete dove, ma il mio ginocchio ferito
è un’isola di sale a cui Nessuno torna,
una creazione del mare che mi riporta
l’eco degli assenti con cui da sempre parlo
e che sempre mi rispondono.

Gioco

Per ridere davvero, bisogna prendere il proprio dolore e giocarci, diceva Chaplin. Anche per scrivere davvero, mi permetto di aggiungere.

Da bambina mi piacevano, quei giochi in cui costruivi qualcosa e poi cambiavi idea e provavi con altro. Una casa con un prato davanti, qualche albero, animali. A volte un fiume che aggiungevo io, non fatto coi mattoncini, ma con la stagnola. Poi la casa poteva diventare una specie di aereo, o una specie di nave. Sempre una specie di qualcosa, perché tanto brava a costruire non lo sono mai stata, o comunque non ero mai contenta di quello che usciva fuori.

Scrivo così, in questo momento, riparto dalle fondamenta della casa e ci costruisco sopra, invece, una nave; introduco elementi che, come il fiume di stagnola, non facevano parte del gioco originale; prendo gli eventi che hanno dato forma alla mia vita e li trasformo in parole, li porto fuori da me, li rendo leggibili, è un gioco. Penso, aggiungo, tolgo, modifico, plasmo. Sfoltisco, taglio, alleggerisco, e il dolore diventa materiale tangibile, concreto, lavorabile. Non può più nascondersi dentro il mio corpo e farne rifugio, ma così si vede, si sente maggiormente, vive di vita propria. Vicino, lontano, il mare che va è lo stesso mare che torna, ma non è più uguale. Posso sentire le gambe che tremano un po’, le ginocchia forse cederanno, ma non  cadrò.

È pur sempre un gioco.

Robin’s Monday – il movimento del mare

Il mare, questa superficie che ora ricorda curiosamente il ghiaccio e un denso, caldo conforto alla freddezza uniforme e composta del cielo, è pure lo stesso mare che prende, nelle giornate più terse e luminose, un blu profondo e notturno. S’increspa in infiniti modi. Come ogni città, come ogni luogo dell’universo, forse, o almeno quelli che abitiamo, è immobile è racchiude al tempo stesso il movimento del mondo, non si sposta e tuttavia è specchio del nostro desiderio di spostarci, così come del nostro timore di farlo; e anche del nostro vano anelito all’immobilità, perché, almeno fino a che siamo vivi, non possiamo fare a meno di spostarci, se anche non volessimo, fosse pure dal divano alla cucina, fosse pure solo con lo sguardo o il cuore.

Chi rifiuta lapidi e pietre esprime a fondo la più insopprimibile voglia di continuare a cambiare di posto, di non lasciare mai vincere l’immobilità delle cose, neppure dopo la morte.

Noi abbiamo bisogno di un luogo fisso, per trovare le persone amate che non vediamo più. Ma alcune di loro, quelle che hanno vissuto più intensamente, hanno invece necessità di un luogo che si muova, e di muoversi con esso.

Così la cenere, il vento, l’oceano, diventano l’espressione di tutto ciò che  è meno fermo, e che meno può essere fermato. Io sto volando. Ricordi? Sempre in cammino, sempre in volo, sempre con quella dolcezza di arrenderti al fluire della vita, che più di qualunque altra cosa ti rende vivo, e parte della Terra, del suo moto e di tutto ciò che ci respira dentro e cambia continuamente la sua forma e il suo posto nell’universo.

Il mio cuore è un segreto

Il mio cuore è un segreto, chiuso in una conchiglia.
Di notte sento il mare
e mi passa tra le mani come una nostalgia
di chiare spume e creste d’onda, e di fondali oscuri.
Si spande sull’acqua la danza del mondo,
la carezza delle montagne è un dono del tempo
sigillo dell’ignoto sui miei giorni più felici.
È una stagione, questa, di passaggi stanchi tra le foglie,
alberi in viaggio e capricci di vento.
Un riverbero improvviso mi abbaglia
come un lampo d’allegria, poi
una lacrima
scende
lenta
acqua con acqua
sale con sale
tu
ed io
fango e terra, polvere e cenere
ciò che eravamo torneremo ad essere
ma la tua scia resta, nella tenerezza del vento;
cerco una breccia all’orizzonte, il solco azzurro
sotto il triangolo bianco della vela, il canto del viaggio
che illuda il nostro acquario con la felicità dell’oceano.
Allora ricompongo i miei uccelli interni, i miei spaesamenti
e ritrovo le nostre impronte mescolate sulla sabbia
tu
ed io
un disordine
fertile
una breccia
orme
che restano
nonostante il mare.

