A proposito di mitezza

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Orson: So, Mork, did you finally get that job you’ve been talking about?
Mork: Oh, not exactly, your bloatness. It seems here that on Earth, everyone finds a need to compete with each other. They compete in sports, in work, in everything.
Orson: What do they get if they win?

Mork: Something called an ulcer, sir. I don’t know what it is, but it must be wonderful because everyone who’s successful gets one.
Orson: I guess it’ll be a while before you put an ulcer on your mantelpiece.
Mork: Oh, noshu, chiefsmoke*. Although Mindy and I did have a competition.
Orson: Oh? Who won?

Mork: We both did, sir. We decided to stick together.
Orson: That’s very good, Mork. You’re learning about cooperation and maturity.
Mork: Oh, yes, your preachiness. I’ve learned that even though you win that ulcer, it’s no fun if you’ve lost the one that you wanted to share it with.

Orson: Allora, Mork, l’hai avuto alla fine quel lavoro di cui parlavi?
Mork: Non esattamente, vostra grassezza. Pare che qui sulla Terra tutti sentano il bisogno di competere gli uni con gli altri. Competono negli sport, nel lavoro, in tutto.
Orson: E cosa si vince?
Mork: Una cosa chiamata ulcera, signore. Non so bene cosa sia, ma dev’essere fantastica perché tutte le persone di successo ne hanno una.
Orson: Credo che ci vorrà un bel pezzo prima che tu riesca a mettere un’ulcera sulla mensola del tuo caminetto…
Mork: Sì, capo. Però anche Mindy e io siamo stati in competizione.
Orson: Ah sì? E chi ha vinto?
Mork: Tutti e due, signore. Abbiamo deciso di restare uniti.
Orson: Questa è un’ottima cosa, Mork. Stai imparando cosa significa cooperazione e maturità.
Mork: Sì, vostra predicozzitudine. Ho imparato che anche se vinci un’ulcera, non c’è divertimento se perdi la persona con cui avresti voluto condividerla.

(Mork & Mindy, Season 2 ep. 6, Mork vs. Mindy)

* Nota: Chief Smoke era un capo Sioux: non mi stupirebbe se combinando la sua inesauribile inventiva nel creare parole con l’amore viscerale (e decisamente ricambiato) per le lingue, di cui assimilava suoni e parole con estrema facilità, Robin si fosse ispirato alla lingua Sioux (Lakota) per inventare un termine che potesse essere inteso come un “probabile/sicuramente”, ma in maniera scherzosa. (Ogu in quella lingua significa forse, Oh hu significa sì). In quella sua meravigliosa testa bizzarra mondi alieni e sonorità russe, francesi, giapponesi, italiane e forse anche Nativo-Americane si mescolavano in qualcosa di unicamente suo, come suo era quell’impasto di tenerezza, spirito di osservazione, sentimento, ironia e comicità e voglia di una visione diversa del mondo.

Nota 2: è ormai noto che moltissime delle battute di “Mork” del telefilm (forse quasi tutte, almeno in parte) erano frutto del talento di improvvisatore di Robin, che ne creava a getto continuo.

14. Awakenings / Risvegli

Awakenings

In un certo senso credo che Awakenings, il film di Penny Marshall che comunque avevo intenzione di recensire oggi, sia molto adatto a questi giorni e a queste emozioni che ci stanno scuotendo un po’ tutti, ognuno naturalmente a suo modo. Avevo anche pensato di fare uno strappo alla regola “cronologica” e recensire Weapons of Self-Destruction, che poteva sembrare ancora più attuale, ma in fondo non è necessario.

Chi mi segue da un po’ sa ormai fino alla noia quanto Robin Williams abbia rappresentato per me la libertà e il coraggio da sempre, oltre che la mitezza di cui parlavo in questi giorni. Mitezza che significa poi la forza di non lasciar cambiare la parte più dolce della propria essenza dalla durezza delle circostanze esterne. Sa anche che qualunque cosa quest’uomo straordinario abbia detto e fatto, a me serve sempre a leggere meglio la realtà, a lenire le ferite, a ritrovare equilibrio e forza, a ri-innamorarmi delle emozioni ogni volta.

Awakenings è una storia drammatica, con un personaggio che pur con sprazzi di ironia (credo che fosse davvero una fatica enorme per lui farne del tutto a meno, come aveva dovuto fare, ad esempio, per Seize the Day, e in seguito per altri film che non a caso non sono tra i suoi più amati), è come sempre profondamente diverso da ogni altro da lui interpretato in precedenza. Il dottor Malcolm Sayers (ispirato al medico inglese Oliver Sacks che aveva scritto un libro sulla sua esperienza) è un uomo quasi patologicamente timido, spaventato dal contatto umano, che vorrebbe fare ricerca di laboratorio e si trova a lavorare con pazienti catatonici, con varie forme “atipiche” di qualcosa. Il dottor Sayers, non arrendendosi alla mancanza di cure, finisce per trovare il nesso comune, dato dal fatto che tutte quelle persone erano state contagiate nel corso di una grave epidemia di encefalite letargica. Scopre inoltre che tutte reagiscono a determinati stimoli, tra cui in particolare la musica (un certo genere, non lo stesso per ognuno di loro).

