San Francisco – Diario di viaggio 6. 31/10/2016 – Mattinata al Financial District

Questo albergo è fantastico! Stamattina colazione in una sala che più Old America di così non si può, DEVO fotografarla (nel frattempo ho comunque fotografato il salottino addobbato per Halloween.

Colazione alle 7.30 ma prima delle 9 non siamo riusciti a uscire. Comunque è stata una giornata fantastica. Avrebbe dovuto piovere ancora, in realtà è stato variabile e nel pomeriggio addirittura bello, quando esce il sole qui fa un bel caldo! Non sento neanche tanto l’umidità (che pure dovrebbe essere intorno all’80%… mah), sarà che c’è spesso un bel venticello… 🙂

Abbiamo fatto tutta Sutter Street in discesa, è dove abbiamo l’albergo ma anche una delle strade più centrali di Cisco, per arrivare a Montgomery, dove si trovano alcuni degli edifici più particolari. Siamo in pieno Financial district e tra le altre cose si vede il profilo riconoscibilissimo della transamerica Pyramid, l’edificio più alto della città, con i suoi 260 m (più la guglia di 64,6 m). Si dice che – tra gli altri illustri visitatori – in questo edificio Mark Twain abbia incontrato il pompiere da cui avrebbe tratto ispirazione per il suo Tom Sawyer.

Abbiamo visitato anche il Fargo & Wells Museum. La Fargo & Wells è una società nata in piena epoca di corsa all’oro, dall’iniziativa di questi due lungimiranti personaggi che intuirono – diversamente dagli altri soci della banca a cui appartenevano – le ottime possibilità offerte dal trasporto dell’oro e dai prestiti che si potevano fare a chi partiva speranzoso alla sua ricerca. Il museo contiene quindi diversi strumenti di misurazione, riproduzioni delle antiche diligenze per il trasporto (questa che inserisco è invece originale)…

… strumenti di comunicazione, i principali oggetti trasportati, monete e banconote d’epoca

e inoltre si leggono alcuni interessanti aneddoti: il trasportatore che fermò uno dei più famigerati banditi del tempo, autore fino a quel momento imprendibile di circa una ventina di rapine, segnando l’inizio della sua fine (e ricevendo dalla riconoscente compagnia un fucile col manico decorato con una riproduzione della sparatoria), o quella di Cassie Hill, agente della società, telegrafista e rappresentante della Western Union Telegraph e della Southern Pacific Railroad per l’importante snodo di Roseville, dopo la morte del marito; non si risposò mai, affermando di essere “troppo impegnata” e tra l’altro guidò una delle prima automobili di Roseville fino alla bella età di 85 anni (parliamo del 1940: sarebbe morta 15 anni dopo a 100 anni). O di Delia Haskett Rawson, prima (e probabilmente la più giovane) conduttrice di diligenze, unica donna appartenente ai Pioneer Stage Drivers della California, di cui fu anche vice-presidente.

La Fargo & Wells Bank non può essere fotografata all’interno, “politica aziendale”. Il Mills Building è stato invece una splendida esperienza, non solo perché l’interno è molto bello (e così anche l’entrata ad arco romanico), ma anche per il gentilissimo custode, evidentemente orgogliosissimo del “suo” palazzo, con cui abbiamo conversato per parecchio tempo di bellezza, di Italia, di Brasile, di San Francisco e che ha anche insistito per farci una foto sullo sfondo della scalinata dell’atrio.

Il Palace Hotel è superbo, anche quello fotografabile (adoro quando mi dicono take your time, non è la prima volta che lo sento e lo trovo un bellissimo invito a godere della bellezza che hai intorno senza fretta).