LA LETTRICE DELLA DOMENICA- ancora da “La saggezza del mare”

Non è forse per trovare un senso a un’esistenza altrimenti inspiegabile che tanta gente cade vittima di ogni genere di guru, di astrologi, di capi di sette, di veggenti e di profeti, di dei veri e fasulli?

Un tempo, molto prima dell’invenzione dei sofisticati strumenti di navigazione elettronici del giorno d’oggi, con i quali si può stabilire la propria posizione con pochi metri di approssimazione, si navigava a stima, ovvero senza altro aiuto che la rotta e la velocità.

A quei tempi, i bravi navigatori sapevano che una posizione calcolata in quel modo diventava sempre meno affidabile man mano che ci si allontanava dal punto di partenza. (…) Una posizione stimata viene dunque sempre rappresentata come un cerchio. E più a lungo si naviga, più il cerchio si allarga. Il navigatore avveduto tiene sempre conto di questa incertezza, allarga in continuazione il suo cerchio, senza illudersi che la sua nave si trovi al sicuro, al centro del cerchio, invece che esposta ai pericoli, alla sua periferia.

In mare si era dunque obbligati a vivere nell’incertezza. In mare era più pericoloso credere di sapere troppo che troppo poco. In mare si era obbligati a mettere l’inspiegabile tra parentesi, a sospendere la propria ricerca di significato, a lasciare che l’inspiegabile restasse inspiegato senza che per questo occupasse tutti i propri pensieri.

(…) Paradossalmente, proprio adesso che le nostre conoscenze sembrano aumentare sempre più, si direbbe che abbiamo un bisogno di fede sempre maggiore. (…)

Quello che si ha tutte le ragioni di chiedersi è perché mai dovremmo credere qualcosa di cui non sappiamo niente. Perché facciamo così fatica a vivere nell’incertezza? Perché sono così pochi quelli che osano vivere a navigazione stimata?

(Björn Larsson, La saggezza del mare, Iperborea, traduzione di Katia De Marco, p. 67)

Ferragosto intenso

Questi ultimi quattro giorni sono stati un turbinio di cose, un vorticare di strade, paesaggi, meraviglie naturali, architettoniche e artistiche, incontri, persone, emozioni, scoperte di ogni genere, non ultime quelle gastronomiche. Abbiamo percorso qualcosa come 2200 chilometri, una cosa divertente che non farò (credo) mai più, ma che è stato comunque meraviglioso fare.

Tutto perché mi ero classificata tra i primi tre (seconda, come poi ho saputo) in un concorso di poesia creato dall’Associazione Amici di Romeo di Frosolone, in provincia di Isernia. Mi chiamano intorno al tre agosto, la premiazione è il 12. Ci si va? È un po’ lontanuccio, però dai, merita, ci si va, facciamo questa piccola pazzia. Senonché, il 5 mi arriva la notizia che ho vinto la sezione inediti in un altro concorso, L’Albero di Rose, questa volta in provincia di Matera. Premiazione il 13… beh, già che siamo lì… in realtà ci sono alla fine circa trecentocinquanta chilometri, ma certo, meno che da Genova. E così è deciso, si va.

Per spezzare un po’ il viaggio, ci siamo fermati all’andata a Ravenna. C’ero stata sempre talmente di corsa da non riuscire a vedere neppure i mosaici, per cui sono stata felicissima di avere l’occasione.

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Così venerdì eravamo a Ravenna, e sabato a Frosolone, del quale l’unica notizia che avevamo era una citazione che mio marito si ricordava, da un film con Sordi. Uno dei posti più incredibili che abbia visto. Un paese delizioso, incastonato tra le colline molisane, con alcuni veri e propri gioielli medievali e una fama assolutamente meritatissima per i latticini (oltre che per i coltelli e gli arnesi da taglio, con una mostra annuale frequentata da artigiani e appassionati provenienti da ogni dove). Incluso tra i borghi più belli d’Italia, bandiera arancione per l’ospitalità, restaurato e mantenuto con una cura e un’attenzione degni di nota. Circondato, tra l’altro, da vari paesi con dei castelli che purtroppo non abbiamo potuto visitare ma che potrebbero essere la meta di un altro viaggio più tranquillo e rilassato, magari con contorno di passeggiate a cavallo.

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Credo sia quasi inutile  aggiungere che mi è rimasto nel cuore e che spero di tornarci non troppo in là nel tempo.