Leonard (Robert de Niro), uno dei suoi pazienti, riesce a comunicare con una tavola Ouija (quelle usate per le sedute spiritiche) e chiede che gli venga letta la poesia The Panther di Rilke.

Quando sente parlare di un nuovo farmaco usato per i malati del morbo di Parkinson, il medico intuisce che potrebbe avere degli effetti anche sui suoi pazienti. Uno dopo l’altro, infatti, Leonard e gli altri si “risvegliano”. Sarà un’esperienza temporanea e per questo anche molto dolorosa, eppure nessuno di coloro che l’hanno vissuta rimpiangerà di averlo fatto o avrà nei confronti del dottore altro che gratitudine. Nelle parole del critico cinematografico Roger Ebert (che diede al film il massimo punteggio), “After seeing Awakenings, I read it, to know more about what happened in that Bronx hospital. What both the movie and the book convey is the immense courage of the patients and the profound experience of their doctors, as in a small way they reexperienced what it means to be born, to open your eyes and discover to your astonishment that “you” are alive.” [Dopo aver visto Risvegli, ho letto il libro, per saperne di più su ciò che era accaduto in quell’ospedale del Bronx. Quello che traspare sia dal film che dal libro è l’immenso coraggio dei pazienti e l’esperienza profonda dei loro medici curanti allorché essi ebbero modo di rivivere, in piccolo, il significato dell’esperienza di nascere, quando apri gli occhi e scopri, sbigottito, che “tu” sei vivo.]

Credo che da qui capirete perché ho detto all’inizio che questo film mi sembra, tutto sommato, quello “giusto”, in questo momento.

CURIOSITA’

Rivedendo la scena in cui RW suona il pianoforte, siccome un po’ mi sembra di conoscerlo, sono andata a verificare quello che avevo intuito, cioè che come aveva preso lezioni di sax per recitare in quell’altro bellissimo film che è Moscow on the Hudson (oltre a imparare il russo quasi alla perfezione), così ha preso lezioni di pianoforte per questo. Del resto, è lo stesso uomo che a una domanda sul paradiso, o su un’eventuale altra vita, alcuni anni più tardi (in occasione di What Dreams may Come, o Al di là dei sogni) avrebbe detto che tra le altre cose gli sarebbe piaciuto rinascere come musicista o comunque imparare a suonare il sassofono o il violino davvero bene.

In una delle interviste che hanno accompagnato l’uscita del film (e sapete anche quanto io adori le interviste di RW), Johnny Carson [errata corrige: si trattava di Jimmy Carter, l’intervista con Johnny Carson è qui] e Robin Williams scherzano sul fatto che lui abbia fatto un film così serio. Non era affatto, in realtà, il primo ruolo drammatico di RW (del resto, a parte i film più vecchi e meno noti, Dead Poets’ Society, uscito l’anno prima, era un film con momenti altamente drammatici e che certo non sfruttava la sua verve comica). Ma insomma, Johnny Carson fa una battuta con il suo ospite su questa serietà, e RW gli dà una risposta da par suo, sul fatto che a me pare ovvio, ma che forse non lo è, sul desiderio di cambiare, di indagare aspetti diversi, di cercare sempre nuovi confini (pushing the envelope), e quindi gli dice, farò qualcosa di serio, qualcosa di divertente, e ogni tanto proverò anche a interpretare il ruolo di una donna. Cosa che avrebbe fatto davvero tre anni dopo, con Mrs. Doubtfire. Da anche una bella descrizione di Oliver Sacks, come un misto di Schwarzenegger e Albert Schweitzer, con un po’ l’aspetto di Babbo Natale 🙂

Questa è la poesia di Rilke letta da Robin Williams nei panni del Dottor Sayers. Da brividi, con quella incredibile voce…

 His vision, from the constantly passing bars,
has grown so weary that it cannot hold
anything else. It seems to him there are
a thousand bars; and behind the bars, no world.

As he paces in cramped circles, over and over,
the movement of his powerful soft strides
is like a ritual dance around a center
in which a mighty will stands paralyzed.

Only at times, the curtain of the pupils
lifts, quietly–. An image enters in,
rushes down through the tensed, arrested muscles,
plunges into the heart and is gone. 