E siccome poi anche l’Embarcadero Center fa parte del Financial District, e in uno degli edifici si svolgerà la conferenza annuale dell’Associazione Americana dei Traduttori a cui parteciperò nei prossimi giorni, ho voluto andare a dare un’occhiata, tanto per capire dove si trova. Ci siamo arrivati da California Street, percorsa fino in fondo ed è una bella camminata. Solo che io in lontananza ho intravisto l’inconfondibile orologio meccanico del Ferry Building e non ho resistito: ci siamo visitati il Farmer’s Market (frutta, verdura e formaggi freschi a San Francisco non mancano mai e sono buonissimi!) e siamo usciti dietro l’edificio, sul molo. L’oceano! Sullo sfondo, il Bay Bridge. L’emozione si fa sempre più forte, sarà che tra le cose con cui più ti identifico c’è sicuramente il mare, ma anche in questo caso, devo prendermi il mio tempo.

Per tornare indietro abbiamo percorso Market Street fino a che incontra di nuovo Sutter Street. Non è per nulla difficile capire come funziona questa città. Anche per una persona con scarso senso dell’orientamento come me (che poi, sto scoprendo di averne di più di quanto credessi, quando devo arrangiarmi), è molto difficile perdersi. Poche strade, non larghissime ma lunghissime, che si incrociano in modo quasi intuitivo. Me ne sto appropriando pezzettino per pezzettino, la sento sempre più mia, più vicina, più casa. Meno di quanto mi aspettassi, inizialmente; e in pochissimo tempo, invece, molto più di quanto mi aspettassi.

(segue)

Quote challenge Day 1 – Libri

Volevo approfittare prima che la connessione mi lasci a piedi per cominciare almeno il gioco delle citazioni. Mela mi ha precettata, Cose da V e Romolo Giacani (Viaggi ermeneutici) mi hanno nominata espressamente. Sono tre blog molto diversi, uno più bello dell’altro. Ci proviamo, dài. Tanto dice che i tre giorni non devono necessariamente essere consecutivi, che le regole non sono obbligatorie, che si possono dividere per categorie ma anche no e insomma, liberi tutti, che per me va benissimo. Quindi cominciamo, e inizierò con quelle letterarie.

1. “Forse l’avete già indovinato. Sono le mani a risvegliare il potere delle spezie. Hater gun, lo chiamano, valore delle mani. Per questo sono proprio le mani le prime a essere esaminate dall’Antica quanto le ragazze arrivano all’isola. Ecco ciò che ella dice.

“Non devono essere né troppo leggere, né troppo pesanti. Mani leggere sono creature del vento, volano di qua e di là al suo capriccio. E mani pesanti, trascinate giù dal loro stesso peso, non hanno spirito. Sono solo pezzi di carne per i vermi in attesa sottoterra.

Le mani giuste non hanno macchie scure sul palmo, indice di cattivo carattere. chiuse strettamente a coppa e tenute contro sole, non mostrano fessure attraverso le quali spezie e incantesimi potrebbero scivolare via.

Non sono fredde e secche come il ventre dei serpenti, perché le maghe delle spezie devono saper sentire il dolore altrui. E neppure calde e umide come il respiro di un amante in attesa davanti alla finestra, perché le maghe delle specie devono lasciarsi alle spalle le passioni.”

Chitra Banerjee Divakaruni, La maga delle spezie, Einaudi, trad. di Federica Oddera

 2. Gli piacevano le parole importanti, belle, grandi, le enfatiche, tonanti, ridonanti parole; con un senso annesso, se riusciva a ottenerlo senza rovinarne il suono, ma non ne caso contrario. Gli piaceva erigersi dinanzi al mondo stordito e vomitare verso il cielo fiamma e fumo e lava e pietra pomice, e creare i propri tuoni sotterranei, e scuotere se stesso con terremoti e rendersi maleodorante con fumi sulfurei. […]

V’è una strana sorta di originalità, in McClintock. Egli imita gli stili di altre persone, ma nessuno può imitare il suo, neppure un idiota. Altre persone possono essere pompose, ma la pomposità di McClintock ha la violenza di un uragano; altre persone possono piagnucolare il sentimento, ma McClintock lo vomita; altre persone possono servirsi a vanvera delle metafore, ma soltanto McClintock fa di questo una vera e propria arte. McClintock è sempre McClintock, è sempre coerente, il suo stile è sempre esclusivamente suo; egli non commette l’errore di essere pertinente in una pagina non pertinente in un’altra; non è mai pertinente in nessuna delle sue pagine. Non commette l’errore di essere lucido in un punto e oscuro in un altro; è sempre oscuro. Non commette l’errore di servirsi qua e là di un nome estraneo al carattere del suo lavoro; adopera sempre nomi esattamente e fantasticamente adatti alla sua pazzia. In fatto di coerenza egli domina incontrastato il campo delle lettere”.