L’indomani, all’alba, partenza per Accettura – e vuoi non vedere i Sassi di Matera, già che ci sei? Piccola deviazione, un centinaio di chilometri in più, comunque devo dire che ne valeva la pena, anche per il pranzo, da Stano, sulla piazza appena oltre l’uscita dal percorso dei Sassi, solo due antipasti, che poi dovevamo subito ripartire, ma otto portate di antipasto per ciascuno ci hanno abbondantemente rifocillato fino alla sera senza problemi.

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Accettura è un piccolo paese noto soprattutto per la Festa del Maggio e degli Alberi, ai quali tra l’altro era intitolata un’altra sezione delle poesie inedite (la mia era quella a tema libero). Dall’anno scorso ospita il Premio di Poesia L’Albero di Rose, che in così poco tempo ha più o meno raddoppiato il numero delle poesie ricevute. A volte basta un sindaco appassionato di cultura, un gruppo di persone di varia estrazione – storici, dirigenti scolastici, membri di società per la diffusione della cultura come la Dante Alighieri – che volontariamente trascorrono i giorni immediatamente precedenti al Ferragosto a leggere quasi duecento poesie (per ora – chissà poi quante in futuro!), e si ottiene un risultato di grande soddisfazione, dando visibilità alla propria terra nella maniera migliore. Cena a base di pesce, che non ci aspettavamo lassù in mezzo alle Piccole Dolomiti, ma comunque ottima, persone squisite, una splendida serata.

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L’indomani tappa a Numana – Siriolo, riviera del Conero, solo un breve bagno, altri posti che forse varrebbe la pena di visitare in modo meno affrettato, una zona dell’Adriatico che non conoscevo per niente, a la cui conoscenza vale la pena di approfondire.

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Poi ci siamo diretti verso Forlì e Cesena, pensando di trovare più facilmente alloggio, nonostante fosse ormai la vigilia di ferragosto e noi non avessimo la più pallida idea di dove e cosa cercare. Ma è proprio così che si fanno le scoperte più inattese. Usciti a Cesena, ci hanno consigliato un posto chiamato Bertinoro, che si è rivelato di una bellezza da togliere il fiato. E in cima al Paese ci siamo quasi casualmente imbattuti in un agriturismo, la Casina Pontormo. Dico “quasi” perché avevamo dato un’occhiata su Internet per vedere in quali posti si potesse mangiare nei dintorni, ma quella era solo una delle scelte possibili. Tra l’altro non danno alloggio, solo vitto, e stavamo per andar via, poi abbiamo deciso comunque di fermarci a cena e proseguire semmai la ricerca dopo. È senza dubbio uno dei posti dove ho mangiato meglio in vita mia. Servizio ottimo, grande disponibilità e cortesia, piatti preparati con amore e creatività, capaci di sorprendere ma sempre con ottimi accostamenti.

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Alla fine, combattuti tra il rischio di girare a vuoto in cerca di un posto per dormire e l’idea di rimettersi in viaggio ancora per un bel po’ di chilometri, abbiamo deciso di tornare a casa, e in tre ore siamo arrivati. Il che mi fa pensare che quel luogo d’incanto, tutto sommato raggiungibilissimo, ci rivedrà presto.

 

La leggerezza dell’infinito

Due giorni splendidi, con un gruppo che amo moltissimo. È un gruppo di “psicoterapia avanzata”, nel senso che siamo tutte persone che hanno finito la terapia ma affiniamo i nostri strumenti incontrandoci e lavorando insieme 4-5 volte l’anno. Ne esco ogni volta più forte e questa è stata particolarmente intensa. Emozioni, colori, il mio amatissimo mare, ricordi, sensazioni presenti e una porta aperta sul futuro, dietro la quale ho visto, per la prima volta con questa chiarezza, che quello che voglio è prima di tutto scrivere, o forse, anzi, solo scrivere. Ho avuto un senso fortissimo di morte e rinascita, qualcosa che mi ha coinvolta completamente, mi sono sentita come se fossi immersa nel mare e avessi il mare dentro di me, tutto il mio corpo era mare, e si è perso e ritrovato sull’onda di un fremito vitale, di una tale dolcezza e bellezza da stordire. Davvero non ho più paura. Sono io. Sono l’ala dell’aereo che si muoveva nel mio presente, e il cielo in cui volava, sono piena di amore e passione, di tenerezza ed energia, ho finalmente riconosciuto la mia capacità di scompigliare, riprendermi in mano la mia scintilla di follia, a cui tengo tanto, il gioco, la leggerezza dell’infinito. Sono io e sono in movimento, e amo così tanto esserci che neanche io sapevo fino in fondo quanto.