 

Il senso dell’amore per la vita e della bellezza

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Stasera in un commento si parlava di questa vita che abbiamo in prestito e che non è “nostra”. Il che è verissimo, pensavo, però io la sento molto “mia”, per il tempo in cui mi è data. Non, naturalmente, nel senso di una proprietà di qualcosa che appartiene solo a me ed esclude tutti gli altri, ma nel senso di un’individualità e una universalità che meravigliosamente si sfiorano, poi si toccano, poi s’intrecciano e infine, forse, tornano a distaccarsi, tutto in un modo assolutamente unico per ciascuno di noi.

Sono andata sul mare, ho camminato un paio d’ore, mi sono nutrita ancora una volta di bellezza, perché penso che ogni volta che ascoltiamo musica, leggiamo un libro, scriviamo, andiamo a teatro, al cinema, a una mostra, o semplicemente regaliamo bellezza ai nostri occhi, mettiamo in atto una piccola ma significativa forma di ribellione contro le paure indotte. Non solo siamo vivi, ma ci piace esserlo, riempiamo le nostre giornate di stupore e meraviglia perché non ci sia alcuno spazio per l’odio o il terrore. Certo, questo vale di più per chi fa queste cose dove sono proibite e possono costare persino la vita. Ma ribellarsi ad ansie subdolamente instillate richiede talvolta, se non lo stesso coraggio, un impegno e una fatica simili.

Sappiamo, in fondo, quanto può essere difficile, dovunque, difendere la libertà di ciascuno di amare chi e come vuole (non c’è bisogno che specifichi “se entrambi sono consenzienti”, vero?). Sappiamo quanto può essere difficile difendere la libertà delle donne, la libertà della ricerca scientifica, la libertà di chi intende scegliere una morte dignitosa e non una sofferenza protratta a tempo indefinito che non considera vita. Nessuno di coloro che difendono queste libertà intende imporre la propria scelta agli altri, eppure, spesso, la scelta di altri viene loro imposta.

E allora, il rispetto di sé e degli altri, del modo di essere di chiunque che non limiti l’altrui libertà, resta per me il miglior modo di nom piegarsi. mantenendo fermi quei principi che diciamo essere i capisaldi della nostra civiltà, salvo poi rinnegarli inneggiando alla distruzione totale dei “barbari” e invocando la stessa spietatezza che in loro ci indigna.

Mi chiedevo se sarei capace di dire cose simili se un giorno mi trovassi a sopravvivere a un attentato. Posso dire che spero di sì, che “credo” di sì, ma non ne sono certa. L’altro giorno ho incontrato, per lavoro, un giovane uomo proveniente da uno di questi paesi di cui si parla molto, diciamo. Ho sentito come una piccola sconfitta il fatto che un frammento di me dicesse “speriamo bene”. Ho sentito come una piccola vittoria il fatto di aver fatto il lavoro e preso un caffè con lui come avrei fatto con chiunque, come se nulla fosse, senza che quel fastidioso retropensiero interferisse. i traumi possono forse agire su di noi in modi che non riusciamo a immaginare. Ma io voglio credere che non lascerei a nessuno il potere di cambiare così radicalmente il senso di me stessa, delle cose in cui credo e di quello che rende la mia vita degna di essere vissuta.

E’ buffo, poi, che a urlare con più violenza “guerra, guerra” siano di solito quelli che in guerra sanno che non ci andrebbero mai. “Armiamoci e partite”, come diceva Olindo Guerrini in tempi non sospetti nella sua ode “Agli eroissimi“. E’ tornato di moda disprezzare chi non è convinto delle soluzioni militari, quasi che l’accettazione del senso profondo della vita di cui sono capaci le persone miti fosse indice di debolezza. No, ve lo assicuro, la mitezza richiede una grande forza d’animo, chi è mite conosce il dolore e le ferite ma non le brandisce come armi contro gli altri, chi è mite ha una capacità di sentire su di sé anche la sofferenza altrui come se fosse la propria, ma conosce il confine, pur talvolta labile, tra il dolore e la rabbia. Chi è mite ha saputo diventare adulto, mantenendo magari una parte bambina che permette la leggerezza, ma non ricadendo nell’infantilismo del “tu mi hai dato uno schiaffo e io te ne do due”, che tra i grandi può essere davvero pericoloso. Chi è mite ha principi saldissimi, una identità profonda e così veramente “sua” che nessuno la potrà mai distruggere, radici ben ancorate alla terra e ali che gli permettono di non lasciarsi mai immobilizzare, ma non ha verità da rivelare. Chi è mite non lascerà mai che gli tolgano quella sua preziosa determinazione a vivere senza far male agli altri.