Mark Twain, Come curare la malinconia, Passigli Editori, trad. di Bruno Oddera

3. Cominciò che mi dissolsi. E’ così che deve sentirsi il vapore quando fuoriesce dal liquido bollente e sale nell’aria rinfrescante. Per la prima volta in vota mia mi sentii libero, davvero libero da tutte le costrizioni terrene, libero dal mio corpo, sfuggito al mio stesso pensiero.

Poi divenni suono, e chi diventa suono diventa onda. Oso sostenere che colui che sa di essere un’onda si è avvicinato di un bel po’ alla soluzione dei misteri dell’universo. E a quel punto capii se non altro il mistero della musica, capii perché la musica è così immensamente superiore a tutte le altre arti: perché è incorporea. Una volta staccatasi dallo strumento che la produce, appartiene solo a se stessa, è una creatura del tutto autonoma fatta di suono, senza gravità, senza corpo, perfettamente pura e in perfetta armonia con l’universo.

Così io mi sentivo: ero musica e danzavo con il cerchio ardente, alto su tutto. La Terra era laggiù da qualche parte, e laggiù erano il mio corpo, le mie preoccupazioni che non contavano più niente. Contava solo la ruota infuocata, contava la sua presenza. Ruotava, continuò a ruotare fino a quandola sua luce multicolore sembrò fluire al suo interno, seguendo tre percorsi curvi che si univano al centro. E poi lo vidi. Il tricerchio.

Il tricerchio, il misterioso segno che spiccava sull’ingresso delle librerie antiquarie di Lo Sbircio e di Inazea Anazazi. Splendeva davanti al mio occhio interiore, evocato dalla potenza della musica delle trombùccine, che ora rintronava in tutta la sua potenza. […]

Poi tutto cessò di colpo. La musica finì, il sogno svanì e io precipitai. Piombai giù a lungo, verso la Terra, verso Zamonia, verso il mio sembiante, e… zac! – ecco il mio spirito dianzi ancora scatenato di nuovo spietatamente prigioniero del mio corpo, incastrato fra i miei atomi.

Spalancai gli occhi. I nebbiolinesi avevano abbassato le trombùccine e si apprestavano a riporle negli astucci. Il pubblico si alzò. Non un solo applauso. Mi guardai in giro, confuso. Che strana conclusione per un concerto così sensazionale! Avrei voluto fare qualche domanda al nano, ma era già sparito. Vidi Lo Sbircio e la shockkia allontanarsi in fretta nella folla. Gli spettatori uscivano incespicando dalle file dei sedili, io ero l’unico ancora seduto, come rincitrullito, sulla mia sedia da giardino nel parco municipale di Librandia.

Allora mi fu chiaro: neanch’io avevo più tempo da perdere! Dovevo andare, urgentemente! Come avevo potuto dimenticarlo: l’unico scopo della mia vita era quello di mettere le mani sul maggior numero di libri che avessi potuto arraffare. Presto, presto, per non dare agli altri il tempo di precedermi! Libri! Libri! E dovevano essere naturalmente libri sognanti, di librerie antiquarie contrassegnate da tricerchio. Mi precipitai dietro gli altri”.

Walter Moers, La città dei libri sognanti, Salani Ed., traduzione di Umberto Gandini

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 10 – Huckleberry Finn

 

Huckleberry Finn

Che meraviglia i libri di Mark Twain! Avevo letto Tom Sawyer all’età giusta, per così dire, e debitamente sognato una vita sul fiume tra briganti e caverne. Ma Huck Finn! L’uomo che ha scritto questo libro doveva essere un genio, però anche simpatico, che non è una cosa così comune.
L’ideale sarebbe leggerlo in inglese, perché lui passa con la massima disinvoltura dalle dotte citazioni (magari con qualche strafalcione) delle signore per bene al linguaggio di un ragazzino di una decina, forse una dozzina d’anni con qualche (svogliato) studio alle spalle, al dialetto di uno schiavo nero del sud, del tutto illetterato ma intelligente e di grande umanità.
Comunque azzardo qui un pezzetto, tanto per gradire, preso dall’inizio, quando Huck è appena tornato, di malavoglia, dalla vedova Douglas che vorrebbe “adottarlo” e farne un ragazzino come si deve.

