LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Prima puntata

Volevo farvi un piccolo regalo di Pasqua. Qualche giorno fa, dopo una crisi di pianto, come spesso mi succede, ho recuperato un po’ di equilibrio e senso delle cose. Ho capito che tra tutte le cose che amo fare, scrivere è di gran lunga la più importante. Vorrei anche essere pubblicata, sì, ma solo per poter arrivare a più persone. Nel frattempo, ogni lettore è un dono prezioso, un pezzo del sentiero. Se davvero qualcuno non ha di che riempire queste lunghe giornate di clausura (io ho sempre millemila cose da fare, ma questo probabilmente è dovuto al fatto che comunque ho sempre lavorato da casa, sono abituata, e per giunta solitaria di carattere), potrebbe aver voglia di leggere questo romanzo. E se avete tante cose da fare, potreste decidere di leggerlo lo stesso, per il puro piacere di farlo. E io ve lo regalerò, a puntate. La prima, come piccolo pensiero pasquale, sperando che sia comunque una Pasqua serena, nonostante tutto.

PROLOGO

Questa notte, forse per l’ultima volta, guardo il cielo. Lo sento tutto intorno a me, dentro di me. I miei piedi toccano ancora la terra, ma il mio cuore è nell’acqua e la mia testa viaggia già verso il cielo. Ho il cielo sulla lingua, nelle orecchie e negli occhi.
Il cielo esiste dall’inizio dei tempi, non è stato disegnato dalle orme degli Antenati. Non sempre gli uomini trovano subito la strada giusta, i loro passi, diceva mio padre, sono incerti e pieni di errori, quasi come quelli di un bambino che stia appena iniziando a tenersi in piedi. Il cielo non sbaglia. Non ci sono odori, suoni, o tracce che svelino ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, come il cacciatore capisce dal terreno quanti bisonti sono passati, e se potranno essere raggiunti, e se basteranno a sfamare tutte le famiglie. Non c’è interprete che possa imparare la lingua delle stelle, esse ci mandano messaggi che non capiamo, e non comprendono i nostri.
Mi chiamavano Donna-Uccello, tuttavia, che il Grande Spirito mi perdoni, io al cielo ho sempre preferito la terra. Ho sempre amato quello che potevo toccare e odorare. Mi piaceva camminare, leggere i segni sulle cortecce degli alberi, sulle pietre, o nello scorrere dell’acqua; dicono che ogni persona che percorre la terra contribuisce coi suoi passi a costruirla e darle forma; ma non si può percorrere il cielo, non si può costruirlo o dargli forma. Il cielo non ci appartiene, e noi non gli apparteniamo. Una tela sacra, dicevano gli Anziani, unisce tutto ciò che vive sulla terra, gli uomini e i bisonti, gli uccelli, i pesci, gli insetti, i sentieri, le montagne, le acque e le rocce.
Eppure oggi credo che quel tessuto unisca anche le cose della terra a quelle del cielo. Forse gli Anziani hanno ragione anche su questo, un giorno torneremo a quelle stelle dalle quali tutto è cominciato.

CAPITOLO I – 1803

Jefferson alzò gli occhi dalle carte che stava leggendo e guardò il giovane segretario.
«Dunque, siete pronto a partire».
«Sì, Presidente. Non appena darete l’annuncio, lascerò Washington. Vi sono ancora diversi preparativi da ultimare, ma conto di essere a Saint Louis con Clark entro la fine dell’anno».
Benché la candela illuminasse a malapena la scrivania, lasciando il resto della stanza in penombra, Lewis poté vedere chiaramente lo scintillio negli occhi di Jefferson. Magro e assai alto, quasi dinoccolato, Jefferson aveva l’abitudine di sedere in modo estremamente rilassato, quasi scomposto. Molti notavano gli abiti di foggia antiquata, talvolta addirittura di taglia troppo piccola per lui, specie se rapportati alla straordinaria misura delle sue mani e dei suoi piedi. Quando si alzò, tuttavia, assunse subito quella posa perfettamente eretta che colpiva immediatamente chiunque lo vedesse per la prima volta. E benché i capelli, un tempo rossi, fossero ormai quasi del tutto grigi, non aveva perso nulla del suo vigore, né fisico, né intellettuale.
Jefferson si avvicinò a Lewis e gli strinse entrambe le mani con caldo affetto.
«Il nostro sogno infine si realizza… credetemi, Meriwether, ben poche cose al mondo potrebbero rendermi più felice».
Lewis gli credeva, eccome. Sapeva meglio di chiunque altro che quelle carte rappresentavano il trionfo del Presidente, il risultato di anni di negoziazioni, missioni diplomatiche, mosse strategiche e battaglie con nemici tanto esterni quanto interni al Paese. Questi ultimi, a dire il vero, ancor più ostili e temibili dei primi.
Un’amicizia profonda aveva unito un tempo Jefferson, il suo predecessore John Adams e lo stesso George Washington: un legame cementato negli anni difficili e gloriosi della guerra d’indipendenza. La successiva fase di costruzione dello Stato aveva messo in luce le prime divergenze, ma erano state le Leggi sulla Sedizione del 1798 a creare una frattura insanabile. A tal punto insanabile, in effetti, che Jefferson aveva preferito non partecipare ai funerali di Washington tre anni prima, ritenendolo inopportuno, benché avesse più volte, in privato, espresso una profonda ammirazione per la sua persona e un sincero cordoglio per la sua morte.
Quelle leggi avevano reso illegale qualunque manifestazione, riunione politica e pubblicazione critica verso leggi, azioni o provvedimenti dell’Esecutivo. Jefferson, uomo di salda fede liberale, le aveva vissute come un vero e proprio affronto, un dichiarato attacco alla libertà di pensiero e alla democrazia.
Era questa la ragione principale per cui aveva deciso di fondare con Madison il Partito Repubblicano-Democratico, contrapposto al Partito Federalista di Adams, e di candidarsi alle elezioni del 1800. Elezioni vinte a seguito di una campagna di inaudita ferocia, con insulti, da entrambe le parti, talmente sanguinosi da rendere del tutto impossibile ogni ipotesi di ricucitura dello strappo.
Lewis era al suo servizio da un paio d’anni, parte dei quali trascorsi a esaminare liste di ufficiali e funzionari e individuare tra loro quelli che potevano considerarsi degni di fiducia. Del resto, non c’erano solo i Federalisti da tenere d’occhio. Come si era conto ben presto, intrighi, macchinazioni, cambi di alleanze e slealtà erano all’ordine del giorno. Avidità e sete di potere erano spesso molle assai più forti degli ideali.
Per molti, ma non per Jefferson.
Quando il neo-presidente gli aveva scritto chiedendogli di lavorare per lui, Meriwether Lewis era ancora nell’esercito. Jefferson gli aveva detto soltanto che l’incarico sarebbe stato “meno duro della vita militare”, e che comunque avrebbe potuto mantenere i suoi gradi. Lewis non aveva esitato. La fiducia incondizionata di cui il Presidente lo onorava era ampiamente ricambiata.
Jefferson non amava trovarsi al centro dell’attenzione e parlare in pubblico; ma pochi sapevano esprimere con tanta eloquenza l’amore per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini, poiché quegli ideali egli li portava impressi a fondo nel cuore; e Lewis li condivideva in tutto e per tutto.
Al momento, i suoi nemici erano troppo divisi per rappresentare una minaccia, ma Jefferson era certo che non si sarebbero arresi facilmente, e Lewis temeva che avesse ragione.
Tuttavia, il Presidente aveva messo a segno un punto formidabile: da tempo aveva intuito che i territori francesi della Louisiana potevano costituire una inestimabile porta di apertura verso l’Ovest, strategicamente importante soprattutto per i commerci. Quando Napoleone aveva preso il potere, Jefferson aveva scommesso tutto sul fatto che il neo-Imperatore avrebbe avuto bisogno di denaro per le sue campagne, e sarebbe stato più facile convincerlo a cedere quelle zone inesplorate e potenzialmente ostili. Cosa che era puntualmente avvenuta; e con una serie di abili mosse, Jefferson aveva più che raddoppiato il territorio del Paese. Quando la vendita era stata conclusa, aveva già in tasca il sì del Congresso al finanziamento di una spedizione esplorativa a cui lavorava da molto prima di sapere che avrebbe mai potuto compiersi. Nel tempo, quel progetto era diventato una delle sue ragioni di vita, e il giovane segretario era stato al suo fianco fin dall’inizio.
Jefferson gli aveva dato accesso alla sua vastissima biblioteca, lo aveva introdotto ai personaggi più influenti e ai maggiori scienziati ed esperti del Paese, lo aveva perfino istruito personalmente, e l’ammirazione che Lewis nutriva nei suoi confronti era cresciuta a dismisura.
«Spero solo di essere all’altezza», disse. Questo era un aspetto che lo preoccupava non poco. Le aspettative del Presidente erano notoriamente alte, nei confronti dei suoi collaboratori quanto di sé stesso.
«Non potrei pensare a nessun altro. Forse è impossibile trovare qualcuno che riunisca in sé tutte le nozioni di botanica, scienze naturali, astronomia e capacità di osservazione, e al tempo stesso le doti di fermezza di carattere, capacità di adattamento, prudenza e autorevolezza necessarie a questa missione. Ma non conosco nessuno che si avvicini a questa descrizione più di voi. In più, da ragazzo avete avuto contatti con gli Indiani, ne conoscete usi e costumi, li rispettate ed essi rispettano voi. Ho avuto modo di conoscervi ancora meglio in questi due anni in cui abbiamo lavorato fianco a fianco, e la mia stima nei vostri confronti non ha fatto che crescere.
Piuttosto, siete sempre certo della scelta di Clark come vostro secondo in comando?». La voce del Presidente tradiva un certo scetticismo.
«Assolutamente – rispose Lewis. – Lo conosco da quando eravamo nell’esercito insieme. È coraggioso, leale, e uno degli uomini più onesti che abbia incontrato in vita mia. Una qualità non da poco, di questi tempi».
«Non ne dubito, Meriwether, tuttavia, per quanto riguarda la sua cultura, le conoscenze scientifiche…».
«Voi lo sottovalutate, Jefferson – ribatté Lewis, passando bruscamente a un tono più informale con quello che era, dopotutto, un amico di famiglia di lunga data, – ma per quanto a Clark possa difettare una certa finezza nei modi, o la dote della buona conversazione, nondimeno non vorrei nessun altro al mio fianco in una missione che richieda intuito, prontezza di riflessi e una buona dose di simpatia e curiosità nei confronti degli altri esseri umani. In questo, sapete, egli mi è di molto superiore. A proposito, Presidente, intendo chiedere che a Clark venga assegnato il mio stesso grado di Capitano. Nell’esercito, del resto, è stato mio superiore, e desidero che egli abbia, agli occhi degli uomini, un’autorità in nulla inferiore alla mia. Posso contare sul vostro appoggio a questa richiesta?».
Jefferson sorrise.
«Ora siete voi a sottovalutarvi, Meriwether. Credo che questo viaggio vi rivelerà aspetti di voi stesso che neppure immaginate. Comunque, lascio queste scelte al vostro giudizio. Se voi lo ritenete all’altezza, fate come vi sembra opportuno. Ma ricordate che vostro è il comando della spedizione, e vostra la responsabilità della sua riuscita. O del suo fallimento».