Dopo la cena lei ha tirato fuori il suo libro e ha cominciato a dirmi di Mosè e delle Paludi e io ci tenevo un sacco a scoprire tutto di lui; solo che poi poco a poco si è lasciata scappare che questo Mosè era morto da un bel pezzetto; e così non me ne è fregato più niente perché a me dei morti non mi interessa proprio.
Dopo un po’ mi è venuta voglia di fumare e ho chiesto alla vedova se mi lasciava. Lei però non ha voluto. Ha detto che era una cattiva abitudine e che dovevo cercare di smettere. E’ sempre così con certa gente, criticano le cose senza che saper niente. Cioè, questa prima era tutta agitata per questo Mosè che non era suo parente e non serviva a nessuno, visto che era stecchito, capite, e poi mi fa una capa tanta perché ho fatto una cosa che mi piaceva. Che poi lei ha aspirato del tabacco, anche; questo naturalmente andava benissimo, visto che era lei a farlo.
Sua sorella, la signorina Watson, un’anziana zitella magra magra e con gli occhiali è appena venuta a vivere con lei e mi ha preso di mira con un libro di ortografia[…]
La signorina Watson continuava a dire “Non mettere i piedi là sopra, Huckleberry”; e “Non stravaccarti così, Huckleberry – stai seduto diritto”; e subito dopo: “Non sbadigliare e non stirarti in quel modo, Huckleberry – ma non riesci proprio a comportarti come si deve?” Poi mi ha raccontato tutto su un certo brutto posto e io ho detto che avrei voluto andarci. Allora è diventata matta, ma non è che io volevo dire niente di male. Tutto quello che volevo era andare da qualche parte, cambiare aria, non sono schizzinoso. Lei disse che ero cattivo ad aver detto così, che lei non l’avrebbe detto per tutto l’oro del mondo; che “lei” intendeva vivere in modo tale da poter andare nel posto bello. A dir la verità non vedevo il vantaggio di andare dove andava lei e così ho deciso che non mi sarei sforzato per questo. Però non l’ho detto, per non avere guai e comunque tanto non serviva a niente.

Qui il testo originale:

“After supper she got out her book and learned me about Moses and the Bulrushers, and I was in a sweat to find out all about him; but by and by she let it out that Moses had been dead a considerable long time; so then I didn’t care no more about him, because I don’t take no stock in dead people.

Pretty soon I wanted to smoke, and asked the widow to let me. But she wouldn’t. She said it was a mean practice and wasn’t clean, and I must try not to do it any more. This is just the way with some people. They det down on a thing when they don’t know  nothing about it. Here she was a-bothering about Moses, which was no kin to her, and no use to anybody, being gone, you see, yet finding a power of fault with me for doing a thing that had some good in it. Ans she took snuff, too; of course that was all right, because she done it herself.

Her sister, Miss Watson, a tolerable slim old maid, with goggles on, had just come to live with her, and took a set at me now with a spelling-book. […] Miss Watson would say “Don’t put your feet up there, Huckleberry”; and “Don’t scrunch up like that, Huckleberry – set up straight”; and pretty soon she would say, “don’t gap and stretch like that, Huckleberry – why don’t you try to behave?” Then she told me all about the bad place, and I said I wished I was there. She got mad then, but I didn’t mean no harm. All I wanted was to go somewheres; all I wanted was a change, I warn’t particular. She said it was wicked to say what I said; said she wouldn’t say it for the whole world; she was going to live so as to go to the good place. Well, I couldn’t see no advantage in going where she was going, so I made up my mind I wouldn’t try for it. But I never said so, because it would only make trouble, and wouldn’t do no good“.